Vanniaturi - Siracusa era

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Vanniaturi

Tratto da MITICA ARETUSA ANNO I N.3 progetto editoriale Carlo Arribas e-mail:carloarribas@msn.it
invenzioni melodiche dei vanniaturi Salvatore Grillo siracusani

documentazione pdf


disegno di Paolo Dell'Albani

* <...Certamente, per quanto varie ed interessanti possono essere state le gridate dei venditori siciliani o di altre regioni nessuna, per potenza di rappresentazione. comicità, effetto coreografico e chiassosità insieme, ha mai potuto uguagliare quella diabolica macchietta che era il pazzariello napoletano, raro esempio della più ingenua ed efficace forma di pubblicità del secolo scorso, "irritante ma piacente... reclame schietta, diretta, analfabeta, fatta con la voce, con le parole, simile agli antichi bandi che si leggevano in tutti i quadrivi.. .>.
Matilde Serao


Nei banditori di Siracusa la parola è scarna, essenziale, raramente adornata di immagini bizzarre (come si riscontra, per esem¬pio, nei gridi dei venditori napoletani, dove tutto è affidato all'efficacia dell'espressione verbale*). Il messaggio del nostro venditore tocca direttamente le corde del sentimento: abbandonandosi al pathos melodico, senza forzature verbali, rifugge dalla comune declamazione oratoria per diventare più lirico ed emozionale attraverso il canto, che è come una liberazione dalla sofferenza e dalla fatica del diuturno lavoro a cui l'essere incolto sog¬giace con rassegnazione. Ma anche il solo ritmo, per il siciliano, può essere liberatore. Un esempio di tale comportamento ci è dato dal Favara nel quarto saggio dei suoi scritti, dove scopre la musica di la 'ncunia (musica dell'incudine) e quella dei tammurianari (tamburinai), i quali nell'abbanniata di la tunnina (bandita del tonno) allegge¬riscono la fatica dei trasportatori a spalla del tonno, dalla spiaggia alla città. Spiega il Favara, a proposito dell'appellatina dei fabbri: <...i nostri fabbri sentono la bellezza della musica dell'incudine, come loro la chia-mano, e ne comprendono l'importanza artistica fondamentale. 'Diddocu, di la 'ncunia, spuntau la musica; tutti li musichi spuntaru di ddocu — e più oltre, riferendo le parole di un vecchio tammurinaio: chiddi chi portanu 'u tunnu senza tammurinu, 'un ponnu caminarì. Senza tam- murinu ci aggranca 'a spadda...>. I canti dei venditori siracusani che qui riprodu¬ciamo li abbiamo ascoltati in un periodo di tempo che va dagli inizi degli anni '20 alla fine degli anni '30; ciò non vuole dire che essi vadano attribuiti cronologicamente a quell'epoca, essendo in massima parte la sopravvivenza di una tradizione preesistente. La loro collo¬cazione entro tale arco di tempo deve intendersi come limite tra lo sviluppo della nostra capacità recettiva (inizio della fanciullezza) e l'affievolirsi della tradizione canora dei venditori ambulanti siracusani, che coincide appunto con l'ultima guerra e con i sostanziali mutamenti ambientali nella vita della nostra città.

Al termine della guerra 1915-18 Siracusa era rimasta racchiusa nell'isoletta di Ortigia, con le sue strade anguste e tortuose che s'incrociano troncandosi e riprendendo nuovo corso fino a districarsi dentro il perimetro dei lungomari, delimitati fino a qualche decennio addietro da grossi muraglioni di fortificazione, sbocco, per le comunicazioni tra l'isola e la terraferma, partiva da Piazza Pancali e precisamente dal <Vecchio Quartiere> militare, allora efficiente, che nella sua struttura quasi imponente e pur deturpata dal logorio secolare, costituiva il retaggio di un passato già remoto, denso di significato per i vecchi, ma per noi ragazzini oggetto soltanto di curiosa contemplazione. Lungo il prospetto del quartiere sorgevano chioschetti di legno e muratura per la vendita di rinfreschi, corredati durante le stagioni calde da tendoni ed ombrelloni, al riparo dei quali si poteva tranquillamente sostare consumandovi colazioni mat¬tutine con panini croccanti e deliziose granite alla mandorla, al caffè, al limone, oppure trascorrendovi le interminabili serate estive a sorbire gelati e a chiacchierare fino a notte. Dall'Ingresso del quartiere si apriva la Piazza Pancali, dove s'incrociavano le uniche nuove strade di tutta l'Isola (Via Savoia, Via XX Set¬tembre, Via dei Mille e Via Garibaldi) fino alla Riva della Darsena; strade relativamente larghe, dritte e parallele, ma ancora prive di selciato, benché delimitate da armoniose file di palazzi moderni. Oltre la Piazza Pancali cominciava l'ampio corso l'attuale Corso Umberto I — allora meglio inteso <rettifilo> — che dal ponte di cemento, cavalcando il canale della darsena, terminava sulla terraferma e qui proseguiva, dritto, affiancato da due ali di palazzi — an¬ch'essi moderni — fin quasi ai limiti dell'attuale Piazza del Foro Siracusano, in quel tempo squallida campagna pietrosa e pantanosa nonché luogo di assembramento per fiere di bestiame e varie e, in tempi ancor più remoti, piazza d'armi.
C'erano sulla terraferma, vicini all'Isola, due miseri borghi: piccolissimo l'uno, Sant'Antonio, verso sud-ovest; più consistente l'altro, Santa Lucia, la <borgata> per antonomasia, poi Siracusa nuova, verso nord-est, che potevano essere raggiunti rovinosamente a piedi, traver¬sando dirupi e fossati acquitrinosi, oppure con gli usuali mezzi di trasporto. A S. Lucia però era possibile recarsi mediante un traghetto di barche a remi pagando la modica tariffa di un soldo a persona. Spingendo i ricordi più indietro, verso il 1914-15, crediamo di ricordare che con un bigliettlno di carta del costo di un soldo, o forse di un sanaro (2 centesimi), si aveva diritto al traghetto di andata e ritorno tra Siracusa e la borgata. E andare alla borgata veniva meglio definito col traslato "andare In campagna"; espressione generica usata per qualsiasi escursione da farsi oltre i limiti del ponte; perché campagna, anzi riviera panta¬nosa, era tutta la costa dietro il Corso Umberto, cioè la Via Malta fino ai Pantanelli, e campagna tutto il retro dell'altro versante del rettifilo, dai Calafatai a Montedoro ed oltre la sede ferro¬viaria, fino all'Anfiteatro e alla Neapolis. Questa la città di allora, con tutti i complessi problemi già preesistenti fin dalla unificazione del regno d'Italia e con gli altri ancor più pressanti maturati durante la prima guerra mondiale; problemi economici e di rinnova¬mento sociale, ma soprattutto di sviluppo demografico e di espansione edilizia. Quieta, provinciale, anzi strapaesana, inondata dallo scirocco per buona parte dell'anno, vi si svolgeva una vita tranquilla, con le uniche varianti dei litigi quotidiani nelle viuzze e nei cortili, che diventavano cronaca cittadina; delle feste popolari religiose animate da lunghissime processioni (soprattutto per S. Lucia, per S. Sebastiano, per il Venerdì Santo e per il Corpus Domini; delle allegre e rumorose escursioni in campagna — cioè sulle balze dell'Acradina e a Grotta Santa — in occasione di S. Stefano, delle Ceneri e del lunedì dell'Angelo; degli esodi in massa verso i vicini paesi della pro¬vincia: a Floridla per l'Ascensione, a Noto per S. Corrado di agosto, ad Avola per S. Venera, o dei pellegrinaggi di fedeli verso Melllli per S. Sebastiano o Augusta per S. Domenico.
In tali ed altre occasioni secondarie, come nelle feste religiose rionali di S. Giuseppe, di S. Lucia di Maggio, di S. Filippo, dell'Imma¬colata, ecc., o per la Vigilia dei Morti, la nostra città si animava Improvvisamente, perché la massa di popolo presente nelle strade e nelle piazze dava un aspetto insolito a tutte le cose; e i primi a caratterizzare e a dar tono alla festività erano i venditori ambulanti di cibarie: calia (ceci), simenza (seme di zucca), nucidda (noccioline), nucidda amiricana (pistacchi), carrubbedda (carrubbe), favi (fave), marruna (castagne), ecc., che venivano atturrati (brustolite) per l'occasione; oppure di zuccàru (zucchero candito e lavorato semicaldo in varie forme intrecciate, specialmente per la festa dell'Immacolata), di giuggiulena (pasta di se¬sami cotti In fusione di miele, zucchero, mandorle e vaniglia), di turruni (torrone), mustardi (mostarde) e mustazzoli (mostaccioll) ed altri dolciumi tipici locali. Non mancavano i luppinari (venditori di lupini) e, nelle stagioni calde, i gazzusari e i gilatari (venditori di gassose, gelati e granite). In qualunque stagione, questi ven¬ditori piazzavano, all'incrocio delle strade, nelle piazze o talvolta in prossimità delle chiese, le loro bancarelle di vario tipo, sostenute da trespoli di legno o di ferro e illuminate, la sera, da grossi lampioni ad acetilene che conferivano alla scena effetti suggestivi bagliore, dal quale i visi degli acquirenti e le cibarie ricevevano strani luccichii e rapide ombreggiature.
fatto più caratteristico di tali stazionamenti di venditori era costituito da tutto l'armamen¬tario occorrente per abbrustolire e càiia e simenza e favi e nuciddi o per la confezione della giuggiulena, del torrone o dello zuccàru. Su grandi fornelli, rudimentalmente ricavati da bidoni metallici fuori uso e alimentati da legna o da carbone-cocke, venivano adagiati ampi calderoni di ferro dentro i quali, insieme a un'abbondante quantità di sabbia marina, si abbrustolivano le varie cibarie, talvolta separatamente, talaltra mischiate insieme — di solito calia, simenza e favi — che durante la tostatura producevano un allegro sfrigolio, intercalato dal crepitare della legna combusta o dallo scoppettio del gas di carbone. Termi¬nata questa cottura a secco, il venditore pro¬cedeva alla cernita della sabbia mediante larghi setacci con rete di fili metallici e le cibarie ancora scottanti venivano sciorinate, in bei mucchietti separati — oppure in unico gran mucchio, se atturrati insieme, sopra uno spes¬so telo bianco disteso lungo la cascia (casso) del carramattu (piccolo o grande carro a quattro ruote) che era insieme il mezzo di trasporto ed il banco di vendita.
Poteva bastare la fragranza che si levava da quel calderoni, man mano che la tostatura raggiungeva l'optimum, o appena i colmi sul telo sprigionavano il loro solleticante odore (a volte portato a ragguardevole distanza dal vento che sferzava l'aria), per far accorrere in quel punto gruppi di familiari, stanchi e debilitati dal peregrinare in processione dietro il santo festeggiato, e di acquistarvi con pochi soldi quelle cibarie riempendosene le tasche: l'operazione era quasi il compimento atteso e desiderato di un rito e serviva, oltre che al soddisfacimento vero e proprio del gusto, a rifocillare lo stomaco con modica spesa. Tuttavia il venditore bandiva la sua merce esaltandone la specialità e gridandola a distesa, con voce vibrante e ben modulata, come in uno sfogo dell'anima; e ci metteva tanta pas¬sione ed arte istintiva, tanto sentimento edonistico, che inconsciamente egli creava un canto liberatore, a sollievo della fatica quoti¬diana e della propria misera condizione umana. Come appunto è questo, del venditore di calia:

[12"]

(Oh, che non lo sentite l'odore di questa gran « calia » calda!)

Non è possibile descrivere con parole la mimica e la carica emotiva che si sprigionava di volta in volta dai visi di quei banditori, concitati nello sforzo muscolare di modulare a tutta voce il canto che prorompeva dall'intimo della loro anima; canto che poteva esprimere una esor¬tazione, un peana, una preghiera, un accurato richiamo, una dolorosa lamentazione o tutti questi sentimenti Insieme. Più semplicemente ne accenniamo II tipo così come è sintetizzato dal Favara: <Possiamo sorprendere il fenome¬no dell'individuo fortemente eccitato da energiche sensazioni; è allora che avvengono In lui forti contrazioni muscolari che si risolvono nel canto, nella mimica e nella parola>. Occorre ancora tener presente che una tra¬scrizione impeccabile del nostri canti non può realizzarsi — come già accennato all'Inizio — e non tanto per il contesto, che reputiamo ben conservato nella nostra memoria, quanto per le altre difficoltà denunciate, di cui una è fondamentale: la mancanza della registrazione dal vivo dei canti stessi, così com'essi erano gridati dai loro creatori. Per non discostarci troppo dalla notazione reale ci siamo sforzati allora di ricordarci del tipo di venditore, della sua età, della comples¬sione fisica, del temperamento, del gesto e del timbro della voce; Insomma di tutte quelle peculiarità che la nostra memoria ha potuto ritenere. Ed ecco un altro canto, ancor più disteso e vibrante di mestizia, dovuto ad un venditore di cocomeri:

[15"]

(Taglia ch'è rosso, vai, taglia! A prova ve lo diamo, a prova!)
E quest'altro, che è una delle suggestive varianti dello stesso tema:
[13"]

(Da qualsiasi parte lo taglio, sangue ci esce! A prova ve lo diamo, a prova!)

Canti caratteristici delle lunghe serate estive, che tanto acquistavano di fascino quanto più l'ora era tarda ed il silenzio notturno rendeva l'atmosfera incantata. Di solito i venditori di cocomeri sostavano in prossimità dei <ponti>
del <quartlere>, o nel piazzale della marina antistante il Foro Italico, e dove maggiormente vi era transito di persone; fermi agli angoli delle strade, coi loro carrettini a mano, sopra quali rosseggiavano come fiamme coronate di nerissimi semi grosse angurie tagliate a metà, a quarti, a fette e luccicanti al bagliore di un lampione ad acetilene penzolante sul carrettino, essi tenevano II palmo della mano arcuato tra l'orecchio e la mandibola, così da raccogliere meglio la vibrazione della voce, che si ampliava e risuonava In lontananza con accenti accorati.
Completamente diversa è la <voce> del ven¬ditore ambulante di arancine, una delle poche di cui si può stabilire la datazione, perché creata da un profugo di origine veneta — soprannominato il <triestino>, — venuto a Siracusa durante la guerra 1915-18. Era un uomo prestante, dal viso rubicondo, che girava per le vie portando, appoggiata sull'addome come un gran vassoio e fissata al collo per mezzo di una cinghia, una sorta di bacheca, dentro la quale erano disposte in varie file gustose arancine rosolate durante la giornata da lui stesso e che andava bandezzando con voce chiara e squillante:

[7"]

(Le arancine calde! — La cioccolatella calda!)

Il brano, quasi unico per l'andamento vivace, era formato di due brevi incisi intercalati da una pausa: il primo costituiva il richiamo, mentre II secondo intendeva sottolineare la specialità di uno dei tipi di arancino condito con puro budino di cioccolata (anziché con ricotta, come l'altro tipo); ed è comprensibile che il banditore solleticasse la golosità dei bambini, ricordando loro II sapore squisito della cioccolata cui essi accordavano la pre¬ferenza.
Di sicura datazione è anche questa voce popolare di venditore di giornali, legata alle vicende politiche del dopoguerra 1915-18:

[12"]

(La Riscossa! L'onesto popolare: La Riscossa!)


Nel quale l'onesto popolare>, riferito al giornale, esprimeva meglio di qualsiasi allocuzione l'entusiasmo dello strillone per l'ideale di partito cui prestava la sua opera di banditore. Il mestiere di strillone era a quei tempi pressocché inesistente nella nostra città, sia per i ristretti confini di essa che per la mancanza di una stampa quotidiana locale e di interessi concorrenziali; comunque veniva praticato di volta In volta per bandezzare qualche ameno giornale cittadino che si publicasse occasionalmente o per limitati periodi di tempo. Questo de <La Riscossa>, però, rappresentava uno dei pochi esempi di giornale serio a carattere politico, pubblicato con regolarità settimanale (almeno nei periodi di intensa lotta elettorale) dal partito socialista cui apparteneva l'allora giovane avvocato Eduardo Di Giovanni, che partecipava con successo alle varie competizioni politiche e amministrative di quel dopo¬guerra.
Cupa e terrificante, invece, era per i bambini la voce del luppinaru (venditore di lupini), specialmente al calar della sera quando, nelle stagioni fredde, gli usci delle abitazioni a pianoterra erano chiusi e il grido risuonava lugubre dentro le strette viuzze:


(Il lupinaio!)

Per deplorevole abitudine, genitori e familiari adulti solevano sfruttare il suono onomatopeico di questa voce deformando ogni volta la dizione di u luppinaru in <lupunaru> (cioè lupo-mannaro); cosi che i bambini più discoli erano ammansiti con lo spauracchio della presenza di un terribile mostro, Identificato appunto nella voce del venditore di lupini. L'effetto era quasi sempre infallibile, ma lasciava talmente atterriti i più piccini che spesso rimanevano per lungo tempo soggiogati dal complesso del <lupunaru>.
Una voce chiara e semplice era quella dell'arrotino II quale, attraversando le strade o Introducendosi nei ronchi e nei cortili, avvi¬sava le massaie della sua presenza con questo musicale richiamo:

[4"]

(Il mola-forbici e coltelli!)

Incedeva spingendo a mano un caratteristico banco di lavoro scorrevole su ruote e, appena la sua opera era richiesta, si arrestava e pe¬dalando sopra una lunga staffa, dalla quale partiva un sistema di trasmissione con rudimentale albero a manovella, metteva In movimento la piccola mola di pietra arenaria. Curvo sul suo lavoro, seguiva con leggero moto sincrono del capo il ballonzare della lama d'acciaio sulla pietra e con morbide frenature delle dita, stecchite per II gocciolio del piccolo rubinetto d'acqua soprastante, riusciva a trasformare lo stridore di quell'attrito in un tenero fruscio ondulato. Tutt' lntorno intanto si radunavano i ragazzini del quartiere che seguivano II lavoro silenziosamente, attenti e stupefatti dallo scintillìo delle faville sprigionantesi da quella pietra miracolosa.
Molto popolari erano i cercatori di robe vecchie che andavano in giro barattando con lupini o terraglie tutto ciò che In una casa poteva esserci di inservibile o superfluo: da vecchie suppellettili a indumenti disusati e logori, ma soprattutto a stoviglie arrugginite o sfondate, o addirittura a vecchi letti di rame, a rubinetti rotti e quant'altro era impossibile riutilizzare. Il più importante tra questi ricercatori era quello di rottami metallici perché di solito disposto a compensare il baratto con moneta sonante (pochi spiccioli, s'intende). Il suo richiamo era:

[7"]

(Zinco vecchio, rame vecchio, ferro vecchio compro!)


Con voce stridula e perentoria ecco II venditore di crino che recava sulle spalle un grosso sacco pieno di crino vegetale Intessuto a lunghe trecce; e con una di tali trecce penzo¬lante dal collo, per mostra, andava gridando:

[5"j

(Oh, prendetevi il crino, femmine!)


Alla stessa maniera, il venditore di scope recava tutta la sua mercanzia riunita in mazzi paralleli legati tra loro e sospesi sulle spalle a mo' di bisacce. Il suo richiamo era un po' cupo e fatuo, quasi distaccato:


[7"]

(Le scope cardate io ho, femmine!)


Tra I venditori di stoviglie ve n'era uno caratteristico che girovagava con un baroccino a quattro ruote provvisto di sponde ben alte, capace di contenere una infinità di oggetti, In parte ammassati sul fondo del casso e in parte esposti in bell'ordine alla superficie come nella mostra di un negozio. Si trattava di un vero e proprio emporio ambulante, trascinato da un somarello; e II suo conducente non aveva difficoltà ad elencare la numerosa mer¬canzia cominciando con questo richiamo:

[6"]

( Boccali io ho, bacinelle, piatti e nappi!


cui faceva seguito una sorta di cantilena — quasi un recitativo — sostenuta sul continuo cadenzare tra le note mediana e dominante, cosi che venivano bandezzatl tutti gli altri articoli dell'emporio:

[5"]

'Nza-la-te-ri, sup-pe-ri, pi-gnati, caz-za-lo- ri...! (Insalatiere, zuppiere, pignatte, casseruole)... sartànii! (padelle), cucchiari! (cucchiai), braccetti! (forchette), cuteddi! (coltelli), bàuni! (conche di terracotta smaltata per bucato), muscalori! (rustici ventagli per soffiare il fuoco), lumeri! (lumiere di terracotta), rarigghi! (graticole), 'ncaghi p'i robbi! (attaccagnoli per stendere panni), atturracafè! (sorta di casseruola chiusa con girello a maniglia per tostare caffè e orzo), 'ugghiòli! (grossi aghi per cucire e trapuntare materassi), spìmmuli, spimmuluni! (spilli e spilloni), ecc.
E l'elenco continuava, talora con ritmo più incalzante, fintantoché il venditore si arrestava per rifiatare o per rispondere alle richieste di qualche compratrice sfaccendata.
Altro tipo era il venditore di tela che portava, sulle spalle, voluminose pezze di cotonina bianca e colorata e di stoffe varie per tutti gli usi; Impugnava In una mano una massiccia <canna> di due metri abbondanti, per la misurazione, e andava canterellando:

[7

(La cotonina ch'i migliore del filo, il percalle, la tela candeggiata fina!)




Una caratteristica comune, nei canti estivi, era la lentezza del ritmo e il senso di abbandono che vi dominava, come ad esprimere l'oppressione della gran calura che Investiva l'isola all'improvviso, con notevole anticipo sull'estate. Tra questi canti, oltre a quello del venditore di cocomeri, già notato, ne ricordiamo tre che echeggiavano per le strade quasi contemporaneamente tra maggio e giugno e si riferivano a primizie dello stesso periodo. Sono quelli del venditore di babbuci latini (chioccioline cotte), di cacuòrcili 'I' vintura o ri spina (carciofi selvatici lessati, volgarmente detti passatempu) e di ceusi niuri (gelse nere). Il venditore di babbuci recava su una spalla, o sopra un carrettino spinto a mano, un'ampia corbella dentro la quale, avvolta abbondantemente da panni per isolare il calore della cottura, giaceva una gran pentola di terracotta provvista di coperchio, contenente lumachine lessate e condite con olio, aglio e origano (oppure con salsetta di pomodoro e cipolla). Nella breve vanniata erano ricordate le prerogative di questa leccornia — tuttora consumata dal nostro popolo — In altre parole l'essere calda e gustosa:

(8)

(Calde e dolci, oh! calde e dolci!)


Quasi allo stesso modo procedeva II venditore di cacuòrcili passatempu, con la differenza che la corbella che egli recava era profonda ed internamente protetta per tutta la sua superficie da un ampio telo, entro il quale i carciofinl selvatici aggrovigliati di spini potevano mantenere a lungo II calore della lessatura. Il suo richiamo, affidato al vantaggio del <passatempo> (e a quei tempi ce n'erano ore di ozio!) nel piluccare a una a una le tenere squame delle foglioline fino ai gustosi capolini interni:

[14"]

( Oh. passatempo, carciofi caldi.' Oh, passatempo.')

Più suggestivo il venditore di cèusi niuri, che girovagava Impugnando fortemente con una mano un grosso paniere colmo di gelse nere, mentre con l'altra reggeva una bilancia per la pesatura. Per quanto il paniere era stato Internamente parato con abbondanti foglie di gelso, i morbidi sincarpi compressi dal loro stesso peso gocciolavano verso II fondo del recipiente un po' del succo nerastro; cosicché ad ogni sosta restava sul terreno l'impronta del paniere che disegnava lungo il cammino l'itinerario del venditore, il cui richiamo (l'unico che finora è rimasto pressoché intatto) è malinconico ma vibrante di sonorità e consta di due incisi (A e B) separati da una pausa di riposo:

(14)

(Oh! nere le gelse! - Gelse nere!)


Dei venditori ambulanti di frutta ricordiamo questa vanniatina delle arance. La frase fu Integralmente ripresa in passato dal compianto maestro Salvatore Jannello (1867-1955) e adoperata come tema per una sua canzone folklorlstica, <'A partuallara>, che fu eseguita dal gruppo popolaresco <Corl di Val d'Anapo> il 10 aprile 1932 al Foro Italico di Siracusa.

(4)

(Oh, prendetevi le arance!)


E quest'altra, del venditore di pesche, che ancor oggi capita di sentire, nella quale è ricordata l'usanza di mangiare la pesca tagliata a pezzi e immersa in un bicchiere di buon vino:

[3"]

(Nel vino si bagna [s'inzuppa] la pesca!)


Tante sarebbero, a poterle ricordare tutte le vanniatine per frutta di ogni stagione, per verdure, ortaggi, uova, ricotte, formaggio, pesce fresco o conservato (come acciughe, sarde, sgombri, tonno salato oppure interiora di tonno essiccate), polipi lessi, frutta di mare, olive salate In umido o a secco, ecc.; ma queste voci, nulla aggiungerebbero all'Interesse di questo lavoro, il cui scopo non mira a fornire un elenco completo ai fini della ricerca folklorlstica, bensì a documentare, coi pochi esempi qui notati, alcune tracce della primitiva musicalità del nostro popolo. Vi erano anche le vanniatine di putìa (gridate ferme, di bottega), tra le quali ne abbiamo ricordato una: della vendita del sangunazzu (sanguinaccio). Partiva da una macelleria di Via Resallbera e si ripeteva puntualmente tra l'autunno e il termine dell'Inverno (e anche oltre), dopo ogni scannatina (macellazione). Sul far della sera, quando i lunghissimi rocchi di sanguinaccio erano pronti alla cottura, erano esposti caldi fumanti In ampi piatti di terracotta smaltata, oppure avvolti a spirale sui grossi ganci della macelleria. Davanti l'uscio, uno dei giovani figlioli del macellaio (o un garzone) cantava ad intervalli l'invito all'acquisto con voce così squillante che poteva essere udito a molta distanza in tutte le viuzze del rione. La frase ricorrente era:

[15"]

(Oh, di maiale, oh di maiale! Un soldo ogni morso vale stasera!
Ma esso quant'è bello, caldo caldo! Oh, conoscilo che terminò!
[corri a gustarlo prima che termini!])


L'ultima vanniatina, della quale ora ci occupiamo, è quella del gelataio; di sicura datazione — essendo sorta agli inizi degli anni '30 per merito di due ragazzini — può considerarsi il canto del cigno della bella tradizione prima del suo Inevitabile declino. In quel tempo la vendita ambulante dei gelati era praticata durante la stagione calda da umili artigiani — o anche da braccianti improvvisati per l'occasione gelatai — che, spingendo a mano carrettini a due ruote più o meno decorosi (specie di cassoni scorrevoli dentro cui erano installati i pozzetti del sorbetto), girovagavano di strada in strada al grido di: <Gelati!>, emesso con voce variamente declamata. Avevano, per clienti assidui, in prevalenza ragazzini del popolo I quali, a quel consueto annuncio, riuscivano con ogni maniera a persuadere le loro mamme per farsi comprare pochi soldi di gelato, fornito in recipienti approntati dagli stessi compratori (tazze, bicchieri, ecc.).
Non era una vendita molto redditizia, ma era compensata con maggior fortuna durante II giro mattutino che quei medesimi venditori effettuavano vendendo granite. Un Incremento decisivo, nel commercio am¬bulante dei gelati, si ebbe con la diffusione delle cialde a cono, che contribuirono a rendere l'usanza più pratica ed igienica (ed anche più allettante) e perciò ad estenderla a tutti gli strati sociali.
Appunto in quegli anni apparve nelle strade di Siracusa un caratteristico carrettino, scorrevole su robuste ruote di bicicletta e tramato da un paziente somarello. Per la sua ampiezza rappresentava un vero chiosco ambulante, sormontato da un soppalco a forma di bal¬dacchino e sostenuto da travi, costruito In legno sagomato e pitturato con festosa policromia. Come si rileva dall'illustrazione, l'artigiano costruttore non aveva trascurato nulla per dare alla sua opera un tono di originalità: quel coniglietto che sorbisce un grosso cono gelato standosene tranquillamente assiso nella parte anteriore del carrettino — la cui sagoma si Ispira alla prua di un'imbarcazione e nel contempo funge da tronetto — è un prodigio di Intuizione che ogni moderno ideatore di formule pubblicitarie sottoscriverebbe volentieri. Elemento complementare del grazioso quadretto — e insieme fattore predomi¬nante — anche l'asinelio agghindato di finimenti lustri, suscitava tra la massa dei curiosi un'attrazione irresistibile. Sopra l'estremità anteriore del soppalco stava Issata un'Insegna di legno decorato con la scritta, su due righe, per esempio: <Gelaterla Premiata con Medaglia d'Orc», Intercalata dalla riproduzione In recto e verso della medaglia del premio. GII autori della vanniatina erano, come s'è detto, due ragazzini, fratelli e figli d'arte; occupavano l'Interno del chiosco e accudivano alla mescita del gelato attingendolo in ciascuno dei due pozzetti sistemati a distanza l'uno dall'altro. Indossavano seriosi camici bianchi chiusi al collo, sui quali le loro facce paffute sbocciavano come rose su candida neve, e ad Intervalli Intonavano II richiamo canoro di loro Invenzione con voce sonora e squillante quanto può essere la migliore voce bianca di quell'età. Il fatto caratteristico era che al canto del primo (es. A) seguiva, dopo qualche Istante, il canto dell'altro (es. B) il quale ripeteva, come in una sorta di canone, la stessa frase modulata e arricchita di nuovi melismi. Insieme ai brani dei venditori di calia e di cocomeri — del quali riproduce con accenti meno patetici l'andamento melodico — è, questo, tra i più belli della nostra tradizione:


( Oh, io ho il gelato, come ce l'ho bello! Oh. io ho il gelato!)
(Oh, io ho il cioccolato e cedro,
come ce l'ho bello! Oh, io ho il gelato!)


Un capitolo a parte dovrebbe essere quello relativo al messaggeri o banditori pubblici, che nella tradizione hanno avuto il compito — sostitutivo dei moderni avvisi a stampa — di far conoscere al popolo gli editti da osservarsi, e le eventuali sanzioni per gl'Inadempienti. Ma una ricerca in tale campo, pur essendo utile come Integrazione sugli usi e costumi del banditori di piazza, si rende quasi Impossibile, perché l'usanza del bandire è scomparsa da oltre un'intera generazione; occorrerebbe rintracciare, attraverso le contrade dell'entroterra siracusano, qualche te-stimone superstite capace di riferire verbalmente Il contesto degli antichi bandi: e non avremmo certo la versione dal vivo. L'unico raro esempio che possiamo qui ricordare di siffatta consuetudine, sopravvivente ancora a Siracusa negli anni '20, è quello della vanniatina per il bambino disperso, eseguita da un tale, probabilmente vecchio mestierante esercitato In passato nella funzione di banditore pubblico. Girava costui per commissione di familiari il cui bambino erasi smarrito e, soffermandosi ai crocicchi delle viuzze di Ortlgia, cantilenava:


(A chi avesse trovato un bambino! Che la mamma sua lo cerca!:
con gli occhi neri! coi capelli ricci! con la giacchetta verde!... ecc.)


ripetendo, con eguale cadenza melodica, tutti i particolari fisici e del vestiario suggeritagli dai familiari per il più facile riconoscimento del bambino.
Concludiamo la nostra fatica con alcune os¬servazioni e con la speranza di aver contributo — seppure In minima parte — alla documen¬tazione di un materiale etnofonlco che, per quanto riguarda Siracusa, poteva considerarsi perduto.
La ricostruzione, con la semplice guida della memoria, di un fatto comunicativo sonoro basato essenzialmente sulla carica emotiva dell'esecutore e che non trova possibilità di imitazione nel comune sistema musicale, è stata senza dubbio l'ostacolo principale che ha reso arduo il nostro compito. Come abbia¬mo detto all'Inizio, soltanto la registrazione dalla viva voce, se fatta in tempo anche se coi mezzi di riproduzione allora disponibili, poteva darci II documento autentico: ma ciò non fu possibile.
Si potrebbe osservare che una raccolta fedele sui gridi dei venditori ambulanti di oggi sarebbe ancora possibile perché i mezzi di registrazione sono perfetti e alla portata di tutti; ma essa servirebbe appena a chiarirci la reale inflessione delle voci e non ci documenterebbe sulla carica emotiva e sulla tipologia dei personaggi, e meno ancora sull'originalità dell'Invenzione melodica. Le migliori vanniatine odierne sono, eccetto qualche sporadica eccezione, un ricalco corretto di quelle preesistenti, perché, nel passaggio dalla forma tradizionale a quella attuale, In quasi tutte, la loro struttura musicale ha subito una trasformazione notevole, per gl'influssi esteriori esercitati nell'animo del popolo dalla cosiddetta musica consumistica. Esse non contengono più l'essenza primordiale del canto popolare, bensì accolgono In deleteria mescolanza espressioni trite delle canzoni in voga e modi sgraziati dello strillonaggio imperante. Oltre a ciò, è da tener presente che alcuni venditori ambulanti del nostro tempo han cominciato a sostituire alla propria voce (atto creativo unico ma sempre vario nelle sfumature) il mezzo meccanico, riproducendo su nastro magnetico la vanniatina e diffondendola a gran volume con l'ausilio dell'altoparlante. In molti casi anzi si servono, come richiamo, della riproduzione meccanica di una canzone alla moda cui fa seguire, con prosa sgrammaticata e voce ridicolmente artefatta, il bando della merce.
Una causa di quest'involuzione può essere attribuita alla decadenza assoluta cui è giunta In Italia l'educazione musicale del popolo, ridotto a passivo consumista delle più strane canzoni in voga, e lontano ormai dall'atmosfera emozionale che la natura e l'ambiente circo¬stante gli offriva. Ma, si tratta d'involuzione musicale del singolo o della collettività? Notiamo che il fenomeno non si riscontra singolarmente e a fasi alterne, bensì è gene¬ralizzato e costante. Dunque, per decadenza totale del culto della musica e per l'Impossibilità di recepire le voci della natura. Le due cause vanno strettamente legate: l'homo faber di oggi è raramente solo nel suo lavoro; e quand'anche lo fosse è meno solo che mai, trovandosi sempre circondato dal frastuono della macchina (trebbiatrici, falciatrici, ruspe, perforatrici, ecc.) e non può godere gl'incanti di un'alba dorata, di un tramonto fiammeggiante, i silenzi profondi e tutte le voci suggestive del creato, che un tempo lo esaltavano e lo ispiravano ad esprimere col canto le emozioni interne.
Questi mutamenti, e l'assenza di comunione tra l'armonia dell'eterna creazione e l'operare quotidiano, hanno prodotto nell'uomo il diso-rientamento e la frattura che lo fa sempre più diverso e staccato dalla sua origine. Così anche le nostre vanniatine: nate da quel magici incanti potevano trovare sbocco Ideale nella quiete delle strade, dove il venditore ambulante per sentimento edonistico — ma anche per bisogno di comunicazione — riusciva a far sentire la propria presenza; poi, ostacolato dall'assordante ritmo della vita moderna, egli si adegua ai sistemi meccanici che la società gli propone (anzi gli impone) ed annulla con questo la propria personalità.
Avvertenza. — Per la parte musicale abbiamo seguito il criterio della trascrizione a ritmo lìbero comunemente usato dal Favara, dal Caravaglios, dal Nataletti e da altri autori, ricorrendo anche ad alcuni segni della cosid¬detta <notazione integrata>, ormai adottati per la musica folkloristica, come:


nota crescente - o calante glissando fiato
(meno di un semitono)

Inoltre, le indicazioni di movimento sono so¬stituite con la durata complessiva del tempo di esecuzione, poste all'inizio di ciascuna frase ed espresse In minuti secondi (es: 12"), sistema preferito dal Leydi (v. R. LEYDI, I canti popolari italiani, Milano 1973).
Tratto da Archivio Storico Siracusano n. s. Il [1972-73]. Si ringrazia l'arch. Giovanni Raciti per la segnalazione.





 
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