Occhiogrosso Francesco - CASFirenze59corso

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Occhiogrosso Francesco

RACCONTI MEMORIE
E' la storia di un allievo sott. CC. di Bitetto mentre si trovava a Firenze il 4 novembre 1966, durante l'alluvione ( Angeli del Fango)
LE CAMPANE DI SANTA MARIA NOVELLA
Le note della sveglia suonate dal trombettiere, quella mattina erano vibranti più del solito e gli allievi, come da regolamento, solerti, si alzarono dalle brande a castello. Subito dopo si spalancò la vetusta porta della camerata e come una furia umana entrò il sottufficiale di giornata gridando:
- Muovetevi pelandroni! Mettete subito in ordine il posto letto e chi arriva per ultimo all’adunata, dell’alza bandiera, non lo faccio uscire per una settimana. - Camminava per la camerata come un cane in gabbia e sbraitava:
- Siete rammolliti e forza lavoro sottratta all’agricoltura. Allievo Garofalo sei molto lento nelle operazioni. Ho l’impressione che sei capitato nel posto sbagliato. Qui si fa tutto veloce, non si mungono le vacche. –
Garofalo senza proferire parola, ormai avvezzo a ben altre angherie umane, si affrettò nel mettere in ordine il posto letto. Aveva passato una notte insonne per un malessere febbrile e volendo, poteva marcare visita per giustificare la sua spossatezza. A denti stretti tenne duro per non sembrare debole in quel luogo la cui disciplina era portata alle conseguenze estreme per temprare il carattere.
Ci voleva ben altro per fermare Garofalo quella mattina fiorentina nella scuola sottufficiali carabinieri, né tanto meno potevano scalfirlo le parole di quel sottufficiale.
Era il quattro novembre del millenovecento sessantasei giorno delle Forze Armate. Già da alcuni giorni si era dato lustro a tutti i locali perché in quella festività dovevano affluire molti visitatori per visionare da vicino i nuovi mezzi tecnici in dotazione alla scuola militare. Per l’occasione erano stati scelti venti allievi di buona presenza fisica, e preparazione culturale al fine di accompagnare gli ospiti nei vari reparti e dare loro eventuali delucidazioni. Fra questi era stato scelto Ciro Garofalo unitamente al collega Primo Novelli. Essi dovevano dimostrare il rilevamento d’impronte digitali ove si era verificato un delitto. Pugliese il primo e marchigiano il secondo, erano entrati in sintonia sin dal primo giorno confidandosi ogni segreto. Dormivano nello stesso letto a castello e stavano sempre a contatto di gomito in ogni operazione della giornata. Come la madre incinta sente i movimenti del feto nel suo grembo, così i due amici si sentivano legati nelle ore di riposo.
Alle otto precise si presentarono al corpo di guardia per intraprendere il servizio e appresero che a causa dell’abbondante pioggia della notte, l’Arno era straripato e ora le acque stavano invadendo la parte bassa della città. Le successive notizie sulla reale situazione dello straripamento del fiume giungevano confuse, ma non preoccupanti.
L’acqua sporca e schiumosa incominciava a scorrere anche davanti alla scuola. Fu chiuso il portone d’ingresso per impedire il repentino allagamento della piazza d’armi ma l’acqua, come un serpente infido e malevolo, incominciò a fuoriuscire dai tombini. Nell’animo degli allievi, dopo un primo atteggiamento di meraviglia per l’avvenimento, incominciò a serpeggiare un senso di ansia e preoccupazione.
Le camerate erano al primo piano mentre i servizi e le cucine al piano terra. Ormai era mezzogiorno e ritenendo che tra qualche ora si sarebbe allagato tutto il piano terra, fu ordinato di anticipare la distribuzione del rancio. Erano circa settecento allievi e per affrettare l’operazione, i sottufficiali impartivano ordini perentori e decisi. Intanto si apprese che il portone d’ingresso principale aveva ceduto sotto la pressione dell’acqua e questa, come un torrente in piena stava invadendo ogni locale. Istintivamente gli allievi si alzarono in piedi con l’intento di scappare all’esterno della mensa ma uno squillo di tromba fece fermare tutti. Un ufficiale, ordinò di rimanere fermi al proprio posto invitando i primi a uscire ordinatamente e raggiungere il piano di sopra.
- Qui si mette male. – sussurrò Garofalo a Novelli, toccandolo leggermente con il gomito. – L’acqua mi entra nelle scarpe.
- Non ti preoccupare Ciro. Domani per la nostra Compagnia sarà previsto il turno di doccia quindi ci potremo lavare. -
- -Quale doccia Primo! Qui fino a domani sarà tutto sommerso dall’acqua. –
- - Tu pensi davvero che arriverà tanta acqua?
- - E’ possibile!
Sempre fermi sull’attenti, con l’acqua che ormai aveva superato le caviglie, arrivò il momento di uscire anche per i due amici.
Nella camerata il nervosismo era tangibile. Si proponevano soluzioni improbabili per il dopo alluvione.
- Ci mandano tutti in licenza per almeno un mese finché non metteranno in efficienza le cucine. –
- No. Ci faranno rientrare al reparto di provenienza. –
Il più anziano, chiamato il “ bazzuccone” con tono calmo e serio, disse: - ci vogliamo rendere conto che siamo imprigionati in mezzo a questa violenza della natura? Prima di pensare al dopo, preoccupiamoci del presente. Le pareti dello stabile se pur massicce, sono vecchie di secoli e se cade, la prima colonna del porticato interno crolla tutto giù. – Gli allievi rimasero tutti ammutoliti, avvertendo nelle parole dell’anziano collega un reale pericolo che poteva verificarsi.
Il livello dell’acqua nel piazzale della stazione ferroviaria, prospiciente alla scuola, superava i tre metri e la furia devastatrice portava via ogni cosa. Il turbine dell’acqua aumentava nelle strettoie e in quello scenario apocalittico apparve chiaramente tutta la fragilità umana.
Verso mezzanotte l’acqua raggiunse il livello massimo, dopo di che, di ora in ora, incominciò a decrescere. Il Comandante della scuola, per non creare eccessivi allarmismi tra gli allievi, ordinò di riposare sulle brande se pur vestiti e nessuno dovevano abbandonare il posto letto. Alle sette del mattino, all’ora della sveglia, non si udiva alcun fruscio o frastuono. Il trombettiere quella mattina non fece sentire le sue note, probabilmente isolato chissà dove. Né si fece sentire il sottufficiale di giornata. Tacevano anche le campane di Santa Maria Novella. Gli allievi non sapevano cosa fare per mancanza di ordini. Tutti i servizi erano fuori uso e i languori allo stomaco incominciarono a farsi sentire.
Primo e Ciro scesero al piano terra, recandosi all’ingresso principale, per decidere sul da farsi. L’acqua si era ritirata nel letto del fiume lasciando sulle strade e nelle case melma e distruzione. A prima vista si notavano automezzi rovesciati e ammassati contro i palazzi. Tronchi di alberi impigliati ai pali della luce.
Alcuni allievi originari della Toscana o abitanti nei dintorni, presero il treno e andarono a casa. La stazione ferroviaria, essendo sopraelevata, non era stata danneggiata. I due amici decisero di uscire dalla scuola dirigendosi verso via Nazionale, cioè nella zona dove non era stata interessata dall’alluvione. La città era come inanimata. Non si notava alcun fermento di
Dipinto olio su tela 60 x 80 – Firenze cortile interno alla scuola sottufficiali CC.
Il mattino dopo l’alluvione.
persone o arrivi di soccorsi. Sulle pareti delle case il massimo livello dell’acqua aveva lasciato la sua impronta a memoria per i posteri. Dopo circa dieci minuti raggiunsero la parte asciutta della città ed ebbero l’impressione di essere usciti dal cerchio infernale ove prima si sentivano imbrigliati. Entrarono in un bar e fecero colazione.
In lontananza s’incominciarono a udire suoni di sirene. Le strade, piano, piano, stavano rianimandosi di persone. Molte armate di secchi, pale e scope cercavano di pulire i locali allagati. Al lato degli ingressi delle case, si ammucchiavano mobili e suppellettili da buttare. I fiorentini, di solito allegri e ciarlieri, adesso si sentivano piegati dall’acqua come la canna al vento. Piegati ma non domati quindi lavoravano e testa bassa.
Le Autorità civili e militari, dopo i primi momenti di disorientamento, incominciarono a organizzarsi per intervenire a favore della popolazione. La città aveva bisogno di tutto, dai viveri ai vestiti e medicinali. Occorreva anche personale specializzato per salvare tutte le opere d’arte ormai prede del fango e dell’umidità. Al Comando Scuola Sottufficiali Carabinieri assegnarono il compito della vigilanza continua nella zona alluvionata per prevenire furti o altro. Ogni pattuglia, per quattro ore, doveva vigilare lungo una strada a essa assegnata. La vigilanza era continua con cambio sul posto.
In caserma arrivarono delle vecchie cucine da campo e furono installate delle tende per uso doccia. Era un’emergenza e un avvenimento che quasi nessuno degli allievi aveva mai conosciuto. A Ciro Garofalo tornavano alla mente racconti ascoltati dal vecchio carrettiere Gennaro, amico di famiglia, relativi all’alluvione verificatosi nella conca del barese il cinque novembre del millenovecento venticinque. In quella circostanza grandi masse d’acqua e terriccio si erano versati dalle Murge verso il mare e particolarmente la città di Bari era stata gravemente danneggiata. L’Autorità centrale dell’epoca, raccontava Gennaro, per far fronte all’emergenza, aveva obbligato tutti i possessori di carri agricoli, di andare in città per un giorno e a titolo gratuito, al fine di trasportare al mare i detriti rimasti per le strade.
Mancava mezz’ora alla mezzanotte. Le strade semibuie erano lievemente rischiarate dai riflessi della luna. Non si udiva alcun rumore oltre ai passi cadenzati di Garogalo e Novelli. Essi, vestiti con la divisa di panno kaki e scarponi con ghette erano armati di pistola Beretta e moschetto “91/38”. Procedevano in via Calzaiuoli, diretti a Ponte Vecchio, per dare il cambio ad altra pattuglia di vigilanza. In quello scenario spettrale attraversarono piazza della Signoria, cuore delle origini e della storia della repubblica fiorentina, ove si ergeva maestoso il trecentesco Palazzo Vecchio. La piazza sembrava più ampia di quanto poteva apparire con la presenza delle persone. Una piazza sempre gremita di turisti e anche nel passato, luogo d’adunanze popolari sia per divertimento sia per esecuzioni di condanne al rogo.
Giunsero sul posto con cinque minuti di anticipo, con grande piacere della pattuglia smontante. Dopo il rituale scambio di consegne verbali i due colleghi iniziarono il loro servizio.
Il ponte, pittoresca costruzione medioevale, aveva sostituito quello di legno, distrutto dalla piena del milletrecento trentatré. Era fiancheggiato dalle caratteristiche botteghe d’orafi e sormontato dall’aereo corridoio che collegava Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti.
L’argenteo Arno scivolava silenzioso sotto le arcate. Silenzioso e docile come il bimbo rabbonito, dopo il pianto per un rimprovero materno. Aveva tante cose da farsi perdonare in quella circostanza. Forse, se avesse potuto addurre qualche argomento a sua discolpa, avrebbe detto: che esso in quella valle c’era sempre stato dalla notte dei tempi; che l’uomo aveva occupato le sue sponde in modo selvaggio; esso non si era mai lamentato per essere stato costretto a scorrere in un alveo più stretto. Paziente e amorevole, dalla sorgente alla foce, aveva creato e benessere a numerose civiltà nel corso dei secoli.
Tra l’Arno e Ponte Vecchio si era instaurata una tacita e amichevole convivenza, simile a quella sorta tra Eolo e Positone nell’antico bacino del Mediterraneo. Convivenza alimentata da mugugni e sospiri, a causa dell’intervento improvvido dell’uomo. I rapporti di buon vicinato avevano superato anche le difficoltà dell’ultimo conflitto bellico in cui il ponte aveva subito danneggiamenti dai tedeschi in ritirata. Il grande Vecchio resisteva fiero e silenzioso anche durante l’ultima tragedia, e rivolto al fiume sembrava dire:
- Fratello mi fai male. Se continui così mi strappi le membra e mi soffochi. Sono forte e resistente ma questa tua irruenza mi sembra eccessiva. Calmati dunque, non vedi che Firenze piange? –
- Vorrei fermarmi – sembrava rispondere il tumultuoso Arno - come vedi, non posso, da monte mi spingono a valle e non riesco più il mio cammino a controllare. Ho il cuore in gola e mi vola. Almeno tu sii forte e tenace come sai essere. –
Dalla cima del colle allora, quel colle che i fiorentini chiamavano Boboli, i cipressi del Viottolone, avendo udito le sommesse invocazioni, con un mormorio di chiome intervennero a suo conforto:
- Non ti arrendere grande Vecchio, che il peggio è passato. Di quassù, verso il Falterona noi vediamo il cielo rischiarare e il pallido sole far capolino fra le nuvole diradate. –
Garofalo e Novielli, nelle quattro ore di servizio fecero numerose volte il percorso del ponte, da una sponda all’altra. Camminavano lentamente sull’antico selciato, sempre con occhio vigile. Intanto per rompere il monotono silenzio notturno, si raccontavano, al solito, fatti privati del passato.
Il giorno successivo, contrariamente a quanto avrebbero desiderato, furono segnati di servizio all’interno dello stadio comunale ove si stavano ammassando le derrate alimentari provenienti da ogni parte del mondo. Lungo il percorso fatto a piedi dalla scuola sottufficiali allo stadio, si notavano i fiorentini e volontari lavorare alacremente per pulire scantinati e negozi. Passando davanti a una libreria si commossero nel vedere migliaia di libri, non più commerciabili, caricati su un camion come fossero mattoni per l’edilizia. Libri certamente ricchi di storia in cui, scrittori, poeti e narratori avevano profuso ogni energia per tramandare ai posteri i ricordi. Davanti allo stadio si era formata una lunga coda di povera gente in attesa di ricevere qualche litro di latte e un poco di pane. Come il solito, i primi a subire le tribolazioni sono i più diseredati, i quali già fanno fatica nella normalità.
Dopo alcuni giorni dall’accaduto rovinoso, Ciro fu invitato all’ufficio postale, per comunicazioni. Ivi giunto l’addetto all’ufficio gli consegnò un pacco. Ciro rimase sorpreso e pensò a qualche disguido. Controllò l’indirizzo e il pacco era effettivamente destinato a lui. Lesse il nome del mittente ed ebbe un tuffo al cuore: Stella Gruber, via Mendola n.19 S. Michele Appiano (Bolzano). Aprì con curiosità l’involucro di cartone e dall’interno tirò fuori dolci, vasetti di frutta e alcuni salumi. Sul fondo, adagiata come una reliquia giaceva una busta color rosa che emanava un profumo di viole. Ciro lesse subito il contenuto: “Caro Ciro, sono conscia che non gradirai questa mia lettera e questa iniziativa, tuttavia l’istinto mi dice di farlo. Ogni giorno ascolto alla televisione commenti su Firenze e dei suoi problemi. Non posso fare a meno di ricordarmi di te. Mi piacerebbe sapere come stai e cosa fai, ma ti prego non sentirti obbligato. Nel nostro ultimo incontro ci lasciammo senza rimpianti, da buoni amici sinceri. Lo so, vuoi essere libero come il leone nella savana, come l’aquila tra il cielo e la montagna. Non sarò certo io a tarparti le ali. Vola pure più in alto se vuoi ma ricordati che anche se passeranno gli anni, io non ti dimenticherò mai. Un forte abbraccio Stella”
Le sicurezze di Ciro ancora una volta furono messe in discussione. Destino crudele il suo: seguire il richiamo della Gruber o quello della terra natia, delle radici? Chiese consiglio all’amico Primo e questi non esitò a fargli scegliere la strada dell’amore.
- Ciro non esitare a riallacciare la relazione con la Gruber. Ti devi considerare una persona fortunata e invece ti perdi nelle baggianate e sentimenti nostalgici. –
- Non sono baggianate come credi Primo. Per me il problema è come il mal d’Africa. Sento nell’aria e nel vento il richiamo dei suoni e dei sapori. Nei tramonti le sfumature dei colori. Colori che si rinnovano nelle aurore e si riflettono nelle acque dell’Adriatico. Ho bisogno di tempo per riflettere. –
Dopo circa un mese le campane di Santa Maria Novella fecero sentire nuovamente i loro rintocchi. Era giorno domenicale e quel suono era il segno tangibile che la vita cittadina stava andando verso la normalità.
I servizi esterni relativi alla vigilanza cessarono e nella scuola sottufficiali incominciò il normale programma didattico. Ciro s’immerse nello studio e non prese altre iniziative. Affidò al destino il corso del suo futuro quindi, si lasciò andare tranquillo, come una pianta sradicata dal suo sito, che galleggiando sulle acque del fiume, un giorno arriverà nel mare aperto.
Racconto premiato al concorso letterario Città di Bitetto.



Francesco Occhiogrosso. LE CAMPANE DI SANTA MARIA NOVELLA Le note della sveglia suonate dal trombettiere, quella mattina erano vibranti più del solito e gli allievi, come da regolamento, solerti, si alzarono dalle brande a castello. Subito dopo si spalancò la vetusta porta della camerata e come una furia umana entrò il sottufficiale di giornata gridando: - Muovetevi pelandroni! Mettete subito in ordine il posto letto e chi arriva per ultimo all’adunata, dell’alza bandiera, non lo faccio uscire per una settimana. - Camminava per la camerata come un cane in gabbia e sbraitava: - Siete rammolliti e forza lavoro sottratta all’agricoltura. Allievo Garofalo sei molto lento nelle operazioni. Ho l’impressione che sei capitato nel posto sbagliato. Qui si fa tutto veloce, non si mungono le vacche. – Garofalo senza proferire parola, ormai avvezzo a ben altre angherie umane, si affrettò nel mettere in ordine il posto letto. Aveva passato una notte insonne per un malessere febbrile e volendo, poteva marcare visita per giustificare la sua spossatezza. A denti stretti tenne duro per non sembrare debole in quel luogo la cui disciplina era portata alle conseguenze estreme per temprare il carattere. Ci voleva ben altro per fermare Garofalo quella mattina fiorentina nella scuola sottufficiali carabinieri, né tanto meno potevano scalfirlo le parole di quel sottufficiale. Era il quattro novembre del millenovecentosessantasei giorno delle Forze Armate. Già da alcuni giorni si era dato lustro a tutti i locali perché in quella festività dovevano affluire molti visitatori per visionare da vicino i nuovi mezzi tecnici in dotazione alla scuola militare. Per l’occasione erano stati scelti venti allievi di buona presenza fisica, e preparazione culturale al fine di accompagnare gli ospiti nei vari reparti e dare loro eventuali delucidazioni. Fra questi era stato scelto Ciro Garofalo unitamente al collega Primo Novelli. Essi dovevano dimostrare il rilevamento d’impronte digitali ove si era verificato un delitto. Pugliese il primo e marchigiano il secondo, erano entrati in sintonia sin dal primo giorno confidandosi ogni segreto. Dormivano nello stesso letto a castello e stavano sempre a contatto di gomito in ogni operazione della giornata. Come la madre incinta sente i movimenti del feto nel suo grembo, così i due amici si sentivano legati nelle ore di riposo. Alle otto precise si presentarono al corpo di guardia per intraprendere il servizio e appresero che a causa dell’abbondante pioggia della notte, l’Arno era straripato e ora le acque stavano invadendo la parte bassa della città. Le successive notizie sulla reale situazione dello straripamento del fiume giungevano confuse, ma non preoccupanti. L’acqua sporca e schiumosa incominciava a scorrere anche davanti alla scuola. Fu chiuso il portone d’ingresso per impedire il repentino allagamento della piazza d’armi ma l’acqua, come un serpente infido e malevolo, incominciò a fuoriuscire dai tombini. Nell’animo degli allievi, dopo un primo atteggiamento di meraviglia per l’avvenimento, incominciò a serpeggiare un senso di ansia e preoccupazione. Le camerate erano al primo piano mentre i servizi e le cucine al piano terra. Ormai era mezzogiorno e ritenendo che tra qualche ora si sarebbe allagato tutto il piano terra, fu ordinato di anticipare la distribuzione del rancio. Erano circa settecento allievi e per affrettare l’operazione, i sottufficiali impartivano ordini perentori e decisi. Intanto si apprese che il portone d’ingresso principale aveva ceduto sotto la pressione dell’acqua e questa, come un torrente in piena stava invadendo ogni locale. Istintivamente gli allievi si alzarono in piedi con l’intento di scappare all’esterno della mensa ma uno squillo di tromba fece fermare tutti. Un ufficiale, ordinò di rimanere fermi al proprio posto invitando i primi a uscire ordinatamente e raggiungere il piano di sopra. - Qui si mette male. – sussurrò Garofalo a Novelli, toccandolo leggermente con il gomito. – L’acqua mi entra nelle scarpe.- - Non ti preoccupare Ciro. Domani per la nostra Compagnia sarà previsto il turno di doccia quindi ci potremo lavare. - - -Quale doccia Primo! Qui fino a domani sarà tutto sommerso dall’acqua. – - - Tu pensi davvero che arriverà tanta acqua ?- - - E’ possibile! Sempre fermi sull’attenti, con l’acqua che ormai aveva superato le caviglie, arrivò il momento di uscire anche per i due amici. Nella camerata il nervosismo era tangibile. Si proponevano soluzioni improbabili per il dopo alluvione. - Ci mandano tutti in licenza per almeno un mese finché non metteranno in efficienza le cucine. – - No. Ci faranno rientrare al reparto di provenienza. – Il più anziano, chiamato il “ bazzuccone” con tono calmo e serio, disse: - ci vogliamo rendere conto che siamo imprigionati in mezzo a questa violenza della natura? Prima di pensare al dopo, preoccupiamoci del presente. Le pareti dello stabile se pur massicce, sono vecchie di secoli e se cade, la prima colonna del porticato interno crolla tutto giù. – Gli allievi rimasero tutti ammutoliti, avvertendo nelle parole dell’anziano collega un reale pericolo che poteva verificarsi. Il livello dell’acqua nel piazzale della stazione ferroviaria, prospiciente alla scuola, superava i tre metri e la furia devastatrice portava via ogni cosa. Il turbine dell’acqua aumentava nelle strettoie e in quello scenario apocalittico apparve chiaramente tutta la fragilità umana. Verso mezzanotte l’acqua raggiunse il livello massimo, dopo di che, di ora in ora, incominciò a decrescere. Il Comandante della scuola, per non creare eccessivi allarmismi tra gli allievi, ordinò di riposare sulle brande se pur vestiti e nessuno dovevano abbandonare il posto letto. Alle sette del mattino, all’ora della sveglia, non si udiva alcun fruscio o frastuono. Il trombettiere quella mattina non fece sentire le sue note, probabilmente isolato chissà dove. Né si fece sentire il sottufficiale di giornata. Tacevano anche le campane di Santa Maria Novella. Gli allievi non sapevano cosa fare per mancanza di ordini. Tutti i servizi erano fuori uso e i languori allo stomaco incominciarono a farsi sentire. Primo e Ciro scesero al piano terra, recandosi all’ingresso principale, per decidere sul da farsi. L’acqua si era ritirata nel letto del fiume lasciando sulle strade e nelle case melma e distruzione. A prima vista si notavano automezzi rovesciati e ammassati contro i palazzi. Tronchi di alberi impigliati ai pali della luce. Alcuni allievi originari della Toscana o abitanti nei dintorni, presero il treno e andarono a casa. La stazione ferroviaria, essendo sopraelevata, non era stata danneggiata. I due amici decisero di uscire dalla scuola dirigendosi verso via Nazionale, cioè nella zona dove non era stata interessata dall’alluvione. La città era come inanimata. Non si notava alcun fermento di persone o arrivi di soccorsi. Sulle pareti delle case il massimo livello dell’acqua aveva lasciato la sua impronta a memoria per i posteri. Dopo circa dieci minuti raggiunsero la parte asciutta della città ed ebbero l’impressione di essere usciti dal cerchio infernale ove prima si sentivano imbrigliati. Entrarono in un bar e fecero colazione. In lontananza s’incominciarono a udire suoni di sirene. Le strade, piano, piano, stavano rianimandosi di persone. Molte armate di secchi, pale e scope cercavano di pulire i locali allagati. Al lato degli ingressi delle case, si ammucchiavano mobili e suppellettili da buttare. I fiorentini, di solito allegri e ciarlieri, adesso si sentivano piegati dall’acqua come la canna al vento. Piegati ma non domati quindi lavoravano e testa bassa. Le Autorità civili e militari, dopo i primi momenti di disorientamento, incominciarono a organizzarsi per intervenire a favore della popolazione. La città aveva bisogno di tutto, dai viveri ai vestiti e medicinali. Occorreva anche personale specializzato per salvare tutte le opere d’arte ormai prede del fango e dell’umidità. Al Comando Scuola Sottufficiali Carabinieri assegnarono il compito della vigilanza continua nella zona alluvionata per prevenire furti o altro. Ogni pattuglia, per quattro ore, doveva vigilare lungo una strada a essa assegnata. La vigilanza era continua con cambio sul posto. In caserma arrivarono delle vecchie cucine da campo e furono installate delle tende per uso doccia. Era un’emergenza e un avvenimento che quasi nessuno degli allievi aveva mai conosciuto. A Ciro Garofalo tornavano alla mente racconti ascoltati dal vecchio carrettiere Gennaro, amico di famiglia, relativi all’alluvione verificatosi nella conca del barese il cinque novembre del millenovecentoventicinque. In quella circostanza grandi masse d’acqua e terriccio si erano versati dalle Murge verso il mare e particolarmente la città di Bari era stata gravemente danneggiata. L’Autorità centrale dell’epoca, raccontava Gennaro, per far fronte all’emergenza, aveva obbligato tutti i possessori di carri agricoli, di andare in città per un giorno e a titolo gratuito, al fine di trasportare al mare i detriti rimasti per le strade. Mancava mezz’ora alla mezzanotte. Le strade semibuie erano lievemente rischiarate dai riflessi della luna. Non si udiva alcun rumore oltre ai passi cadenzati di Garogalo e Novelli. Essi, vestiti con la divisa di panno kaki e scarponi con ghette erano armati di pistola Beretta e moschetto “91/38”. Procedevano in via Calzaiuoli, diretti a Ponte Vecchio, per dare il cambio ad altra pattuglia di vigilanza. In quello scenario spettrale attraversarono piazza della Signoria, cuore delle origini e della storia della repubblica fiorentina, ove si ergeva maestoso il trecentesco Palazzo Vecchio. La piazza sembrava più ampia di quanto poteva apparire con la presenza delle persone. Una piazza sempre gremita di turisti e anche nel passato, luogo d’adunanze popolari sia per divertimento sia per esecuzioni di condanne al rogo. Giunsero sul posto con cinque minuti di anticipo, con grande piacere della pattuglia smontante. Dopo il rituale scambio di consegne verbali i due colleghi iniziarono il loro servizio. Il ponte, pittoresca costruzione medioevale, aveva sostituito quello di legno, distrutto dalla piena del milletrecentotrentatre. Era fiancheggiato dalle caratteristiche botteghe d’orafi e sormontato dall’aereo corridoio che collegava Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti. L’argenteo Arno scivolava silenzioso sotto le arcate. Silenzioso e docile come il bimbo rabbonito, dopo il pianto per un rimprovero materno. Aveva tante cose da farsi perdonare in quella circostanza. Forse, se avesse potuto addurre qualche argomento a sua discolpa, avrebbe detto: che esso in quella valle c’era sempre stato dalla notte dei tempi; che l’uomo aveva occupato le sue sponde in modo selvaggio; esso non si era mai lamentato per essere stato costretto a scorrere in un alveo più stretto. Paziente e amorevole, dalla sorgente alla foce, aveva creato e benessere a numerose civiltà nel corso dei secoli. Tra l’Arno e Ponte Vecchio si era instaurata una tacita e amichevole convivenza, simile a quella sorta tra Eolo e Positone nell’antico bacino del Mediterraneo. Convivenza alimentata da mugugni e sospiri, a causa dell’intervento improvvido dell’uomo. I rapporti di buon vicinato avevano superato anche le difficoltà dell’ultimo conflitto bellico in cui il ponte aveva subito danneggiamenti dai tedeschi in ritirata. Il grande Vecchio resisteva fiero e silenzioso anche durante l’ultima tragedia, e rivolto al fiume sembrava dire: - Fratello mi fai male. Se continui così mi strappi le membra e mi soffochi. Sono forte e resistente ma questa tua irruenza mi sembra eccessiva. Calmati dunque, non vedi che Firenze piange? – - Vorrei fermarmi – sembrava rispondere il tumultuoso Arno - come vedi, non posso, da monte mi spingono a valle e non riesco più il mio cammino a controllare. Ho il cuore in gola e mi vola. Almeno tu sii forte e tenace come sai essere. – Dalla cima del colle allora, quel colle che i fiorentini chiamavano Boboli, i cipressi del Viottolone, avendo udito le sommesse invocazioni, con un mormorio di chiome intervennero a suo conforto: - Non ti arrendere grande Vecchio, che il peggio è passato. Di quassù, verso il Falterona noi vediamo il cielo rischiarare e il pallido sole far capolino fra le nuvole diradate. – Garofalo e Novielli, nelle quattro ore di servizio fecero numerose volte il percorso del ponte, da una sponda all’altra. Camminavano lentamente sull’antico selciato, sempre con occhio vigile. Intanto per rompere il monotono silenzio notturno, si raccontavano, al solito, fatti privati del passato. Il giorno successivo, contrariamente a quanto avrebbero desiderato, furono segnati di servizio all’interno dello stadio comunale ove si stavano ammassando le derrate alimentari provenienti da ogni parte del mondo. Lungo il percorso fatto a piedi dalla scuola sottufficiali allo stadio, si notavano i fiorentini e volontari lavorare alacremente per pulire scantinati e negozi. Passando davanti a una libreria si commossero nel vedere migliaia di libri, non più commerciabili, caricati su un camion come fossero mattoni per l’edilizia. Libri certamente ricchi di storia in cui, scrittori, poeti e narratori avevano profuso ogni energia per tramandare ai posteri i ricordi. Davanti allo stadio si era formata una lunga coda di povera gente in attesa di ricevere qualche litro di latte e un poco di pane. Come il solito, i primi a subire le tribolazioni sono i più diseredati, i quali già fanno fatica nella normalità. Dopo alcuni giorni dall’accaduto rovinoso, Ciro fu invitato all’ufficio postale, per comunicazioni. Ivi giunto l’addetto all’ufficio gli consegnò un pacco. Ciro rimase sorpreso e pensò a qualche disguido. Controllò l’indirizzo e il pacco era effettivamente destinato a lui. Lesse il nome del mittente ed ebbe un tuffo al cuore: Stella Gruber, via Mendola n.19 S. Michele Appiano (Bolzano). Aprì con curiosità l’involucro di cartone e dall’interno tirò fuori dolci, vasetti di frutta e alcuni salumi. Sul fondo, adagiata come una reliquia giaceva una busta color rosa che emanava un profumo di viole. Ciro lesse subito il contenuto: “ Caro Ciro, sono conscia che non gradirai questa mia lettera e questa iniziativa, tuttavia l’istinto mi dice di farlo. Ogni giorno ascolto alla televisione commenti su Firenze e dei suoi problemi. Non posso fare a meno di ricordarmi di te. Mi piacerebbe sapere come stai e cosa fai, ma ti prego non sentirti obbligato. Nel nostro ultimo in contro ci lasciammo senza rimpianti, da buoni amici sinceri. Lo so, vuoi essere libero come il leone nella savana, come l’aquila tra il cielo e la montagna. Non sarò certo io a tarparti le ali. Vola pure più in alto se vuoi ma ricordati che anche se passeranno gli anni, io non ti dimenticherò mai. Un forte abbraccio Stella” Le sicurezze di Ciro ancora una volta furono messe in discussione. Destino crudele il suo: seguire il richiamo della Gruber o quello della terra natia, delle radici? Chiese consiglio all’amico Primo e questi non esitò a fargli scegliere la strada dell’amore. - Ciro non esitare a riallacciare la relazione con la Gruber. Ti devi considerare una persona fortunata e invece ti perdi nelle baggianate e sentimenti nostalgici. – - Non sono baggianate come credi Primo. Per me il problema è come il mal d’Africa. Sento nell’aria e nel vento il richiamo dei suoni e dei sapori. Nei tramonti le sfumature dei colori. Colori che si rinnovano nelle aurore e si riflettono nelle acque dell’Adriatico. Ho bisogno di tempo per riflettere. – Dopo circa un mese le campane di Santa Maria Novella fecero sentire nuovamente i loro rintocchi. Era giorno domenicale e quel suono era il segno tangibile che la vita cittadina stava andando verso la normalità. I servizi esterni relativi alla vigilanza cessarono e nella scuola sottufficiali incominciò il normale programma didattico. Ciro s’immerse nello studio e non prese altre iniziative. Affidò al destino il corso del suo futuro quindi, si lasciò andare tranquillo, come una pianta sradicata dal suo sito, che galleggiando sulle acque del fiume, un giorno arriverà nel mare aperto. Francesco Occhiogrosso


 
 
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