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| Scultore Antonio Randazzo Memorie di Siracusa |
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RECENSIONI |
Quello che hanno detto di me è contenuto nel catalogo e nella rassegna stampa |
| CATALOGO 4 LINGUE PDF |
HANNO SCRITTO DI ME |
| ALESSANDRO MUSCO |
AD ANTONIO RANDAZZO: LO GNOMO DI ORTIGIA. Artigiano del sogno: credo sia il modo più acconcio di avvicinarsi ad Antonio Randazzo ed a ciò che le sue mani, la sua mente, il cuore…riescono a far nascere dal niente, come fosse un incanto, come fosse una goccia di speranza,flebile e dolcissima, rubata – per un attimo- al gran teatro della vita ed a tutti quegli sperduti angolini che sono le tante trascuratezze, le tante dimenticanze di cui riempiamo-troppo spesso- il gran vuoto della storia che ognuno di noi è. Zattera in deriva o barca con nocchiero a man ferma, l’ognuno di noi che di se stesso cerca di fare di essere persona, non può non sostare, in silenzio, a godere di quanto Antonio Randazzo, artigiano del sogno, ci suggerisce: con modi garbati, si, ma con la fermezza ed il passo sicuro di chi vive, beato la certezza (e non la saccente sicumera) di vivere nel giusto. Di essere dislocato in quel limite, ad un tempo sottile tanto quanto robusto, in cui la parola dell’utopia si intreccia con la parola irripetibile della poesia, con la parola vestita della scultura, con la parola piana e distesa del racconto, o del dialogo o della favola, o dell’incisione… e così via lungo tutti i possibili percorsi del “dire” su cui si inerpica Antonio Randazzo, artigiano del sogno. Ed il sogno si fa vita vissuta: si attorciglia attorno alla speranza, di essa si veste… e cammina per le vie del mondo, di quel mondo reale fantastico insieme che è Ortigia. scirocco e lucentezze del ponente che gira, fino al maestrale che spazza, pulisce, ristora, riapre i discorsi sulle gole riarse. Accendi un altro cerino strusciandolo al vento. ALESSANDRO MUSCO Ortigiano, da sempre e per sempre |
| ANNOTAZIONI SENZA REGOLE DI PAOLO GIANSIRACUSA |
DAL PRIMO BATTITO VITALE FINO ALL’ULTIMO RESPIRO Antonio Randazzo è un uomo libero, senza briglie e senza regole, non conosce condizionamenti di sorta. Per tale ragione il suo procedere obiettivo attraversa anche gli spazi del sogno. Sì, il sogno di un Eden fiorito di legalità e di rispetto per l’uomo, di libertà e di giustizia. Un Eden dove non c’è la spada assassina, dove non ha vita l’ipocrisia, dove non possono nascere i soprusi e le angherie. Una poesia che rifiuta i collegamenti con la storia e i codici stilistici dell’arte. PAOLO GIANSIRACUSA |
LUIGI AMATO |
Di uomini liberi ormai ce ne sono pochi; più una società diventa complessa più si è imprigionati sotto molteplici aspetti. Antonio Randazzo cerca di esserlo al meglio fornendoci qualcosa d’importante su cui riflettere. Nell’ultimo lustro la nostra provincia sembra vivere una sorta di piccolo Rinascimento culturale che speriamo duri e si consolidi. Un cambiamento partito da tante iniziative di talentuosi e coraggiosi individui, artisti, editori, scrittori e musicisti che non hanno voluto rassegnarsi al declino di un’antica città e del suo altrettanto importante circondario. Siamo comunque agl’inizi; pesano come macigni i retaggi di un passato prossimo da dimenticare e le incognite di un presente, dove il mancato sviluppo economico e il persistere di deprecate mentalità possono vanificare ogni sforzo. ARMI ED ARTI È singolare come i luoghi comuni vengano spesso a cadere. È il caso di Antonio Randazzo maresciallo dell’arma dei Carabinieri in pensione e valente scultore con piacevoli sconfinamenti nella pittura e nella letteratura. Per la gente comune sembrano due cose distanti, la storia ci ha insegnato il contrario. Io personalmente ho conosciuto altri due militari-artisti: mio nonno, Alberto Bassoni, generale del Genio, pittore di finissima tecnica e polemista veemente dalle pagine del Borghese di Tedeschi e di Gianna Preda e Arno Baumcker, obergefreiter del 32 battaglione corazzato di disciplina della Wehermacht (gli stessi reparti descritti dal grande Sven Hassel nella sua straordinaria saga) poi legionario in Indocina che aveva imparato in un campo di prigionia sovietico, da un pope ortodosso detenuto con lui, le tecniche di decorazione delle icone, dando vita ad uno stile grafico personalissimo. C’è qualcosa di ineffabile in questi personaggi così diversi tra loro, ma accomunati da una ricerca artistica I LUOGHI Il laboratorio di Antonio Randazzo sorge nella parte alta di Siracusa, quella del sacco edilizio, una città nuova senza capo né coda oppressa dalla bruttezza, dal traffico e oggi anche da una crisi economica e d’identità che lascia ben poche speranze alle giovani generazioni peraltro anch’esse, per colpe sia chiaro, non solo loro, ma anche, svogliate e apatiche. Il segno di una ben radicata antropologia negativa ereditata dalle loro famiglie. A Siracusa non ha fallito solo il mondo politico, che pure ha macroscopiche responsabilità e di cui si parla ormai male con facilità (eser-cizio diffuso e per altro sterile perché in democrazia la politica è specchio della società), ma un’intera popolazione nella sua articolazione. Ha fallito il mondo imprenditoriale, ha fallito la cultura, hanno fallito le forze sociali, le istituzioni laiche e religiose di ogni tipo, ha fallito la gente comune. Abbiamo tutti smarrito il senso di un’identità antica e nel fallimento generale ci siamo autoassolti. Dalla bruttezza e dal caos possiamo uscire attraverso l’arte, soprattutto quella religiosa e sociale di Antonio Randazzo. Mentre sto scrivendo è accaduto un episodio emble-matico ad Ortigia dove sono state danneggiate varie opere d’arte tra cui qualcuna dello stesso Randazzo. Non è il solito vandalismo a cui siamo abituati dal lassismo del nostro paese. Esiste una valutazione più sottile. I barbari (ma qui la definizione è impropria perché il primo a fare una legge in Italia per la tutela dei beni culturali fu l’ostrogoto Teodorico) le cui fila si ingrossano sempre di più grazie al disfacimento della famiglia e della scuola negli ultimi decenni temono la bellezza dell’arte, delle coste, del mare, dei boschi perché la vedono differente rispetto al loro mondo di televisione, scooters, droga e maleducazione vero biglietto da visita della nostra demente società buonista. Dall’arte devepartire la rivoluzione culturale per costruire la civiltà del domani. Tra i casermoni di cemento e le strade ingolfate emergeranno i delicati legni di Randazzo e di tanti altri artisti.
L’ESTETICA E LO SPIRITO Le forme delicate si riappropriano di spazi perduti e rimodellano un tempo perduto e inafferrabile, ci costringono a rimeditare delle vicende umane e divine. Non si tratta di difficili recuperi metafisici, ma di guardare in noi stessi e cercare di sbrogliare lo gnommero della contemporaneità. L’estetica di Randazzo si pone equidistante dalla riflessione teorica mediale organizzata sulle forme rese possibili dalla modernità e la Tradizione. Randazzo recupera, superandolo, il concetto di originalità; il segno e la radice comune legano le sue opere come un invisibile filo d’acciaio. Tempo di lattine e di plastica, di Grandi Consumi e di esplosioni feroci di violenza contro il Creato, esseri umani, animali e piante, ma anche di grandi movimenti laici come quello di Seattle e religiosi come il raduno dei giovani a Roma. LA METAFISICA L’abilità tecnica diventa strumento di comunicazione con il Trascendente, l’artista è pontifex che sente con il cuore e non con il cervello. E vuole comunicare l’utopia, la sua meravigliosa utopia di un garage trasformato in assise di filosofi ed artisti che nella veste di monaci del XXI secolo vogliono salvare e ricordare agli uomini il valore della poesia e della bellezza e nel contempo un richiamo alla spiritualità. Le favole di antica poesia di Randazzo occupano anch’esse un posto nella gerarchia divina dove tutto è perfettamente ordinato. La finzione poetica, considerata nel suo profondo senso, è segno e rappresentazione della verità, il senso conferisce effettività alla finzione, che tutela la spiritualità. L’IDEOLOGIA La ricerca dell’essenza di un cristianesimo sfrondato dalle sovrastrutture che impediscono il contatto con la divinità perseguita anche attraverso l’annientamento di tutte le inibizioni stilistiche. L’antiaccademismo di Randazzo emerge tumultuoso in un epoca di medagliette di cartone ricercate come paravento al deficit del proprio io. L’umanesimo verso tutti i deboli e gli sconfitti, quelli che dovrebbero entrare nel Regno dei Cieli, ma ai quali va resa anche un minimo di giustizia terrena. LUIGI AMATO |
ALCUNI GIUDIZI SULL’OPERA DI RANDAZZO |
CLAUDIA LUS |
Alcune opere di questo artista mi hanno colpito positivamente per la forza comunicativa del messaggio. Guardando queste opere rifletto sullo struggimento che provano gli esseri umani quando cercano un qualcosa che dia un senso alla vita, ricercano beni e valori esteriori allontanandosi sempre più da tutto ciò che è spirituale. La potenza creativa di Randazzo mi stupisce perché rappresenta l’esito di uno stato d’animo rivolto all’interiorità. Siamo in un’epoca difficile e problematica dove, l’arte, a mio avviso è necessaria in quanto permette all’uomo di rifugiarsi in un mondo fantastico. Diceva Picasso a proposito che un’opera d’arte non è mai pensata e decisa anticipatamente, mentre viene composta segue il movimento del pensiero. Quando è finita continua a cambiare, secondo il sentimento di chi la guarda vive una vita propria come una persona…
CLAUDIA LUS |
FRANCESCA VACIRCA |
La scultura di un bambino provoca un momento di commozione reso attuale dalla spaventosa violenza dilagante nella nostra società. Il corpus delle opere di Randazzo si legge unitariamente e ci trasmette un cristianesimo vivo, un messaggio di salvezza e speranza in un mondo che sta correndo troppo veloce senza punti di riferimento. L’arte ancora oggi può educare le coscienze e fare pensare, creare uno spirito nuovo tra le persone. Personalmente credo ancora che si possa costruire un mondo a misura d’uomo, una società meno crudele, lo so, possono sembrare utopie, ma penso ancora che è l’utopia che muove la storia e anche il progresso scientifico si è sempre nutrito di creatività. FRANCESCA VACIRCA |
GIUSEPPE RAUDINO |
Via lucis piuttosto che via crucis. Non è poi così sbagliato: nel cammino che Gesù intraprende verso la gloria dei cieli la croce è soltanto una tappa intermedia, uno strumento per ingigantire l’amore al momento del perdono. È questa l’innovazione che più affascina: attualizzare il messaggio evangelico risalente a due millenni fa e dimostrare che esso può essere contestualizzato con estro e dedizione. Ecco allora che la condanna di Gesù riecheggia nelle più attuali cronache di “condanna” verso gli extracomunitari, allontanati dai governi con lo stesso gesto menefreghista di Ponzio Pilato; oppure la scena della croce imbracciata da Cristo, che rima tristemente con la stampella o la carrozzella di un disabile lasciato in balìa del proprio destino… E, scottato dagli efferati delitti che invadono le cronache recenti, il “fanciullo spettatore” prega Iddio perché a nessun bambino al mondo venga fatto più del male.
GIUSEPPE RAUDINO Giornalista - |
GIOVANNA MEGNA |
È inusuale trovare in un luogo sacro opere come quelle di Antonio Randazzo, sia per stile sia per tema. La sacralità delle immagini accoglie, infatti avvinghiandosi in un’inestricabile simbiosi, un messaggio intriso di polemica, di protesta, di sollecitazioni alla solidarietà e alla tolleranza. Ogni raffigurazione ha in sé un fine etico religioso e, insieme pedagogico-educativo, che toglie all’opera ogni intento realistico o autenticamente biografico: la vita di Cristo appare, così, quella di un uomo di ogni tempo e di ogni luogo, in lotta con le ingiustizie sociali e con l’eclissi dei valori dell’umanità. Più che raffigurazioni di immagini propriamente religiose, possiamo definirle riflessioni sull’immagine, riflessioni sul mondo e sull’essenza della cristianità, riflessioni che ci conducono a comprendere la nota provocatoria del suo messaggio. L’indifferenza, la prepotenza, la mancanza di sensibilità nei confronti dei problemi sociali vengono denunciati da A. Randazzo, attraverso un linguaggio artistico chiaro e incisivo, ove anche la simbologia appare quasi realistica pur nella sua surrealisticità. Pertanto, nelle sue opere, troviamo spesso il connubio tra una simbologia tradizionalmente religiosa e una simbologia sociale contemporanea evidentemente estrapolata dalla concretezza della nostra, attuale, esistenza. Il confluire di passato e presente in un’unica eternità di valori, prefigura un futuro sognato da sempre, mai realizzato eppure sempre punto di forza della nostra fede e della nostra vita. Grande è il coraggio di A. Randazzo, per avere, così prepotentemente portato all’interno dello scrigno sacrale, attraverso un’armonia di forme essenziali e tondeggianti, il grande groviglio di interessi socio-politici, che distrae gli uomini dai valori eterni. GIOVANNA MEGNA |
ERMANNO ANNINO |
Sagome tridimensionali attraversano spazio e tempo. Egli s’immerge in un pezzo di legno, (l’arte del togliere) lo guarda, lo muove, pensa e comincia ad agire finché il suo bozzetto, che era nella mente, non è riprodotto in maniera identica tra le sue mani. Poco importa se anatomicamente o proporzionalmente non siano perfette, se non sono viste bene o notate. ERMANNO ANNINO Consulente Artistico |
Scultore FRANCESCO CAMPISI |
Tanta disinvoltura è segno di una capacità espressiva che non conosce inibizioni stilistiche. Ha l’occhio attento verso tutte le forme della creazione poetica.
Scultore FRANCESCO CAMPISI |
| MICHELE LA ROCCA |
Ortigia ha dato i natali ad Antonio Randazzo nell’estate del quaranta in Via Gargallo e Ortigia ha portato nel cuore, da Bolzano appena entrato nella Benemerita, fino alla vicina Noto, congedandosi da maresciallo.
MICHELE LA ROCCA |