Antonio Randazzo

 

Memorie di Siracusa

 

verso l'ideale

CONCETTO LO BELLO  

aurora siracusa

Non ho mai avuto rapporti con "Don Concetto",  ma da siracusano e da persona che gioisce per la bravura e i successi degli altri dedico questa galleria ad un uomo che ha saputo vivere con coerenza, prodigandosi per realizzare i suoi sogni con onestà ed impegno, senza trascurare i suoi doveri di cittadino e padre.

Alcuni miei amici, allora giovani suoi allievi, lo ricordano con affetto e stima quale educatore da sempre al servizio dei suoi ragazzi

Questa non è una commemorazione, anche perché nulla potrei aggiungere a quanto   hanno scritto diffusamente e che trascrivo a margine, ma semplicemente una galleria fotografica che vuole rendere omaggio a: CONCETTO LO BELLO uomo e "VERO SIRACUSANO"  che realizzò e incarnò nei fatti concreti quel sentimento di "SIRACUSANITA' " di cui tanti, A SPROPOSITO, SI RIEMPIONO LA BOCCA.

A proposito mi piace incominciare a ricordare questo degno uomo con le parole di Monsignor Giuseppe Greco

IL MIO OMAGGIO REALIZZATO NEL 200

IL TESTAMENTO SPIRITUALE

Questo il testamento spirituale di Concetto Lo Bello,

scritto da Don Giuseppe Greco, vicario vescovile di Siracusa durante l'omelia.

"In un'epoca di complesse e tumultuose trasformazioni tecniche e sociali, lo sport non è solo occasione di svago e di salute, ma strumento per recuperare i valori più significativi dell'esistenza, per migliorare i rapporti umani e la qualità della vita. Lo sport è occasione di libertà e di responsabile impegno, mezzo di educazione umana e civile, esperienza di vita sociale: lo sport e cultura e civiltà". "La lotta contro la criminalità, la violenza, la droga e contro tutte le forme di alienazione psicosociale di cui sono vittime particolarmente le giovani generazioni si combatte soprattutto con mezzi preventivi ed educativi; lo sport e uno di questi".

"Lo sport è scuola di vita e per una completa e civile maturazione dei nostri ragazzi occorre garantire, insieme alle aule, anche una rete di impianti sportivi a livello di zona e di quartiere".

"Il cristianesimo passa attraverso gli impegni professionali e sociali, si esprime nello slancio e nel fervore della propria attività quotidiana, si caratterizza nei valori vissuti con limpidezza e fierezza senza compromessi e senza transazioni con la propria coscienza.

Non è possibile essere cristiani senza spendersi per gli uomini.

Non è possibile vivere la propria fede senza esprimere la propria disponibilità per il prossimo.

Non e possibile per un cristiano disinteressarsi dell'orientamento della società.

Non è pensabile essere cristiani senza preoccuparsi della cosa pubblica".

Grazie alla ricerca e al magnifico lavoro di Donatella Bascetta che realizzò il volume Concetto Lo Bello un maestro, un mito, una vita da imitare

     

   

   
La cittadella dello sport un fiore all'occhiello nato dalla realizzazione di un suo sogno
       

     

 IL CAMPO SCUOLA PIPPO DI NATALE

   

IMPEGNO CONCRETEZZA E REALIZZAZIONI

         

           

UN GRANDE ONORE LA FIACCOLA OLIMPICA

     

       

       
         

         

       

     
     

         

DA BLOGGER TONY

Premessa

Ricordo con grande nostalgia i tempi della mia infanzia, quando ancora adolescente seguivo le partite di calcio della Roma arrampicandomi sugli alberi situati nella collina di Monte Mario, a ridosso della Curva Nord dello Stadio Olimpico, per poi scendere alla fine del primo tempo ed attendere impazientemente la famosa apertura dei cancelli a 20 minuti dalla fine, che permetteva a chiunque di entrare senza biglietto; cosa oggi assolutamente impensabile. Gli stadi sono ormai diventati autentiche fortezze circondate da palizzate, girelli, ostacoli di ogni genere e tutto controllato da veri eserciti formati da Polizia e Carabinieri in assetto di guerra. Erano tempi splendidi, dove il tifo organizzato non esisteva, come non esistevano striscioni appesi ad indicare la presenza di club; solo bandiere con aste di legno o anche ferro, tanto nessuno ci faceva caso perché a nessuno veniva mai in mente di dare qualche bastonata in testa al vicino. Il tifo o, il coro, veniva spontaneo; bastava che due o tre persone iniziavano a scandire ad alta voce il nome della squadra o quello di un giocatore e tutto lo stadio gli andava dietro. Si viveva la propria fede in maniera assolutamente genuina, senza stress eccessivi, magari con qualche palpitazione, ma tutto rientrava nei canoni classici di una partita di calcio, che una volta finita non lasciava certo gli strascichi a cui siamo oggi abituati.

E dopo questo preambolo personale, veniamo al soggetto centrale di questo blog, che è naturalmente Concetto Lo Bello. Arbitro di livello assoluto, il primo ad inventare la figura dell’arbitro-atleta, sempre di corsa e in movimento a seguire l’azione di gioco da vicino, al contrario di quanto succedeva in precedenza, quando arbitri ‘pancioni’ ed immobili a centrocampo, gestivano le partite attraverso fischiettate spesso fuori luogo. Di lui si è detto tutto e il contrario di tutto; bravo e preciso, imparziale e incorruttibile, ma anche affetto da eccessiva mania di protagonismo che spesso suggellava attraverso espulsioni e generosi rigori normalmente decretati anche per falli veniali, ma il solo capace di tutelare gli attaccanti con decisioni che ai più apparivano sconcertanti, proprio perché non abituati alla logica del ‘giusto’. Ma anziché definirlo innovatore, i ‘cacciatori di streghe’ preferivano apostrofarlo come re del protagonismo.

L’arbitro

Nasce a Siracusa (1924-1991) e a vent’anni inizia la carriera di arbitro. Si mette subito in evidenza, ma questa volta non certo in maniera sibillina. Durante il derby Caltagirone-Trapani, campionato interregionale di promozione 1948–’49, in un azione da calcio d’angolo per il Caltagirone, Lo Bello, evidentemente mal posizionato, segna di testa e naturalmente, a termine di regolamento, convalida il gol, - tra le ire dei giocatori del Trapani che quasi volevano linciarlo - emulando così Andrea Buratti che in Serie A in Brescia-Triestina del 1946 segnò un gol di tacco a favore del Brescia e, relativamente recente, anche Ceccarini di Livorno, il quale segnò una rete a favore dell’Inter opposta alla Lazio in un quarto di finale di Coppa Italia del 1999.

LA CARRIERA
Dagli anni ’50 esordisce nella massima serie e nel 1958 è internazionale dove colleziona 93 presenze. Tra queste, da ricordare la finale delle Olimpiadi 1960 Jugoslavia-Danimarca 3-1 con espulsione di Galic che lo apostrofò con una parolaccia in lingua iugoslava ma che Lo Bello riconobbe ugualmente; la semifinale all’Europeo URSS-Danimarca 3-0 e il mondiale inglese del 1966, quando a Liverpool nella semifinale Germania Ovest- URSS (2-1) espulse per fallo di reazione Igor Cislenko, considerato il monumento intoccabile del calcio sovietico. Questo episodio costò le ire delle nazionali appartenenti al Patto di Varsavia presenti al torneo e di conseguenza la finalissima di Wembley che sembrava ormai sua, fu invece affidata al casalingo arbitro svizzero Dienst, che convalidò il gol vittoria degli inglesi malgrado il pallone non fosse mai entrato.
A livello di club, ha diretto le finali di Coppa dei Campioni del 1968 tra Manchester United e Benfica (4-1 d.t.s.) e del 1970 tra Feyenoord e Celtic (2-1 d.t.s.). Inoltre, ha arbitrato la finale di Coppa Intercontinentale del 1966 tra Peñarol e Real Madrid (2-0), quella di Coppa delle Coppe del 1967 tra Bayern Monaco e Rangers (1-0 d.t.s) e di Coppa Uefa (ex delle Fiere) del 1966 tra Barcellona e Zaragoza (2-0) e l’altra, del 1974 tra Feyenoord e Tottenham (2-0), questa, arbitrata a 50 anni nella sua ultima partita internazionale e che di fatto chiuderà a breve anche la carriera nazionale.

INFLESSIBILE E TRANQUILLO
Uomo di notevole temperamento e di forte influenza sui calciatori, non si è mai piegato alle logiche della sudditanza e tanto meno a quelle dei poteri forti. Famoso il rifiuto ad un regalo del presidente del Real Madrid, il quale alla vigilia dell’Intercontinentale tentò di donargli un orologio d’oro; o anche, quando denunciò e fece radiare il presidente del Bari Totò Vilardo che gli aveva offerto 5 milioni in contanti per accomodare un pareggio tra Cosenza e Bari. Non amava chi gli mancava di rispetto e neppure i contestatori di professione; se li segnava al dito. Famosi gli alterchi in campo con Rivera, Rocco, Riva e Sivori; quest'ultimo espulso con 6 turni di squalifica in un Napoli-Juve del 1968, che lo spinsero al ritiro dall'attività agonistica a 34 anni. Il vero segreto per dirigere partite anche importanti risiedeva nella sua innata tranquillità. Il fattore esterno era per lui totalmente indifferente e nel corso della carriera ha affrontato anche situazioni al limite ma sempre con assoluta pacatezza, come nel caso della direzione di un famoso Napoli-Juventus, partita giocata allo stadio del Vomero con 5000 spettatori ammassati a bordo campo in reiterati tentativi di invasione, con gente che entrava e usciva dal rettangolo di gioco; ma la partita fu portata a termine con assoluta tranquillità, l’idea di sospenderla, come era giusto che fosse, a Lo Bello non gli balenò nel cervello neppure per un secondo.
LA FORMA
Il suo stile si riconosceva dall’entrata in campo; il solo arbitro di quei tempi ad accompagnare le due squadre ‘camminando’ verso il centrocampo, in controtendenza alla caratteristica corsetta che partiva dall’ingresso nel terreno di gioco. E la classe con la quale convalidava le reti; senza sbracciarsi per indicare il centro e neppure correndogli incontro, ma semplicemente con un fischio, per poi avviarsi di passo verso il centrocampo. E come non ricordare i tremendi faccia a faccia ravvicinati, accompagnati dai famosi 'spintoni', verso i giocatori da redarguire; impronta facciale spesso da duro, ma che in se manifestava l'innato senso di giustizia.
ANEDDOTI
Tra i tantissimi episodi che circondano questa figura leggendaria, me ne vengono in mente quattro; non particolarmente importanti e probabilmente neppure noti, ma che sicuramente mi sono rimasti impressi nella memoria per il loro sviluppo che definire simpatico è poco.
1) 1964 - Spareggio all’Olimpico di Roma tra Bologna e Inter (2-0) per l’assegnazione dello scudetto. Al 43’ del secondo tempo, a risultato ormai acquisito a favore dei felsinei, Lo Bello improvvisamente e con palla lontanissima dal punto esatto di battuta, fischia un calcio a due in area a favore dell’Inter per fallo di ostruzione di Pasinato su Corso. I giocatori del Bologna, sbigottiti, gli si avvicinano per chiedergli quando il fallo fosse stato commesso; Lo Bello, con aria sorniona risponde: “L’altro ieri”.
2) 1968 - Derby in notturna di Coppa Italia Lazio-Roma. Ad un quarto d’ora dal termine, sul risultato di 1-0 a favore della Roma, gol di Ferrari, Lo Bello concede un chiaro rigore a favore della Lazio ma Ginulfi devia in angolo il tiro di Marchesi. Sull’azione susseguente, improvvisamente Olimpico al buio per un blackout generale al sistema di illuminazione. Dopo circa mezz’ora la situazione è immutata, lo stadio è illuminato soltanto dalle fiaccolate dei tifosi che attendono notizie dall’altoparlante. Lo Bello si fa dare un fiammifero da un fotografo a bordo campo, lo accende e rivolgendosi ai giocatori della Lazio, che ben sapevano che in caso di sospensione la partita sarebbe stata automaticamente persa 2-0 a tavolino, esclama: “Allora signori, continuiamo a giocare così o ce ne andiamo a casa?”
3) 1972 - Partita di seria A tra Roma e Napoli. La partita finisce con la vittoria della Roma per 1 a 0, gol di Scaratti, ma nel secondo tempo alcuni tifosi del Napoli tentano l’invasione di campo. Lo Bello rincorre e ne afferra uno; a calci nel sedere lo consegna alla sicurezza.
4) In un Catanzaro-Cagliari del 1972, Il difensore sardo Niccolai, autore di famosissimi autogol spesso anche spettacolari, a pochi secondi dalla fine, scambiando un fischio proveniente dagli spalti con quello dell’arbitro che sanciva il termine della partita, calciò il pallone con veemenza verso la propria porta; Brugnera, che al contrario aveva ben udito, si lanciò incontro al pallone e sostituendo il portiere lo mandò in angolo con le mani. Solo allora si udì il ‘vero’ fischio di Lo Bello, che non poté far altro che decretare il rigore per il Catanzaro, dirigendosi verso il dischetto a braccia aperte, come a dire, ‘qui mi sa che siete diventati tutti matti’.
Le presunte 'sviste' che poi non erano, ma che hanno fatto epoca
Iniziamo da quel terribile Fiorentina-Inter del 1967, quando il pubblico tuonava ”duce, duce” all’indirizzo di Lo Bello. Sull’1-0 per la Fiorentina, l’arbitro di Siracusa assegna due rigori quasi consecutivi all’Inter, dei quali uno sbagliato. Il primo penalty è assegnato per una trattenuta di Petris su Jair; il secondo per analogo fallo dello stesso Petris, il quale in tono sferzante domanda a Lo Bello: “E’ rigore pure questo?”; la risposta è altrettanto sferzante: “Come hai fatto ad indovinare? Non solo è rigore, ma tu hai giocato abbastanza e adesso te ne puoi andare”. Espulsione diretta, rigore fallito e la partita termina 1-1, con Lo Bello assediato negli spogliatoi nell’unico caso della sua lunga carriera.
Nello stesso anno, sotto il diluvio, in Spal-Napoli (1-4) concede tre rigori al Napoli scatenando le ire del pubblico. Dopo il secondo rigore, mentre dagli spalti pioveva di tutto e non solo acqua, un difensore della Spal, scivolando, tocca il pallone con il braccio; i tifosi urlano strafottenti: “Rigore! Dagli anche questo!”. Lo Bello, dopo un attimo di esitazione, guarda le tribune e li accontenta subito; è il terzo. Anche il ministro delle finanze Luigi Preti, tifosissimo della squadra ferrarese, è infuriato come non mai e dopo un’interpellanza parlamentare manda da Lo Bello alcuni ispettori fiscali, che naturalmente non trovano nulla di anomalo.
Sempre nel 1967 (sembra un anno segnato), in un Roma-Inter finita in parità, durante una fase di gioco, Picchi colpisce con un pugno al viso il centravanti della Roma Schultz. Il fatto sfugge all’occhio di Lo Bello ma non a quello del guardalinee che richiama l’attenzione dell’arbitro e gli racconta l’accaduto. Lo Bello si avvicina a Picchi e sorridendo gli dice: “Caro Armandino, mi sa proprio che ci dobbiamo salutare qui perché te ne devi andare”; il capitano dell’Inter replica: ”Va bene, ma Schultz mi ha provocato e sarebbe giusto che uscisse anche lui”, risposta di Lo Bello: “Mi hai convinto”. Risultato: fuori tutti e due. Il giornalista Rino Tommasi scriverà sull’accaduto: “Lo Bello è anche questo”.
Altra partita contestata un po’ da tutte e due le squadre è il famoso Juventus-Cagliari (2-2) che sancì lo scudetto a favore della formazione isolana per la stagione 1969-70.
Dopo che il primo tempo si è concluso sul risultato di parità (autogol di Niccolai e pareggio di Riva), la ripresa assume un tono decisamente acceso. Lo Bello assegna un rigore alla Juve per fallo di mano di Martiradonna che pochi hanno visto (ma il fallo c’era, come ammetterà in seguito lo stesso difensore sardo). Va al tiro Haller ma Albertosi spedisce in angolo; tutti i cagliaritani abbracciano il portiere senza accorgersi che Lo Bello sta indicando nuovamente il dischetto: si ripete perché Albertosi si è mosso prima. Proteste a non finire e pianto a dirotto del portierone, che tra le lacrime si piazza nuovamente al centro della porta, ma questa volta sul dischetto va Anastasi che non fallisce, 2-1. Riva è furibondo, insegue Lo Bello dicendogliene di tutti i colori, ma l’arbitro siracusano capisce lo stato emotivo del giocatore, ciò che realmente sta provando: uno scudetto tra le mani che rischia di sfuggire; e non lo espelle, anzi gli dice: “Pensa a correre e giocare, non sbraitare inutilmente”.
Nell’ultimo quarto d’ora il Cagliari assedia la difesa della Juventus. A 8 minuti dalla fine, Riva, in area, è ostacolato ma non toccato dai difensori torinesi; si ode il fischio di Lo Bello: rigore per il Cagliari. Violente proteste degli juventini, ma l’arbitro, con ampi cenni, fa capire che la massima punizione è decretata per un fallo su Martiradonna (sempre lui), in area ma lontano dall’azione. Un fallo visto da nessuno all’infuori di Lo Bello, come poi dimostrerà la ripresa televisiva. Dagli undici metri Riva non perdona, batte Anzolin e consegna alla storia del Cagliari il suo primo e finora unico scudetto. Una partita dai toni aspri e polemici nei confronti di Lo Bello, anche stavolta tacciato di protagonismo, ma che poi dimostrerà dai filmati che tutte le decisioni prese erano corrette. L’articolo di Gianni Brera sulla Gazzetta dello Sport del lunedì è lapidario: ‘Lo Bello non ha sbagliato nulla’, voto 8.
E dulcis in fundo, quel Lazio-Milan (2-1) del 1973 che divenne poi un ‘caso nazionale’. Partita da alto vertice di classifica che permise alla Lazio di agganciare lo stesso Milan al primo posto in classifica a quattro giornate dalla fine. In un Olimpico stracolmo di 90.000 spettatori con record d’incasso per una partita di seria A con oltre 250 milioni di lire, Lazio e Milan si fronteggiano subito a muso duro. Dopo appena 30 secondi dall’inizio, Manservisi stende Rivera con un fallaccio sotto gli occhi di Lo Bello, che da sempre non nutre grande stima (reciproca) verso il capitato del Milan. L’arbitro si avvicina al numero 11 laziale e con sorriso ironico lo avverte: “Se proprio hai voglia di picchiare non farlo mai più davanti a me e cerca di non fartene accorgere altrimenti ti sbatto fuori all’istante”. La partita procede nervosamente; la Lazio va sul 2-0 con autogol di Schnellinger e rete di Chinaglia, ma Rivera, ad inizio ripresa, dimezza lo svantaggio. Assedio del Milan che però non produce pericoli per la porta di Pulici, fin quando al ’90 si verifica il ‘fattaccio’. Zignoli crossa dal fondo, Bigon prolunga di testa per l’arrivo di Chiarugi, che sempre di testa insacca. Sembra il pareggio, ma il guardialinee alza la bandiera: fuorigioco di Chiarugi (inesistente). Lo Bello è obbligato ad annullare e sul campo si scatena il putiferio; Rivera è ammonito, ma prenderà 4 turni di squalifica per frasi irriguardose verso l’arbitro al termine della partita. Il direttore tecnico Nereo Rocco, batte le mani all’arbitro in segno di scherno; Lo Bello, camminando lentamente, si avvicina alla panchina del Milan, contraccambia l’applauso e lo espelle. In tribuna, il presidente Buticchi è una furia. E’ la prima partita del calcio moderno ad aver sollevato uno strascico di polemiche durate per diverse settimane.
SPORT E POLITICA
Nel 1972 è eletto deputato nelle file della Democrazia Cristiana, ruolo che ricopre per 4 legislature. A chi gli chiedeva se non era il caso di lasciare l’arbitraggio, lui rispondeva: “Continuo, perché sono un uomo libero”.
Nel 1986, è stato anche sindaco di Siracusa, carica ricoperta per soli 5 mesi. Negli anni ’70 ha dotato la propria città di impianti sportivi all’avanguardia e creato la ‘Cittadella dello Sport”. Dal 1976 è anche presidente della Federazione Italiana Pallamano.
Smette di arbitrare nel 1975 dopo aver stabilito il record di 328 partite dirette in serie A, tutt’ora ineguagliato. Suo figlio Rosario segue le orme del padre, divenendo anche lui internazionale. Arbitro di ottima levatura, massacrato mediaticamente dagli stipendiati dell'allora Fininvest per via di quella partita Verona-Milan (2-1), dove i giocatori rossoneri persero letteralmente la testa (oltre il campionato) con azioni indegne di professionisti super pagati. Sputi addosso all’arbitro, magliette levate e sbattute a terra e altre turpidudini del genere causarono la logica espulsione di tre giocatori e del suo allenatore Arrigo Sacchi ormai in preda a isteria acuta. Personalmente, di Rosario Lo Bello ho un ricordo molto sgradevole, ma non per sua colpa, legato alla penultima partita di campionato Roma-Lecce, quando la Roma a un passo dallo scudetto perse in casa con il Lecce già retrocesso.
Inoltre, da ricordare che Concetto Lo Bello è stato anche in primo arbitro italiano ad aver concesso un’intervista televisiva. Questo avvenne nel 1972, quando negli studi della Domenica Sportiva a Milano, davanti alla primordiale moviola di Carlo Sassi e Heron Vitaletti e 6 ore dopo aver diretto Milan-Juventus (1-1), ammette di essersi sbagliato a non concedere un rigore al Milan per fallo di Morini su Bigon. Lo Bello, incalzato dal conduttore Alfredo Pigna, seraficamente riconosce l’errore: “Morini è stato molto furbo a non farsi accorgere del fallo; in quell’istante ero coperto da altri giocatori e non vidi il difensore afferrare per un braccio Bigon; è stato sicuramente più bravo di me perché mi ha indotto in errore”.

CONCLUSIONI

Non si può certo stabilire se Concetto Lo Bello avrebbe potuto arbitrare oggi, nel contesto di un calcio fatto prevalentemente di televisione e con arbitri che danzellano sul campo vestiti di casacche variopinte e cuffia auricolare incollata alla capoccia. Ma l’importante è ricordare l’uomo, persona di altissima rigidità etico-morale che sui campi di calcio, oltre ad applicare il regolamento, spesso sapeva come adattarlo alle esigenze o, meglio, lo interpretava.
Come lui, pochissimi altri arbitri ai suoi tempi (Monti, forse Sbardella, lo spagnolo Ortiz de Mendebil), pochi altri in seguito (Gonnella, Agnolin), nessuno oggi e, vista l'aria che tira, assolutamente nessuno domani.

Appendice

Reputo la mia memoria abbastanza buona e sicuramente fotografica, fatta di piccoli avvenimenti che mi porto dietro in maniera lucida da tantissimi anni. Eppure c’è una partita che ora mi mette il dubbio e istintivamente mi fa nascere una domanda: “Mi sono improvvisamente rincoglionito?” Il riferimento è in un Bologna-Roma (1-3) del 1972, terza giornata del girone d’andata. Io quel giorno ero allo stadio Comunale di Bologna, sotto la curva sud, definita San Luca, e sarei pronto a giurare che l’arbitro era proprio Lo Bello, il quale concesse due rigori alla Roma, entrambi trasformati da Mujesan e, al 90’ un rigore anche al Bologna, che Turra, probabilmente per protesta (i giocatori felsinei durante l’incontro contestarono duramente l’operato dell’arbitro), spedì cinque o sei metri oltre la traversa colpendo il pallone di drop, come avviene nel rugby. Ora, girando un po’ nel web e visitando alcuni siti, leggo che quella partita fu arbitrata dal sig. Ciacci di Firenze e anche il tabellino dei marcatori è diverso; infatti, assegna un rigore al Bologna trasformato da Savoldi (che proprio non riesco ad identificare nella memoria) e indica in Spadoni il realizzatore di penalty in favore della Roma. Mi domando se potrò mai risolvere questo rebus, anche perché non esistono su internet fonti certe e assolute dell’avvenimento e soltanto due o tre portali fanno riferimento completo a questa partita. Ho paura che questo dubbio non potrò mai cancellarlo.

QUANDO IN CAMPO C'ERA VON KARAJAN
di Gianni Brera

UN PO' DIONISO, tiranno di Siracusa, un po' Abd el Karim, pirata saraceno. Alto, possente, i capelli neri ondulati, non crespi, il naso forte, gli occhi vivi, sempre capaci di accendersi d' una luce non proprio bonaria, i baffetti sottili a proteggere una bocca larga e sensuale, tracciata di netto sopra un mento quadrato e volitivo.
Nato per comandare, lo individui sicuro protagonista quando ormai ti sei sbilanciato in un giudizio fin troppo perentorio: hai scritto infatti che Concetto Lo Bello è il miglior arbitro del mondo. L'affermazione è senza dubbio arbitraria (giusto il soggetto al quale si rivolge): chissà quanti nei cinque continenti se la sbrigano bene con il fischietto: ma lui addirittura lo morde: vi soffia come un tornado: corre in scioltezza, buttando i piedi un po' avanti, secondo lo stile calciato, e cerca in ogni modo di stare dietro all' azione. Spesse volte capisci che gli debbono dolere gli apici dei polmoni, che il fiatone viene dissimulato con sibili perversi: è quando teme, a ragione, di venire spinto lontano dalla ribalta. Allora è capace di lazzi che Matamoro gli invidierebbe digrignando. I tapini da lui amministrati impettiscono offesi o straniti. Li redarguisce e spintona come fatue comparse. L' état c' est moi!, senti che potrebbe ruggire con la sua voce aspra di tiranno. Re Sole si confonde con Dionisio. Abd el Karim mulina la sua sfolgorante draghinassa tagliando teste d' infedeli come neanche fossero poponi. Finisce che diverte più lui della partita. E' Toscanini o Visconti, Von Karajan o Strehler. Come pubblico per Longanesi un pimpante manuale di pedate intitolato "I campioni vi insegnano il calcio", tra i fischietti campioni scelgo lui, che con insigne modestia redige il suo capitolo.
DON CONCETTO non rientra fra certi sanguigni rurali. La sua fronte bozzuta si corruga, le palpebre si strizzano su occhietti neri e cattivi. Poiché ad esaltarlo sono io, gli avversari mi fanno contropiede. E lui s' indigna con virile acredine. Che ha scritto l' uccello? Povero Aluisinus Avis Columba! Non era certo di non inciamparvi, se a tradimento gli mettevi in corridoio di redazione una palla da calcio: però l' intuito gli aveva dettato il rilievo più facile: l' arbitro non si deve notare: il suo fischio deve vibrare come in astratto sopra la mischia. E questo siracusano sfacciato prende a prestito le gote di Eolo per soffiare più forte nel suo fischietto... Abd el Karim sguaina infuriato la draghinassa facendola mulinare e lampeggiare nell' aria. Giocando perché indubbiamente gioca anche lui, inventa soluzioni di sconcertante genialità. Più lo studi e meglio individui le sue reazioni di despota vistosamente ligio alle norme. Lo esalti, questo è vero, e i tuoi nemici sono anche i suoi. L' astuto Aluisinus asserisce di voler bene a Rivera per la solidarietà che ha saputo esprimergli il giorno in cui venne a mancare sua madre. Abd el Karim corruga la fronte fino a confondere i neri e forti capelli con le sopracciglia del visir saraceno. I suoi referti hanno da essere all' acido prussico. Il povero e compassato Barbè deve rifarsi sgomento al tariffario dei confessori secenteschi: e buon per noi della parrocchia calcistica che abbiamo un giudice imparziale come un santo.

ERA IL MINOSSE dei nostri stadi Passano gli anni e noti che il tonitruante Minosse degli stadi è meno spietato quando avvinghia e giudica squadre di altre città, magari un tantinello rivali di Milano. Una certa domenica, tifando Cagliari, lo aspetti a Torino con la Juventus. Non ho archivio e di ciò mi rallegro perché aver debiti con la memoria mi torna grato. Ricordo solo che Riva sta calciando in rete un paio di metri entro l' area juventina e non so chi in bianconero oppone i tacchetti secondo che esige spietato cinismo: è un fallo grave e sgradevole, che denuncia pure assoluta mancanza di deontologia professionale (caro Sergio Campana, amico mio: sapranno i tuoi protetti che significa mai?). Istintivo torna gridare al rigore: e un coinquilino malignazzo ironizza pure: Vediamo come se la cava il tuo Tamagno. Ha fischiato subito, il mio divo: niente da dire, ma che decide, il rigore? Qui s' inciela il suo genio: Abd el Karim si pianta sulle solide piote, leva un braccio, dilata indice e medio della destra: deve spiegare: macché regore, ostruzzzione ell' è!: quindi due calci in area. Nessuno può obiettare nulla (e guai se qualcuno si permettesse). Gli juventini si ammucchiano in silenzio davanti al proprio portiere. Greatti e Riva stanno sulla palla. Hanno l' occasione più ghiotta di far propria la partita: uno che alzi palla a cucchiaio, l' altro che spari in fulminea rovesciata. Penso questo avendo la mente ben irrorata (sto comodamente seduto): non ci arrivano i due cagliaritani per i quali stravedo: Greatti sfiora palla e Riva ci arriva sopra mazzolando spaventosamente il sinistro: non so chi colga: qualcuno rischia la vita in barriera: la palla rabbiosamente impenna e ricade spenta fra le mani del portiere juventino. Così Concettissimo nostro onora il regolamento con una sentenza inventata a tutto genio. Oggi vedrete altri fischiare ostruzione quando un terzino maligno oppone i tacchetti al piede dell' avversario che sta per colpire palla: in mezzo secolo di pedate, nessuno avevo mai sorpreso in così arduo momento di necessità.

INVERO don Concetto era stato un asso. Una volta Gigirriva diede fuori da matto e ringhiando arrivò ad insultare il grand' uomo. Il quale un poco stette ad scoltarlo: poi, voltandogli di botto le spalle, ebbe a ingiungergli: "Corri, ragazzo, corri!" e appena gli fu possibile inventò un rigore anche per il Cagliari. Giova precisare che Gigirriva, prima di abbandonarsi a quel raptus da mentecatto, aveva segnato il gol più sensazionale che mai ci fosse capitato di vedere, a me e allo stesso Concetto Lo Bello. L' arbitro seppe capire e subito perdonare, da uomo autentico. Quella vigilia di Cagliari-Juve Arbitrò più di tutti i colleghi ed ottenne riconoscimenti in ogni parte del mondo. Per lui ho tifato come per Riva e per altri campioni del mio sport. Forse io solo sono riuscito a comprarlo, una sera, la vigilia d' un Cagliari- Juventus. La situazione del Cagliari era disperata. Io stravedevo per la Sardegna e andai con Arrica a salutare Lo Bello, un amico. L' arbitro cenava solo in un' osteria deserta. Quando mi vide si rallegrò molto. Parlammo di caccia e di serie B. Se domani perde, io ebbi la faccia tosta di ipotizzare addio beccaccini. Il domani Longo, vecchio indio dal volto severo, fece secco Combin alla prima entrata. Combin ebbe un astragalo fratturato. Rimase in campo ma la Juve perdette 1-0. I severi dirigenti prebonipertiani deplorarono Combin per scarso attaccamento ai colori sociali. Fece giustizia la radiografia ma Combin, offeso, se ne andò dalla Juventus. Il Cagliari fu salvo e i suoi dirigenti passarono da Concetto Lo Bello a ringraziare. Nessuno di loro, tranne Arrica, sapeva che tutto il merito era dei beccaccini e dei tordi. Il Concetto vi dissi. Come non voler bene a tanto uomo?
IN REALTA' Concetto Lo Bello aveva della vita un concetto agonistico, dire sportivo non basta. I continui viaggi lo avevano trasformato in cittadino del mondo. Dal cassero della sua nave tuonava bordate di fischi malamente ricambiate da plebi ostili e nel contempo ammirate. Il tifoso avvertito lo apprezzava come il calcio che sapeva far produrre e indirizzare con arguzia sorniona ma ferma. Gli dava fastidio anche l' ombra sui piedi (espressione che usava il mio amico Italo Pietra, da poco mancato ai vivi) se a fargliela era un nemico, una persona da lui non accettata secondo schiettezza d' uomo: se invece era un amico a spingerlo, addirittura a urtarlo in buona fede, come se fosse incredulo sdilinquiva per il piacere. Di cultura non superiore al diploma, don Concetto sapeva contenersi così civilmente da indurre chiunque ad accettarlo come suo pari. Né stupì che gente avveduta come gli andreottiani lo invitassero a presentarsi candidato. Eletto con molti voti al Parlamento, subito intraprese fervide campagne per indurre i colleghi a varare finalmente una legge che prevedesse l' istituzione di un Ministero dello Sport. Quando ci invitò a Siracusa perché ne appoggiassimo l'uzzolo, io non temetti di inimicarmelo affermando coram populo che i governi italiani duravano in media sei mesi, e quindi la creazione di un Ministero dello Sport avrebbe causato ogni sei mesi la nomina di nuovi custodi dei gabinetti in tutti gli stadi italiani... Mi ascoltò sorridendo con denti da pascià turco in procinto di ordinare una carneficina di schiavi cristiani. Tuttavia, non me ne volle. E quale deputato accettò di presiedere la Federazione della Pallamano. Nel calcio venne continuato dal figlio, e non risulta abbia molto brigato per non dover lasciare la ribalta. Gli bastava il ricordo delle molte battaglie ingaggiate e vinte. Gli bastava la stima degli onesti. Malato, seppe ritirarsi in dignitoso riserbo. Il suo carattere adamantino rifulse proprio quando avremmo potuto temere che si offuscasse nella tremenda sofferenza fisica. Io lo ricorderò come un amico e soprattutto come un campione. A lui tutta la nostra riconoscenza di uomini di sport, a lui il commosso augurio che fu degli antichi: sit tibi terra levis, ti sia lieve la terra. levis, ti sia lieve la terra.

DA STORIE DI CALCIO

CONCETTO LO BELLO:

AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO testo: Claudio Gregori

Inflessibile, duro, giusto: nessuno ha più fischiato come lui. I Paesi dell'Est gli negarono la finale Mondiale.
Uomo di sport a tutto tondo, fu anche deputato

Un suono antico, capace di fermare il tempo, quasi fosse un flauto musicale. Noi, che abbiamo memoria, riconosceremo il fischio di Concetto Lo Bello. Sono più di 15 anni che si è spento nella sua Siracusa.
Ma la sua ombra si staglia ancora all'orizzonte di un calcio sempre più affollato di lillipuziani, lievi come semi di soffione, cangianti come bruchi che conoscono la metamorfosi.
Lo Bello aveva peso, volume e forma. Era l'Arbitro. Il più famoso, certo, e forse il più grande.
Il suo fischio non era modulato, vago come quello dell'usignolo. Era acuto e perentorio. Lacerava l'aria. Non seduceva. Impietriva. Quel fischio ha dettato il tempo a Rivera e Sivori, a Riva e a Rocco. Gianni Brera lo aveva definito: «Un po' Dionisio, tiranno di Siracusa, un po' Abd el Karim, pirata saraceno». Luigi Gianoli, invece, scrisse: «Per me somiglia tutto a Timoleone... Timoleone, detto l'intemerato, era cittadino corinzio e venne a liberare Siracusa dai cartaginesi per governarla poi, ma da semplice privato. Un amministratore, insomma.
E la rese felice. Fu forte, generoso, geniale».
Per Gian Paolo Ormezzano era «meglio di Kalì che in fondo aveva soltanto nove braccia, egli è trimurti, Brahma Siva Visnù insieme, arbitro, assicuratore, assessore».
Perfino il grande Indro Montanelli lo onorò con un elzeviro memorabile. Fu dopo la partita Fiorentina-Cagliari, 12 ottobre 1969, in cui il pubblico di Firenze lo aveva salutato al grido «duce, duce», e, Montanelli, sbollita l'ira del tifoso, scrisse: «Entra nel campo col passo del proprietario che perlustri il proprio podere... Se ogni tanto alza lo sguardo sugli spalti, è come se ve lo lasciasse cadere dall'alto...». E concluse sicuro: «No, i fiorentini hanno avuto torto: Lo Bello non è il duce. E, anche se l'accostamento avesse qualche verosimiglianza, almeno ne andrebbero rovesciati i termini, perché è caso mai il duce che può aspirare ad essere scambiato per Lo Bello, non viceversa».

Lo Bello sarebbe agli antipodi del calcio di oggi, flebile, affollato di comparse trasparenti, di emuli di don Abbondio, incapaci di decidere.
Era un personaggio forte. Duro e splendente come il diamante.
Aveva il coraggio dell'autorità e, essendo bravissimo tecnicamente, il suo fischio imperiale disarmava. Il vento del ricordo fa rispuntare mille episodi. Quando al Vomero, tranquillo come un domatore, accettò di finire un Napoli-Juventus con cinquemila tifosi ai bordi del campo.
O quando aveva denunciato l'avance di Totò Vilardo, che gli aveva offerto 5 milioni per favorire il pareggio alla vigilia di un Cosenza-Bari.
Quando inflisse alla Spal 3 calci di rigore in una partita, subì un'indagine fiscale dal Ministro Preti, ferrarese. I suoi rendez-vous con Sivori e Rivera sono passati alla storia, come l'inchino di Rocco, «el Paron», davanti al suo cartellino rosso.

Quando nella finale dell'Olimpiade di Roma l'attaccante jugoslavo Galic lo apostrofò, riconobbe quella parola frullata via, che l'allenatore dell'Ortigia pallanuoto, Bonacic, gli aveva un giorno tradotto, con un eufemismo, in «figlio di buona donna». Avrebbe potuto far finta di niente, invece estrasse il cartellino rosso.
Sei anni dopo ai Mondiali d'Inghilterra, in Urss-Germania, espulse Cislenko per fallo di reazione. Pagò il suo rigore: l'opposizione dei Paesi dell'Est gli impedì di dirigere una finale ai Mondiali, come avrebbe meritato (proprio quella del famoso gol-fantasma pro Inghilterra, chissà cosa avrebbe deciso...). Lo Bello diede scandalo, arbitrando anche dopo essere entrato in Parlamento. Replicò: «Continuo, perché sono un uomo libero».
Oggi abbiamo nostalgia della sua interpretazione. Lo Bello appartiene al calcio: arbitrò in A dal '54 al '74 e nessuno, come lui, ha diretto 328 partite in A e 4 finali di coppe europee. Era un uomo di sport. Eclettico. Appassionato. Tra i fondatori dell'Ortigia di pallanuoto, nel '52, ne fu il primo allenatore e, poi, per 21 anni, il presidente. Ha presieduto la Federazione Pallamano dal '76 alla morte.
Ha promosso per Siracusa la Cittadella dello Sport.
La sua ombra, irraggiungibile come quella di Solimano, attraversa la memoria nel profumo dei gelsomini e delle zagare.

DA BLOG SICILIA-SIRACUSA

l’Arbitro italiano per antonomasia.
Cominciò a dedicarsi all’arbitraggio calcistico a metà degli anni quaranta e proseguì fino a metà degli anni settanta battendo svariati record: dal numero di partite arbitrate in serie A (ben 328) a quelle in campo internazionale (93 incontri). A cinquant’anni compiuti arbitrò la finale di coppa Uefa e nel 1960 ebbe l’onore di accogliere sul suolo italiano, a Siracusa la fiaccola olimpica.
Quanti lo hanno vivo nella memoria così come i giornali dell’epoca lo descrivono come un uomo “tutto d’un pezzo”, un arbitro duro ed inflessibile che vigilava attento sullo svolgimento del gioco, puniva ogni infrazione e non ammetteva repliche, insomma ben diverso dallo stile odierno.
Il ritratto più colorito è forse quello del giornalista Montanelli che racconta che “entrava in campo col passo del proprietario che perlustra il proprio podere”.

Per i curiosi è sufficiente navigare un po’ tra i siti di storia calcistica per trovare un’infinità di aneddoti più o meno leggendari su “Don Concetto”. Si racconta di come abbia arbitrato senza tentennamenti con oltre 5000 tifosi assiepati ai bordi del campo ma anche dell’espulsione di un giocatore jugoslavo alla finale delle olimpiadi, reo di aver inveito contro di lui nella propria lingua, ignorando che Lo Bello aveva appreso un certo numero di parole jugoslave dall’amico Bonacic, allenatore dell’Ortigia Pallanuoto. Durante la sua carriera denunciò pubblicamente anche diversi tentativi di corruzione.
Con lo stesso fervore e la stessa generosità si dedicò anche a Siracusa. Nella veste di politico promosse in ogni modo lo sviluppo dello sport in città. Se oggi, sopra la Balza Akradina si può vedere troneggiare la cittadella dello sport lo si deve in gran parte all’impegno e alla testardaggine profusa da Lo Bello che aveva creduto fermamente nella necessità di dotarsi di impianti dove i giovani potessero praticare ogni tipo di sport. Fu così che Siracusa negli anni settanta ebbe impianti sportivi all’avanguardia per l’epoca.
La morte lo colse nel 1991, all’età di 65 anni. Se nei più anziani la memoria di Don Concetto è ancora forte e viva, fa piacere apprendere che vengano organizzate iniziative come il memorial Lo Bello affinché anche i giovanissimi possano ricordare l'impegno di questo personaggio. Vogliamo concludere anche questo post allora con una frase di Concetto Lo Bello che ben riassume lo spirito dell’uomo: “la pratica sportiva è sterile se non ottiene come risultato una profonda educazione morale e sociale”.

DA SOLE 24 ORE

9 settembre 1991: se ne va il re degli arbitri, Concetto Lo Bello

di Marco Innocenti

Muore il 9 settembre 1991, di un tumore. Dio guarda giù e lo porta via nel sonno. Ha solo 67 anni e cento altre sfide ancora da vincere. Carlo Grandini, sulla "rosea", lo saluta così: "Se ne è andato Concetto Lo Bello, un po' Robin Hood, un po' moschettiere del re, un po' generale Patton". E' sepolto sulla collina di Siracusa che si affaccia sul mare, accanto alla Cittadella dello sport, lui e il suo capolavoro uniti per sempre.
L'UOMO NERO COL FISCHIETTO
Anni Sessanta. Sull'erba si esibiscono, palla al piede, Rivera, Mazzola, Suarez, Corso, Sivori, Angelillo e tanti altri fuoriclasse degli stadi. Ma, con il fischietto in mano, c'è un uomo in nero, solo, alto, con i capelli folti, i baffi taglienti, siciliano, uno sguardo quasi ipnotico, a volte sprezzante, che incute rispetto, una corsa imperiosa e solenne, la regolamentare giacca nera sopra la camicia bianca con il colletto tipo prima comunione: una divisa arcaica che indossa con britannico aplomb, pur portandosi dietro, integra, tutta la sua sicilianità.
IL NUMERO UNO
Sicuro di sé al limite dell'arroganza, padrone del campo, è il numero uno. Dalla sua bocca e dal suo luccicante fischietto pendono le immense platee degli stadi, in attesa del suo segnale di grazia o di condanna. "Entra in campo - scrive Indro Montanelli, che non lo ama - col passo del padrone che ispeziona il proprio podere". E' l'arbitro più famoso del mondo ma è anche l'uomo che, prima del fischio d'inizio, si fa sempre il segno della croce. Niente e nessuno riescono a intimidirlo, sin dal debutto in serie A, in Atalanta-Sampdoria, il 9 maggio 1954. E non solo per quel fisico possente che mette soggezione, ma per la personalità, l'ascendente sui giocatori, l'autorità e l'autorevolezza che sa mettere in campo, la capacità di valorizzare la figura dell'arbitro protagonista e personaggio. Il suo fischio imperiale e disarmante taglia il campo come un laser di precisione; i suoi gesti sono perentori, fulminanti. Abituato a non arrendersi mai, se necessario sfida i potenti, magari provocandoli, pur di imporre la propria disciplina e l'immagine di incorruttibile. Accanto a questo Lo Bello, che piace ai tifosi, spesso le cronache domenicali ne raccontano un altro: primadonna, un po' gigione, narcisista, innamorato di se stesso, protagonista e personaggio a tutti i costi, capace di espellere platealmente Rocco e il presidente della Spal Mazza o di applaudire in campo Rivera per un numero di alta classe.
IL CONGEDO
Doma con il suo carisma un attaccabrighe facinoroso come Sivori, un falso angelo come Suarez e un ribelle per nulla e per tutto come l'esteta Rivera. Ammette in tv di avere sbagliato nell'avere negato, nel '72, un rigore al Milan. Si schiera a favore della moviola. "Aggiusta" con un rigore di compensazione, dopo averne concesso uno inesistente, la partititissima Cagliari-Juventus del '70. Amato e odiato, incapace di lasciare indifferenti, si congeda nel '74, lasciando al figlio Rosario il compito di reggere un improponibile confronto. Il "monumento", dopo 328 partite arbitrate in A, abbandona il calcio per la politica. Per poi tornare nell'amata Siracusa, città da sempre innamorata del pallone, dove ritrova amici, affetti e gli impianti sportivi da lui fortemente voluti, estrema testimonianza del suo amore per lo sport.

Concetto Lo Bello

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 Concetto Lo Bello (Siracusa, 13 maggio 1924 Siracusa, 9 settembre 1991) è stato un arbitro di calcio e politico italiano.

Detiene il record del maggior numero di partite arbitrate in Serie A (328).

Iniziò la sua carriera nel 1944. Arrivò nella massima serie nel 1954 diventando internazionale nel 1958. Nella sua carriera ha dato prova di grande autorità e bravura in più occasioni, si è imposto in situazioni-limite mantenendo sempre il suo ruolo, malgrado le critiche per molte prese di posizione che erano viste come manie di protagonismo. Fu tra i primi a cercare di tutelare gli attaccanti concedendo dei rigori considerati generosi: fu anche arbitro di alcune sfide che decisero il campionato, tra cui una tra Cagliari e Juventus, che diede la vittoria dello scudetto ai sardi.

Seppur ricopriva un ruolo secondario, in quanto atto all’osservanza del regolamento in campo, rispetto all’evento e alle emozioni che trasmette al pubblico, Concetto Lo Bello è divenuto all’unanimità l’Arbitro con la A maiuscola per eccellenza, rispettato e ammirato dalle platee come dai media, in quanto tale.

Dietro questa operazione di avvicinamento al mondo sportivo di una professione semi-sconosciuta, si cela una grande capacità comunicativa intesa a veicolare i messaggi della disciplina, del corretto comportamento fuori e dentro il campo e in particolare della promozione sportiva a fini sociali ed educativi. Messaggi che solo a distanza di anni si è riusciti a decifrare in quanto tali. Dopo aver sottomesso con fascino ed esercizio autoritario l’intero settore calcistico, giocatori e operatori dell’informazione compresi, Lo Bello ha utilizzato l’autorevolezza acquisitane per far crescere a livello nazionale alcuni sport minori e l’intero movimento sportivo e ricreativo della sua amata città di Siracusa.

In campo internazionale ha collezionato 93 partite, di cui 34 tra Nazionali A. Ha diretto alcune partite delle fasi finali delle Olimpiadi 1960 ( gli incontri di qualificazione tra Polonia e Tunisia a Roma - 6:1 - e Danimarca - Polonia 2:1 a Livorno e la finale Jugoslavia-Danimarca 3-1) dell'Europeo 1964 (semifinale URSS-Danimarca 3-0 a Barcellona) e del Mondiale 1966 (il 16 luglio al Wembley Stadium tra Inghilterra e Messico, vinto per 2 a 0 dai padroni di casa e la semifinale Germania Ovest - URSS a Liverpool dove si imposero per 2 a 1 i tedeschi). Ha inoltre arbitrato la finale di Coppa Intercontinentale del 1966 (Real Madrid-Peñarol 0-2) e le finali di Coppa dei Campioni del 1968 (Manchester United-Benfica 4-1 d.t.s.) e del 1970 (Feyenoord-Celtic 2-1 d.t.s.), di Coppa delle Coppe del 1967 (Bayern-Rangers 1-0 d.t.s.) e di Coppa UEFA del 1966 (Real Zaragoza-Barcelona 2-4 d.t.s.) e del 1974 (Feyenoord-Tottenham 2-0).

Oltre ad essere l'arbitro più presente in Serie A, Lo Bello è anche il più anziano ad aver diretto una partita delle Coppe Europee: è sceso in campo il 29 maggio 1974 a 50 anni e 16 giorni, in occasione della finale di Coppa UEFA tra Feyenoord e Tottenham. Poco dopo questa partita ha dato l'addio al calcio, ma non allo sport a cui è rimasto per sempre legato.

In ricordo della sua figura e della sua carriera, l'AIA ha istituito un premio che porta il suo nome e che va a premiare ogni anno, a fine stagione, l'arbitro italiano con la qualifica di internazionale che più si è distinto.

Carriera politica  

Dopo si è dedicato attivamente alla vita politica: è stato un deputato per la Democrazia Cristiana per quattro legislature e nel 1986 venne anche eletto sindaco di Siracusa (una nomina, la sua, di transizione). Nel 1975 è proponente e relatore della legge n. 781 del 27-12-1975 relativa alla costruzione di impianti sportivi nel Mezzogiorno. Negli anni '60 e '70 riuscì a dotare la propria città di impianti che la posero all'avanguardia come strutture sportive. È stato anche presidente della FIGH (la Federazione di pallamano) dal 1976 alla morte. Anche il figlio Rosario ha vestito la maglia di arbitro, esordendo in Serie A subito dopo il ritiro del padre. Anch'egli internazionale, non ha tuttavia raggiunto la notorietà ed il prestigio internazionale del padre.