3-dal rame al bronzo - Preistoria Siracusa

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3-dal rame al bronzo

tratto da:Servizio Museo Archeologico Regionale " Paolo Orsi"- Progetto Scuola-Museo-
n.3 DALL'ETÀ DEL RAME ALL'ETÀ DEL BRONZO LE COMUNITÀ SICILIANE TRA ORIENTE E OCCIDENTE




Enrico Procelli


DALL'ET\'c0 DEL RAME ALL'ET\'c0 DEL BRONZO LE COMUNIT\'c0 SICILIANE TRA ORIENTE E OCCIDENTE DOCUMENTAZIONE PDF


Con l'inizio dell'età del Rame l'unità culturale del Neolitico, che dal punto di vista archeologico si evidenzia nella ceramica, viene meno e nell'Italia meridionale, nella Sicilia e nelle isole che le fanno corona, incominciano a sorgere tutta una serie di facies ceramiche diverse tra loro alle quali viene attribuita una valenza culturale.
L'aumento della produzione ceramica è certamente legato all'incremento demografico e alla disponibilità di tempo dovuta al fatto che la produzione agricola prevede tempi morti. Queste due condizioni permetteranno alle primitive comunità umane - come dice la Bibbia - di "crescere e moltiplicarsi" e di dedicarsi ad attività diverse da quelle della mera sussistenza, fra le quali appunto, la realizzazione di oggetti destinati per lo più alla conservazione e cottura degli alimenti.

L'ANTICA ETÀ DEL RAME In Sicilia si sviluppano più facies culturali: quella di Diana-Spatarella nelle Eolie, quella di San Cono -Piano Notaro nella Sicilia orientale e quella della Conca d'Oro 1 nella parte occidentale.
LA CERAMICA
Tutte queste facies sono caratterizzate da una ceramica grigio-bruna, con forme molto semplici e una decorazione incisa e impressa, simili nelle due facies siciliane, da considerare varianti locali di uno stesso aspetto culturale: oggi si tende ad unificarle sotto il nome di facies di San Cono - Piano Notaro. Accanto a questa classe di ceramica ne esiste un'altra a decorazione dipinta con motivi decorativi uguali a quelli della classe a decorazione incisa, che nella Sicilia orientale prende il nome di "stile del Conzo" dalla grotta presso Siracusa dove fu rinvenuta per la prima volta (fìg. 1).
1 - Orcio dello stile del Conzo - Museo Archeologico Regionale "Paolo Orsi"


LA CASA
E' ancora forte la tradizione neolitica con la presenza delle long houses, grandi capanne a pianta rettangolare con i lati corti spesso arrotondati, costituite da una struttura lignea composta da pali per reggere il colmo del tetto a due spioventi e completata ai lati con struttura di paletti e incannucciata, rifinita con un impasto di argilla che, una volta essiccato, dava all'insieme una certa solidità. Date le loro dimensioni erano probabilmente abitate da nuclei familiari abbastanza numerosi, probabilmente composti da famiglie allargate.

LA TOMBA
Le tombe della fase più antica di questo periodo culturale sono ancora quelle dell'età precedente, a cista litica costituite da una fossa scavata nella terra, foderata da grandi lastre in pietra disposte verticalmente, dove veniva deposto un solo defunto, e successivamente ricoperta da un lastrone orizzontale. Ad una fase più avanzata appartiene una tomba rinvenuta nell'area del Monastero dei Benedettini a Catania (fìg. 2) che mostra come il rituale funerario stesse per mutare. Si tratta infatti di una tomba a cista, con ai lati corti un portello che permette il riuso della tomba stessa ed in effetti in questo sepolcro sono sepolte, in tempi diversi, due persone. Nelle fasi più recenti dell'antica età del Rame questo mutamento del rito funerario giunge a maturazione e si inizia ad usare la tomba a grotticella artificiale, costituita da una o più cellette a pianta tondeggiante con soffitto a volta, scavate nella roccia, che sarà utilizzata fino al V sec. a. C. quando in Sicilia sarà soppiantata dalla tomba a fossa di tipo greco. In una prima fase vengono utilizzati i banchi rocciosi orizzontali, per cui l'ingresso è costituito da un pozzetto dal quale si accede alle cellette che possono essere da una a tre. Questo tipo di sepolcro, che si trova anche in altri siti dell'Italia meridionale, è  particolarmente  Sviluppato  nelle necropoli della Sicilia occidentale, che sono quelle meglio conosciute. La presenza di più camere è funzionale al rito funebre, che prevedeva il passaggio del defunto per tutte le camere nelle varie fasi di quello che era un vero e proprio viaggio fino al mondo dei morti.
     2 - Tomba a cista nel cortile del Monastero dei Benedettini a Catania (daRizza 1984-85)



LA MEDIA ETÀ DEL RAME
Con la media età del Rame le comunità umane sviluppano i contatti a medio e lungo raggio e i traffici, iniziati già nel neolitico medio con il commercio dell'ossidiana, diventano più o meno regolari.
Anche in questo periodo sussiste una suddivisione in due facies culturali: quella di Piano Conte nelle Eolie, nella cuspide nord-orientale della Sicilia e in Calabria e quella di Serraferlicchio nel resto dell'isola maggiore.
LA CERAMICA
La ceramica del tipo di Piano Conte è di impasto grigio-bruno scuro, lustrato con caratteristiche ondulazioni in particolari punti del vaso, come l'interno del labbro delle scodelle o in corrispondenza delle tipiche anse sottocutanee. Quella di Serraferlicchio è invece a decorazione dipinta in bruno scuro su fondo rosso cupo, a volte con sovraddipinture in bianco (fìg. 3).


Assieme a questa ceramica sono presenti altre classi non decorate e ancora non bene conosciute.

LA CASA
Solo recentemente una missione archeologica dell'Università di Cambridge ha portato alla luce a Casa Sollima, presso Troina, una parte di una grande capanna, non molto diversa da quelle della fase precedente con all'interno alcune fosse intonacate con argilla che dovevano servire alla conservazione delle granaglie: si tratta delle uniche strutture note di questo periodo.
CONTATTI EXTRA ISOLANI
Testimonianza interessante dei contatti con il Mediterraneo orientale sono due statuette in pietra raffiguranti la figura femminile in modo molto stilizzato, provenienti da Messina-Camaro, (fig. 4)



che rimandano a tipi delle Cicladi e dell'Anatolia. Probabilmente non sono arrivate direttamente dal luogo di produzione, ma vi sono giunte per diversi passaggi di mano o, forse, sono state prodotte localmente ad imitazione di oggetti di provenienza orientale.

LA TARDA ETÀ DEL RAME Questo periodo apre la strada alle società più strutturate dell'età del Bronzo e alla Protostoria. La tarda età del Rame è caratterizzata da due aspetti che nella stratigrafia di Torricella appaiono in successione: la facies cosiddetta di Malpasso, più antica, e quella di Sant'Ippolito che alcuni studiosi considerano già appartenente all'antica età del Bronzo. In questo periodo finalmente sono presenti oggetti in rame.

LA CERAMICA E I METALLI
La ceramica (fig. 5)



caratteristica della facies di Malpasso è a superficie monocroma rossa e ha il suo "fossile guida" nel cosiddetto "bicchiere semiovoide ad alta piastra". Quella della facies di Sant'Ippolito ha invece una sobria decorazione geometrica in bruno su fondo chiaro che mette in risalto le parti del vaso e presenta più forme caratteristiche come il "vaso globulare con becco di versamento", la "brocchetta cuoriforme a base appuntita e becco di versamento ottenuto tagliando la parte terminale del collo" e il "vaso rettangolare a compartimenti multipli e anse interne a ponticello". Le due facies hanno però in comune un'altra forma, il "boccale a collo distinto e ansa sopraelevata e corpo globulare o ovoidale". Più recentemente sono stati rinvenuti un paio di "bicchieri semiovoidi", tipici di Malpasso, decorati nello stile di Sant'Ippolito. Si può quindi ragionevolmente supporre che le due facies ceramiche siano in realtà due aspetti, cronologicamente contigui, di una stessa facies culturale. Tra gli oggetti metallici alcuni tipi, fra quelli rinvenuti, provengono sia dal Mediterraneo occidentale sia da quello orientale.
LA CASA
Le sole capanne conosciute della facies di Malpasso sono quelle del villaggio di Poggio dell'Aquila presso Adrano, che, sebbene lo scavo sia tuttora inedito, sembrano essere di dimensioni più piccole di quelli delle fasi precedenti e a pianta tondeggiante. In questo mutamento è evidente il riflesso del cambiamento subito dalla struttura sociale. La famiglia allargata non vive più insieme, ma si divide in famiglie nucleari molto simili a quelle dei nostri tempi. Solo di recente sono state scavate alla Muculufa (presso Butera) capanne a pianta ovale attribuibili alla facies di Sant'Ippolito, anche se, come già accennato, alcuni studiosi le considerano appartenenti alle prime fasi dell'antico Bronzo.
LA TOMBA
Si conoscono solo poche tombe della facies di Malpasso. La necropoli più importante è quella del sito eponimo presso Calascibetta con tombe a grotticella artificiale plurilobate o con più camerette. A questa facies sono stati attribuiti i monumentali ipogei scoperti nella zona di Calaforno (Monterosso Almo) composti da una successione di cellette a pianta circolare, purtroppo svuotati in antico.

IL BICCHIERE CAMPANIFORME
Questa forma ceramica piuttosto caratteristica funge da fossile guida per la facies che da esso prende il nome: si tratta di un vaso privo di anse con il corpo scampanato, da cui il nome, con una caratteristica decorazione di tipo geometrico, disposta su vari registri, ottenuta ad incisione o impressione spesso con un pettine o con cordicella (fig 6).




Questa facies, diffusa un po' in tutta Europa tanto da essere considerata come la preistoria dell'Unione Europea, pone ancora molti problemi di difficile soluzione. Primo fra tutti la distinzione fra la diffusione della facies culturale vera e propria e quella della facies ceramica, cioè la presenza di esemplari di questa ceramica nell'ambito di facies culturali diverse. Forse originaria della Penisola Iberica, dalla quale il bicchiere Campaniforme si espanse verso nord, verso est e verso sud, dalla Francia passando nell'Inghilterra meridionale, poi verso est in Belgio, Olanda, Germania, Danimarca, Svizzera e Penisola Italiana, dove scese fino all'Italia centrale. La sua espansione continuò raggiungendo la Polonia. Seguendo la via meridionale, dalla Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra il bicchiere arrivò nell'Africa del nord, dal Marocco fino all'Algeria occidentale. Verso est invece attraverso il ponte delle Isole Baleari raggiunse la Sardegna e da qui la Sicilia. Recentemente sono stati trovati esemplari del "bicchiere" anche in Calabria, ma non è chiaro se si tratta di materiali provenienti dalla Sicilia o dall'Italia centrale.
Il problema principale è come e soprattutto perché questa ceramica abbia viaggiato per tutta l'Europa e abbia avuto questa grande fortuna. Si è pensato che fosse esportato come contenitore di una bevanda o che seguisse le rotte del metallo. I primi oggetti in metallo, infatti, sono ottenuti o con rame nativo o con rame arsenicale. Il rame è un metallo molto duttile e quindi si deforma facilmente, la presenza nel minerale di base di sali di arsenico rende il prodotto finito un po' più rigido; il risultato migliora con il bronzo, una lega di rame e stagno. Di quest'ultimo ne occorre una minima quantità, però ci restituisce un metallo molto più resistente. Mentre il rame si trova allo stato nativo praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo, lo stagno si trova soltanto in poche zone, nella Penisola Iberica e, soprattutto, in Inghilterra che ne è tuttora ricchissima. Si ritiene che l'esportazione di questo metallo, dapprima dalla Penisola Iberica e poi dalla Gran Bretagna sia servita da traino alla diffusione del bicchiere Campaniforme.

IL CAMPANIFORME SICILIANO
Il problema dell'origine del Campaniforme siciliano è dibattuto da almeno trent'anni: si sostiene che sia arrivato direttamente dalla Spagna o dalla Sardegna. Nell'isola vi molti esemplari nella Sicilia occidentale, meno in quella orientale, dove alcuni esemplari dalla zona di Siracusa sono sicuramente prodotti localmente.
Recentemente in una necropoli della provincia di Trapani, in contrada Marcita, è stato trovato un interessantissimo complesso del bicchiere Campaniforme. Sono state scavate tre tombe, di cui una non conteneva in pratica oggetti. La più antica apparteneva alla facies di Malpasso e tra i vasi del "corredo" vi era il tipico bicchiere semiovoide di questa facies, accompagnato da una ricca collezione di vasi tra cui i tipici bicchieri Campaniformi, e altri vasi che rientrano tra la ceramica di questa facies. Tra questi ultimi vi sono alcuni esemplari di un vaso con quattro piedini, detto appunto tetrapodo, di un tipo presente nel Campaniforme dell'Europa centrale ma non in Spagna, Gran Bretagna e Francia. Di questa tipologia se ne trovano anche in Sardegna, dove addirittura una tomba di questo periodo viene chiamata appunto Tomba dei vasi tetrapodi. Da questa scoperta si potrebbe dedurre la provenienza del Campaniforme siciliano dalla Sardegna, uno dei centri di produzione metallurgica più antichi e più importanti del Mediterraneo occidentale, per cui si convaliderebbe la teoria del bicchiere Campaniforme associato alla metallurgia. Nella seconda tomba di contrada Marcita vi è invece un vaso tipico della facies di Castelluccio - la principale facies siciliana dell'antico Bronzo - accompagnato anche in questo caso da vasi di tipo Campaniforme. Questi rinvenimenti provano il carattere fittizio delle partizioni convenzionali (Neolitico; età del Rame; antica e media età del Bronzo): il bicchiere Campaniforme si trova infatti in tombe della fine dell'età del Rame e dell'inizio dell'età del Bronzo. La sua durata quindi eccede i limiti imposti dagli archeologici che non devono quindi essere intesi con eccessiva rigidità.

L'ANTICA ETÀ DEL BRONZO
Con l'inizio dell'età del Bronzo e con l'inizio della Protostoria ci avviamo verso comunità piuttosto complesse, sia dal punto di vista sociale, sia da quello economico. La principale facies siciliana di questo periodo è quella di Castelluccio, attestata in quasi tutta la Sicilia ad eccezione delle isole vicine (Eolie, Pelagie, Pantelleria e Ustica), dell'estrema punta occidentale e di una regione corrispondente grosso modo alla provincia di Messina e alla costa tirrenica fino quasi a Palermo. In quest'ultima area e nella Calabria meridionale è diffusa una facies di recente individuazione, quella di Messina-Ricadi che non sarà però oggetto di questa trattazione.
LA CD. FACIES DI RODÌ-TINDARI-VALLELUNGA
Questa facies prende nome dal corredo di una tomba trovata accidentalmente da Paolo Orsi nei pressi di Vallelunga, in provincia di Caltanissetta e conservata al Museo Archeologico di Siracusa. Conteneva materiali della classica ceramica del tipo di Castelluccio con numerosi vasi di ceramica grigio-bruna lustrata e non decorata, di cui la forma più caratteristica era costituita da tazze attingitoio con alte anse terminanti con lunghe appendici a corna o orecchie asinine ma anche a scalpello o ad ascia (fìg.7).

7 - Tazze attingitoio dello stile di Rodì-Tindari-Vallelunga (da Spigo 1984-85)




Luigi Bernabò Brea rinvenne per la prima volta materiali analoghi nella necropoli di Longane, nel comune di Rodì-Milici, in provincia di Messina, composta in massima parte da tombe dell'età del Ferro. Una tomba dell'età del Bronzo conteneva, tra gli altri, materiali del tipo Vallelunga e ceramiche simili si rinvennero a Tindari. Tali materiali furono identificati come rappresentativi di una facies fino ad allora ignota, che si estendeva grosso modo nella provincia di Messina con una penetrazione verso l'interno fino a Vallelunga (da qui il nome di facies di Rodì-Tindari-Vallelunga, di seguito RTV). Il rinvenimento di ceramica simile a Boccadifalco, presso Palermo, a Messina e a Naxos confermava nella sostanza le intuizioni di Bernabò Brea. Gli scavi più recenti hanno invece fatto emergere la diffusione del materiale RTV praticamente in tutta l'isola, mentre esso diventa invece più raro proprio nel messinese. E' importante distinguere i materiali di RTV dalle anse ad appendice bicornuta delle ceramiche non dipinte della facies di Castelluccio e verificare la documentazione fotografica e grafica. Da uno scavo condotto a Milena, in provincia di Caltanissetta, in uno scarico -l'immondezzaio - di un villaggio della facies di Castelluccio, è stata individuata una serie stratigrafica per cui si sono distinti negli strati più antichi molti frammenti dipinti e pochi di RTV; negli strati più recenti quest'ultima ceramica diventava sempre più numerosa rispetto a quella di Castelluccio fino a quando non la soppiantava del tutto, diventando esclusiva come negli strati della facies più recente, quella di Thapsos che caratterizza il medio Bronzo. Si confermano allo stato attuale delle ricerche le intuizioni di Bernabò Brea che aveva capito come la ceramica di Thapsos derivava da quella di RTV, ma in ultima analisi anche da quella della facies di Castelluccio, in quanto questa ceramica non è altro che uno stile sviluppatosi nell'ambito di questa facies. Essa infatti rappresenta un miglioramento tecnico della produzione, perché la ceramica dipinta è in realtà di cattiva qualità, nella maggior parte dei casi con un impasto tenero che si rovina facilmente, al contrario quella grigia è cotta a temperatura molto più elevata ed è molto più resistente e più compatta e ha pian piano soppiantato il prodotto più scadente.
LA FACIES DI CASTELLUCCIO Questa facies culturale, che prende nome dal villaggio eponimo, presso Noto, le cui necropoli sono state scavate ampiamente da Paolo Orsi nel secolo scorso e il cui abitato più di recente da Giuseppe Voza, è la più conosciuta della Sicilia.
LA CERAMICA E ALTRI OGGETTI La tipica ceramica di Castelluccio è decorata in bruno su fondo rosso o comunque chiaro, con essa si trovano anche altre ceramiche non decorate o decorate con applicazioni esterne e cordoni, raramente con incisioni. Le forme, così come la decorazione in genere con motivi geometrici, sembrano ripetitive ma in realtà sono ricchissime di varianti e in molti casi sono anche presenti dei veri e propri pezzi unici. Famoso è, per esempio, un vaso da La Muculufa con la raffigurazione stilizzata di un volto umano con un tratto che sembrerebbe raffigurare un ciuffo che esce dai capelli (fig. 8).



Si diffondono gli oggetti in metallo, in rame arsenicale o bronzo, tra cui una pinzetta, chiodini a capocchia troncoconica, i resti di una tazza di importazione egea, quello che a prima vista sembra un giogo di bilancia di piccole dimensioni, sulla cui reale funzione nutro qualche dubbio, pugnaletti a lama triangolare.
IL VILLAGGIO
L'unico villaggio della facies di Castelluccio interamente scavato e pubblicato è quello di Manfria, vicino Gela (fig. 9),



composto da nove capanne divise in due gruppi, uno meridionale e uno settentrionale, con intorno una serie di focolari e forni disposti in modo che il villaggio fosse sopravvento; a parte invece vi sono gli scarichi, cioè l'immondezzaio del villaggio. Si distingue così l'area dell'abitato, l'area dei forni, l'area dell'immondezzaio, poi più discosta l'area della necropoli. Di grande interesse è la suddivisione delle capanne in due gruppi separati da un grande spiazzo al quale ambedue hanno accesso. Una capanna di dimensioni maggiori delle altre è presente in ogni gruppo: la capanna 3, sicuramente una capanna di abitazione, perché vi sono stati trovati oggetti riguardanti la vita domestica - filatura, cucitura, cottura dei cibi - per quello settentrionale e la capanna 9 per quello meridionale. Nel primo caso dall'elevata percentuale delle coppe su piede - vaso comunemente legato al consumo dei cibi - e dei vasi per bere, doveva trattarsi di un ambiente dove si svolgevano delle riunioni che prevedevano l'assunzione di cibo e di bevande e il suo proprietario doveva rivestire un ruolo di una certa importanza in seno alla comunità. Il gruppo di capanne meridionale ha uno spazio interno, che chiameremo "cortile", destinato alla fruizione di suoi soli abitanti, mentre lo spazio maggiore, che chiameremo "piazza", era fruito da tutti gli abitanti del villaggio. Al limite occidentale di questo gruppo vi era un'altra grande capanna, la 9, situata lì in modo strategico perché dava sia sul "cortile" sia sulla "piazza". Questa capanna è la sola che è in stretto rapporto con un focolare, mentre le altre sono tutte un po' discoste, cosa comprensibile considerando che la struttura lignea dell'abitazione si incendiava facilmente.
Dall'analisi del contesto di questo villaggio e dal confronto con i dati antropologici ed etnografici riguardanti popolazioni tuttora esistenti che vivono in società molto simili a quelle protostoriche, possiamo concludere, a proposito della struttura sociale dell' abitato della facies di Castelluccio che nella comunità una persona o un gruppo riconosciuto, sia esso un capo o un consiglio degli anziani, dei guerrieri, degli uomini sposati o altro, procedeva in determinati periodi alla redistribuzione delle vettovaglie immagazzinate in periodi di abbondanza. Quindi, pur non conoscendo i dettagli, sappiamo che la struttura tribale organizzava e gestiva i problemi socio¬economici della comunità intera.
Da altri scavi conosciamo grandi muri che recingevano un'area grosso modo circolare all'interno della quale vi erano delle capanne e spazi destinati ad attività domestiche. Questi recinti dovevano essere pertinenti ad uno stesso "clan" familiare, che vi ricoverava il bestiame, come succede ancora oggi in alcune comunità pastorali dell'Africa nera. Dallo studio dei resti di pasto -costituiti da grandi quantità di ossa di bovini, ovo-caprini e anche suini - sappiamo che l'economia di Castelluccio si basava oltre che sull'agricoltura anche sull'allevamento.
Alcuni villaggi costieri o a ridosso della costa hanno anche delle mura di fortificazione con torri semicircolari, simili a villaggi dell'Italia meridionale, soprattutto in Puglia, a motivo del pericolo che poteva arrivare dal mare.
LE NECROPOLI E I CULTI
La tomba tipica è sempre quella della grotticella artificiale più o meno dotata di elementi accessori: anticelle, nicchie, tettucci. Si tratta sempre di sepolture collettive probabilmente facenti capo ad un gruppo familiare allargato. Tre di queste, tutte della necropoli di Castelluccio, hanno dei portelli scolpiti con motivi che dovevano avere valenza magico-religiosa. Il processo di monumentalizzazione, diffuso su tutta l'isola, che riguarda alcune tombe è ottenuto in vari modi ed evidentemente rispecchia le condizioni socio-economiche del gruppo familiare cui il sepolcro apparteneva: dalla semplice spianatura della parete rocciosa dove si apre la tomba, alla facciata con finti pilastri resi a rilievo, fino a quella con veri pilastri scolpiti, e a quelle, per il momento rare, con il prospetto costruito in muratura (fig. 10).




Quasi tutti i tipi sono fatti risalire ai contatti con la facies culturale megalitica di Malta, particolarmente fiorente nell'età del Rame ma la cui fine è contemporanea alle fasi più antiche dell'età del Bronzo siciliana. Le tombe con prospetto in muratura, con una costruzione ad arco di cerchio composta da grandi ortostati per la parte inferiore e da scaglie di pietra disposte orizzontalmente per la parte superiore, con l'ingresso al centro costituito da un trilite, sono simili ai cosidetti templi megalitici di Malta, e all'ipogeo di Hai Saflieni, al cui interno sono imitate nella roccia strutture a pilastri.

IL MONDO MAGICO-RELIGIOSO
Difficile da cogliere nelle società antiche, soprattutto in assenza di testi scritti, è l'aspetto religioso, particolarmente ricco e vivace in questa facies, come prova un complesso di figurine in terracotta trovate all'esterno di una capanna a Monte San Giuliano. Si tratta di figure femminili di due tipi, le donne adulte, contraddistinte dal seno, e le bambine che ne sono prive. La quantità di queste statuette trovate insieme ha fatto pensare che si trattasse della capanna di un guaritore e che questi oggetti fossero degli amuleti connessi a problemi del mondo femminile, per esempio la sterilità.
Gli ossi a globuli, costituiti da una porzione di osso lungo, tagliato longitudinalmente e lavorato in modo da ottenere dei semiglobetti, sono presenti in Sicilia con una ventina di esemplari ma si trovano, in quantità minori, in altri siti del Mediterraneo: Malta, Casal Sabini presso Altamura in Puglia, Lerna, presso Argo in Grecia, e ben tre da Troia in Turchia. John Evans ha interpretato la decorazione di questi oggetti come la stilizzazione del corpo femminile. Gli ossi a globuli sono stati chiamati anche idoletti, ma dato che si trovano ovunque, nelle capanne, nelle tombe e negli scarichi, è più probabile che si tratti di amuleti, buttati nella spazzatura, dopo che hanno esaurito il loro compito.

Enrico Procelli
Università degli Studi di Catania

Bibliografìa essenziale

L. BERNABÒ BREA, La Sicilia prima dei greci, Milano 1958.
P. ORLANDINI, // villaggio preistorico di Manfria, presso Gela, Palermo 1962.
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L. BERNABÒ BREA, Eolie, Sicilia e Malta nell'età del bronzo, in Kokalos, XXII-XXIII, 1976-77, pp. 33-99.
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E. PROCELLI, Una facies a cavallo dello Stretto, Rodì-Tindari-Vallelunga e i rapporti tra Sicilia e Calabria nell'età del Bronzo, in "Preistoria e Protostoria della Calabria. Atti della XXXVII Riunione Scientifica", Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 2004, pp. 381-391.


 
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