Teatro Greco - Monumenti Greci

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Teatro Greco

TEATRO ANTICO

TEATRO GRECO 

vedi ancheAREA DIDATTICA - GRECO Il teatro greco


TEATRO TRAPEZOIDALE DI SIRACUSA

secondo Luigi Polacco
Nel VI secolo la conca naturale del colle Temenite, a Siracusa, ospitò un teatro provvisorio di legno, con palcoscenico leggermente più alto dell'orchestra per la rappresentazione delle commedie ( la tragedia era ancora sconosciuta).
Nell'area dell'attuale teatro Siracusano se ne sono succeduti, dopo quello provvisorio in legno, altri due di forma trapezoidale, prima di giungere a quello semicircolare oggi esistente.
Il secondo teatro venne interamente scavato nella roccia al tempo di Ierone e disponeva di dieci gradoni; il suo sviluppo corrispondeva approssimativamente ai primi dodici gradoni dell'attuale teatro.
Di questo teatro si conosce il nome dell'architetto DAMOCOPO.
Disegno di I. Gismondi
Commento di Carlo Morrone.


Saverio Cavallari 1883, Topografia archeologica.


com'era nel 700
incisione



foto Giovanni Crupi



Il teatro di Siracusa, come si presenta attualmente, è il risultato di un radicale ampliamento e rifacimento, realizzato nel corso del III sec. a. C. da Ierone II. È però verosimile che il più antico teatro, la cui esistenza è testimoniata a partire dal V sec. a. C, occupasse, la stessa posizione. Una notizia risalente al mimografo siracusano Sofrone, vissuto nella seconda metà del V sec. a. C., ci da il nome del'architetto del più antico teatro: Damocopos, detto Myrilla_(Eustazio, Schol. ad Odyss., III 68). Diodoro ricorda che Dionigi_ giunse a Siracusa da Gela, nel 406 a. C nel momento in cui i cittadini uscivano dal teatro (XIII 94): questo infatti era utilizzato, come ovunque in Grecia, per le riunioni" bell'assemblea popolare (lo si deduce anche da altri testi: Plutarco, Vita di Dione, 28; Vita di Timoleonte, 54; 38). La presenza nello stesso luogo del più antico teatro risulta da un passo ancora di Plutarco (Vita di Timoleonte, 38), secondo il quale Timoleonte si recava in carro al teatro dopo aver attraversato l'agorà (provenendo evidentemente da Ortigia), strada obbligata per recarsiverso la Neapolis; inoltre, dal passo di Diodoro che ricorda tra i monumenti costruiti da Ierone II il grande altare «prossimo al teatro»: quest'ultimo non è citato tra le opere di Ierone II, ed era dunque preesistente.
In questo più antico teatro dobbiamo collocare alcune celebri rappresentazioni, come la prima delle Etnee di Eschilo, la tragedia composta per Ierone dopo la fondazione della nuova colonia di Etna al posto di Catania nel 476 a. C. Anche i Persiani sarebbero stati rappresentati per la prima volta a Siracusa, secondo Eratostene (Schol. ad Aristoph., Ranae 1028).
La parte conservata_del teatro si riduce quasi esclusivamente al settore scavato nella roccia, mentre del tutto scomparsa è la parte alta della cave,e così pure l'edificio scenico, realizzati in blocchi di pietra,che furono asportati per essere utilizzati nelle grandi fortificazioni, di Ortigia dell'epoca di Carlo V (tra il 1520 e il 1551). Gravi danni furono arrecati anche dai mulini installati nel monumento nel corso delXVI secolo. Vari scavi sono stati realizzati tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, nel 1921, ira il 1950 e il 1954, e ancora nel corso degli anni '60. La lacunosità dei resti conservati, e l'estrema complessità dei problemi che essi pongono agli studiosi, rendono assai ardua la ricostruzione delle varie fasi del. monumento, in particolare per quanto riguarda l'edificio scenico, del quale sono visibili solo le tracce in negativo, tagliate nella roccia.

1910 - IL TEATRO GRECO VISTO DA RUDOLF LEHNERT




La cavea ha il diametro di 158,60 m, ed è quindi una delle più ampie del mondo greco. Essa comprendeva in origine 67 ordini di gradini, divisi in nove cunei da otto scalette, ed era suddivisa in due settori da una precinzione (diazoma), che correva all'incirca a metà altezza. Questa costituiva l'accesso più importante alla stimma cavea, e ancora oggi vi si perviene direttamente dall'ingresso, attraverso una strada tagliata nella roccia. La parete a monte del diazoma è ornata da modanature in alto e in basso. Su di essa sono incise, in alto, in corrispondenza di ognuno dei cunei, iscrizioni in grandi lettere greche. Il cuneo centrale (V) reca il nome di Zeus Olimpio; il secondo a destra quello di Eracle; gli altri di questo lato, perduti, dovevano recare il nome di altre divinità (si è pensato a Demetra). Sul lato opposto, a ovest, si trovano i nomi di Ierone II (IV), di sua moglie Filistide (III), e di Nereide, la figlia di Pirro e nuora di Ierone (II). In corrispondenza del I cuneo era forse il nome di Gelone II, figlio di Ierone, e a lui premorto. L'iscrizione del nome di alcune divinità nel settore est e di alcuni membri della famiglia reale in quello ovest serviva certamente per facilitare L'accesso degli spettatori ai loro posti. Essa, comunque, permette di datare con notevole precisione la realizzazione del teatro nelle sue forme attuali: tra il 258 (data del matrimonio di Gelone II con Nereide) e il 215 (morte di Ierone). È infatti escluso che le iscrizioni siano state aggiunte in un secondo momento, e lo scavo in profondità dell'immensa cavea avrebbe comunque obliterato ogni traccia di un più antico edifìcio.



La parte costruita della cavea iniziava a partire dal XIX gradino al di sopra del diazoma, ed era sostenuta da un muro esterno (analemma), che toccava il punto più alto a sud-est (8,92 m) e sosteneva il terrapieno artificiale su cui poggiava la parte alta della cavea, ora scomparsa. Sembra che in una prima fase il teatro fosse privo di pàrodoi, e che l'accesso all'orchestra avvenisse tramite due passaggi ai lati della scena. Successivamente furono create delle pàrodoi, ritagliando i muri frontali dell'analemma, che da allora vennero a essere paralleli alla scena (mentre in origine erano inclinati, come spesso avviene nei teatri greci).
L'orchestra, nella fase più antica, era delimitata da un canale scoperto (euripò) largo 1,05 m, oltre il quale una fascia di 2,95 m era destinata al pubblico. In un secondo tempo tale canale fu interrato, e sostituito da un altro prossimo alle gradinate, assai più stretto (0,34 m): il diametro dell'orchestra passò così da 16 a 21,40 m.
Oltre lo spazio semicircolare dell'orchestra era la scena, le cui strutture sono quasi completamente scomparse. Restano solo numerose cavità e fori tagliati nella roccia, corrispondenti a varie fasi dell'edifìcio scenico, che formano una sorta di palinsesto, di difìicilissima lettura. Secondo alcuni studiosi anche la scena, come la cavea, non è anteriore a Ierone II. Non si può escludere del tutto, però, che nello stesso luogo fosse anche la scena del più antico teatro, che quasi certamente occupava la medesima posizione dell'attuale.
Il Rizzo propose di riconoscere in cinque spianamenti, della roccia (65 e 66 nel senso est-ovest; 60, 62, 63 in senso nord-sud) la preparazione di una grande scena munita di paraskénia, da lui datata tra il V e il IV secolo. In realtà, due dei grandi spianamenti nord-sud (62 e 63) non sono altro che i passaggi (pàrodoì) originali che davano accesso all'orchestra, mentre gli altri sono piuttosto da riferire alla preparazione della scena di età romana (che però, molto probabilmente, sostituiva, nella stessa posizione, una più antica scena ellenistica). A questa appartenevano probabilmente il lungo canale scavato nella roccia e coperto (31,33), al quale si accedeva da una scaletta sottostante al palcoscenico (32), e che attraversava l'orchestra da sud a nord, fino a raggiungere una stanzetta quadrata . Si è proposto di riconoscere in tale apprestamento le « scale carontee », per mezzo delle quali si potevano avere particolari effetti scenici (scomparsa o apparizione improvvisa di. attori, ecc). Entro questa fossa fu scoperta la cariatide che decorava la scena ellenistica (ora al Museo di Siracusa). Alle fasi più antiche della scena appartengono anche la fossa 47, che presenta a sud lunghe incisioni verticali a coda di rondine (si è pensato che fosse utilizzata per il sipario, come le più tarde fosse antistanti, di età romana), una serie di incassi perpendicolari, a nord della fossa stessa (81, 82), e una lunga crepidine con le tracce di una serie di colonne e di pilastri, che vi poggiano sopra (92). Questa costruzione viene in genere interpretata, insieme alle fosse retrostanti, come una piccola scena mobile, destinata alle rappresentazioni fliaciche (una sorta di scenette clownesche tipicamente italiote). Potrebbe però trattarsi anche di un elemento avanzato della scena ellenistica più antica.

Siracusa:Pianta dell'area della scena e dell'orchestra ( da Anti-Polacco)


Sui lati di questa sono due grandi piloni risparmiati nella roccia (lunghi più di 14 m), determinati dal taglio delle párodoi a L, e inclusi nella scena d'età romana. Di questa rimangono: gli spianamenti della roccia che, per le loro dimensioni (circa 3 metri di larghezza) mostrano di aver sostenuto strutture imponenti a più piani; la fossa dell'aulaeum (sipario) (27), con una serie di fori destinati a contenere le strutture telescopiche che ne permettevano l'innalzamento, e la camera di manovra circolare a est; due incassi semicircolari negli spigoli interni dei piloni di roccia laterali, sui quali si legge anche la traccia del proscenio. Queste cavità appartenevano evidentemente a due nicchie semicircolari, entro le quali dovevano aprirsi le porte laterali dell'edificio scenico. Quella centrale, più ampia, era probabilmente al centro di una nicchia di forma rettangolare: è questo uno schema che non appare mai nei teatri auguste! e successivi, che presentano in genere una nicchia semicircolare al centro, e due rettangolari ai lati (a partire dal Teatro di Marcello). Esso si ritrova, invece, nel teatro di Pompeo: sembra quindi probabile che la sua presenza nel teatro di Siracusa sia da ricondurre a età augustea piuttosto antica, e cioè al momento stesso della deduzione della colonia.
In età tardoimperiale la situazione fu totalmente modificata, probabilmente per adattare l'orchestra agli spettacoli dei giochi d'acqua (colymbetra). Vi fu allora realizzata quella fossa di pianta trapezoidale (40), che è stata a torto interpretata come traccia superstite di un teatro arcaico. In tale occasione si dovette arretrare la scena, e quindi anche scavare un'altra fossa per l'aulaeum, che è più lunga della precedente, e presenta anch'essa una camera di manovra a est (14). Non è sostenibile, invece, che il teatro sia stato trasformato per i giochi gladiatori, come pure è stato proposto: manca infatti del tutto la caratteristica più tipica che ritorna in questi casi, e cioè l'eliminazione dei gradini più bassi della cavea per la creazione di un alto parapetto (ad esempio nei teatri di Taormina e di Tindari). La presenza di una griglia metallica, di cui restano le tracce, sarebbe stata comunque insufficiente allo scopo protettivo. Del resto, l'ipotesi era basata sostanzialmente sulla datazione tarda (età severiana, o successiva) dell'anfiteatro. La sicura cronologia augustea di questo rende insostenibile l'utilizzazione del teatro per i giochi gladiatori.
Un'iscrizione, ora perduta, permette di datare con precisione i lavori dell'ultima fase (CIL, X 7124). Vi troviamo menzionato un Nerazio Palmato, probabile governatore (consularis) di Sicilia, come autore di un rifacimento del teatro che comprendeva in particolare la scena. È probabile che si tratti dello stesso personaggio che restaurò la curia di Roma dopo il sacco di Alarico CIL, VI 57128): in tal caso, i lavori dell'ultima fase del teatro di Siracusa saranno da attribuire addirittura ai primi anni del v sec. d. C.
La cavea del teatro è dominata da una terrazza, tagliata nella roccia del sovrastante colle Temenite. A questo si accedeva tramite una scalinata al centro, e una strada incassata sulla sinistra (a ovest), nota come via dei Sepolcri. Lo spianamento artificiale era occupato da un grande portico a L, che includeva la metà occidentale della cavea. Di questo portico è oggi visibile solo una banchina tagliata nella roccia, a 7,40 m dalle pareti di fondo, che costituiva la fondazione del colonnato frontale. Restano anche tratti della pavimentazione in cocciopesto, e fori per le travi del tetto nel tratto di parete rocciosa conservato per una notevole altezza (fino a 8,56 m) sul lato nord. In fondo al portico era anche una banchina, alta e larga 0,45 m, conservata in alcuni tratti all'estremità ovest del portico settentrionale.


Al centro della parete nord si apre una grande grotta artificiale con soffitto a volta (larga 9,35 m, alta 4,75, profonda 6,35), all'interno della quale è una vasca rettangolare rivestita di cocciopesto. Nella parete di fondo una nicchia serve da sbocco a un ramo del grande acquedotto greco che attraversava le Epipole; l'acqua, poi, si immetteva in un canale intagliato lungo la parete di fondo del portico, che doveva confluire nel sistema idraulico del teatro (dove, oltre alle tarde installazioni dell'orchestra, esiste un canale sotto il VI sedile a partire dalla precinzione). Molto interessante è la sistemazione esterna della grotta, fiancheggiata da due piccole nicchie ad arco, rivestite in origine di intonaco e, più all'esterno e più in basso, da altre due nicchie maggiori (successivamente trasformate in sepolcri): è probabile che tali nicchie ospitassero in origine delle statue. Nel punto meglio conservato della parete, sopra la grotta, si vedono i resti di un fregio dorico, che decorava la facciata esterna della grotta prima della costruzione del portico. L'insieme era concluso da una balaustra, appartenente a una terrazza superiore, che si affacciava verso il teatro.
La parete rocciosa, soprattutto verso ovest, è in parte coperta da intagli relativi a piccoli quadretti (naiskoi), simili, a quelli che si trovano un po' ovunque a Siracusa, alcuni dei quali appaiono tagliati dalle strutture relative alla sistemazione monumentale della zona, rispetto alle quali sono quindi, evidentemente, più antichi. Se ne può dedurre che il complesso presenta almeno due fasi: una prima sistemazione della grotta, con il fregio dorico, seguita dalla creazione del grande portico a L. Siccome quest'ultima fase è chiaramente connessa con il teatro nella sua forma definitiva, se ne deve concludere che la prima fase è precedente (ciò che conferma, tra l'altro, l'esistenza del teatro prima di Ierone II).
Vari documenti permettono l'identificazione di questo complesso, strettamente collegato al teatro: in primo luogo, due iscrizioni ellenistiche onorarie trovate nel teatro (ma certamente provenienti dal portico), realizzate dal collegio degli attori dionisiaci. Da una di esse si ricava che la statua di un certo Àpollodotos figlio di Lucio era collocata nel Mouseion. Vi si parla inoltre di libazioni, evidentemente in onore di personaggi eroizzati. Ora, proprio nell'area del portico furono scoperte all'inizio del secolo delle coppette da libazione con inciso il nome di Ierone. Inoltre, dalla stessa zona del portico provengono tre statuette di Muse in marmo, ora al Museo di Siracusa. È dunque evidente che il complesso sovrastante al teatro non è altro che il Museo, sede ufficiale della corporazione degli attori. Nella Vita di Euripide si ricorda che Dionigi il Vecchio aveva dedicato nel Museo di Siracusa (che infatti, come abbiamo visto, è anteriore a Ierone II) la cetra, le tavolette da scrivere e lo stilo appartenenti al poeta ateniese, acquistati per la somma enorme di un talento.



Sul lato ovest della terrazza (a poca distanza dall'angolo con 11 lato nord) ha inizio la via dei Sepolcri, uno degli accessi al teatro, certamente preesistente alla sistemazione definitiva della terrazza stessa. La via sale in curva prima verso ovest, poi gira a nord, per una lunghezza complessiva di circa 150 m. Le sue pareti sono costellate da incavi per quadretti votivi, di età ellenistica, e da ipogei più tardi, per lo più d'età bizantina. Verso la fine della via, sulla sinistra, si conserva ancora un rilievo rupestre in cui si distingue la rappresentazione dei Dioscuri a cavallo e di Trittolemo sul carro tratto da serpenti alati.
Scavi nell'area a ovest del teatro (1953-54), appartenente al colle Temenite, hanno rivelato la presenza di un .santuario arcaico, nel quale si deve riconoscere il santuario di Apollo Temenite. L'altare fu ricostruito più volte, e spostato sempre più a ovest, man mano che veniva ampliata la cavea del teatro. Le tracce più antiche di occupazione risalgono alla fine del VII sec. a. C. L'ultimo peribolo, di forma quadrata, fu in parte tagliato dal muro di analemma del teatro di Ierone II Esso dovrebbe appartenere dunque al IV sec. a. C. Vi è stata scoperta la parte inferiore di una statua arcaica di calcare, con i piedi in marmo.
Antonio Randazzo
PREMESSA
Numerose campagne di scavi hanno interessato la vasta zona della “NEAPOLIS” già dal 1756 con Cesare Gaetani che ne intuì l’importanza e successivamente riprese da; Francesco Saverio Landolina, 1743-1833; G.M.Capodieci 1804-1807; Lo Faso di Serradifalco e Francesco Cavallari 1834-1839; O. Puchstein e R. Koldewey 1895; Paolo Orsi 1907-1916; H. Bulle 1924; Carlo Anti 1946-1947, 1949; Luigi Polacco 1970-1976, i quali ultimi, dopo minuziose ricerche e comparazioni, ne hanno riferito i risultati nel volume “il TEATRO ANTICO DI SIRACUSA”, Rimini -1981- MAGGIOLI EDITORE, dal quale testualmente si trascrive la pagina 47- CAPITOLO III - LE VICENDE DEL TEATRO.
ROVINE E CURIOSITÀ DAL MEDIOEVO AL SETTECENTO
Nulla sappiamo del teatro di Siracusa dalla caduta dell’impero romano al secolo XVI. Abbandonato e venuto a trovarsi lontano dall’abitato, che si era ridotto ben presto all’isola di Ortigia, le acque dilavanti dal Temenite e dalla Via dei sepolcri condussero al suo parziale interramento e, come tutti i monumenti antichi, divenne una cava di materiale per nuove costruzioni. Le tracce di lavoro dei cavatori di pietra provano che non ci si accontentò di asportare i conci lavorati, ma si approfittò anche di questa specie di «fronte di cava» offerta dalle singole gradinate per ritrar¬ne anche molti blocchi grezzi. Due fatti precisi contribuirono peraltro alla rovina del monumento nel secolo XVI l’asportazione fino dalle fondamenta dei materiali dell’edificio scenico, avvenuta nel 1526, all’epoca di Carlo V, per la fabbrica dei bastioni di S. Filippo e di S.Lucia e la costruzione nella cavea, intorno al 1576, per iniziativa del marchese Pietro Gaetani, di alcuni mulini azionati dall’allora ristabilito acquedotto Galermi. La costruzione di questi pur modesti edifici, l’adattamento di strade d’accesso e delle condotte e degli scarichi d’acqua condussero ad intaccare gravemente le gradinate in più punti. Le acque più o meno liberamente cadenti qua e là fecero poi il resto. Tuttavia negli stessi anni, in cui si compiva la estrema rovina del monumen¬to, questo comincia a destare l’interesse dei dotti locali: Claudio Mario Arezzo (1527),Tommaso Fazello (1558), Vincenzo Mira¬bella (1613), G. Bonanni (1624). Ma nei loro scritti si va ben poco al di là di men¬zioni generiche. Agli eruditi locali, nella seconda metà del secolo XVIII, si aggiungono i viag¬giatori stranieri tra i quali Gius. Fil. d’Orville nel 1727.
Le rovine del teatro antico di Siracusa, scavato quasi interamente nella balza rocciosa di una conca naturale del TEMENOS, già utilizzata dalle popolazioni più antiche prima della colonizzazione greca come luogo di culto sacro agli Dei, (da qui il nome), così come si presentano oggi anche a visitatori più attenti, poco o nulla lasciano intravedere di quello che fu uno dei più grandi teatri dell’antichità chiamato MAXIMUM da Cicerone.
È uno dei più vasti del mondo greco e nel III secolo d.C., in età romana imperiale, fu adattato alle nuove esigenze dello spettacolo e dei giochi circensi subendo profonde trasformazioni. Dall’inizio del secolo scorso è utilizzato per manifestazioni teatrali e culturali in genere.
Nella prima metà del V secolo a.C., a Siracusa, esisteva già un teatro legato al nome di Epicarmo, padre della commedia greca vissuto a Siracusa sotto il regno di Gelone e di Ierone I e con esso quelli dei commediografi, pressoché contemporanei, Formide e Deinocolo. Ebbe grande importanza nella vita della città, giacché Siracusa, con Atene e Alessandria d’Egitto, fu uno dei maggiori centri di vita teatrale, politica e spettacolare e patria d’origine della commedia. Si vuole che nel teatro greco di Siracusa fosse rappresentata per la prima volta la tragedia “I Persiani” di Eschilo, ed è certo che nel 476 a.C. vi si rappresentò “con ogni splendore” la tragedia “Le Etnee”, scritta da Eschilo per commemorare la fondazione di Etna (presso l’odierna Catania) da parte di Ierone I l’Etneo. Sofrone, il mimografo siracusano dell’ultimo terzo del V secolo ricordava anche il nome dell’architetto di questo primo teatro siracusano, Demókopos, soprannominato Myrilla per aver fatto distribuire degli unguenti (“myroi”) in occasione dell’inaugurazione. Il teatro è ricordato nel 406 a.C., al tempo di Dionisio, che vi fece certo rappresentare i molti drammi da lui stesso scritti oltre che quelli dei tragediografi suoi contemporanei come Antifonte e Carcino il Giovane.
La struttura accoglieva non solo rappresentazioni drammatiche ma anche le assemblee del popolo.
La CAVEA, quasi interamente scavata nella viva roccia, salvo le parti estreme superiori costruite con blocchi riportati, nel periodo di massimo splendore, (ellenistico), era formata complessivamente da 65 gradoni, dei quali 35 quella superiore, alti all’incirca quaranta centimetri e profondi complessivamente circa ottanta, dei quali, centimetri trentacinque costituivano il piano di seduta e i rimanenti centimetri quarantacinque un poggiapiedi profondo centimetri quattro che lo delimitava all’interno.
Era suddivisa in 9 cunei e sovrastata da una terrazza con porticato ad L e da un colonnato semicircolare che contornava il perimetro unitamente ad un alto muro, del quale sono visibili ancora oggi i letti di posa.

Opera n. 120, anno 2005: veduta prospettica da Sud, foto V. Accarpio.


Polacco Anti, fig. 44, Fronte rocciosa Sud dell’area scenica

Polacco Anti, fig. s.n. Veduta dall’alto.


Wenzel Lit. e Cavallari dis. Napoli R.Lit. Militare-1840- Veduta pittorica del teatro


Tavola XXX (Polacco – Anti): Pianta generale del complesso monumentale del Temenite

Tavola IV (Polacco–Anti) L’elaborato altimetrico dell’architetto Alberto Carlo Scolari evidenzia la preesistente cavea ellenistica e le modifiche romane.


Tavola XXX (Polacco-Anti): Ricostruzione pianta Siracusa VI (epoca imperiale).


Foto collezione APIT: Il complesso monumentale del Temenite.


Tavola XXXI (Polacco-Anti) Schizzo assonometrico di ricostruzione volumetrica sul Temenite in età romana imperiale dell’architetto Scolari.

La cavea inferiore, fino all’ampio diazoma, (in età ellenistica aperto al posto dei preesistenti gradoni 28-29 e 30), era formata da 27 gradoni certamente ricoperti di marmo. Per adattarlo alle loro esigenze teatrali i romani allargarono l’orchestra diminuendo da quindici a dodici i primi gradoni che furono anche ridotti di dimensione con l’eliminazione dei poggiapiedi. Ricostruirono un nuovo edificio scenico, (forse a tre piani) e un palcoscenico mobile con accesso diretto degli attori da due “versurae”, scavarono le cripte laterali, aumentarono le vie d’accesso e d’uscita, (vomitoria), ai vari settori della cavea e risistemarono la tribuna centrale e quelle laterali, lastricando di marmo sicuramente tutta la parte inferiore del teatro. Delle incisioni in lingua greca, cuneo per cuneo, rimaste nel fregio che corona la parete del diazoma maggiore abbiamo quelle a Heracles, Zeus Olimpio, re Ierone II, Filistide e Nereide, figlia di Ierone e sposa di Pirro.

F. S.Cavallari: Incisioni nella parete del diazoma.



F. S.Cavallari: Disegni di frammenti di cornici e statue in pietra trovati nel teatro

F. S.Cavallari: Disegni di frammenti di cornici e statue in pietra trovati nel teatro

Foto inizio 900: il teatro antico visto dall'alto


Molti studiosi concordemente affermano che l’edificio scenico di Segesta venne costruito ricalcando quello già esistente a Siracusa, nella scultura ricostruito scala 1/100 circa anche in altimetria, sulla base della planimetria tavola XXX e tenendo conto del disegno di H. Wirsing

Disegno di H. Wirsing (1925): Ricostruzione edificio scenico del teatro di Segesta.


Il fronte scena nella scultura, (ricostruzione congetturale), foto V. Accarpio.

LA SCULTURA
Questa opera lignea, che non è un plastico e non voleva esserlo, sebbene realizzata tenendo conto degli studi Polacco-Anti in un corretto rapporto di misure, ma una “SCULTURA”, compendio di un escursus storico-archeologico a scopo umanistico più che scientifico, è un tentativo di dare una visione d’insieme di quello che fu uno dei più grandi teatri dell’antichità e contribuire alla sua conoscenza.
É stata realizzata assemblando ed incollando migliaia di tasselli di pregiate essenze di legno (noce, mogano faggio, iroko, abete, pino, ramen), distinguendo le parti esistenti e quelle mancanti con colorazione diversa per indicare le successive modifiche romane. Sovrapponendo blocchetti, non in scala per ragioni tecniche, simulando una possibile soluzione costruttiva, sono state ricostruite le mura e gli analemmata a partire dai letti di posa indicati dal Polacco, raddoppiando le altimetrie della balza rocciosa e della stessa cavea per ragioni estetiche e tecniche costruttive. I primi 24 gradoni sono stati suddivisi in due colori, il meno intenso, per indicare che i primi 12 sono quelli modificati dai romani. (vedi tavola IV allegata).
Da siracusano dello “scoglio”, d’antica generazione innamorata della sua terra, mi auguro di poter contribuire a far conoscere meglio la genialità di chi progettò e la maestria e le fatiche di chi edificò e rese grande l’antica Siracusa.
Da artista spero di suscitare emozioni con questa opera, iniziata nel mese di Gennaio 2005 e completata nel mese d’Agosto, che dedico alla mia città e a tutti coloro che l’amano e si battono per la sua rinascita.
Antonio Randazzo

La scultura: Veduta prospettica da Sud, foto V. Accarpio.



Vista posteriore dall’alto, foto V. Accarpio.


Vista anteriore dall’alto foto V. Accarpio



L’edificio scenico nella scultura foto V. Accarpio



Veduta da Sud-Ovest: Particolare del porticato, del colonnato e degli analemmata
(ricostruzione congetturale) foto V. Accarpio.


La scultura: veduta da Ovest


veduta da Est, foto V. Accarpio.
Sono visibili gli ingressi alle cripte, le tribune laterali, le “versurae” e le parodoi.



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