l'idea - Assedio ateniese di Siracusa

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l'idea

INTRODUZIONE
L'idea
La struttura del racconto tucidideo nel susseguirsi serrato ma altrettanto preciso di quadri, ognuno dei quali si presenta con una prospettiva e un colore dominante, mentre si intercalano pause di riflessione espresse personalmente dall'autore o più frequentemente attraverso opportuni discorsi altrui oppure proiettando sulla scena, a mo' di contrappunto, immagini di fatti diversi e di luoghi lontani, tutto ciò rende, a mio avviso, nel conseguente chiaroscuro evidente e giustificato il riferimento letterario al genere teatrale in voga.
Se poi ci volgiamo ad analizzare lo spirito e i sentimenti che danno vita a quel racconto, se ne ricava una ulteriore conferma. Il senso del tragico, che apparentemente nasce dalla forza del destino, la tychès antistasis, l'avversità della Fortuna, ma in realtà l'inevitabile conseguenza di errori dell'uomo il quale come cieco guida le proprie azioni (il migliore riferimento emblematico sembra proprio con l’Edipo Re di Sofocle, ma altri drammi possiamo ricordare, come l’Aiàce dello stesso Sofocle o, più in su nel tempo, i Persiani o l' Orestèa di Èschilo), è proprio questa tematica "umana" a reggere il filo conduttore di tutto il racconto tucidideo.
Il quadro che primo ci presenta Tucidide è quello della potenza, del benessere, della fortuna di Atene, di fronte a cui si fronteggiano le preveggenti ammoni-zioni dell'esperto (potremmo dire "sapiente") Nicia e la palese follia del giovane Alcibiade, il quale sogna un impero ateniese sul mondo intero. Il primo, che "vede", è destinato nel voto a soccombere, il secondo, che "non vede", a prevalere. In realtà la sorte è fallace: grava su tutto una atmosfera di sospetti ("l'affare" delle erme e dei misteri e l'apologo illuminante dei Tirannicidi). Alcibiade parte, sì, generale della spedizione assieme al prudente Nicia, ma in attesa di giudizio davanti al popolo per gravi colpe di cui viene, non si sa se a ragione, accusato.
Il primo segnale dell'insipienza colpevole, determinante causa della spedizione - della quale Nicia si dichiara consapevole e partecipe ma non responsabile - è la solitudine che accompagna la flotta nel viaggio da Atene a Reggio e poi da Reggio a Catania: ovunque agli Ateniesi viene rifiutato o almeno limitato l'approdo. Solo un ingannevole stratagemma permette loro di insediarsi nella città di Catania. La Sicilia greca appare quasi tutta ostile o cautamente neutrale; rivelatrice sarebbe potuta divenire - e non fu - la beffa dell'inesistente tesoro segestano.
In questa atmosfera anche il richiamo in giudizio e la fuga di Alcibiade avrebbero ben dovuto "aprire gli occhi" ai comandanti ateniesi. Nicia sarebbe, sì, d'avviso di far vela anche subito sulla via del ritorno, ma resta indeciso tra il senso del dovere che gli impone di portare avanti la missione dalla città affidatagli e la consapevolezza di essere sul punto di compiere un dovere sbagliato. Così tra esitazioni, diversivi, lungaggini trascorrono l'autunno 415 e l'inverno seguente. La stessa impresa dell'Olimpièo, apparentemente vittoriosa, è in realtà inefficace e inutile se non nelle intenzioni temporeggiatrici di Nicia.
Quando, tratto finalmente il dado, nella primavera del 414 si decide lo scontro diretto con Siracusa, forse è tardi rispetto ad altre soluzioni possibili: comunque la valentia strategica di Nicia appare in gran forma. L'attacco avviene dalla parte giusta, l'Epìpole, e l'assedio si concretizza nella costruzione, militarmente assai valida, di un contromuro di circonvallazione alla città. Ma restava aperta ai Siracusani la via del mare. Ed ecco un altro, forse inevitabile, errore di Nicia: al fine di chiudere l'assedio di Siracusa la flotta viene da Tapso, ove era all'inizio delle operazioni ancorata, trasferita ora al Porto Grande. Il blocco di Siracusa dalla parte del mare si sarebbe certo potuto effettuare con un organico programma di pattugliamenti - la superiorità navale ateniese era netta e indiscutibile -; ma era allora necessario assicurarsi il possesso, anche terrestre, della sponda opposta a Siracusa, la penisola del Plemmìrio. Altra soluzione non c'era, se non che per bilanciare l'assedio tra l'Epìpole e il Plemmìrio sarebbe occorsa una duplice e maggiore forza di terra. Fatto si è che Nicia compie invece la manovra più disastrosa che mai potesse immaginare: abbandonare praticamente l'Epìpole e trasferirsi, oltre alla flotta, anche con la maggior parte dell'esercito sul Porto Grande.
Il possesso dell'Epìpole - come tutta la storia, antica e moderna5, di Siracusa dimostra - è invece assolutamente indispensabile per la caduta della città.
Scorre l'inverno 414/413 e dentro la valle dell'Ànapo e sulle rive del Porto Grande è per gli Ateniesi come chiudersi in trappola. Nicia se ne rende conto (o forse era proprio questo che egli voleva? "da assediami siamo divenuti assediati") e altro ora non ritiene di poter fare che chiedere ad Atene l'invio di quella seconda armata (della cui necessità avrebbe dovuto accorgersi già prima di scendere al Porto Grande), oltre che il suo personale esonero dal comando per ragioni di salute, certo aggravata dallo stesso malessere psicologico. Riconquistare con questa seconda armata l'Epìpole e al tempo stesso restare dominatori del Porto Grande e del mare: la vittoria così poteva essere sicura. Certo destinata a questa strategia (come indica la riconferma al comando di Nicia), arriva la seconda armata, sotto la guida di Demostene, in piena estate del 413; ingente sforzo militare e finanziario di Atene che intanto si vede impegnata in un secondo fronte nella Grecia stessa contro Sparta. Ma la riconquista dell'Epìpole avviene nei modi sbagliati, da S, con truppe in gran parte nuove ed inesperte, e si conclude con un pieno insuccesso. Allora il dramma di Nicia esplode in tutta la sua disperata inesorabilità. Egli sa che non ha scampo, ma si illude di trovarlo. L'Epìpole è perduta, perduto è anche il Plemmìrio; sul mare i Siracusani tengono ora testa e vantaggiosamente. Si fida di una situazione interna di Siracusa che crede critica (e non è), capisce che l'unica via ancora aperta è quella del mare e senza indugio; esita, tergiversa, dubita, trova pretesto dovunque possa trovarlo: gli fanno buon giuoco una eclisse di luna e i conseguenti scrupoli religiosi.
Invece è chiaro e lo confessa lui stesso: Nicia in realtà vuole una cosa sola, non ritornare più ad Atene, dove sa che lo aspettano inimicizie e condanne. Meglio restare e morire per mano del nemico. Così d'ora in poi, ma solo in questa direzione, tutte le sue azioni si fanno coraggiose, direi temerarie. E egli stesso che cerca di affrettare la fine, se non lo trattenessero il senso dell'onore e della sua ben nota eticità militare, quella che i Greci chiamano appunto aretè: assiste più che non vi partecipi alla lenta inesorabile distruzione di se stesso.
Gli errori altrui, lui, li aveva visti, del suo popolo, del collega Alcibiade, ma aveva anche visto che, una volta accettati quegli errori, essi diventavano soprattutto suoi: bisognava, con una caparbietà e una dirittura che non ha pari, portarli a compimento, fino ad una totale espiazione.
Val la pena di ricordare l'amaro epitaffio con cui Tucidide quasi conclude il suo racconto: "... tra i Greci del suo tempo egli era il meno degno di giungere ad una fine così infelice: in tutta la sua vita aveva esercitato virtù e giustizia e servito le leggi".6
Come Èdipo, come Aiàce: è l'uomo l'artefice del suo destino, nel bene e nel male. In questa luce anche la figura di Nicia, quale emerge dal forte racconto tucididèo, giganteggia alla pari di quegli altri personaggi nello sfondo tragico dell'Atene postpericlèa, predestinata nonostante tutto essa stessa alla rovina.


 
 
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