6-il kiklos - Assedio ateniese di Siracusa

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6-il kiklos

VI. Il kyklos

Consideriamo anzitutto gli Ateniesi, posto il campo-base a Syke, darsi da fare per costruire un kyklos: katastesantes en tó Labdaló phylakèn echoroun pros tèn Sykèn hoi Athenaioi, inaper kathezomenoi etheichisan ton kyklon dia tachous65.
Quasi tutti gli studiosi hanno visto in questo kyklos un forte di forma circolare. A parte la stranezza dell'edificio e la sua totale inutilità ai fini della guerra in corso, è il contesto degli avvenimenti che porta a interpretare quel termine in senso analogico e non strettamente architettonico. Si tratta di un "cerchio", di un "giro" di mura che era destinato a "chiudere" la città, bloccandola dall'uno all'altro mare (tav. VIII).


Si ripete insomma, in scala certo più grande e impegnativa, la situazione del 463/461. L'uso del termine in tale significato e l'uso di assediare una città creandole attorno una contromuraglia sono largamente documentati dalla storia; delle varie notizie in merito si serve il Drògemiiller per sfatare, a nostro avviso, una volta per tutte l'assurda interpretazione corrente66. E quando Tucidide dice (6,99.1): kai tè hysteraia hoi men eteichizon tón Athenaión to pros borean tou kyklou tei- chos, hoi de lithous kai xyla xymphorountes pareballon epi ton Trogilon kalou- menon, aiei heper brachytaton egigneto autois ek tou megalou limenos epi tèn heteran thalassan to apoteichismabl, l'interpretazione non può essere che una sola. L'opera muraria (Vapoteichisma, altro termine specifico tucidideo, in parallelo a kyklos) andava per il tragitto più breve dal Porto Grande al mare aperto di est; del "muro della cerchia" {to tou kyklou teichos) gli Ateniesi cominciarono alcuni a costruire la parte nord (cioè quella sull'Epìpole; a nord, si intenda, della città), altri a raccogliere e portare le pietre e il legname necessario al suo completamento verso est.
Quanto al percorso del kyklos mancano sul terreno testimonianze archeologiche sufficientemente organiche. Tuttavia da fonte bene informata e attendibile ci è stato riferito che durante uno scavo - inedito, a SW del teatro (nessuna più precisa indicazione) - sarebbe venuto alla luce un tratto di muro difensivo piuttosto lungo. La singolarità del manufatto, che pare abbia suscitato lo stupore degli scavatori (e perciò se ne sarebbe conservata la memoria) era che questo muro avesse le torri volte all'interno. Se le cose stanno in questi termini e considerata l'ubicazione del presunto manufatto, non può trattarsi altro che dell'apoteichisma-kyklos ateniese68.
Inoltre (e questa volta vale la nostra diretta testimonianza) subito ad ovest del terzo tornante, venendo dal basso, di viale G. Agnello (detto anche "via panoramica"), si vedono le tracce di larghi piani di posa a scala e soprattutto alcuni conci appaiati di grosse dimensioni. Troppo lontani dal Temenìte, si direbbe, per appartenere al proteichisma siracusano del 415/414; estranei anche al contesto dionigiano, non resta che pensare appunto all'opera di circonvallazione ateniese. E infatti questi resti risultano perfettamente allineati con quelli a SW del teatro or ora ricordati e da noi attribuiti al kyklos ateniese.
Seguendo verso il basso la direzione del muro di viale Agnello, si giunge sul margine della scarpata di faglia che segna il limite tra l'Epìpole (calcari biancastri miocenici) e la sottostante pianura del Fusco (calcareniti giallastre pleistoceniche). Da qui procedendo per un centinaio di metri verso W, si notano dapprima ai piedi della scarpata vari cumuli di blocchi sparsi e quindi sul ciglio stesso un incasso a squadra diretto verso SSW, lungo 16 m e largo 2 m la parte superiore, 3,5 m l'inferiore.
Potrebbe essere stata questa la sede dell'ammorsamento di un altro muro parallelo al primo, che insieme a questo andava a costituire l'inizio di un "doppio muro", steso dagli Ateniesi nell'ultimo tratto del kyklos dalla scarpata dell'Epìpole fino al mare69.
Risalendo più in alto, 250 m circa a NW di piazzale Mauceri, si nota, questa volta quasi perpendicolarmente alla direzione del muro passante per il tornante di viale Agnello, un lungo taglio rettilineo nella roccia (circa 200 m), che potrebbe aver fatto parte della recinzione meridionale del campo ateniese di Syke. Qua e là ai piedi del taglio si notano degli spianamenti per piani di posa. Naturalmente tutti questi elementi (ed altri ancora) andrebbero vagliati in modo unitario dopo una accurata pulizia dell'area e un preciso rilievo topografico di essa (v. foto 5 a, b, 6 e 7).






È presumibile - sempre solo su elementi approssimativi - che il muro ateniese, previsto in questo ùltimo tratto occidentale come duplice70, dovesse partire dal Porto Grande all'altezza più o meno degli attuali Mercati generali (bivio della via c.d. Elorina con via Columba) fino all'incrocio con viale P. Orsi, raggiungesse il tornante di viale Agnello e poi di qui risalisse all'incirca fino all'incrocio tra viale Epìpoli e via Forlanini, cioè sulla terrazza sopra il Temenìte. Tucidide (7.2,4) dà la misura della lunghezza del muro doppio in sette o otto stadi, cioè 1.243/1.421 m. Tenuto conto che la spiaggia era, rispetto ad oggi, avanti di 100/200 m71 e che la misura tucididea non includeva un breve tratto ancora incompiuto (loc. cit.), si perviene al suo inizio proprio al sito sopra indicato, cioè ai piedi della scarpata dell'Epìpole.
Poiché il kyklos restò interrotto a metà nella parte superiore dell'Epìpole (Tue. 7,2.4), diventa ancor più problematico delinearne qui il progettato percorso.
Sappiamo che finiva al Tròghilo (se ne parlerà nel paragrafo seguente), quindi, valutando il variare delle quote e l'inevitabile rapporto con il dirimpettaio muro avanzato siracusano, possiamo supporre che dal ricordato incrocio di viale Epìpoli con via Forlanini scendesse a quello di viale Teracàti con viale S. Panagia, di lì tirasse diritto verso il mare di E, passando più o meno per viale Tica (forse qui si arrestò l'effettiva costruzione del muro) largo Dicone, piazza Matila e scendendo infine a via Grotta Santa e quindi verso SE fino al Tròghilo.
Nella parte opposta di occidente si ripete il problema già affacciatosi a proposito del muro 463/461. Il kyklos ateniese arrivava effettivamente fino alla riva del Porto Grande? Due volte Tucidide (6,101.2; 103.1) usa l'espressione mechri tès thalasses, "fino al mare", ed esplicitamente afferma (101.1) che l'opera ateniese guadagnava il porto attraverso la pianura e la palude (dia tou homalou kai tou helous). D'altra parte altrettanto chiaramente il racconto tucidideo mostra che la palude non era praticabile, se non gettandovi travi e tavole (6, 101.3). Per cui ci sembra lecito dedurre che il muro doppio lapideo si fermasse al margine della palude, ma che il tratto dell'opera condotto entro questa fosse realizzato solo o prevalentemente con strutture miste. Come del resto erano quelle opere trasversali che i Siracusani si erano affrettati a gettare (palizzata e fossato, stauroma kai taph- ros) per impedire il proseguimento del kyklos appunto fino al mare (6, 101, 2-3).
Verso est, sul terrazzo dell'Epìpole, il muro vero e proprio non doveva, come si è già detto, andare molto più in là delle alture sovrastanti il Temenìte, perché bloccato da un muro trasversale, da Tucidide denominato hypoteichisma oppure egkarsion teichos, costruito in più riprese appunto a tal fine dai Siracusani72, partendo dal loro "muro avanzato", il proteichisma del 415/414.
Il campo-base ateniese sopra ricordato non poteva non essere che in capo alle fortificazioni della scarpata e al "muro doppio", per quanto detto prima sulla funzione di collegamento di quest'ultimo tra il campo-base e la riva del Porto Grande73, quindi a partire dalla panoramica terrazza sopra il Temenìte, estendendosi a NW del Temenìte stesso.
E qui stava Syke.
A questo proposito Tucidide (7.3,4) ci dice che dal campo-base ateniese non si vedeva il forte del Làbdalo, certo a causa della distanza (circa 3 Km), presentando il pianoro dell'Epìpole una lieve contropendenza e comunque in discesa da S a N (da q. 64 all'incrocio di via Forlanini con viale Epìpoli a q. 52, 200 m a E di capo via Scala Greca)74.
Ma sulla posizione di Syke nell'area sopra indicata crediamo si possa arrivare ad una maggiore precisione. In questa zona, presso il Temenìte, confluivano i tre maggiori acquedotti della città, a NW il Galermi e l'acquedotto del Ninfeo, poco ad E quello del Paradiso (tav. IX). Sembra logico, anzi necessario, che il campo ateniese se ne assicurasse il possesso, sia per averne diretto rifornimento d'acqua sia per controllarne e impedirne l'uso da parte della città. Quindi Syke e il campo relativo (non è detto però, anzi è probabile che Syke, come località, fosse più estesa) dovevano occupare un'area all'incirca a S e SW tra gli attuali viale Epìpoli, via Mauceri, via dell'acquedotto e il grande serbatoio relativo, giusto nel punto in cui il kyklos cambiava nettamente direzione, da E-W a N-S.


 
 
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