Povertà Siracusa sec.XVI - Siracusa era

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Povertà Siracusa sec.XVI

Segno dei tempi.La storia si ripete anche oggi sebbene con le dovute differenze. Governi inetti o complici, collusi e succubi dei potentati economici che affamano le nazioni.Cambiano i modi ma gli scopi e i risultati sono sempre gli stessi. Allora i nobili oggi la ricca borghesia bancaria specula a strozzo sui bisognosi. In tempi lontani I MONTI DI PIETA' oggi la CARITAS, alcune parrocchie o associazioni di benefattori cercano di alleviare il disagio per sfamare chi non può farcela più. Nessuna differenza fondamentale HANNO ASSASSINATO LA SPERANZA.

Tratto da “I SIRACUSANI” ANNO III N.15 SETTEMBRE-OTTOBRE 1998
IL DILUVIO CHE NON GIUNSE
Povertà e problemi sociali a Siracusa nei primi decenni del XVI secolo di Lavinia Gazze"

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Nella foto: II cammino della vita di Hieronymus Bosch (esterno degli sportelli del Trittico del fieno


Quella gente stracciata, smunta, dalle gengive in cancrena per la lunga fame appariva a quei soldatacci ben pasciuti un brulichio di vermi disgustosi che era facile e doveroso schiacciare". Così la Yourcenar nel romanzo "L'Opera al nero" descrive le masse di poveri nelle Fiandre nei primi decenni del XVI. La Sicilia e quelle terre lontane erano accomunate dal medesimo sovrano, il giovane imperatore Carlo V, e dal fatto che i poveri avevano sempre le stesse drammatiche caratteristiche.
Tra i documenti che ci narrano la storia di mia città di rado emergono le vicende personali dei suoi poveri. Una lunga teoria di esseri umani che non hanno lasciato tracce tra le carte, perché non esercitavano alcun potere e non avevano alcun bene di cui disporre presso un notaio, se non la propria vita. Li scorgiamo, come una massa indistinta, quando le istituzioni prendono dei provvedimenti in loro favore, ma si percepisce ancora il sospetto, a volte ammantato di pietà cristiana, e la diffidenza profonda verso quella gente considerata, in fondo, come dei potenziali rivoltosi. E il numero, infatti, che rende pericoloso il povero; da solo può tranquillamente entrare tra la calca dei mercati, avvicinarsi ai galeoni ancorati nel porto grande, mendicare per le vie e morire spesso nelle pubbliche piazze. Nei primi anni del XVI secolo il pauperismo si rivela una drammatica emergenza ovunque ed anche a Siracusa. Vediamo quali furono le possibili cause nella nostra città e quale fu l'atteggiamento degli amministratori locali in quegli anni di ferro, come li definì De Benedictis, nei confronti di queste masse di poveri indigenti. Facciamo un passo indietro. La Sicilia era stata provata dalla grande peste bubbonica giunta in Europa, dalla Crimea, a bordo di una nave genovese che fece scalo a Messina nel 1347 e dalle guerre civili che si protrassero tra gli anni '50 e i primi anni "60 dello stesso secolo. La gravissima crisi demografica che ne era derivata, aveva generato l'aumento dei salari, data la scarsità generale di manodopera, ed il parallelo miglioramento della quantità delle risorse alimentari a disposizione dei pochi rimasti, portando un risveglio dei mercati e un accrescimento progressivo e costante della popolazione scampata alla grande tragedia. Durante il Trecento vediamo Siracusa e il suo porto acquisire una influenza commerciale che si estende verso l'interno e lungo la costa seguendo i confini della Camera Reginale (1) e verso sud fino a Malta. La città esercitava un controllo diretto per proteggere i mercati del vino e dei cereali, ma soprattutto, si preoccupava di garantire delle forniture adeguate di victuvaglie, cioè di orzo, fave, ceci ed in particolare di frumento per i suoi abitanti. I formaggi, il pesce e la carne erano diffusi nei mercati, i maiali circolavano tra le vie (2) tanto che nel 1520 si ricorda in un atto notarile "la ruga di li porchi" nella contrada di San Pietro. Sembra così che Siracusa acquisisse lo status di metropoli grazie alla sua posizione di capitale della Camera Reginale, superando sia Noto che Catania e attestandosi a terza città della Sicilia a partire dal 1478, con un aumento della popolazione che dai 1755 fuochi(3) del 1374-76 era giunta nel 1497 ad una stima di 5190. (Epstein). Perché siamo partiti dai poveri per giungere a queste considerazioni numeriche? Perché l'incremento della popolazione, dopo anni di relativo benessere, causò nel tempo un ciclo negativo dovuto ad un aumento della domanda dei prodotti alimentari a fronte di una diminuzione dei salari. Si manifestarono, in questo modo, i primi segni di una crisi economica che esploderà nei primi anni del XVI secolo e che tocca non solo Siracusa, ma anche la Sicilia e l'Europa. Gli amministratori che si occupavano dell'annona cittadina si scontravano infatti contro esigenze e numeri concreti (tanto per esemplificare i bisogni alimentari pensiamo ad un consumo annuale prò capite di 20 Kg di formaggio, 22/20 kg di carne e una salma di frumento), tanto più difficili da affrontare quanto la popolazione cittadina era numerosa, mentre una serie di dissesti ecologici, fra i quali il più grave era la siccità, poneva in serio rischio la produzione agricola. Carmelo Trasselli ha ipotizzato che il massiccio depauperamento del manto boschivo della Sicilia, in alcune zone ridotta in seguito come una "steppa a cereali", sia stata una delle cause di questa siccità. Dunque uno squilibrio ecologico dovuto in parte alla azione dell'uomo che tagliava e distruggeva boschi millenari per ottenere legna non solo per scaldarsi, ma soprattutto per gli zuccherifici, per le concerie, per allargare le zone coltivabili o i pascoli per il bestiame, e che si ripercuoteva sulle stesse attività agricole. Giunsero "quelle stemperatissime procelle, e piogge, e alluvioni da non finire", dice il Privitera, con gravi danni nella città e nelle campagne da cui essa dipendeva e continua "poi di anno in anno le acque vennero meno, e nel 1506 cessarono siffattamente, che l’Anapo scorreva appena, i pozzi e le fonti seccarono, e l’Aretusa per trentasei giorni restò interamente asciutta". I nostri antichi concittadini come tutti gli uomini del loro tempo cercavano di risolvere questi mali, che interpretavano come oscure punizioni del cielo, invocando un patrono che potesse perorare la loro causa dinanzi ad un Dio molto simile al loro imperatore, e così un pellegrinaggio giunse fino alla chiesetta del romitorio di San Paolo primo eremita che sorgeva sotto le balze di Belvedere "e vi andò il Vescovo col clero, il Sena to e persino il Viceré Luigi la Nuzza, che si trovava a Siracusa" (Privitera). Nell'anno seguente, forse causata dalla mancanza di foraggio, si ebbe una moria di bestiame che rese ancora più cara la carne e più difficile l'acquisto per gli appartenenti ai ceti più deboli, molti dei «piali si erano trovati in poco tempo senza un lavoro. Il pauperismo, problema sempre latente che emergeva in ogni frangente ili crisi economica, divenne una drammatica realtà. Era già stato sollevato "de questionibus pauperum" nei Capitoli cittadini del 1446, ma nel 1509 la regina Germana costituisce un avvocato dei poveri "porque no sean vexados ni maltractados", (perché non siano vessati né maltrattati) scrive con spirito caritatevole la sovrana da Barcellona testimoniandoci quale fosse la ratio che l'aveva spinta ad emanare questo provvedimento, forse pensato per coloro che, in difficoltà, avevano chiesto del denaro in prestito e che si erano trovati ben presto tra le mani di gente senza scrupoli, senza un patrocinio legale per difendersi. Ma ben altre dovevano essere le necessità di quella gente. Molti di loro vedevano le città come luoghi dove poter trovare, rispetto alle campagne provate dalla siccità, un lavoro, un pasto caldo, forse un rifugio sicuro. La lunga rivolta siciliana, durata dal 1512 al 1522, ebbe anche gravi momenti di crisi sociale; la Sicilia che alla fine si consegnò al Viceré Ettore Pignatelli, conte di Monteleone "è inquieta, frastornata, divisa" (Giarrizzo). Nel contado era apparsa di nuovo anche la peste: una nave carica di tessuti e drappi provenienti da luoghi dove il contagio era diffuso, dopo essere stata respinta dal porto di Siracusa e dagli altri della costa, si avvicinò alla rada di Fontane Bianche per prendere acqua e vettovaglie che furono vendute usando come merce di scambio proprio quei panni infetti. Da Fontane Bianche la peste di diffuse in tutta la Sicilia. Le città per difendersi chiudevano le porte, si barricavano, "..questa malattia ci rende più crudeli gli uni verso gli altri, che se fossimo cani... " si commen¬tava. Nel giugno del 1522, ricordando un privilegio di re Alfonso che concedeva alla città di ottenere l'invio da "qualsivoglia loci di lu regnu del frumento e victuvaglie", Siracusa ne chiede l'applicazione imponendo che vengano trasportati dal territorio di Augusta, allora una contea, nei magazzini dentro la città. Queste risorse preziose erano state procurate con un vero un atto di forza e la città per non dividerle, applica quei provvedimenti di autodifesa che Braudel definirà esempi di "ferocia borghese". 11 20 novembre del 1522 un atto del senato c'informa, con un tono poco ufficiale e molto inquieto, che poiché negli anni precedenti la città si è ritrovata ammorbata di pesti e sono morti un gran numero di cittadini, gli ammorbati sono stati in parte cacciati fuori dalla città a la Taglata (zona che probabilmente indicava le latomie), e in parte sono tenuti barricati, chiusi nelle loro abitazioni. Tra le righe si sente che il provvedimento è stato duro, feroce e che se ne ha consapevolezza. I cacciati e barricati, viene però sottolineato, sono per la maggior parte poveri miserabili e mendichi chi non si ponili sustentari. Sarebbero stati abbandonati al loro destino, ma per la salute della città, per non suchederi chiù danno di quillo havi sucheduto, per evitare la totale distruzione bisogna trovare dei soldi e dare loro urgentemente da mangiare. Perché? Perché l'inverno è duro e la disperazione aguzza l'ingegno, i poveri sono passati alle minacce: nell'avvicinarsi della cattiva stagione, andavano dicendo che se non gli si fosse dato da mangiare, dai miseri luoghi in cui erano stati espulsi e relegati, si sarebbero avvic inati alla città per fori grandi confusione, chi intrirannu ni la chitadi e quilla ammorbiranno di lo intuto. Sotto questa minaccia il denaro viene trovato e così anche il frumento, ma la peste non cessa, forse perché veramente diffusa da quelle masse di disperati che debilitati dai disagi e dalla fame sono i primi ad ammalarsi. Il 6 giugno del 1523, diversi mesi dopo, non si entra nemmeno in città e la riunione del consiglio cittadino viene svolta in castro Marchetti, l'antico castello che sorgeva fuori dal nucleo urbano di Ortigia. Il problema più importante affrontato dalla assemblea riguarda ancora ditti pauperes et ammorbatos riuniti in un’unica deliberazione che riguarda il reperimento di fondi per il loro sostentamento. In seguito, ob scandalo pestis, gli ufficiali della città vengono creati dal Governatore a Lentini dove si è trasferito per sfuggire al contagio. Possiamo ipotizzare che la zona di Lentini fosse stata colpita in modo più leggero dal furore della peste forse per la ricchezza del suo territorio che garantiva risorse di cereali e un migliore sostentamento della massa della popolazione. E indubbio, infatti, che la cattiva alimentazione e i disagi di una vita sempre più difficile esponevano maggiormente al contagio e provocavano una esasperazione dei rapporti di classe. Stanchi e affamati "li infecti hanno priso li pani di li potighi di panitteri senza la gabella pagari" dicono i gabelloti del pane lamentandosi di avere perso per quell'atto di prepotenza inaudito più di sessanta onze! Non crediamo che importasse molto alla gente che aveva strappato quel pane della gabella, né sembra che gli amministratori abbiano preso provvedimenti contro quest'atto. Le classi dirigenti di questa società infatti, appaiono disorientate, incapaci a reagire dinanzi alle numerose difficoltà che si ripercuotono sui ceti inferiori delle città siciliane, non meno che nella Europa del tempo. Le miserie e le visioni apocalittiche del pittore fiammingo Jeronimus Bosch ci danno un prezioso contrappunto visivo alle testimonianze scritte: sono le immagini geniali di un artista che dipinge il dolore e le contraddizioni di quegli anni (ricordiamo che Bosch morì nel 1526), e che possono essere puntualmente riferite anche alla nostra terra. Come abbiamo sottolineato, non c'è marginalità o diversità della Sicilia riguardo a questi fenomeni: nella grande Parigi, capitale di un regno potente, proprio la peste del 1523 colpì e decimò soprattutto i poveri così come a Siracusa. In questi anni di transizione ciò avvenne perché le crescite delle città avevano usurato le tradizionali strutture di assistenza e si stentava da parte delle amministrazioni urbane a trovare nuove soluzioni, né "la cultura dominante, quella dei legisti e dei medici" come sottolinea il Giarrizzo, "sa esprimere ... una coerente ideologia della certezza della legge (il Re è, al pari del Dio invocato, fonte di grazie e perdoni anzicché tutore e garante della legge) ", ma non riesce nemmeno ad elaborare un programma realistico di controllo del pauperismo con strumenti di solidarietà sociale. Negli atti notarili dell'epoca a Siracusa si imponeva di non fuggire dalla città per fame, peste o guerra. Le tradizionali piaghe bibliche, erano assorbite e trasformate in clausola contrattuale, ma una insicurezza sempre più crescente generava una richiesta di espiazione e di sacro come spiegazione dei mali presenti e temuti . E proprio dal basso, dalle classi più provate dalla crisi economica e sociale veniva elaborata una cultura popolare del sacro, ricca di suggestioni magiche e di superstizione, ma nata e nutrita dagli stessi elementi culturali della religione, che spiegava gli eventi leggendoli spesso in chiave apocalittica: si ripresentarono così le profezie di sventure e gli annunci della fine del mondo . Tra le tante, la previsione dello Stoffler di un diluvio distruttore fece il giro dell'Europa, provocando un vero panico. Basti pensare che persino Papa Clemente VII e lo stesso Carlo V cercarono di far reinterpretare gli astri al filosofo Agostino Nifo, un autore assai letto e maestro di molti intellettuali siciliani: invano, neanche il Nifo aveva potuto escludere un diluvio imminente in conseguenza dei crimini umani. La causa imperscrutabile e sinistra era una congiunzione nei Pesci che avrebbe scatenato la catastrofe, ma è significativo che gli astrologi indicassero proprio il diluvio come strumento di espiazione, evocando ancora una volta la somma punizione biblica per una società di peccatori. Lo si attendeva con il fiato sospeso per il febbraio del 1524. Durante il mese precedente, ovunque si erano presi frenetici provvedimenti: alcuni si erano trasferiti in luoghi più sicuri, si erano consolidate le case e murate le porte, ma a Siracusa, e questo credo faccia onore ai suoi amministratori, si pensa soprattutto a quei poveri derelitti della Tagliata, delle case barricate, del contado che sono venuti a trovare un rifugio dentro la città.



Epigrafe presso la piazza S. Rocco che ricorda la chiesa presso la quale fu istituito nel 1542 il Monte di Pietà per sottrare i poveri all'usura.


E una moltitudine, dicono i giurati , "un numeru copiusu". In una difficile assemblea cittadina il 22 gennaio, un mese prima della grande paura, si stabilisce di trovare cento onze per comprare del frumento che venga distribuito tra quella gente e, poiché la città non ha denaro contante che serva subito a pagare il grano, si decide di vendere le gabelle con patto di riscattarle non appena il pericolo sia passato. La gabella è il solo strumento che ha la città, sola con se stessa, per recuperare il denaro. Un cittadino, Giovanni Balbi, si offre di pagare subito in contanti le cento onze chiedendo la gabella di lu cafisu, cioè dell'olio, e alcuni membri della assemblea si sentono in dovere di ringraziarlo per quel gesto. La gabella viene venduta, si dice, per sostenere tutti i poveri cittadini che in tale flagello morirebbero per "inopia". Non mi sento di ripetere quel giudizio della ferocia borghese che grava spesso su queste classi dirigenti urbane. Forse per paura sincera della condanna divina imminente o solo perché le grandi disgrazie collettive rendono più umani, la città sembra concordemente unita e pietosa verso questa gente.
Il 19 febbraio la grande paura è considerata passata, ma i poveri e la loro "inopia" rimangono sempre e poiché la città non può sostenere spese "per la subventioni et subsidio di tanti poviri ki su in questa chitadi et la università non teni più forma di subveniri di tanta loru extrema necessitati et inopia, si scelgono personi opulenti perché per lo servizio di Dio e la subventione di dicti poviri" si assumano l'onere delle spese.
Lasciamo questa gente all'indomani della grande tragedia scampata, così pieni di buone intenzioni. E una bella immagine, che chiude la descrizione di alcuni episodi di una lunga lotta contro la miseria, e offre un esempio di provvisione verso i ceti più deboli, nelle forme e nei modi in cui si potevano presentare nei primi decenni del XVI secolo a Siracusa. Ben presto il problema della povertà assumerà forme ancora più drammatiche, divenendo un motivo chiave per la diffusione del brigantaggio nelle città e nelle campagne grazie all'uso di questa massa di disgraziati, alcuni dei quali diventeranno dei famosi briganti, al soldo dei nobili che cercheranno di tenere in scacco il potere viceregio. E poiché il numero dei poveri aumenterà sempre più, una delle soluzioni adottate nelle città sarà il rafforzamento dei monti di pietà voluto dal Viceré Medinaceli, una assistenza "di una povertà schedata, classificata, programmaticamente ghettizzata" ( Giarrizzo), costituito a Siracusa nel 1542, grazie alla azione di due canonici che raccolsero elemosine e donazioni. Fra queste la più cospicua fu quella del Duca di Terranova che donò il suo palazzo e tenimento di case detto lo "Steri", vicino alla chiesa di San Rocco, e passando dalla piazzetta omonima ancora oggi si può vedere la lapide che indica il luogo dove sorgeva quest'opera pia, tanto più necessaria quanto la povertà non cessò mai, anche nei secoli seguenti, di essere una realtà drammatica a Siracusa, segno tangibile del suo declino commerciale.


Consigli del Senato. Vol. I Anni 1511-43 - Arch. Di Stato.


NOTE
Nota 1 - La Camera Reginale, costituiva un piccolo regno nel regno, come dice De Benedictis, che i re di Sicilia asse¬gnavano alle proprie mogli, che avevano l'obbligo feudale di provvedere al suo governo. Istituita per la prima volta da Federico III per la moglie Eleonora d'Angiò, comprendeva un gruppo di centri di cui Siracusa era la capitale, la sede del Governatore e delle principali strutture amministrative. Seppure i confini mutarono nel tempo, nella sua massima estensione comprese Lentini, Avola, Mineo, Vizzini, Paterno, Castiglione, Francavilla, il casale di Linguaglossa e i casali della città di Santo Stefano di Brixa nel territorio di Messina e persino Pantelleria. L'ultima regina a governare la Camera Reginale fu Germana di Foix, moglie di Ferdinando d'Aragona. Alla sua morte assecondando le richieste dei sira¬cusani, nel 1536 fu sciolta definitivamente dall'imperatore Carlo V, con il ritorno delle città al demanio.
Nota 2-11 termine "ruga", nel 1500 era usato per indicare singole vie ben individuate, mentre "via" aveva un valore più generale. Le strade che attraversavano Ortigia, strette e tortuose ben si adattavano a questo termine proveniente dal latino "ruga", (che vuol dire solco), che ha riscontri nel francese "rue" e che, mediato dai normanni o dai catalani, era giunto a Siracusa. Basti pensare all'antico nome di via Vittorio Veneto, ancora oggi chiamata "Mastrarua", via maestra, importante, un vero e proprio fossile della toponomastica cittadina, (ma non è il solo per fortuna) che indica la strada e la contrada con lo stesso nome che aveva nel medioevo.
Nota 3-1 censimenti della popolazione venivano effettuati per motivi fiscali, cioè per ripartire l'onere fiscale tra le varie città la cui popolazione veniva valutata in "fuochi". Con questo termine s'indicava un nucleo familiare di quattro persone.


 
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