Antonio Randazzo

 

Memorie di Siracusa

 

verso l'ideale

  GALLERIA VINCENZO ACCARPIO

aurora siracusa

 VINCENZO ACCARPIO

notinese con il vizio del fare

accarpio.vincenzo@virgilio.it                                                         telefono 0931 782801

PER SAPERNE DI PIU'

Enzo Accarpio è nato a Noto nel 1943. Già docente di lingue straniere, si è sempre interessato di studi demologici, di dialettologia e di traduzioni, ma non ha mai pubblicato alcunché per una sua naturale modestia e irrisolta ritrosia.

Questa e la sua prima pubblicazione.

Enzo Accarpio - L'altra Poesia - Canti popolari dell'agro netino Bonanno Editore - pagg. 233 - € 20,00

 
L'ALTRA POESIA

RETRO COPERTINA PRESENTAZIONE PRESENTAZIONE PRESENTAZIONE

Enzo Accarpio - L'altra Poesia - Canti popolari dell'agro netino Bonanno Editore - pagg. 233 - € 20,00

Questo libro contiene una raccolta di 174 canti popolari siciliani trascritti in maniera rigorosa e facilmente leggibili da chiunque, tradotti 'parola per parola' ed annotati e, al tempo stesso, uno studio scientifico per gli specialisti della materia sul dialetto siciliano, in particolare sulla parlata di Noto. Un capitolo di 29 pagine è dedicato ai casi di fonetica sintattica (sandhi) dì uso più frequente, un altro capitolo fornisce delle spiegazioni sui simboli e le metafore ricorrenti nei canti ed un altro ancora da conto delle varianti riscontrate nelle raccolte di canti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè, di Uonardo Vigo e di Corrado Avolio.

Frutto di decenni di ricerche e di studi, vede finalmente la luce questa preziosa raccolta di canti popolari della civiltà Contadina dell'agro netino, che si presenta, quasi come un complemento, un'appendice dei Canti popolari di Noto del grande demologo Corrado Avolio, concittadino dell'autore, ma con la scientificità impo­sta dagli attuali progressi della scienza del linguaggio. Non per nulla tutti i testi presentano la trascrizione fonetica, ovviamente destituita del significato e del valo­re che si dava al cosiddetto fonografismo, piuttosto ricondotta nel solco vitale e fertile degli studi linguistici più avanzati,

Accarpio, che ha raccolto i canti dalla viva voce del popolo, registrando e trascri­vendo alla maniera del compianto Antonino Uccello, dà così voce alla cultura del ceto subalterno, al di là di ogni spinta ideologica, con un interesse dialettologico e letterario insieme, salvando così dall'oblio un patrimonio linguistico di alto valore semantico e poetico, ancorché anonimo.  

Enzo Papa

 

Enzo Accarpio è nato a Noto nel 1943. Già docente di lingue straniere, si è sempre interessato di studi demologici, di dialettologia e di traduzioni, ma non ha mai pubblicato alcunché per una sua naturale modestia e irrisolta ritrosia.

Questa e la sua prima pubblicazione.

POESIA  UFFICIALE  E  POESIA  POPOLARE

 

In un ambiente in cui sia ancora abbastanza vivo e diffusamente praticato l’uso del dialetto, la lingua ufficiale non può considerarsi lingua materna perché in realtà la lingua materna è il dialetto stesso o meglio la parlata dialettale locale, mentre la lingua ufficiale, quella usata da tutta la nazione, è in effetti una seconda lingua, cioè la prima lingua straniera che si impara a scuola.

Ed infatti proprio la scuola ci ha fatto conoscere la lingua, la cultura e la poesia ufficiali e ci ha spinto a ripudiare il dialetto, la cultura e la poesia popolari. Accettare questo progetto della scuola avrebbe determinato un abbandono delle nostre radici e quindi della nostra identità, mentre la conoscenza e l’appropriazione di entrambe le culture ci ha permesso di conseguire un notevole arricchimento.

A mio avviso, è opportuno avere una chiara coscienza degli elementi caratterizzanti delle due culture e delle loro produzioni, al fine di meglio comprendere la diversa natura delle rispettive poesie, quella ufficiale in lingua italiana e quella popolare in dialetto.

La cultura ufficiale, prodotto delle classi privilegiate, ha disposto della scrittura e quindi ha potuto fissare i testi delle proprie opere ed il nome degli autori di ciascuna di esse una volta per sempre. La cultura ufficiale, trasmessa per iscritto e insegnata nelle scuole, ha potuto continuarsi ed arricchirsi mediante un processo di accumulo perché disponendo dei documenti scritti era facilmente trasmissibile sia nello spazio, sia nel tempo, poteva arrivare a notevolissime distanze, come essere trasmessa per moltissime generazioni.

La cultura popolare, prodotto delle classi subalterne, non disponendo della scrittura né dell’istruzione, ha potuto tramandare le sue opere solo oralmente e quindi in maniera non stabile, ma soggetta alle modifiche imposte dal trascorrere del tempo e dalla diffusione nello spazio.

Per quanto riguarda la poesia bisogna aggiungere che, mentre i poeti colti si servono di un ampio repertorio metrico e stilistico, di concetti astratti, della conoscenza degli autori precedenti anche antichi, della mitologia, della bibbia, gli autori popolari, per la maggior parte analfabeti e privi di istruzione, hanno a loro disposizione un repertorio di forme più ristretto, non usano concetti astratti, non conoscono gli autori precedenti né la mitologia né la bibbia e quindi non si sbizzarriscono in citazioni né in riferimenti mitologici o biblici.

Il poeta popolare quindi procede per concetti semplici e immagini fisiche tratte dalla sua esperienza di tutti i giorni a (animali, piante, oggetti di uso comune, i corpi celesti, ecc.)  ed usa il linguaggio della vita quotidiana. Si serve anch’egli di un certo numero di schemi metrici e li usa come può, ma adopera la sua esperienza nel comporre e la sua sensibilità per raggiungere tante volte dei risultati sorprendentemente apprezzabili.

La poesia popolare, tramandandosi da una generazione all’altra subisce delle modifiche dovute a diversi fattori: cambiamenti che si verificano nella parlata del luogo, sostituzione di parole cadute in disuso con parole nuove, errori di memoria o dovuti ad un ascolto poco attento, ecc. Inoltre, propagandosi nello spazio, subisce altre modifiche in gran parte dovute alla diversità delle parlate che ha attraversato prima di giungere dal posto in cui è stata creata al posto in cui è giunta (ad esempio da Palermo a Noto), ad un ascolto non sempre perfetto, alla base articolatoria (capacità dei parlanti di pronunziare certi suoni e non altri che non sono presenti nella propria parlata) delle persone che l’hanno imparata e trasmessa, ecc.

A questo punto risulta chiaro che la poesia ufficiale (che di solito ma erroneamente viene chiamata colta) è una poesia che nasce per essere scritta e letta, è quindi una poesia fortemente legata alla scrittura, mentre la poesia popolare nasce per essere recitata e più spesso cantata e, di conseguenza, è una poesia esclusivamente orale. Quando noi leggiamo delle composizioni popolari in dialetto dobbiamo renderci conto che stiamo leggendo dei componimenti di poesia orale e che se li troviamo in un libro è che qualcuno, per diffonderne la conoscenza, si è preso la briga di trascriverli, quindi abbiamo in mano un libro di trascrizioni di poesie o di canti orali.

Si è appena detto che la poesia in lingua, in opposizione a quella popolare, viene definita colta come se quella popolare fosse priva di cultura. Questa definizione è fortemente fuorviante perché si basa sul malinteso che istruzione e cultura siano la stessa cosa. Niente di più falso. Il contadino, l’artigiano, la casalinga, il venditore ambulante della società contadina non sono andati a scuola, non sono persone istruite, ma non per questo sono persone prive di cultura, tutt’altro.  In verità essi possiedono una cultura diversa da quella ufficiale, una cultura subalterna, alternativa a quella ufficiale, possiedono dei valori che a volta sono gli stessi di quelli delle classi dominanti, ma altre volte sono diversi. La civiltà contadina presenta tanti tipi umani, ciascuno con alcune caratteristiche che gli sono peculiari: il carrettiere è estroverso e spavaldo, il  barbiere è curioso e chiacchierone, il contadino è di solito un uomo riflessivo di poche e misurate parole che non ha simpatia per chi parla molto, soprattutto se parla senza aver prima riflettuto. Egli apostrofa i chiacchieroni con le seguenti espressioni:

 

                                      Trùbbulu è lu to sienzu comu fezza,

                                      vacant’assai pèggiu ri na tazza.

                                     La to linqua si trova mal’abbezza

                                     e pparr’ assai ppi ffari sputazza.

 

Torbido è il tuo pensiero come feccia, / vuoto molto peggio di una tazza. / La tua lingua si trova mal avvezza / e parla molto per fare saliva.

 

La cultura contadina è invece una cultura semplice ma ricca di principi, di valori, di modelli e regole di comportamento che compongono un quadro ben equilibrato che era abbondantemente e profondamente condiviso. Era una cultura risultante dall’accumulo di esperienze fatte, provate e collaudate per secoli, anzi per millenni.

Chi si impegna nella raccolta di canti popolari o di altro tipo di materiale folklorico, si trova inevitabilmente a dover fare i conti con la timidezza, la modestia e la ritrosia degli anziani che va ad intervistare. Sia che si presenti loro con un magnetofono, sia che si presenti con un foglio di carta e una penna. Questi anziani che si rifiutano sempre di cantare i canti che conoscono sono pure timorosi di riferire il testo dei canti.Il loro timore è dovuto al fatto che essi, vecchi e quasi sempre analfabeti, possano apparire all’intervistatore, giovane e istruito, degli ignoranti arretrati, insomma hanno paura di cadere nel ridicolo. Questo timore si riscontra negli uomini più che nelle donne. Fra tutti i miei informatori, sono riuscito a far cantare soltanto mia nonna ed un’altra signora con la quale avevo un buon grado di confidenza. Solo in un caso, nel febbraio del 1962, ho intervistato un uomo di novantatre anni, il Signor Corrado Ucciardo, orgoglioso di dimostrarmi la sua conoscenza di composizioni molto lunghe e la sua capacità di ben recitarle.

Dopo il lavoro di raccolta, bisogna provvedere alla trascrizione di ogni composizione, cosa che va fatta con il massimo scrupolo e la massima fedeltà.

Nella trascrizione dei testi dialettali si presenta sempre un problema, quello di rendere con la grafia italiana dei suoni che sono presenti nel dialetto ma che in italiano non esistono e quindi non sono trascrivibili fedelmente. Chi si trova davanti a questo problema, se conosce la grafia fonetica, è tentato di usarla, ma poi considerando che solo pochissime persone la conoscono è costretto a desistere da questo pensiero. Per questo si opta di usare il più possibile la normale grafia dell’italiano e ci si limita ad introdurre solo pochissimi segni diacritici per distinguere nella scrittura quei suoni del siciliano che in italiano non esistono.

Per quanto riguarda la parlata di Noto, basta aggiungere i segni seguenti che io ho preso in prestito dal sistema di trascrizione del mio Maestro, il grande glottologo e dialettologo Giorgio Piccitto quindi ho scritto il suono gg delle parole figgu (figlio), cagga (gabbia), canigga (crusca), cuniggu (coniglio) con due g con sopra di ognuna un accento acuto ed uno spirito dolce del greco antico. Invece per il suono dd di cavaddu (cavallo), chiddu (quello), chidda (quella), iddu (egli, lui), iddi (essi, esse, loro), ho usato un puntino sotto ognuna delle due d.

Per la s sonora, che nella parlata di Noto si trova soltanto davanti a consonante sonora e mai davanti a vocale, ho usato il segno di ∫ (s lunga) e per la z sonora  che si può trovare anche all’inizio di parola ed è sempre doppia ho usato la z lunga.

Sono solo questi quattro i segni grafici diversi da quelli italiani e di essi il lettore può trovare una sufficiente spiegazione all’inizio del mio libro “L’altra poesia”, canti popolari dell’agro netino, nelle avvertenze per la lettura dei testi siciliani, alle pagine 9 e 10.

Ma esiste un altro problema quando si affronta un lavoro di trascrizione di testi siciliani, quello dei sandhi, cioè delle modificazioni che alcune parole subiscono quando sono precedute da certe altre parole che hanno la capacità di modificare la loro parte iniziale.

Ad esempio la parola giorno in siciliano si dice iornu a Siracusa e iuornu a Noto, ma se vogliamo dire un giorno non diciamo nu iornu, diciamo gnornu o gnuornu e per dire tre giorni non diciamo tri iorna, ma tri ggorna (che scriviamo con un accento acuto ed uno spirito dolce su ciascuna delle due g). Queste modifiche, dovute a motivi di fonetica sintattica, hanno delle precise ragioni d’essere, facilmente spiegabili e comprensibili.

Oggi, poiché si dispone della possibilità di registrare la voce dei narratori, si consiglia di affiancare alla trascrizione dei testi siciliani una registrazione magnetica o digitale della voce dei narratori e di corredare le raccolte con le schede individuali dei narratori stessi in cui si registra età, se alfabeta o analfabeta, attività lavorativa, per quanto tempo ha risieduto nel Comune di cui parla il dialetto, ecc. Tutti questi sono elementi che possono fornire allo studioso delle importanti informazioni sulla attendibilità del modo in cui il narratore usa la sua parlata.

                                                                                                        Enzo Accarpio