Castello Svevo - Monumenti medievali

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Castello Svevo

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Il CASTELLO SVEVO di AUGUSTA
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INTRODUZIONE
Nell'attuale centro urbano di Augusta, a circa 20 chilometri da Siracusa verso Nord, esiste un altro castello svevo1 che, unitamente al Castello. Ursino (13) di Catania e al Castello Maniace di Siracusa, conclude la triade delle architetture federiciane di nuova edificazione sulla costa ionica, legate da caratteristiche univoche sia per la maestosità degli impianti che per l'originaria pittoresca ubicazione sul mare, scelta non solo per la grande valenza strategica, ma anche per quella paesaggistica ed economica.
La visita al castello di Augusta non può prescindere dalla seppur sintetica analisi delle fabbriche spagnole che si sono aggregate attorno all'edificio medievale a partire dal XVI secolo. Infatti, come avviene a Siracusa e a Catania, esso fu inglobato all'interno della fortezza militare spagnola, di cui oggi permangono ampie strutture, venendo a rappresentare il cuore del sistema difensivo.
Il primo indagatore attento del castello in quanto monumento fu ancora una volta lo studioso G. Agnello, il quale in una nota (14) del suo libro sull'architettura sveva in Sicilia così si esprime: "Ho potuto compiere lo studio del castello dietro speciale autorizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia: non mi è stato tuttavia consentito di effettuare saggi esplorativi per avvalorare, col risultato di scavi e di più approfondite osservazioni, alcune questioni architettoniche che ho perciò prospettato in via ipotetica”.
Infatti, già dopo l'Unità d'Italia (tra il 1890 e il 1896), il castello, cessato l'uso militare, verrà adibito a carcere di massima sicurezza e tale resterà sino al 1978: il prof. Agnello indagò la struttura federiciana, quindi, mentre essa era funzionante come carcere, con tutte le trasformazioni, alterazioni e diverse destinazioni d'uso che ciò aveva comportato.
E doveroso riconoscere allo studioso il grande merito di essere riuscito, con le limitazioni che la situazione oggettiva gli presentava, ad analizzare e fornire dati importantissimi e basilari per tutti gli studi successivi e ciò non solo per il castello in esame, ma per tutti gli edifici federiciani da lui presi in considerazione, per alcuni dei quali, successivamente
demoliti, la sua descrizione rimane l'unico documento.
In tempi recenti il Castello di Augusta ha cominciato ad essere oggetto di interventi di restauro da parte della Sovrintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa, che hanno permesso agli studiosi un esame più accurato delle fabbriche originali e, di
conseguenza, il raggiungimento di risultati più concreti, ad opera soprattutto di A. Cadei, S. A. Alberti e F. Maurici (15)2.
STORIA DEL CASTELLO DALLA NASCITA AI NOSTRI GIORNI
Racconta una leggenda tramandataci dal Salomone (16)3 che nel 1229 l'imbarcazione di Federico II colta da un'improvvisa tempesta trovò rifugio nelle calme acque del porto megarese. Pare che l'imperatore, immediatamente affascinato dalla bellezza paesaggistica del luogo, abbia subito pensato di impiantarvi una città ex novo.
Oggi appare sciolta la intricata matassa dell'origine della fondazione di Augusta che alcuni storici locali, per incondizionato spirito campanilistico, volevano forzatamente fare risalire ad Ottaviano Augusto (17)4 e, quindi, al periodo romano.
Se una frequentazione di questa fase è attestata sul sito della greca Megara Iblea (18)5, tacciono le fonti e non vi sono dati materiali riguardo ad una fase romana sull'isola di Maremorto, dove nel XIII secolo nascerà la federiciana Augusta alla quale Federico assegna i limiti territoriali con un diploma melfitano del 1231.



Nel 1234, durante il Parlamento di Lentini la città, chiamata a parteciparvi, è insignita del titolo di veneranda. "Nel '39 ha raggiunto la sua piena sistemazione politicocommerciale, perché è di quest'anno un diploma di Federico con cui viene creato custode del porto Angelo Frisar, coll'incarico di nominare notaro delle contrattazioni commerciali e
di segnalarne il nome alla regia Corte" (19)6.
La corrispondenza con il custode del porto continuerà nel 1240 per disposizioni riguardanti la gestione amministrativa dei campi, dei granai e dei mulini e con diploma dato in Foggia l'imperatore nomina porti statali solo quelli di Milazzo ed Augusta,
autorizzati all'esportazione fuori dal Regno.
Il Frisar riceve un'altra missiva con le disposizioni relative al trasporto delle granaglie nelle case di un certo Riccardo Montenero, collocazione temporanea in attesa del restauro dei magazzini portuali non più idonei a contenere derrate alimentari (20)7.
Augusta partecipa al Parlamento di Foggia del 1240 con due rappresentanti.
Sebbene la corrispondenza pervenutaci sia abbastanza lacunosa, dai pochi documenti in nostro possesso appare indubbio un interesse particolare di Federico per la città di Augusta e per il suo territorio, ove esistevano oltre al porto dalla chiara vocazione
commerciale il relativo caricatore di Agnone, possedimenti agrari fertilissimi che furono sfruttati proprio dal sovrano per impiantare la canna da zucchero. Federico si impone come prosecutore storico della vocazione agraria del territorio scelto dai greci alla metà dell'VIII sec.
Se le indagini archeologiche al momento poco hanno rivelato dell'impianto urbano di Agusta, meglio informati siamo circa la storia dell'edificazione del superbo castello che ancora domina incontrastato la città.

 


"Il rapporto della costruzione del castello di gusta con la fondazione del 1231 della nuova città ove furono trasferiti gli abitanti delle ribelli Centuripe e Montalbano era proclamato da iscrizione già sopra il portale settentrionale; altra iscrizione sopra il portale meridionale ne commemorava il compimento nel 1242" (21) 8.
Dopo la repressione quindi della grande rivolta guelfa delle città della Sicilia orientale, Federico fondò la città probabilmente tra il 1231 e il 1233, popolandola soprattutto con centuripini e battezzandola Augusta dal momento che egli stesso ammiratore della
romanità, veniva definito imperator semper augustus.
Le potenzialità economiche e territoriali furono immediatamente colte da Federico, il quale appaltò contestualmente la costruzione del castello.
Ci soccorrono ancora una volta le lettere scritte a Riccardo: il 17 novembre 1239 l'imperatore si complimenta con il suo praepositus per lo stato di avanzamento dei lavori.
Nello stesso mese e nello stesso anno (22), in data 24, un'altra lettera ci rende conto del fatto che il sovrano ordina la consegna di una somma di denaro che era rimasta nella disponibilità del collettore Trogisio da Caltagirone a favore del castello di Augusta.
Nella costituzione del 1240 il nostro castello non risulta, come quello di Lentini, tra i castra exempta (23).
In base all'epigrafe sopra ricordata, il cantiere apertosi nel 1232 si chiude nel 1242.
Come avviene per il castello di Siracusa, per il periodo compreso tra il 1240 e 1250, anno della morte dell'imperatore, non riusciamo a ricostruire la storia sveva del nostro edificio.
La storia successiva corre invece in parallelo con quella del Castello Maniace.
Il Castello di Augusta viene menzionato nella più antica lista angioina dei castelli della Sicilia (1274 e 1278).
Dal 1282, con l'elezione di Pietro d'Aragona, il castello passa agli aragonesi, ma nel 1287 viene espugnato dagli angioini dopo un lungo assedio di quaranta giorni e consegnato poi a Giacomo d'Aragona.
Nel 1365 viene nominato conte di Augusta Matteo Moncada, riconfermato nel 1373. Il conte, nel 1378, riesce a strappare dalla prigione del Castello Ursino, la regina Maria
d'Aragona promessa in sposa a un Visconti di Milano dal reggente Artale Alagona. La regina fu ospite al Castello di Augusta sino a quando venne liberata, nel 1379, dalla flotta del re d'Aragona e data in sposa a Martino di Montamblanco.
Dieci anni dopo il nostro castello passa ad Artale Alagona.
Tra la fine del '400 e gli inizi del '500 Consalvo Cordova visitò anche la piazzaforte di Augusta e fu in quell'epoca che iniziò il progetto di costruzione delle mura difensive in funzione dell'introduzione delle artiglierie.
I lavori andarono per le lunghe e il loro effettivo avvio si data alla metà del '500 grazie ali
'interessamento del viceré Gonzaga.
Nel 1551 Augusta e il suo castello subiscono il saccheggio dei turchi.
Dalla fine del 1500 agli inizi dello secolo successivo avvengono grossi interventi attorno alla fabbrica sveva, con il taglio dell'istmo e con l'erezione di due dei quattro bastioni che presero il nome di San Bartolomeo e Vigliena; alla metà del 1600 sono datati il forte di San Filippo e di San Giacomo (24)9.
Nello stesso secolo vengono realizzati i forti Vittoria e Torre Avalos nello specchio del porto.
1567 segna (dopo duecento anni) il ritorno di Augusta a città demaniale.
Il Salomone riporta la notizia che nel 1647 al castellano del "castello Maggiore" viene concesso "di poter fare una salva reale di tutta l'artiglieria e mascoli di detto castello nella festività del glorioso patriarca S. Domenico patrono della città".
Nel 1675 la città e il castello cadono in mano ai francesi che vengono cacciati dopo tre anni. Si racconta come il generale Le Feuillade tentasse di far saltare il castello prima della ritirata definitiva (25)10.
"I danni subiti allora dalla rocca sveva dovettero essere veramente ingenti, perché tre anni più tardi il viceré di Sicilia Benavides, conte di S. Stefano, si rivolse al patriottismo dei cittadini, chiedendo un donativo straordinario per dare un migliore assetto alle fortezze di Augusta" (26)l.
Il risultato fu talmente positivo (trentamila scudi) da consentire l'intrapresa dei lavori per la ulteriore trasformazione della piazzaforte con la realizzazione di una seconda cortina bastionata; l'evento venne riferito in una lapide posta sulla porta di Benavides.
Tra il 1680 e il 1682 l'ingegnere militare C. Grunemberg intraprende i colossali interventi del fossato e dell'opera a corno nonché la costruzione del ponte e dei rivellini denominati di Santo Stefano (a Sud) e di Sant'Anna (a Nord).
Durante il terremoto del 1693, come ci riferisce l'Amico, si sviluppò un incendio che causò lo scoppio della polveriera.
I danni umani al castello si calcolarono in parecchie decine di unità; trovarono la morte quaranta monache che avevano trovato rifugio nel castello, il castellano e la sua famiglia (nella città 2300 morti) (27)11.
I danni materiali interessarono soprattutto l'ala Nord-Est della costruzione.
Il viceré Francesco Giudice diede impulso alla rinascita della città e della sua fortezza restaurata nel 1702.
Nel 1713 il castello risulta difeso da una guarnigione di 400 soldati.
Ferdinando II potenzia la piazzaforte per fronteggiare il fermento dei moti liberali (1831) facendo trasferire il materiale bellico dal castello di Catania: il castello svevo di Augusta viene ormai definitivamente soffocato dalla costruzione di opere avanzate.
Nel 1848 gli insorti occupano la cittadella militare che viene riconquistata dalle truppe borboniche nel 1849.
Nel 1850 vengono fatti piantare dal maggiore del genio militare, Micheraux, alcuni alberi nel piano del castello per dare refrigerio alle truppe durante gli intervalli tra le attività militari.
Il 15 ottobre 1860 la bandiera italiana sventola sulla torre poligonale del lato Sud del castello che si era arreso senza sparare un solo colpo.
Dinanzi alla roccaforte, nel 1870, si attrezzano le tende della "Commissione Scientifica Internazionale", venuta ad Augusta per studiare l'eclissi totale di sole di quell'anno 28.
Nel 1875 venne inaugurato nella Pianga del Cartello il serbatoio che portò per la prima volta l'acqua potabile agli augustani 29.
Intorno al 1880 iniziarono i lavori per la sistemazione a villa del piano del castello che si avviarono a compimento quando, nel 1890, il castello divenne penitenziario. Ciò comportò adattamento e trasformazioni della originaria struttura ducentesca.
Il carcere venne chiuso nel 1978.


LA FORTEZZA SPAGNOLA

Come avviene per il Castello Maniace di Siracusa, anche per il Castello Svevo di Augusta non si può iniziare la visita al monumento senza considerare le strutture spagnole che si sono aggregate attorno ad esso e nel suo interno e che hanno cambiato, tra il XVI e il XVIII secolo l'assetto di quella che in origine era una penisola.
Una vera e propria cittadella fortificata appare agli occhi di chi si accinga a raggiungere il castello, nonostante le moderne trasformazioni che hanno determinato la nascita della villa cittadina. La fabbrica sveva fu chiusa da una duplice cerchia di mura.
La visita al castello e quindi alla fortezza spagnola avviene attraversando prima la cinta realizzata nel XVII-XVIII secolo che è ovviamente quella che, cronologicamente, viene dopo la cinta più interna del XVI secolo.
Tutto il progetto della piazzaforte si deve all'ingegnere militare Carlos Grunemberg chiamato dal viceré Ligne: completamento del taglio dell'istmo (già iniziato sotto il viceré Los Velez nel 1621), ponti levatoi, opera a corno, bastioni, rivellini, camminamento coperto e un imponente spalto 30. Percorrendo l'attuale strada che porta al Castello Svevo ci si trova sul Rivellino Quintana che presenta i resti di una delle due porte spagnole 31.
Originariamente il rivellino 32 era collegato da ponte levatoio (ormai in opera muraria) all'opera a corno che con i suoi due bastioni fiancheggia la Porta Benevides (33).
Superata la porta (attualmente messa in sicurezza), a destra si trovano le cortine che insieme al Bastione Santa Teresa proteggevano la fortezza dal versante che guarda sul porto.
Un'opera a tenaglia -San Francesco - è collocata a Nord del Bastione Santa Teresa.
Totalmente stravolto l'assetto della piazzaforte nei tempi moderni, tanté che oggi si accede alla cinta del XVI secolo attraverso la villa comunale che rappresentava lo spianamento dello spiazzo antistante il castello.
Sul versante opposto insiste il Bastione San Carlo.



La cortina interna, con strutture murarie m sopra il livello del mare, forma un quadrilatero con 4 bastioni agli angoli (San Filippo, San Bartolomeo, San Giacomo e Vigliena), un rivellino lui lato Sud, su cui in origine furono colloca bocche da fuoco potenziate da altre 16 su una linea superiore. Sulle torri del castello furono piazzati 4 mortai.
Sopra il rivellino furono poi costruite le opere relative al penitenziario, che oggi ospitano la Questura.
Lungo la cortina difensiva rimane la porta spagnola con i relativi stemmi.
L'originario fossato che si collegava al castello svevo, divenuto vero e proprio mastio mediante tre ponti levatoi è totalmente interrato. I tagli a feritoria e il piombatolo sovrastante, atti al funzionamento di uno dei ponti, sono visibili, anche se tamponati,
sopra l'architrave della porta che oggi dà l'accesso al Castello Svevo.
Gli altri ponti sono per lo più stati trasformati in muratura e gli altri fossati sono solo parzialmente identificabili.
Ricordiamo l'avvenuto potenziamento del golfo di Augusta intorno alla seconda metà del XVI secolo con la realizzazione, su progetto del viceré Garzia di Toledo, di tre forti sugli isolotti esistenti: Forte Garsia dal nome del progettista, forte Vittoria dal nome della moglie e Torre Avalos, dal nome dell'esecutore del progetto del Toledo, Ferdinando da Avalos.


PIANTA ORIGINARIA e RILIEVO TOPOGRAFICO

pianta originaria secondo G. Agnello, da "Architettura sveva ' Sicilia".

Il Castello Svevo di Augusta ha pianta quadrata (m 62 per lato) con leggero allungamento su uno dei lati, corte interna con ali edilizie precedute da portici; torri angolari non perfettamente quadrate e torri rettangolari mediane lungo i lati Est ed Ovest; una torre poligonale (forse ottagona in origine) in posizione mediana lungo il lato Sud. Non più esistente o mai realizzata è la torre angolare Nord-Est.
Ipotetica l'esistenza di una torre mediana lungo il lato Nord. G. Agnello ripropone l'icnografia originaria con torri simmetricamente disposte e tipologicamente uguali: 4 torri angolari quadrate, 2 torri rettangolari mediane nei lati Est ed Ovest, 1 torre poligonale mediana lungo il lato Sud e un'altra identica per forma e posizione lungo il lato Nord.
La superficie dell'edificio, escluso lo sviluppo delle torri, raggiunge un'area di mq 3844.
Si accedeva alla struttura mediante due aperture, una a Sud e una a Nord, la cui forma originaria non si può al momento ricostruire, ma la cui esistenza si ricava dalle informazioni pervenuteci dal Vita e dal Fazello.
Lo spessore dei muri perimetrali è di m 2,60 realizzato con bel fodero di conci in pietra arenaria "giuggiulena" (34).
All'interno, lungo la corte aperta (m 31,40 x m 26,30), corre un doppio porticato lungo il lato Sud e tre porticati lungo gli altri lati. I portici sono articolati in crocierine di m 4,40 xm 3,70 e si aprono sul cortile con arcate ogivali larghe m 3,30 per un'altezza (allo stato attuale) di m 4,60.
Alle ali Est ed Ovest lo spazio si organizza, in pianta, con 7 quadrati; le crociere di queste ali misurano m 8,50 x m 7,50. Totale assenza di muri divisori. I muri presenti oggi sono tardivi.
L'ala Nord presenta crociere le cui dimensioni richiamano maggiormente quelle del Castello di Siracusa essendo perfettamente quadrate con il lato di m 8,65.
L'ambiente Est non ha comunicazione con quello Sud, col quale invece si ritiene fosse collegato il lato Ovest I lunghi ambienti venivano illuminati sia dal portico antistante sia da monofore a strombo.
Si confronti la ricostruzione della pianta originaria proposta di recente da S. A. Alberti in base ai nuovi studi sul Castello Svevo: assente il doppio portico lungo l'ala Sud della corte interna; torre mediana lato Nord rettangolare.
Come avverte lo stesso studioso "la pianta ricostruttiva che dà conto di quanto sin qui emerso deve essere letta come semplice ipotesi di lavoro nel senso che serve a rendere visibile quanto si è potuto accertare ad oggi"35.
Un attento esame geologico della penisola di Maremoto potrebbe fornirci i dati esatti sul suo assetto geomorfologico in età medievale e quindi darci un'idea della totale altezza che la costruzione raggiungeva in origine.
Non lontano forse dal vero, G. Agnello ipotizzava un'altezza dello scoglio di una decina di metri che aggiunta a quella di m 23 del castello ci dà un'idea della potente suggestione che l'intera struttura doveva esercitare su chi si avvicinava ad essa dal mare o da terra.



Le fondazioni del castello si impostano sulla roccia con una grandiosità di soluzioni più imponenti rispetto a quelle attuate nel castello di Siracusa. Riferisce Agnello che, durante alcuni lavori effettuati nel lato orientale dell'allora carcere, venne in luce "un maestoso basamento a risega, che scendeva nel suolo con gradinate alte cm 60 e che fu possibile seguire soltanto sino ad alcuni metri di profondità".
Tale porzione di fondamenta a risega dà un'idea dell'imponenza dei lavori delle sostruzioni che, articolandosi probabilmente a vespaio innalzavano notevolmente l'edificio dal livello del mare.
La parziale coeva documentazione dell'esistenza di ambienti sotterranei soprattutto go l'angolo Nord- Est convalida ulteriormente la teoria dello sfruttamento del sottosuolo.
E auspicabile quindi una riapertura delle indagini sui sotterranei del castello che potrebbero fornire importanti risultati.

PROSPETTO SUD

Si accede al Castello Svevo attraverso un cortile che, essendo stato di pertinenza all'ex - carcere occupato da corpi di fabbrica relativi ad esso, che si innestano sulle parti angolari della costruzione federiciana alterandone la icnografia originaria.
Gli intonaci hanno poi ricoperto la superficie de conci calcarei Il prospetto Sud, quello principale, nonostante le alterazioni già del periodo spagnolo e le superfetazioni moderne colpisce immediatamente per la presenza di una massiccia torre poligonale, rivestita di conci a bugnato in pietra "giuggiulena" (36) posta al centro della struttura.



Ma si trattava di una vera e propria torre? Se da un lato la parte basamentale realizzata in muratura piena nonché la tecnica a bugnato esterna fa pensare ai dispositivi di sicurezza attuati nelle torri normanne (37) che offrivano al nemico una maggiore resistenza, dall'altro la totale assenza degli arcieri e l'assenza di una parete a chiusura del lato interno (l'attuale è di rifacimento tardivo), lasciano per il momento in sospeso le conclusioni definitive.
L'impatto visivo è di fortissima suggestione e, considerando che gli spagnoli realizzarono il terrapieno attorno all'edificio svevo, la torre poligonale risulta ad una quota più alta rispetto all’imposta originaria recentemente messa in luce dal saggio di scavo che si può osservare alla sua sinistra e che rende visibile la scarpa aggettante verso l'esterno.
Essa è stata rasata nella cimatura (probabilmente nel '500), operazione che non permette di ricostruire l'altezza totale della torre.
Dalle recenti indagini risulterebbe anche l'ammorsatura della torre con la fabbrica federiciana. "Che la torre poligonale sia stata realizzata unitamente al resto del castello non può dubitarsi sia perché i conci si ammorsano perfettamente nella muratura della
cortina sud sia perché sono venute alla luce brevi scarpe al di sotto delle altre torri ornate con un bugnato assai simile a quello della torre poligonale" (38).
Si dibatteva in passato infatti se essa fosse parte integrante e quindi coeva al castello e non una precedente torre normanna inglobata poi in esso o addirittura cinquecentesca39.
A sinistra della 'torre' pentagonale si apre la porta che dà l'accesso alla costruzione sveva.
Nella sua veste attuale si data al rifacimento cinquecentesco che probabilmente inglobò la porta federiciana. Nel XVI secolo sovrastava la porta un piombatoio, demolito nei lavori di trasformazione del 1890. Si leggono ancora le due caditoie verticali.
Non sappiamo se la porta Sud, forse la più grande, avesse ammanto marmoreo e decorazioni scultoree come avviene a Castel Maniace

PORTICO ed ATRIO

Attraversiamo la porta lasciandoci alla destra la poderosa torre poligonale e ci troviamo subito in un ambiente stravolto dai rimaneggiamenti successivi, ma in via di restauro.
Nonostante l'alterazione della copertura si individuano le sagome delle crocierine relative al doppio portico del lato interno Sud, unici elementi per ora individuabili della doppia sequenza di crocierine.
La porta spagnola, opposta a quella di ingresso, ci dà l'accesso all'atrio del castello svevo mascherato dalla pavimentazione moderna dell'ex carcere e attorniato sui lati Ovest e Nord dai caseggiati ad esso pertinenti.
Liberata in parte l'ala Sud e quasi per intero l'ala Est.
Nel cortile si individua ancora il pozzo già esistente nella fabbrica federiciana.




L'approvvigionamento idrico fu una delle massime preoccupazioni del progettista dell'edificio.
Il pozzo, oggi privo d'acqua, ha una profondità di m 9, che non è quella originaria, dal momento che esso fu colmato con opera muraria in epoca imprecisata come ci informa G. Agnello in base ad notizie avute da uno degli operai che erano stati incaricati di riadattare il pozzo, che fu esplorato per un metro di profondità.
Secondo lo studioso la sua profondità originaria, essendo il livello dell'apertura a m 23 da quello del mare, doveva superare questa misura40".
Caduto in disuso il pozzo furono realizzate, intorno alla prima metà del seicento, due cisterne a Nord e a Sud con una capacità complessiva di 480 metri cubici, risultanti ancora in uso durante la destinazione del castello a carcere.
Superando l'impatto sicuramente negativo della visione della struttura carceraria, ci predisponiamo ad attraversare lo spazio architettonico rappresentato dagli archi del portico Est, che di recente è stato in parte liberato e che predispone alla fruizione del
complesso svevo.

ALA OVEST

La sequenza ininterrotta delle piccole coperture a crociera ci fa immediatamente tornare alla mente il modulo compositivo delle coperture sveve ed entrare magicamente nell'atmosfera del tempo.
Le crocierine poggianti sui peducci penduli ci riportano a quelle già ammirate nei vestiboli del Castello Maniace, nel portico del Vaialo Bellomo o nel portico del Palazzo Arcivescovile.
I pilastri su cui poggiano le arcate a sesto acuto fungono egregiamente da elemento statico delle volte del portico dal lato esterno e la stessa funzione viene assolta dal muro perimetrale nella parte interna.
Le attuali finestre aperte sulla parete Est del portico che guarda al cortile nascono da un ampliamento delle precedenti feritoie compiuto nel XIX secolo dall'ingegnere Blasco.
La copertura della totalità delle crocierine mette in opera conci disposti a spina-pesce.
Attraverso la soglia relativa alla originaria apertura federiciana attraversiamo l'enorme spessore del muro perimetrale (m 2,60) e ci ritroviamo nello spazio dell'ala attigua al portico.
Veniamo qui ammaliati dalle superbe volte a crociera il cui sviluppo e la cui realizzazione tecnica ci riportano più decisamente a quelli del castello di Siracusa., essendo state realizzate con identico sistema. Il sistema arco-costoloni ha funzione portante solo nei primi conci.
Forse a causa della pietra arenaria gli scultori federiciani non ebbero la possibilità di dar vita alla varietà plastica del castello di Siracusa, che qui si manifesta in maniera più moderata nella serie dei capitelli pensili che accolgono l'imposta dei costoloni delle volte.
L'uso poi dei semipilastri a parete e non delle semicolonne, come a Siracusa, appesantisce le masse architettoniche dell'insieme.


La sopravvivenza di alcuni peducci decorati (motivi a zig-zag, a canestro, a foglie di palma, a decorazione vagamente floreale...) fanno pensare all'esistenza di un' apparato plastico, per la maggior parte irrimediabilmente perduto.
L'arricchimento scultoreo si allarga alle serra- glie delle volte, alcune delle quali hanno restituito elementi decorativi. .
Liberato dai tramezzi e in parte dal rinzeppamento del piano di calpestio, il primo quadrato mostra anche la cordonatura in grossi conci alla quota del pavimento originario.
Nella parte angolare Sud-Ovest si impostavi la torre, di cui vediamo l'apertura attualmente colma di materiale di riporto.
Salendo gli scalini opportunamente realizzati per colmare l'attuale dislivello tra il primo modulo e il secondo, il cui pavimento risulta ancora alla quota più alta, troviamo lungo la parete Ovest la traccia della torre mediana tragicamente alterata nella trasformazione del 1890: notiamo dall'interno l'apertura di una finestra che ne ha stravolto la forma originaria.
Essa, come la simmetrica torre mediana lungo il lato Est, conteneva una cisterna.
In quest'ambito alcuni peducci sui quali si impostano gli archi attirano la nostra attenzione essi sono particolarmente decorati e ben conservati traversiamo un muro tardivo divisorio proseguendo nell'ambiente (riutilizzato come filanda dai carcerati) che originariamente era a nastro continuo, troviamo nell'angolo Nord- Ovest porticina archiacuta che rappresenta l'accesso alla "torre” angolare, riutilizzata come magazzino dei filati.Lungo le pareti si notano le tracce di imposta un soppalco.
L'ambiente, illuminato da una finestra a doppio strombo, è alto m 7 (attualmente) ed è coperto da una volta a crociera i cui archi poggiano su peducci finemente intagliati posti agli angoli ad una altezza di m 3,45 dal pavimento.
Possiamo interpretarla come torre? Nessuna traccia di scala per la comunicazione con l'esterno. L'ambiente è aperto solo verso l'interno dall'unica porta esistente e il suo soffitto risulta privo di comunicazione verso l'alto essendo chiuso dalla volta a crociera.
Torniamo nell'ex -filanda proseguendo verso l'ala Nord che ci mostra due campate ancor leggibili nello sviluppo delle volte a crociera

ALA NORD

Una porta aperta nella mezzeria della campata sinistra rispetto alla "torre" che abbiamo appena visitato, ci mette in comunicazione con l'ala Nord.
L'arco del vano-porta ha mantenuto la tipica strutturazione sveva nonostante l'alterazione subita nel 1890; superata la soglia si perviene nel l'ambiente che venne adibito a chiesetta del carcere.
Di tale uso restano evidenti tracce nelle acquasantiere ancora esistenti e nella nicchia rivestita d ciottoli vulcanici che accoglieva la statua della Madonna di Lourdes, che fu ricavata nello spessore murario originario vicino alla porta.
Delle crociere originarie rimangono i monconi degli archi. Esse probabilmente subirono danni a causa dell'esplosione della polveriera poco distante (Nord- Est) e, per motivi di sicurezza, furono abbattute e sostituite da nuove coperture.
Completamente trasformata la rimanente parte dell'ala Nord sino all'angolo Nord-Est.
Scomparsa qualunque traccia degli archi cinghiati e delle volte, dei pilastri e dei capitelli.
Nei volumi dei moderni ambienti, adibiti a cinema per i reclusi, si coglie ancora l'icnografia dell'edificio svevo (41).



Per chi volesse leggere la descrizione lasciataci da G. Agnello scoprirebbe che, all'epoca in cui lo studioso scriveva, negli anni '30 dello scorso secolo, questo ambiente era la cappella.



Grazie allo studio recente di G. Carrabino42 apprendiamo che quando nel 1893 il castello divenne penitenziario fu prevista la realizzazione di una cappella, "...inspiegabilmente non si utilizzò a tale scopo quella esistente, trasformata in sala cinematografica con nuova pavimentazione, inclinata e sovrapposta a quella d'origine, ov'erano inserite le lapidi sepolcrali.
A cappella del penitenziario, fu destinato il vano specularmene opposto ad essa rispetto al varco settentrionale del Castello".



Scomparsa completamente la supposta torre mediana. Oggi nel punto della sua ipotetica ubicazione esiste un'apertura che collega con l’esterno. Siamo nella zona in cui, secondo le fonti, avrebbe dovuto esistere la porta secondaria del Castello Svevo.
Imbocchiamo il corridoio perpendicolare alla sopracitata apertura in direzione Sud e attraverso un vestibolo con porta archiacuta sveva perveniamo sul portico nord che guarda al cortile. Da questa posizione, alla nostra destra si presenta nell'ambito del portico
stesso una scala (limite Ovest) "La rampa è realizzata con grandi monoliti sovrapposti ed è tagliata a mezzo vano porta archiacuto oltre il quale prosegue verso un ripiano definito da una volta a botte spezzata in piccoli conci, a sua volta chiuso da un vano archiacuto rimpetto al quale è ricavato nello spessore del muro, un piombatoio"43.



La scala è agganciata al muro perimetrale non sembra esserne parte integrante. Al stesso modo la copertura del vano-porta della scala poggia su un peduccio che a prima vista può sembrare svevo, ma che ad un'analisi più attenta risulta di gusto quasi rinascimentale: "non si può stare in avanti il periodo della realizzazione della scala almeno nella definizione attuale" 44.
Dal vestibolo si prosegue in direzione Est entrando in piccole camere che hanno stravolto l'assetto originario, ma nei cui angoli emergono i mutili resti degli archetti delle croci portico Nord.


ALA EST

Allo stato attuale, durante il percorso di questo tratto si viene un po distratti dalle brutture recenziori, ma non bisogna dimenticare il filo conduttore per leggere la struttura del Castello Svevo è quello degli ambienti continui.
Dall'attraversamento delle stanze del carcere si passa, girando sulla sinistra nell'ala Est: la porzione iniziale di questa, divenuta refettorio del carcere, presenta dei saggi esplorativi lungo il muro, che hanno messo in evidenza grossi conci di arenaria pertinenti al muro perimetrale originario.
Sotto i pesanti intonaci esistono, poi, tratti delle volte a crociera.
Attraverso uno squarcio nel muro si può uscire all'esterno ed osservare la torre mediana Est.
Essa è l'unica che, almeno in esterno, non ha subito alterazioni né intonacature.
Di forma rettangolare, nel lato lungo misura n 10,40 e m 4 in quello corto.
Sono individuabili due feritoie strombate. Essa custodiva una cisterna la cui acqua poteva essere attinta dalla terrazza.
Come a Castel del Monte, in Puglia, questa torre e la corrispondente lungo il lato Ovest facevano sicuramente parte, insieme al profondo pozzo del cortile, dell'ingegnoso sistema di approvvigionamento idrico del Castello.
Si ritorna sui propri passi per completare la visita nel cortile dal momento che la rimanente parte dell'ala Est è ancora da liberare dalle strutture recenti.
Della torre Nord- Est non vi è più alcun elemento che possa farci ricostruire la sua icnografia. G. Agnello ne proponeva la pianta come rettangolare con copertura a crociera, per similitudine on le altre torri angolari.
Per una visione del perimetro esterno del Catello conviene tornare nella parte antistante il propetto Sud e da lì camminare verso l'angolo Sud- Ovest e fare il periplo fin dove possibile, data l'esistenza del cantiere di restauro.


CONCLUSIONI

Nell' attesa del completamento dei lavori di restauro che permetteranno una lettura completa chiara del monumento e soprattutto la sua fruizione, si vogliono fare alcune considerazioni conclusive.
Da questa breve analisi del Castello Svevo di augusta emergono alcuni quesiti riguardanti la icnografia e la funzione del monumento.
Di fondamentale importanza è tenere presente che il cantiere di restauro è appena agli inizi e che quindi i dati al momento utilizzabili sono parziali e rappresentano soltanto la base per una proposta di lavoro.
Tra i problemi icnografici vi è quello dell'esistenza o meno del doppio portico Sud sull'atrio, risolto da G. Agnello positivamente sulla base della traccia della doppia sequenza delle volte a crociera nell'angolo Sud-Est, negativamente da G. M. Agnello e S. A. Alberti, il quale ultimo così si esprime: "Essendosi potuta verificare la consistenza e la forma dell'intradosso dei pilastri in tutto corrispondente a quelli ancora visibili nel cortile dell'ex carcere viene ad essere esclusa la presenza di un doppio portico addossato alla quinta a nord"45.
Lo stesso studioso si esprime comunque in positivo sia sull'esistenza del portico sugli altri tre lati che sulla sua datazione al periodo federiciano, cosa messa in dubbio, per esempio, da L. Dufour46.
Accettando la teoria del portico sviluppatosi solo su tre ali, sembrerebbe sovvertito il principio della simmetria rigorosamente rispettato in tutti gli edifici di Federico II.
L'altro problema riguarda l'esistenza del secondo piano dal momento che, come nel Castello Maniace, anche in quello di Augusta non esistono ambienti a destinazione abitativa: la struttura consiste in un'unica grande, lineare, quasi continua camerata.
La storia delle ipotesi sembra esattamente identica a quella del castello siracusano: G. Agnello aveva ipotizzato l'esistenza di un secondo piano abbattuto durante la trasformazione del periodo spagnolo dovuta alle nuove esigenze belliche determinate
dall'introduzione delle artiglierie; F. Maurici ritiene che sia "estremamente probabile, per non dire certo, che un piano superiore fosse previsto fin dal progetto originario"47.
Al momento si rimane nel campo delle congetture anche perché sopra l'edificio federiciano gravano le superfetazioni dell'ex penitenziario, che non sono state ancora rimosse ed impediscono la ricerca di tracce del letto di posa dell'ipotetico secondo piano l’unica scala esistente, come abbiamo visto non sembra coeva alla fabbrica federiciana.
A questo si aggiunga che l'unica torre (forse impropriamente definita come tale) visitabile, quella di Nord-Est, non presenta traccia di scala.
Le torri mediane sembrano essere state concepite per proteggere le cisterne in esse contenute.
E se Federico avesse fatto realizzare il castello così come lo vediamo noi oggi? Ad un unico livello, dalla maestosa volumetria?
Se confrontiamo le vite parallele dei "castelli" di Siracusa ed Augusta e la storia degli studi su di essi, ci accorgiamo che i simili problemi che essi pongono sono stati affrontati con teorie simili. Dal momento che né a Siracusa né ad Augusta esiste un secondo piano la teoria è che il secondo livello fosse stato progettato e mai realizzato o che esso fosse
stato realizzato e poi demolito dagli Spagnoli.
E se per un attimo pensassimo, senza nulla togliere agli studiosi, che anche ad Augusta, Federico avesse voluto creare qualcosa di diverso da una struttura militare? La struttura ha sicuramente un involucro poderoso con i suoi 2.50 metri di spessore murario ed
elevandosi dallo scoglio per 20 metri doveva apparire maestosa ed incutere paura.
L'interno ci offre un'immagine che non ha molto di militare: un'unica sequenza di straordinarie volte a crociera precedute da un'ininterrotta serie di crocierine che formano il loggiato!
L'apparato scultoreo doveva completare la struttura architettonica alleggerendone ulteriormente la massiccia realizzazione.
Non si può quindi accogliere in toto la teoria della funzione militare del monumento sostenuta, ad esempio, dal Bellafiore 48.
Federico si fece promotore dell'introduzione della canna da zucchero e della vigna nel territorio di Augusta. Anche il sale giocava un ruolo tante nell'economia del territorio, particolarmente dotato di saline 49, insieme al grano e alla lana.
Tutte le merci diventano monopolio di stato e nell'attuazione di questo sistema economico il porto di Augusta assume un ruolo determinante insieme al caricatore di Agnone ove confluivano anche le granaglie della fertile piana di Lentini
Se consideriamo la grossa valenza agraria e di conseguenza commerciale del territorio di Augusta la funzione della fondazione della città imperiale e del suo castello ci sembra non tanto militare ma di tipo economico: "L'impressione complessiva è che almeno il piano inferiore del castello di Augusta, il solo sino ad oggi verificabile nella consistenza originaria, fosse allestito come grande deposito, una sorta di fondaco fortificato che doveva funzionare in rapporto al movimento merci del porto, uno dei pochi autorizzati ad esportare derrate alimentari fuori del regno, e alle coltivazioni principalmente cerealicole documentate tate nel circondario"50.
Con questa lettura del monumento augustano, potrebbe anche darsi che la misteriosa torre poligonale che domina il prospetto Sud, fosse un silos per le granaglie protetto in maniera particolare dal paramento murario a bugnato
Tipologicamente simile ai caravanserragli orientali l'edificio si pone come luogo di sosta fondamentale per lo smistamento delle merci: derrate alimentari per il sostentamento delle milizie federiciane sempre in movimento sugli itinerari di guerra.
La flotta imperiale avrebbe trovato nel porto della città di Augusta non solo riparo sicuro, ma uno scalo fornitissimo di tutto quello che necessitava per l'approvvigionamento delle navi 52, compreso quello idrico, assicurato sia dal profondissimo pozzo nell'atrio che dalle cisterne protette dalle cosiddette torri mediane.
In quest'ottica il fondaco diventa struttura militare, protetto da sistemi difensivi come le pseudo-torri e il notevole spessore murario, frequentato da soldati e civili, che in esso potevano in ogni angolo riconoscere comunque lo stile dell'imperatore che ad Augusta più che in ogni altra città si impose come emulazione della romanità.

La città e il Castello di Augusta, da una stampa del 1677



NOTE

1 Carta IGM 274 I SO Augusta; dati catastali: F.92, particelle 19-20; 49; 50-58. Il cartello di Augusta è vincolato dalla L. 1089/ 1939. È in proprietà del demanio e in consegna alla Sovrintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa che ha già iniziato lavori di restauro. L'edificio è visitabile previa autorizzazione da parte della Sovrintendenza per gruppi particolarmente interessati. E aperto in occasione di eventi culturali ad un più ampio pubblico.
2 S.A. Alberti "Il castello di Augusta" in Federico e la Sicilia, pp. 425-448; A. Cadei in Federico e la Sicilia, pag. 372. F. Maurici "Castelli di Sicilia". 1992.
3 Salomone, "Storia di Augusta", Catania 1905.
4 N. Speciale Historia Siculo, II, 10; N. De Jasmilla f Ustoria rerum italicarum scriptores, Vili; Maurolico Sicana Historia, F. Vita "Inesto istorico della città di Augusta
negli annali regi di Sicilia", Venetia MDCLIII; Cluverio Thesaurus antiquatum Siciliae, lib. I; M. Arezzo Chorographia sive de situ Irtsulae Siciliae-, R. Pirro "Sicilia Sacra":
bibliografia riportata in G. Agnello, op. cit. nota 1 pag. 144.
5 Essa comunque si estrinseca con edifici relativi a fattorie che si impiantano su una piccola parte della città ellenistica di
Megara Iblea (fondata dai megaresi nel 728 a. C.) conquistata da Marcello nel 213 a. C.. La datazione non va oltre il a.C., all'epoca in cui Pompeo aveva conquistato la Sicilia. Dopo un'interruzione di frequentazione del sii parecchio tempo, tra il III e il IV sec. d.C., vi si impianta un piccolo abitato tardo. C'è da chiedersi se la peni; Maremorto fosse frequentata nelle fasi precedenti l'impianto della città federiciana essendo ormai crollata la cri che Augusta fosse stata
fondata da Ottaviano Augusto. Forse essa non fu sfruttata neache dal punto di vista agra momento che i megaresi avevano il fertilissimo terreno alle spalle della città da poter utilizzare. E comunque at che un tipo di aggregazione umana avvenne nelle immediate vicinanze del castello svevo, vero e proprio borgo me abitato da agricoltori, che sfruttarono la campagna a Sud del castello. L'economia agraria era fondamentalrr servizio delle guarnigioni del castello. "L'esistenza di edifici nella zona degli attuali giardini pubblici è provati che dalle tracce riscontrate in occasione di scavi, anche da antiche stampe che hanno permesso di recente la ri zione topografica del borgo medioevale" (E. Salerno Notiziario Storico di Augusta, 4, giugno 1969). Le ricerche ( la certezza dell'esistenza dei quartieri del borgo medievale, che furono pubblicate da T. Marcon ("Orij evoluzione dell'abitato di Augusta" in Notiziario Storico di Augusta, 2).
" G. Agnello, op. cit. pag. 147.
7 Particolarmente curiosa per i tempi la richiesta di due augustanesi, Alberto Commenai e Bonari, che chiedono orizzazione al sovrano a condurre degli scavi nel territorio di Augusta sicuri di trovare inventiones maximas. Federico rcoglie l'istanza e prepone due assistenti agli scavi nominati dalla Curia. Federico è stato, fra le tante cose, anche il io sovrintendente archeologico della storia!
8 Secondo lo storico Vita l'iscrizione era murata sopra la porta Nord e così recitava: AUGUSTAM DIVUS jUSTUS CONDIDIT URBEM/ ET TULIT SIT VENERANDA SUO/ TEUTONICA FEDERICUS EAM DE ILE SECUNDUS/ DOTAVIT POPULO FINIBUS ARCE LOCO (riportata da G. Agnello, op. cit.). L'altra iscrizione, ricordata dal Fazello e riferita da G. Agnello così recita: HUIUS APEX OPERIS EX MAIESTATE DECORIS/ *JOTAT M TORI-M TE FRIDERICE SUUM/ TUM TRI A DENA DECEM DUO MILLE DUCENTA TRAHK- / TEMPRA POST GENITUM PER NOVA IURA DEUM.
"L'imperatore aveva una cancelleria bene organizzata (e come poteva essere diversamente!). Ne aveva una stabile : teneva corte, nei primi tempi a Palermo, successivamente a Foggia, ed una itinerante, che cioè seguiva i suoi :tici spostamenti, sia in tempo di pace che in tempo di guerra: calcolando il numero dei pasti che la cancelleria
2J L. Dufour, 1989, pag. 47.
10 L'episodio i-iene riferito da G.B. Romano-Guerra in " Della congiura dei ministri del Re di Spagna contro la fedelissima ed esemplare città di Messina", Messina, M. ]J I Rocca," 1677.
11 "Svampò anche all'improvviso la numerosa quantità della polvere del Castello Reale e buttò a terra una delle sue torri e la fe volare per l'aria e fece un'orrenda pioggia di furiose pietre e tutta quella numerosa gente che dopo il primo terremoto si era ritirata nel piano del Castello, per non morire sotto le mura aperte e cadenti delle proprie case ritrovò la morte nel campo aperto di quella Piazza d'armi. Si videro più di settecento persone in quella lacrimevole pianura smembrate e fieramente uccise". Questo brano, diario di una monaca del Monastero di San Benedetto che riporta con una forte carica di umanità gli eventi del

 
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