13-ritirata degli ateniesi - Assedio ateniese di Siracusa

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13-ritirata degli ateniesi

L'episodio finale dell'avventura ateniese in Sicilia è oggetto da parte degli studiosi di interpretazioni assai discordanti. Ciò dipende in primo luogo dal fatto che nei duemila e quattrocento anni da allora la situazione orografica e soprattutto idrografica dei luoghi citati da Tucidide ha subito cambiamenti in qualche caso anche radicali; si aggiunga poi che lo storico, pur tracciando un racconto lineare e conseguente, rimane reticente in più di una occasione. Egli infatti deve essersi trovato a sua volta di fronte a testimonianze vaghe e discordanti, sia che prove¬nissero da fonte siracusana sia, e a maggior ragione, da parte dei rari e disorientati superstiti ateniesi. Contrariamente a quanto di solito si crede, è invece nostra opinione che Tucidide probabilmente non si sia mai recato a Siracusa144. La mancata visione diretta dei luoghi serve a spiegare - nella lucidità della sua prosa - non gli errori , che probabilmente non ci sono, ma i cauti silenzi, come non abbiamo via via nel corso del nostro studio mancato di mettere in evidenza.
Il 1° e 2° giorno: dal campo della Milocca a "La Piana " sotto Florìdia.
La prima questione da porre riguarda il passaggio del fiume Ànapo nel primo giorno di marcia (7.78,3). Pressoché la totalità degli studiosi, collocando il campo ateniese nella piana dell'Ànapo, sulla sinistra del corso terminale del fiume, non ha difficoltà a far passare l'armata nel ben noto ponte e più o meno da essa identificato con l'attuale Ponte Grande presso la foce, in corrispondenza della moderna via Elorina, onde, superato l'ostacolo dei soldati siracusani schierati sul ponte (7.78,3), vederla procedere liberamente, tenendo il fiume a mano destra, in direzione di occidente.
Noi però siamo di diverso avviso per le molte ragioni già esposte, in base alle quali abbiamo visto l'ultimo campo ateniese a SE dell'Olimpièo145. Quindi l'armata, per dirigersi dove appunto risulta diretta (cioè a occidente, verso i monti sovrastanti la piana di Florìdia)146, non avrebbe avuto motivo alcuno di attraversare l'Anapo14, a meno che non si voglia, mutato programma, farlo ripassare una seconda volta, volta della quale comunque Tucidide tace. Saremmo perciò di fronte solo .a due possibilità: o nessuno o doppio passaggio dell'Ànapo. E in ambedue i casi Tucidide avrebbe commesso omissioni imperdonabili.
In realtà i fatti, secondo una veduta complessiva di essi, si sono svolti in modo tutt'affatto diverso (tav. X). 


L'armata ateniese dunque scende dalla Milocca nella depressione del Pantano Grande, naturalmente tenendosi ai bordi; in altre parole, inseritasi nella Elorina presumibilmente al bivio di Masseria Coppa148, la percorre in direzione SW. Sul fondo della depressione c'è da guadare il Cavadonna, che era allora un vero e proprio fiume149 e che allora si chiamava esso pure Ànapo, anzi dei due Ànapo era, pare, considerato il più importante150. Quindi nessuna difficoltà a proposito del racconto tucidideo, che è, nel senso anzidetto, lineare e chiaro. Per di più si può osservare che Tucidide non parla affatto di "ponte" come sarebbe stato logico - e verrebbe da dire necessario -, se si fosse trattato del grande e importante passaggio sull'altro Anapo; si limita invece a dire: epeide egenonto epi tè diabasei tou Anapou potamou... chratesantes ton poron echo- roun es to prosthen, "come giungono al passaggio del fiume Anapo, ... impossessatisi del guado, marciano in avanti" (7.78,3). Diabasis, poros è detto propriamente di un attraversamento sul greto, che tra l'altro era custodito solo da un distaccamento siracusano facilmente sopraffatto. Il lungo ponte allo sbocco del fiume superiore sulla Lisimelìa avrebbe presunto una difesa ben più organica e consistente, data la sua posizione strategica al centro delle vie per Catania, Siracusa, Acre151.
Resta da chiedersi quale strada, passato l'Ànapo-Cavadonna, abbiano poi seguito gli Ateniesi: subito verso occidente, risalendo appunto il corso del Cavadonna, oppure un po' più avanti, per raggiungere la via Acrense all'incirca a fermata Cìfali? (v. foto 16). Ragioni buone per scegliere l'una o l'altra strada ci sono: per la prima soluzione la volontà di allontanarsi subito il più possibile da Siracusa, per la seconda una maggiore comodità e ovvietà viaria (tav. X).

Ci sono due soli elementi sui quali basare una ipotesi meno approssimativa possibile: nella la giornata gli Ateniesi percorsero 40 stadi e si accamparono su un colle (7.78,4), nella 2a ne percorsero 20 e si accamparono in un luogo pianeggiante, abitato e ricco d'acqua, dopo di che per un lungo tragitto l'acqua scarseggiava (ibid.) (tav. XI). Va innanzitutto premesso che le distanze indicate da Tucidide sono, nella loro attuale trascrizione metrica, subordinate a molte incertezze. Non sappiamo infatti quale sia esattamente in Tucidide il valore numerico dello stadio, oscillando questo, nella opinione degli studiosi, tra 177,6 m (stadio attico) e 193,3 (stadio olimpico)152. Inoltre noi non siamo in grado di sapere da quale punto preciso venga da Tucidide fatta cominciare la marcia degli Ateniesi. E non si tratta di cosa dappoco, perché l'accampamento ateniese, dove alla fine si trovavano ad alloggiare almeno 50.000 uomini153, doveva occupare un'area di circa 2 km2, il che vuol dire approssimativamente un rettangolo arcuato che insisteva sulla linea di costa. Il campo doveva essere esteso nell'entroterra per la profondità di circa 1 km, vale a dire un'area di circa 11x6 stadi, sino al margine della Milocca. Quel che possiamo ritenere per certo è che, per far sfilare 40.000 uomini, alla fine della marcia della la giornata (appunto di 40 stadi), quando la testa della colonna giunse al luogo previsto per l'accampamento, la retroguardia non doveva essersi ancora mossa dal punto di partenza o lo era da poco. Dando dunque ai 40 stadi tucididei una lunghezza approssimativa di 7/8 km e collocando il punto di partenza, come sembra più logico, all'incirca all'uscita dal campo, la marcia è preferibile vederla lungo la via Elorina prima e l'Acrense poi, avendo come termine i rilievi della Serramèndola presso Capo Corso (v. foto 17).


Se invece facciamo risalire gli Ateniesi per il Cavadonna, tagliando la grande ansa del fiume da Torre Andolina a Contrada Iancarossa direttamente verso W, dovremmo far acquartierare gli Ateniesi all'incirca nell'attuale località appena rilevata (fondo Bisacca) sulla pianura presso l'incrocio della strada per Canicattini con il fiume Cavadonna. Questa seconda ipotesi sembra perciò assai meno probabile: essa contraddirebbe la notizia della prima sosta su un vero colle e contrasterebbe con il secondo dato di Tucidide, cioè i 20 stadi percorsi nel 2° giorno, troppi per raggiungere quella località detta appunto piana, abitata e ricca d'acqua, che ci sembra non possa non essere identificata altro che con la pianura fertile, ubertosa, oggi ricca di resti archeologici, che si stende a sud di Florìdia e che porta tuttora il nome di La Piana; cioè, tanto per darsi un punto di riferimento, là dove la via Acrense incrocia l'attuale strada provinciale Florìdia-Canicattini154.
Resta dunque, a nostro avviso, molto più probabile il percorso, diciamo così, più settentrionale, anche perché non è da escludere che mai sia stato accantonato da Nicia il proposito di portarsi subito, se possibile, a Catania155. In tale prospettiva Capo Corso si presentava per la sua vicinanza al guado sull'Ànapo superiore e per la sua posizione strategica all'incrocio di più strade156, come il sito più idoneo per esplorare un eventuale tragitto attraverso la sella del Belvedere157. Invece, sicuramente e saldamente presidiati dai Siracusani sia il ponte sull'Ànapo sia la sella158, restava valida e unica per gli Ateniesi solo la via dei monti in direzione W o NW, dove si sarebbero finalmente trovati fuori della portata dei Siracusani e nella possibilità invece di dirigersi da lì o a N verso Catania o a S versi i sicuri e amici insediamenti sìceli di Ibla Heraia (Ragusa) o Motyca (Mòdica). La realtà è che altre alternative non si offrivano agli Ateniesi.
Perché nel 2° giorno di marcia un così breve percorso? Forse gli Ateniesi hanno indugiato sulla Serramèndola, restii ad abbandonare l'obbiettivo in un primo luogo prescelto ed immediato, la sella del Belvedere e poi direttamente Catania; forse l'attesa di notizie da parte di esploratori inviati in ricognizione lungo il nuovo, meno noto e meno desiderato, cammino; certo uno stato di incertezza a proposito delle manovre del nemico. Infatti i Siracusani continuano a tormentare l'armata ateniese con la cavalleria e le truppe leggere (7.78,3), ma il grosso del loro esercito veniva contemporaneamente portato lungo un'altra strada, sulla sinistra dell'Anapo (quella che attualmente va a Solarino e poi a Sortino, passando per la periferia di Florìdia)159 allo scopo di controllare sempre le uscite per Catania e comunque prevenire, come appunto avvenne (7.42,2), l'avversario sui monti160.
Gli Ateniesi dunque, dopo essere scesi nella valle del Cefalino (v. foto 18),



pongono ora il campo sull'ampia pianura, poco a S di Florìdia, es chorion apodon ti (7.77,4), certo la vasta zona appunto pianeggiante che, per questa sua peculiare caratteristica, porta.ancor oggi, seppure in parte, il toponimo specifico di "La Piana'"61. Qui, come si è detto, il terreno è molto ricco d'acqua e assai fertile; oggi è anche ricco di materiale archeologico, indice di frequenza umana162.
Il 3°, 4° e 5° giorno. I combattimenti sui monti
Il cammino viene ripreso il 3° giorno (tav. XI), 


certo in prossimità dei monti, ma di strada se ne fa ancora meno163; cavalleria e truppe leggere dei Siracusani ostacolano gli Ateniesi, premendoli da ogni parte (7.78,6). Tutta la giornata si combatte senza esito, per cui la sera gli Ateniesi rientrano nel campo precedente (7.78,7). Tucidide non dà misure sul percorso degli Ateniesi in questo 3° giorno; da La Piana al piede dei monti (Cozzo Su Cola) sono 2 km circa, poi un altro chilometro quasi in piano dentro il largo Vallone del Pero (località Raiàna, tra le ultime pendici nord-occidentali di Monasteri di Sopra e Cozzo Su Cola)164 (v. foto 19).

Nel 4° giorno gli Ateniesi, evidentemente traendo frutto dall'esperienza fatta il giorno innanzi, cioè con ogni probabilità serrando le fila, riescono a contenere le pressioni esercitate sui fianchi dal nemico e a portarsi più avanti fin sui primi rilievi. Qui però trovano questa volta le truppe nemiche schierate in poco spazio su più linee, favorite da alture dirupate sui fianchi e protette da fortificazioni ovviamente già erette nei giorni e nelle notti precedenti (7.79,1). Ciò deve essere stato lungo le balze colleganti le Cave di Lencino e di Donna Vittoria e sottostanti al cuneo proteso di Cugno Lupo e Poggio Tre Pizze (v. foto 20 e 21). Gli Ateniesi non ce le fanno a sfondare e allora retrocedono per prendere fiato (7.79,2) . Neanche di questa giornata Tucidide dà misure di marcia; evidentemente si tratta di poco spazio, lo stesso o poco più del giorno precedente. Tenuto conto della entità delle armate in lotta, la situazione può considerarsi del tutto stazionaria.
Mentre infuria un improvviso temporale, Gilippo manda all'indietro (l'esercito siracusano meno alcuni presidi è ormai tutto sui monti) un distaccamento per sbarrare alle spalle la via agli Ateniesi nella eventualità di una loro ritirata; ma gli Ateniesi, come se ne accorgono, accorrono tempestivamente e, tolto l'ostacolo di mezzo, arretrano nuovamente nella pianura, dove trascorrono la notte (7.79,5). Non si direbbe nell'accampamento di La Piana, ma poco sotto le propaggini dei monti, grosso modo all'inizio della pianura, a q. 114, all'incrocio attuale tra la via acrense e la provinciale che da Florìdia sale in località Bagni. Evidentemente, entrati gli Ateniesi nel Vallone del Pero e spintisi sulle alture verso Cugno Lupo, il tentativo di Gilippo di bloccarli alle spalle non può essersi diretto che all'imbocco tra la Cava di Lencino e Cozzo Su Cola165.
Il giorno appresso, il 5°, si riaccende la battaglia. Certo serrando ancor più le fila e freschi dopo il riposo notturno, gli Ateniesi riescono ad avanzare abbastanza. Siamo ormai in montagna e i cinque/sei stadi (all'incirca 900/1.200m), quanti questa volta indica Tucidide (7.79,6), giustificano l'accanimento e le gravi perdite subite. Fortissime le ateniesi, ma certo pesanti anche le siracusane.
Gli Ateniesi, sfiniti e mezzi distrutti, ritornano ancora in pianura, questa volta quasi certamente fino al luogo del primitivo accampamento di La Piana166; tanto che i Siracusani, non meno provati, rompono il contatto e si acquartierano nei propri iniziali alloggiamenti, è da presumere anch'essi in pianura, a N o a NW di Florìdia (7.79,6).
È possibile, crediamo con quasi assoluta certezza, identificare il campo di questa battaglia alpestre con la altura dirupata che Tucidide (7.78,5) chiama appunto Akraion Lepas: lophos karteros kai hekaterothen autou charadra krem- nod.es, ekaleito de Akraion Lepas,6\ Sopra Mass.a Raiàna la strada sale erta (circa 1 km) fino ad una strettoia tra Cugno Lupo (q. 276) e Poggio Tre Pizze (q. 297), larga sì e no 200 m; questi Cugni, che con i rilievi vicini hanno le loro radici nel¬la soprastante Serra di Cappa (q. 377), sono fiancheggiati a S dalla cava di Lencino e a N dai Valloni del Pero e di Donna Vittoria. Presso Cugno Lupo si vedono ancora dei cumuli di pietrame che non sembrano naturali né dovuti a lavori campestri: sono i resti degli sbarramenti siracusani?
Le pendici dei monti Iblèi scendono verso il mare in una serie ininterrotta di forre168, tutte più o meno strette, profonde, dirupate, alternate ovviamente da dossi di forma mammellonata169. È decisamente da escludere, come invece molto studiosi affermano, che gli Ateniesi si siano inoltrati in una Cava. Lo contraddicono esplicitamente da una parte il testo tucidideo, il quale parla di colle (lophos, 7.78,5) e dall'altra le più elementari norme militari: un armata quale quella ateniese, in partenza, ora un po' meno, forte di 40.000 uomini, mai sarebbe stata fatta entrare in un budello, largo alcune decine di metri, quale, per esempio, la Cava Spampinàto Culatrelli o la Culatrello Cirino170 o qualcun'altra delle molte simili. La battaglia invece si è svolta su un Cugno, dove appunto saliva la via acrense171 e come del resto è norma generale degli itinerari antichi: tracciare le strade sulle alture e non sui fondi valle, come invece faranno per primi i Romani.
Ma conviene ancora domandarsi perché gli Ateniesi abbiano scelto la via delV Akraion Lepas, che presenta un tratto di circa 1 km non eccessivamente lungo ma in terreno aspro, talvolta considerevolmente erto (circa 100 m di dislivello, cioè con una pendenza media del 10%, ma in qualche tratto anche del 20/25%), culminante in una sella assai stretta tra fianchi dirupati e aguzzi (Cugno Lupo e Poggio Tre Pizze) e per di più disposti relativamente di traverso (NW-SE) rispetto alla direzione di marcia (E-W). Senza contare che, anche fossero riusciti gli Ateniesi a superare il passo dell 'Akraion Lepas, altri due punti difficili li attendevano oltre, a Serra di Cappa e a Serra Guardiola (v. foto 22).
Un accesso sotto diversi punti di vista più facile, verso l'altopiano, era, per esempio, lungo il dosso di Cugno delle Canne, tra la Cava Spampinato Culatrelli e la Cava Culatrello Cirino, subito a W di Florìdia, dal pendio più dolce e più aperto. Non è da escludere un tradimento delle guide locali, di cui gli Ateniesi si servivano172. Se non di un tradimento, poteva però trattarsi di una opportunistica connivenza, che non è comunque da credere determinante. La via intrapresa dagli Ateniesi era la via, per così dire, storica verso Acre o, per meglio dire (non certo ad Acre, siracusana, tendevano gli Ateniesi), la via da Siracusa verso i monti Iblèi. La realtà è che altre alternative non si offrivano agli Ateniesi. Più a N già marciavano i Siracusani, tra il Cefalino e l'Anapo, per prevenirli su quella qualunque via che più li avrebbe avvicinati a Catania. Più a S (Contrada Bagni) gli Ateniesi avrebbero incontrato difficoltà naturali anche più aspre, tanto è vero che gli studiosi, che vogliono vedere gli Ateniesi diretti lungo il Cavadonna nell'area di Canicattini Bagni (centro che comunque allora non esisteva), sono costretti poi a farli risalire a N appunto proprio verso Contrada Bibbia173 (v. foto 23 a, b).

La via Acrense era dunque l'unica opzione disponibile. Non per niente indicata dalla natura e dagli uomini come la più breve, diretta e (a parte i luoghi dell 'Akraion Lepas) la più agevole tra Siracusa e l'altopiano iblèo.
Infine va tenuto conto che, una volta fossero riusciti gli Ateniesi a portarsi in breve tempo sopra Contrada Bibbia, essi potevano dirsi definitivamente al sicuro, perché mai più i Siracusani avrebbero potuto aggirarli dall'alto. I Sìceli Iblèi non si erano mossi in aiuto degli Ateniesi (come questi avrebbero sperato), ma certo ora si sarebbero opposti ai Siracusani, se questi avessero tentato di attraversare il loro territorio.
Il 6°, 7°, 8° giorno. Da La Piana all'Assinàro
Ma ritorniamo al campo di La Piana, dove abbiamo lasciato gli Ateniesi, al termine del 5° giorno, a bivaccare e a discutere sul da farsi. Dimostratasi disastrosa e inaccessibile la via occidentale verso i monti, si decide di mutare nettamente direzione. Abbandonata ogni velleità di raggiungere da presso, anche se per vie trasverse, Catania, si opta per ritornare alla costa e di lì trovare un'area, greca o barbara, di più facile accesso, tale intanto da mettere tra loro e i Siracusani il maggiore distacco possibile174 (tav. XI). 



A tale fine levano furtivamente nel cuore della notte il campo - dopo aver lasciato accesi i fuochi per ingannare il nemico, che perciò solo il giorno appresso si accorgerà della fuga degli Ateniesi - e a marce forzate si dirigono a sud. Non c'è dubbio (sembra che qui l'accordo degli studiosi sia pressoché unanime) che la strada seguita sia più o meno la stessa che è oggi percorsa dalla strada prov. Florìdia - ponte sul Cavadonna - bivio per Canicattìni B. - contrada Spinagallo - bivio per Cassibile. In totale circa 14 km175.
A questo punto molte domande sorgono a proposito di altre opzioni che pur si presentavano agli Ateniesi e che non furono scelte. Perché anzitutto i due corpi d'armata, di Nicia e di Demostene, non muovono sincroni ma già da principio distanziati e senza collegamenti (7.80,4; 81,3)? Perché, per esempio, visto il grande vantaggio di tempo e di spazio acquisito sui Siracusani, non ritornare a tentare la ben più vicina sella del Belvedere, in quel momento non diciamo sguarnita ma certo assai meno difesa? La realtà è che ci troviamo di fronte ad una armata ormai gravemente falcidiata, disordinata e disperata, condotta da guide locali probabilmente infide. Lo stesso Nicia mostra di aver rinunciato a darsi una strategia ma di essere rivolto solo ad un "si salvi chi può", pur di giungere il più lontano possibi¬le dal nemico (7.80, 3-4). Vera e propria fuga, quando il vinto perde il senso della realtà176. Quando, due giorni dopo, a Nicia si offrirà l'occasione, dopo la resa di Demostene, di venire a patti con Gilippo, anziché chiedere le stesse onorevoli condizioni che erano state fatte a Demostene, egli propone controfferte palesemente irreali e inaccettabili (7.83,2).
Naturalmente questa situazione assai confusa deve essersi riflessa anche sulle fonti dirette, da cui Tucidide ha tratto le sue notizie, perché da questo momento della marcia notturna da La Piana fino alla tragica conclusione della ritirata ateniese il suo racconto, pur sempre vivo, denso e penetrante, si fa anche non possiamo dire erroneo ma certo vago e lacunoso.
Persosi ogni contatto tra le truppe di Demostene e quelle di Nicia, in quale punto della strada Demostene, rimasto in forte ritardo, viene raggiunto dai Siracusani, finalmente corsi all'inseguimento?
Demostene ha passato o no, come invece riesce a Nicia, il fiume Cacìpari (cioè il Cassibile)?
A quale fiume corrisponde quell'Erìneo presso il quale Nicia, dopo aver passato il Cacìpari, si accampa la sera del sesto giorno?
E l'Assinàro, dove gli Ateniesi di Nicia trovano miserevole fine, a quale fiume corrisponde?
Perché Tucidide non parla del fiume Elòro, che pure è tirato chiaramente in ballo da Diodòro?
Dal testo tucidideo e dalle altre fonti177 poche cose sicure apprendiamo:
-1 due corpi d'armata di Nicia e di Demostene marciano separati e poi via via il distacco si fa sempre più grave (7.80,4).
- Nicia arriva in vista del mare e si introduce nella via Elorina al sorgere del sole (7.80,5)178.
- Quando Demostene è raggiunto e bloccato dai Siracusani, è l'ora di desinare (7.81,1)179 e Nicia è avanti di 50 stadi - 9/10 km - (7.81,2). Il luogo corrisponde alla proprietà di un denominato Polìzelo ed è un oliveto circondato da un muro e stretto tra due strade (7.81,4; Plut. Nic. 27).
- La sera del sesto giorno Nicia mette il campo in una altura subito al di là del fiume Erìneo e là, premuto da ogni parte, si trattiene tutto il giorno successivo (7.82,3; 83).
- La mattina dell'ottavo giorno le truppe di Nicia scendono assetate sul fiume Assinàro e qui vengono distrutte (7.84-85).
In questo prospetto le possibilità di interpretazione cronologica e topografica si accavallano e si intrecciano in modo sconcertante. Come in qualsiasi problema esegetico o inquisitorio, partire da un solo punto, sia pure ritenuto certo, porta poi ad una valutazione erronea del complesso. Bisogna fin da principio valutare l'insieme dei fatti noti in un quadro unitario che tenga conto della realtà ambientale nella sua interezza.
Negli ultimi giorni di marcia, dal 6° all' 8°, gli Ateniesi atraversano tre fiumi: potamoi, non torrenti o ruscelli. Essi sono in ordine di successione denominati da Tucidide: Cacìpari, Erìneo, Assinàro.
Oggi nell'area scorrono tre fiumi: Cassibile, Fiume di Noto, Tellàro (tav. XII).

Certa è l'identificazione del Cassibile con il Cacìpari. Certa anche l'identificazione del Tellàro con l'Elòro.
Certo che l'Elòro, così in tutte le fonti antiche e mai diversamente denominato, non si identifica con l'Assìnaro180.
Resta dunque da dare un nome storico al Fiume di Noto181 e identificare, oltre il Cacìpari e il Fiume di Noto, un terzo fiume, ora scomparso182.
In realtà le nostre ricerche non hanno trovato testimonianze vuoi storiche vuoi paleogeografiche di fiumi tra il Cassibile e il Fiume di Noto183. Invece l'esistenza di un fiume antico, oggi, almeno come tale, scomparso, è riscontrabile tra il Fiume di Noto e il Tellàro ed è l'attuale corso d'acqua che porta i nomi di Giòi- Laufi184.
E dunque a quest'ultimo* che va assegnato il nome storico di Assinàro; di conseguenza il Fiume di Noto è l'Erìneo. A conferma di ciò può essere citato Tolomèo che, sulla costa, tra Siracusa e Pachino (Capo Pàssero), ricorda un solo fiume, l'Orino o Erìno"185, che non può essere, per le ragioni anzi dette e perché maggiore e più importante degli altri, che il Fiume di Noto.
Tra il Cassibile e il Fiume di Noto corrono in linea d'aria186 circa 10,5 km187; tra il Fiume di Noto e il Làufi si va da 2 a 2,5 km circa188.
Il percorso della via corrispondente a tutti questi fiumi può dirsi sostanzialmente pianeggiante, con lievi ondulazioni, sopratutto a S del Fiume di Noto.
Allora sulla Elorina, in prossimità del mare Nicia arriva circa alle h. 5,30 del mattino189: ama de te heó, aphiknountai (se. gli Ateniesi di Nicia) omós pros tèn thalassan, kai esbantes es tèn odon tèn Elorinèn kaloumenèn eporeuonto (7.80,5).
Non può trattarsi che dello scalo di Fontane Bianche (v. foto 26),

quasi certamente l'unico punto a cui porta direttamente la strada di raccordo, certo esistente anche in antico, tra le due grandi vie siracusane, l'Elorina e l'Acrense. Il testo tucidideo lo conferma indirettamente: gli Ateniesi di Nicia non raggiungono l'Elorina sul Cacìpari ma prima si immettono nella via e successivamente proseguono in direzione del Cacìpari che si accingono a risalire, sperando vanamente di incontrare in proprio soccorso i Sìceli (7.80,5). Al guado invece, che è a circa 2 km dalla foce, incontrano un distaccamento siracusano, di cui comunque si sbarazzano, e passano il fiume (7.80, 5-6) (v. foto 27, 28 e 29). Ciò appunto significa che alla Elorina essi erano giunti molto prima del guado. Infatti la Elorina, come abbiamo dimostrato altrove190, dopo Fontane Bianche costeggiava il mare per circa 2 km e quindi risaliva il fiume per altrettanti. Resta perciò escluso che gli Ateniesi abbiano raggiunto l'Elorina in altro punto diverso da quello da noi indicato e quindi il fiume, solo al guado sotto l'attuale Mass.a Zagarìa. Effettivamente non si capisce perché, data la gran fretta nel guadagnar terreno, gli Ateniesi, giunti in località Case Nava (contrada Spinagallo), anziché portarsi a Fontane Bianche non abbiano piegato a SW lungo una serie di "trazzere" che certo costituivano, attraverso la significativa Contrada Stratigò191, un ulteriore e più diretto raccordo tra la via di collegamento Acrense-Elorina (per intenderci La Piana-Fontane Bianche) e il guado della Elorina sul Cassìbile192. Probabilmente il miraggio psicologico del mare, una certa diffidenza nell'imboccare ancora di notte un itinerario meno noto e forse per gli Ateniesi meno persuasivo, la sicurezza, andando diritti, di incrociare la via Elorina, forsanche la speranza di trovare nello scalo di Fontane Bianche un certo ristoro (acqua e cibo)193, tutto ciò li portò a scegliere l'itinerario più lungo ma più sicuro.
Dunque circa alle 5,30 del mattino Nicia è a Fontane Bianche. Tra questo scalo e La Piana sono approssimativamente 13/14 km. Considerata la stanchezza (non dimentichiamo che gli Ateniesi sono reduci da una asperrima battaglia) e la difficoltà intrinseca di una marcia notturna, tenuto conto però all'incontrario della volontà di far presto (che deve aver consigliato anche di darsi il minore ingombro possibile di equipaggiamento e che forse appunto giustificava ulteriormente l'opportunità di porsi come primo obbiettivo un centro abitato)194, possiamo calcolare in 6/7 ore il tempo impiegato alla media di 2 km circa all'ora195.
Riteniamo ipotesi plausibile che il corpo d'armata di Nicia abbia lasciato il campo di La Piana tra le h. 23 e la mezzanotte del giorno prima; E in effetti dobbiamo dare un largo margine di tempo ai soldati, in ripiegamento da\YAkraion Lepas, per riallestire il campo di La Piana, curare le ferite, rifocillarsi, iniziare il riposo notturno, durante il quale, per i capi, consigliarsi sulle gravi decisioni da prendere e quindi disporre i provvedimenti relativi.
Comunque, punto fermo restando l'arrivo a Fontane Bianche al sorgere del sole, si può calcolare poi in 3/4 ore il raggiungimento del guado del Cassibile (4 km circa), compresa, come si è supposto prima, una sosta a Fontane Bianche. L'attraversamento del fiume, che avviene in un luogo scosceso e stretto, e lo scontro con il corpo di guardia siracusano non devono aver chiesto più di due ore.
Successivamente, sempre nello stesso giorno (il 6° della ritirata) gli Ateniesi di Nicia percorrono indisturbati tutto il tratto di strada fino al Fiume di Noto (l'Erìneo), lo guadano e subito dopo si acquartierano su una altura adiacente (7.82,3). Calcolando tra le 11 e le 12 del mattino il superamento del Cassibile, tenuto conto della stanchezza sempre maggiore, della sete, della forte calura estiva, i 12 km tra Cassibile e il colle del Fiume di Noto possono essere stati percorsi in 5, forse al più in 6 ore. Ivi si accampano, comunque ancora con la luce del giorno, prima di sera, diciamo tra le 5 e le 6 pomeridiane.
Sia pure con estrema elasticità, si può immaginare che alla medesima ora di desinare, a mezzogiorno o poco più, Nicia e i suoi fossero già oltre il Cassibile.
Nello stesso tempo, peri aristou horam (7.81,1), l'altro corpo d'armata ateniese, comandato da Demostene, viene raggiunto dai Siracusani, i quali, accortisi solo al mattino della fuga degli Ateniesi, si erano, dopo accuse e recriminazioni reciproche, in fretta e furia gettati all'inseguimento. Essi nella pianura di Florìdia, come si è già detto, stavano discosti dal campo ateniese, in un sito tra il Cefalino e l'Ànapo, a qualche chilometro di distanza a nord di La Piana. Tanto che durante la notte non si erano nemmeno accorti dei movimenti ateniesi196. A mezzogiorno possiamo calcolare abbiano percorso una decina di chilometri e perciò si trovino a 4/5 km circa prima di Fontane Bianche197 (tav. XI).

Questo punto diventa quindi un elemento cruciale della nostra esegesi, non solo perché in esso coincidono sia il raggiungimento di Demostene da parte dei Siracusani sia la sua resa, ma anche perché il luogo, descritto da Tucidide con insolita minuzia di particolari, rivela una sua importanza intrinseca ed è topograficamente, con buona probabilità, identificabile.
Si tratta della aule di Polìzelo. Non certo di una qualunque casa di campagna né questo Polìzelo, per essere con tanta precisione ricordato, un "massaro" come tanti altri. Non dunque di "un Polìzelo", come scrivono spesso gli studiosi, ma del fratello di Gerone, il quale fu tiranno di Siracusa dal 478 al 466/465 a.C., anno in cui morì198. Dapprima associato al fratello, poi separatosene, Polìzelo dovette ritirarsi a vivere in campagna199. Non si vede motivo di dubitare, tanto più che questa dimora agreste di Polìzelo (Polyzeleion, la qualifica Plutarco, Me. 27,1) con ogni probabilità non sarà stata regale ma nemmeno rustica e umile200. Per i particolari che ci possono interessare, così la descrive Tucidide: un folto oliveto completamente circondato da un muro e stretto tra due strade (7.81,4). Ebbene a questa descrizione sorprendentemente corrisponde l'ampio oliveto, di forma approssimativamente rettangolare, all'incirca di 875 x 500 m, che a mo' di brolo si stende dietro le case dei Nava, più una appendice, pure rettangolare, di 200 x 50 m sul davanti delle stesse201, il tutto atto quindi a raccogliere i circa novemila uomini di Demostene202. E si trova esattamente a 4/5 km da Fontane Bianche.
Il brolo, cioè il podere padronale di case Nava, è attualmente circondato da muri e strade, come deve essere sempre stato anche in antico. Le forme chiuse dei muri e delle strade qui si sono ripetute nel tempo, perché strettamente condizionate dalla morfologia, dalla idrografia e dal contesto viario: Cugno Lungo di Spinagallo con la scarpata di Contrada Garofalo a N e a W, il vallone uscente da Cava Giorgia a S, a E la strada pedemontana La Piana- Fontane Bianche (raccordo, già in antico, delle due vie Elorina e Acrense). Da questa strada si diparte appunto una "trazzera" che, fiancheggiata da un muro, praticamente limita a N e a W il podere, mentre un'altra "trazzera" analoga lo limita sul lato meridionale.
Quasi ai margini, a NE di questo brolo si è rinvenuto e messo in luce un vasto reticolo di solchi carrai, sepolto sotto uno strato di 20/30 cm di terra203, di epoca ovviamente non precisabile, e inoltre, ben tagliato nel piano roccioso, un bel frantoio per le olive, il tutto a testimonianza dell'importanza del luogo204. Qui, oltre che passare la strada già ricordata di raccordo tra le due vie storiche, oggi più o meno ripercorsa dalla provinciale Florìdia-bivio per Cassibile, fanno capo diverse "trazzere", di cui, importanti e notevoli anche nella loro consistenza materiale, quelle pure ricordate che attraversano Contradaa Stratigò e fanno capo al Cassibile e al suo guado.
È possibile - ma ci sembra logica la deduzione - che Demostene, a differenza di Nicia, si sia qui in piena luce del giorno fermato, forse meglio informato o più convinto, per avviarsi sulla scorciatoia al Cassibile e guadagnar tempo. Ma qui lo colse anche la fine della sua avventura siciliana.
Torniamo allora a Nicia (tav. XIII). 


Nicia, oramai sul pomeriggio avanzato, continuando a percorrere la via Elorina, ha attraversato il Fiume di Noto (l'Erìneo) in un punto ancora esso ben individuabile205. Subito appresso guadagna una altura e vi si accampa: diabas (se. il fiume) pros meteoron ti kathize tèn stradari (7.82,3). Infatti, subito dopo il guado in Contr.a Frammèduca (v. foto 30), a circa 250 m da esso, comincia un'ampia altura, che sale molto dolce da SE, più ripida a NE e NW. La sua altezza massima arriva a q. 121. La denominiamo noi "colle Bonfanti" per una masseria situata un po' sotto il culmine, nel quale è ora un ripetitore TV (v. foto 31).

Dall'alto di questo colle se ne coglie immediatamente l'importanza strategica206. Esso infatti domina a NW un larga doppia ansa del fiume, oltre la quale cominciano i rilievi montani che portano oggi subito a Noto Nuova, in antico più oltre ancora a Noto Vecchia (Netum). Di arrivare all'Erìneo era stato consigliato dalle guide (7.80,7), perché, riteniamo, di lì abbastanza facile e vicino (più che non risalendo il Cassibile) era il territorio dei Sìceli. Inoltre il colle spazia su un vasto panorama: a NE tutto l'ultimo percorso del fiume sino alla foce e l'intera pianura di Àvola, a SE il corso del Làufi (l'Assinàro) e il territorio leggermente ondulato di Elòro207, infine ad E tutta la costa da Àvola ad Elòro (v. foto 32).


Se non che qui sugli Ateniesi sopraggiungono il giorno appresso i Siracusani, che intanto si erano sbarazzati di Demostene e delle sue truppe; passa così tutta la giornata, un po' in trattative un po' sotto il bersaglio dei Siracusani accorsi da ogni parte (7.83). Il luogo è del tutto sprovvisto d'acqua e di conseguenza i soldati, già stremati, ne soffrono fortemente (7.83,3). D'altra parte i due fiumi vicini, l'Erìneo-Fiume di Noto a NE e l'Assinàro-Làufi a S, non sono assolutamente raggiungibili se non per forza d'armi. La sete è ormai stressante e il richiamo dell'acqua a portata di mano non doveva esserlo meno.
Il colle Bonfanti fa parte di un picccolo sistema orografico che vede a SW del colle due alture collegate tra loro, una più piccola ma più alta ed erta (q. 102) e un'altra più vasta e notevolmente protesa verso SE (Cozzo Mira, q. 99). Tra queste due alture e colle Bonfanti corre un avvallamento aperto a SE (Contr.a Nìura) che scende fino a q. 44 (Mass.a Abita) e quindi, più dolce e spazioso, piega a S verso il Làufi-Assinàro (v. foto 33).



 Questo fiume, proveniente da W, presenta qui un percorso di circa 1 km in netta direzione E, stretto tra due rilievi dal pendio assai erto, a N Cozzo Mira e a S due monticoli (q. 63 e q. 85), l'ultimo particolarmente ripido e dirupato; qui l'ampio letto originario del fiume sbarra lo sbocco dell'avvallamento di Contr.a Niura anzidetto (v. foto 34 e 35).



Il fiume piega poi drasticamente verso S, sotto il pendio ripidissimo di q. 85, per riprendere poco dopo la direzione ESE fino a entrare (in origine a formare) la Cava di Làufi208.
In questo paesaggio, tormentato ed aspro, si compie l'ultimo atto della ritirata ateniese.
Le truppe di Nicia, la mattina dell'8° giorno, sfinite dalla stanchezza e dai ripetuti attacchi siracusani, scendono assetate in disordine dal colle Bonfanti lungo l'avvallamento di Contr.a Nìura e, giunte all' Assinàro-Làufi, si disperdono, la maggior parte precipitandosi immediatamente nel fiume nel tratto sotto Cozzo Mira e q. 85, dove viene sterminata dai Siracusani appostati sui ripidi pendii o addirittura scesi sulle due sponde; un'altra parte, assai meno consistente, riesce a sfuggire verso S e poi verso SE in luoghi più aperti, grosso modo tra Casa Marescalco e Casa Azzolini: è quella parte che, come si può comprendere dal testo tucidideo (7.85,1-2), viene catturata dalla cavalleria e da quanti tra i Siracusani riescono a mettere su loro le mani.
Oggi il Giòi-Làufi è un corso d'acqua modestissimo. Ma la natura morfologica del suo corso lascia intravvedere un ampio letto un tempo più incassato e ricco d'acqua, che ancora fino a poco tempo fa tuttavia periodiche inondazioni riuscivano a riempire paurosamente209. Pochi giorni prima dei fatti ora narrati c'era stato un gran temporale210: ciò deve aver reso la corrente di quel fiume ancora più gonfia, più impetuosa, più torbida.
Conclusione
Questa nostra ricostruzione della ritirata e della disfatta ateniese in Sicilia si aggiunge alle diverse elaborate dagli studiosi. Possiamo però in tutta coscienza affermare che essa ha il privilegio di una minuziosa ricognizione e ricostruzione dei luoghi e di essersi formata su una visione unitaria degli avvenimenti, narrati invece quasi a spezzoni dalle fonti, le quali a loro volta si erano formate su notizie diretta frammentarie e lacunose.
Sulle perdite, per esempio, dei caduti Tucidide non dà cifre né per quanto avvenne all'Assinàro né per gli scontri precedenti-, come, il più grave di essi, alYAkraion Lepas. Leggiamo solo nel testo che i prigionieri ateniesi portati nelle latomie di Siracusa erano all'incirca 7.000 (6.000 di Demostene, 1.000 di Nicia). Sappiamo inoltre che in partenza da La Piana i due corpi d'armata si equivalevano, un po' più numeroso quello di Demostene. Altro, quanto a numeri, non ci è dato di apprendere.
Tuttavia Diodòro riferisce invece che le perdite all'Assinàro, cioè di Nicia, furono di 18.000 uomini, apekteinan men myrious oktakischilious (XIII 19,2).
Cifra sicuramente errata2", perché, sommando a questo numero quello dei prigionieri e dei fuggitivi e tenuto conto della sostanziale parità dei due corpi d'armata ateniesi, ne conseguirebbe che nessuna perdita almeno quello di Nicia avrebbe in precedenza subito durante la ritirata, una volta dato per certo che in 40.000 partirono le forze ateniesi dal campo sul Porto Grande. Il che è palesemente contraddetto dai fatti.
Né, riteniamo, Diodòro può aver confuso i dati e che la cifra di 18.000 caduti comprenda, per esempio, il totale delle perdite durante tutta la ritirata. In tal caso avremmo al contrario una cifra di sopravvissuti (40.000 - 18.000 = 22.000) troppo elevata rispetto alla gravità degli eventi bellici narrati.
È più probabile invece che la cifra di Diodòro si riferisca complessivamente ai caduti dei due corpi d'armata nella fase finale della ritirata (al Polyzeleion per Demostene, all'Assinàro per Nicia). In tal caso, essendo 18.000 i caduti + 7.000 i prigionieri + x (i dispersi e gli isolani lasciati liberi da Gilippo, 7.72,1), i morti tra il campo sul Porto Grande e VAkraion Lepas ammonterebbero a 40.000 - (18.000 + 7.000 + x), cioè 15.000 - x.
Ma l'impossibilità, per il silenzio generale delle fonti, di dare un valore numerico all'incognita x (cioè, ripetiamo, i soldati fatti schiavi, i fuggitivi a Catania, gli isolani) rende impossibile anche la soluzione di qualunque altro calcolo, sia riferito a\VAkraion Lepas sia alla fase finale della ritirata.
In realtà l'unica conclusione, a cui riteniamo di poter giungere, è che le fonti, a cui potevano attingere gli storici, erano a questo proposito confuse, contraddittorie o addirittura mute. Il che aumenta la tragicità di quegli avvenimenti, durante i quali una armata di 40.000 uomini fu in otto giorni completamente annientata.

 
 
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