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PER SAPERNE DI PIU' Enzo Accarpio è nato a Noto nel 1943.
Già docente di lingue straniere, si è sempre interessato di
studi demologici, di dialettologia e di traduzioni, ma non
ha mai pubblicato alcunché per una sua naturale modestia e
irrisolta ritrosia. Questa e la sua prima pubblicazione. Enzo Accarpio - L'altra Poesia - Canti popolari dell'agro netino Bonanno Editore - pagg. 233 - € 20,00 |
| L'ALTRA POESIA |
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Enzo Accarpio - L'altra Poesia - Canti popolari dell'agro netino Bonanno Editore - pagg. 233 - € 20,00 Questo libro contiene una raccolta di 174 canti popolari siciliani trascritti in maniera rigorosa e facilmente leggibili da chiunque, tradotti 'parola per parola' ed annotati e, al tempo stesso, uno studio scientifico per gli specialisti della materia sul dialetto siciliano, in particolare sulla parlata di Noto. Un capitolo di 29 pagine è dedicato ai casi di fonetica sintattica (sandhi) dì uso più frequente, un altro capitolo fornisce delle spiegazioni sui simboli e le metafore ricorrenti nei canti ed un altro ancora da conto delle varianti riscontrate nelle raccolte di canti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè, di Uonardo Vigo e di Corrado Avolio. |
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Frutto di decenni di ricerche e di
studi, vede finalmente la luce questa preziosa raccolta di
canti popolari della civiltà Contadina dell'agro netino, che
si presenta, quasi come un complemento, un'appendice dei
Canti popolari di Noto del grande demologo Corrado Avolio,
concittadino dell'autore, ma con la scientificità imposta
dagli attuali progressi della scienza del linguaggio. Non
per nulla tutti i testi presentano la trascrizione fonetica,
ovviamente destituita del significato e del valore che si
dava al cosiddetto fonografismo, piuttosto ricondotta nel
solco vitale e fertile degli studi linguistici più avanzati, Accarpio, che ha raccolto i canti
dalla viva voce del popolo, registrando e trascrivendo alla
maniera del compianto Antonino Uccello, dà così voce alla
cultura del ceto subalterno, al di là di ogni spinta
ideologica, con un interesse dialettologico e letterario
insieme, salvando così dall'oblio un patrimonio linguistico
di alto valore semantico e poetico, ancorché anonimo. Enzo Papa Enzo Accarpio è nato a Noto nel 1943.
Già docente di lingue straniere, si è sempre interessato di
studi demologici, di dialettologia e di traduzioni, ma non
ha mai pubblicato alcunché per una sua naturale modestia e
irrisolta ritrosia. Questa e la sua prima pubblicazione. |
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POESIA
UFFICIALE
E
POESIA
POPOLARE
In un ambiente in cui sia ancora abbastanza vivo e
diffusamente praticato l’uso del dialetto, la lingua
ufficiale non può considerarsi lingua materna perché in
realtà la lingua materna è il dialetto stesso o meglio la
parlata dialettale locale, mentre la lingua ufficiale,
quella usata da tutta la nazione, è in effetti una seconda
lingua, cioè la prima lingua straniera che si impara a
scuola.
Ed infatti proprio la scuola ci ha fatto conoscere la
lingua, la cultura e la poesia ufficiali e ci ha spinto a
ripudiare il dialetto, la cultura e la poesia popolari.
Accettare questo progetto della scuola avrebbe determinato
un abbandono delle nostre radici e quindi della nostra
identità, mentre la conoscenza e l’appropriazione di
entrambe le culture ci ha permesso di conseguire un notevole
arricchimento.
A mio avviso, è opportuno avere una chiara coscienza degli
elementi caratterizzanti delle due culture e delle loro
produzioni, al fine di meglio comprendere la diversa natura
delle rispettive poesie, quella ufficiale in lingua italiana
e quella popolare in dialetto.
La cultura ufficiale, prodotto delle classi privilegiate, ha
disposto della scrittura e quindi ha potuto fissare i testi
delle proprie opere ed il nome degli autori di ciascuna di
esse una volta per sempre. La cultura ufficiale, trasmessa
per iscritto e insegnata nelle scuole, ha potuto continuarsi
ed arricchirsi mediante un processo di accumulo perché
disponendo dei documenti scritti era facilmente
trasmissibile sia nello spazio, sia nel tempo, poteva
arrivare a notevolissime distanze, come essere trasmessa per
moltissime generazioni.
La cultura popolare, prodotto delle classi subalterne, non
disponendo della scrittura né dell’istruzione, ha potuto
tramandare le sue opere solo oralmente e quindi in maniera
non stabile, ma soggetta alle modifiche imposte dal
trascorrere del tempo e dalla diffusione nello spazio.
Per quanto riguarda la poesia bisogna aggiungere che, mentre
i poeti colti si servono di un ampio repertorio metrico e
stilistico, di concetti astratti, della conoscenza degli
autori precedenti anche antichi, della mitologia, della
bibbia, gli autori popolari, per la maggior parte analfabeti
e privi di istruzione, hanno a loro disposizione un
repertorio di forme più ristretto, non usano concetti
astratti, non conoscono gli autori precedenti né la
mitologia né la bibbia e quindi non si sbizzarriscono in
citazioni né in riferimenti mitologici o biblici.
Il poeta popolare quindi procede per concetti semplici e
immagini fisiche tratte dalla sua esperienza di tutti i
giorni a (animali, piante, oggetti di uso comune, i corpi
celesti, ecc.)
ed usa il linguaggio della vita quotidiana. Si
serve anch’egli di un certo numero di schemi metrici e li
usa come può, ma adopera la sua esperienza nel comporre e la
sua sensibilità per raggiungere tante volte dei risultati
sorprendentemente apprezzabili.
La poesia popolare, tramandandosi da una generazione
all’altra subisce delle
modifiche dovute a diversi fattori: cambiamenti che si
verificano nella parlata del luogo, sostituzione di parole
cadute in disuso con parole nuove, errori di memoria o
dovuti ad un ascolto poco attento, ecc. Inoltre,
propagandosi nello spazio, subisce altre modifiche in gran
parte dovute alla diversità delle parlate che ha
attraversato prima di giungere dal posto in cui è stata
creata al posto in cui è giunta (ad esempio da Palermo a
Noto), ad un ascolto non sempre perfetto, alla
base articolatoria
(capacità dei parlanti di pronunziare certi suoni e non
altri che non sono presenti nella propria parlata) delle
persone che l’hanno imparata e trasmessa, ecc.
A questo punto risulta chiaro che la poesia ufficiale
(che di solito ma erroneamente viene chiamata colta) è una
poesia che nasce per essere scritta e letta, è quindi una
poesia fortemente legata alla scrittura, mentre la poesia
popolare nasce per essere recitata e più spesso cantata e,
di conseguenza, è una poesia esclusivamente orale. Quando
noi leggiamo delle composizioni popolari in dialetto
dobbiamo renderci conto che stiamo leggendo dei componimenti
di poesia orale e che se li troviamo in un libro è che
qualcuno, per diffonderne la conoscenza, si è preso la briga
di trascriverli, quindi abbiamo in mano un libro di
trascrizioni di poesie o di canti orali.
Si è appena detto che la poesia in lingua, in opposizione
a quella popolare, viene definita colta come se quella
popolare fosse priva di cultura. Questa definizione è
fortemente fuorviante perché si basa sul malinteso che
istruzione e cultura siano la stessa cosa. Niente di più
falso. Il contadino, l’artigiano, la casalinga, il venditore
ambulante della società contadina non sono andati a scuola,
non sono persone istruite, ma non per questo sono persone
prive di cultura, tutt’altro.
In verità essi possiedono una cultura diversa da
quella ufficiale, una cultura subalterna, alternativa a
quella ufficiale, possiedono dei valori che a volta sono gli
stessi di quelli delle classi dominanti, ma altre volte sono
diversi. La civiltà contadina presenta tanti tipi umani,
ciascuno con alcune caratteristiche che gli sono peculiari:
il carrettiere è estroverso e spavaldo, il barbiere è
curioso e chiacchierone, il contadino è di solito un uomo
riflessivo di poche e misurate parole che non ha simpatia
per chi parla molto, soprattutto se parla senza aver prima
riflettuto. Egli apostrofa i chiacchieroni con le seguenti
espressioni:
Trùbbulu è lu to sienzu comu fezza,
vacant’assai pèggiu ri na tazza.
La to linqua si
trova mal’abbezza
e pparr’ assai ppi ffari sputazza.
Torbido è il tuo pensiero come feccia, / vuoto molto peggio
di una tazza. / La tua lingua si trova mal avvezza / e parla
molto per fare saliva.
La cultura contadina è invece una cultura semplice ma ricca
di principi, di valori, di modelli e regole di comportamento
che compongono un quadro ben equilibrato che era
abbondantemente e profondamente condiviso. Era una cultura
risultante dall’accumulo di esperienze fatte, provate e
collaudate per secoli, anzi per millenni.
Chi si impegna nella raccolta di canti popolari o di altro
tipo di materiale folklorico, si trova inevitabilmente a
dover fare i conti con la timidezza, la modestia e la
ritrosia degli anziani che va ad intervistare. Sia che si
presenti loro con un magnetofono, sia che si presenti con un
foglio di carta e una penna. Questi anziani che si rifiutano
sempre di cantare i canti che conoscono sono pure timorosi
di riferire il testo dei canti.Il loro timore è dovuto al
fatto che essi, vecchi e quasi sempre analfabeti, possano
apparire all’intervistatore, giovane e istruito, degli
ignoranti arretrati, insomma hanno paura di cadere nel
ridicolo. Questo timore si riscontra negli uomini più che
nelle donne. Fra tutti i miei informatori, sono riuscito a
far cantare soltanto mia nonna ed un’altra signora con la
quale avevo un buon grado di confidenza. Solo in un caso,
nel febbraio del 1962, ho intervistato un uomo di novantatre
anni, il Signor Corrado Ucciardo, orgoglioso di dimostrarmi
la sua conoscenza di composizioni molto lunghe e la sua
capacità di ben recitarle.
Dopo il lavoro di raccolta, bisogna provvedere alla
trascrizione di ogni
composizione, cosa che va fatta con il massimo scrupolo e la
massima fedeltà.
Nella trascrizione dei testi dialettali si presenta sempre
un problema, quello di rendere
con la grafia italiana dei suoni che sono presenti nel
dialetto ma che in italiano non esistono e quindi non sono
trascrivibili fedelmente. Chi si trova davanti a questo
problema, se conosce la grafia fonetica, è tentato di
usarla, ma poi considerando che solo pochissime persone la
conoscono è costretto a desistere da questo pensiero. Per
questo si opta di usare il più possibile la normale grafia
dell’italiano e ci si limita ad introdurre solo
pochissimi segni diacritici
per distinguere nella scrittura quei suoni del siciliano che
in italiano non esistono.
Per quanto riguarda la parlata di Noto, basta aggiungere i
segni seguenti che io ho preso in prestito dal sistema di
trascrizione del mio Maestro, il grande glottologo e
dialettologo Giorgio Piccitto quindi ho scritto il suono
gg
delle parole figgu (figlio), cagga (gabbia), canigga
(crusca), cuniggu (coniglio) con due
g con sopra di ognuna un accento acuto ed uno spirito dolce del
greco antico. Invece per il suono
dd
di cavaddu (cavallo), chiddu (quello), chidda (quella), iddu
(egli, lui), iddi (essi, esse, loro), ho usato un puntino
sotto ognuna delle due
d.
Per la
s sonora,
che nella parlata di Noto si trova soltanto davanti a
consonante sonora e mai davanti a vocale, ho usato il segno
di
∫ (s lunga)
e per la
z sonora
che si può trovare anche all’inizio di parola ed è
sempre doppia ho usato la
z
lunga.
Sono solo questi quattro i segni grafici diversi da
quelli italiani e di essi il lettore può trovare una
sufficiente spiegazione all’inizio del mio libro
“L’altra poesia”, canti popolari dell’agro netino, nelle
avvertenze per la lettura dei testi siciliani, alle pagine 9
e 10.
Ma esiste un altro problema quando si affronta un lavoro
di trascrizione di testi siciliani, quello dei sandhi,
cioè delle modificazioni che alcune parole subiscono quando
sono precedute da certe altre parole che hanno la capacità
di modificare la loro parte iniziale.
Ad esempio la parola giorno in siciliano si dice
iornu a Siracusa e
iuornu
a Noto, ma se vogliamo dire un giorno non diciamo nu iornu,
diciamo
gnornu o
gnuornu
e per dire tre giorni non diciamo tri iorna, ma
tri ggorna
(che scriviamo con un accento acuto ed uno spirito dolce su
ciascuna delle due g). Queste modifiche, dovute a motivi di
fonetica sintattica, hanno delle precise ragioni d’essere,
facilmente spiegabili e comprensibili.
Oggi, poiché si dispone della possibilità di registrare la
voce dei narratori, si consiglia di affiancare alla
trascrizione dei testi siciliani una registrazione magnetica
o digitale della voce dei narratori e di corredare le
raccolte con le schede individuali dei narratori stessi in
cui si registra età, se alfabeta o analfabeta, attività
lavorativa, per quanto tempo ha risieduto nel Comune di cui
parla il dialetto, ecc. Tutti questi sono elementi che
possono fornire allo studioso delle importanti informazioni
sulla attendibilità del modo in cui il narratore usa la sua
parlata.
Enzo
Accarpio
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