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Tronci Antonio

IERI ALLIEVI OGGI ......

RIENTRAVO DA UN PERMESSO (estratto dal libro “Pelle d’anima”)
di Antonio Tronci.(9^ compagnia).



Era il millenovecentosessantasei, l'anno della tremenda alluvione. Proprio il 4 novembre rientravo in treno da Triora, dopo aver usufruito di un permesso.
Diluviava. La pioggia si rompeva sui finestrini dividendosi in fitti rigagnoli, mentre il treno proseguiva la sua corsa. Tra La Spezia e Viareggio, da una radiolina forse accesa per caso, si apprendeva che le acque dell'Arno avevano superato i limiti di sicurezza e stavano straripando. Altre radioline venivano accese; le notizie sempre più allarmanti dei cronisti si intrecciavano con le voci concitate dei viaggiatori: l'alluvione aveva già superato Ponte Vecchio, Firenze era semi-sommersa.
A Pisa, dopo una sosta prolungata il viaggio proseguì, ma si temevano sbarramenti lungo la linea. Il treno rallentò la sua corsa e prese un'andatura a singhiozzo, mentre il cielo color stagno sembrava farsi partecipe delle apprensioni di quanti stavano vivendo quei momenti di angoscia e di terrore.
A Firenze, rimasi bloccato alla stazione. La nostra Scuola aveva sede proprio lì davanti, a Santa Maria Novella. Avrei dovuto attraversare soltanto la strada per raggiungerla, ma le correnti di quel mare accidentale tanto erano state violente che avevano portato via vetrine, auto in sosta e persino lo spigolo del bar dove ero solito recarmi a prendere il caffè nell'ora della libera uscita.
Trascorsi la notte in compagnia di alcuni sventurati. Personalmente non ero coinvolto, portavo ogni mio avere con me, avevo tutto sulle spalle, ma c'era chi pur trovandosi a poche centinaia di metri dalla propria abitazione non poteva raggiungerla. Non rimaneva che attendere con rassegnazione sperando che il livello delle acque diminuisse.
Dal piazzale della stazione le cui gradinate ne impedirono l'allagamento, in fondo sulla sinistra per chi guarda la Scuola captai un S.O.S. luminoso, trasmesso probabilmente con una torcia elettrica da un radioamatore. A mia volta mi feci prestare una torcia da un agente della Ferroviaria e risposi al suo segnale di richiesta di soccorso.
Spiegai al "naufrago" l'impossibilità di raggiungerlo, mentre gli assicuravo che il livello delle acque stava diminuendo. Non rispose.
Tornai a pensare molte volte a quell' S.O.S.
Come per mettere a tacere la mia coscienza che si torturava per l'impossibilità di fare qualcosa di più concreto, preferivo credere che a quello sventurato si fosse guastata la pila e che i miei segnali, se non altro lo avessero potuto liberare dall'incubo dell'isolamento.
Attraversai la strada e raggiunsi la Scuola il mattino del cinque. La Piazza d'Armi era un mare di fanghiglia; il corpo di guardia, il chiostro, la mensa, la biblioteca e gli uffici a pian terreno, tutto era devastato dall'acqua. I commilitoni erano già all'opera di prosciugamento dí alcuni locali; detti anch'io subito il mio contributo.
Ci divisero in scaglioni: alcuni dovettero provvedere al recupero dei locali della Scuola, altri andarono a portare aiuto ai cittadini.
La città, quella città tanto amata e dai tesori inestimabili si presentava, ora, con un volto inconsueto e la¬sciava trapelare dappertutto la sua sofferenza, che era anche degli abitanti: saracinesche sventrate o panciute,
scaffali di negozi letteralmente ripuliti. Per strada: scarpe, borsette, stoviglie, giocattoli e pacchi di siga-rette, di tutto un po', amalgamato in una melma ma¬leodorante. Triste sottolinearlo ma, come avviene ín tutte le calamità, al recuperabile avevano già provveduto gli sciacalli.
Desolanti erano le rovine tra i tesori artistici. Ti guardavi attorno e rimanevi confuso, avvilito da un senso di pietà e ti soffocava la paura che il peggio fosse ancora a venire.
Si soffriva la fame, la sete e si temeva che quell'aria irrespirabile provocata dalla decomposizione di alcuni generi alimentari sparsi qua e là nelle strade e nei sot¬terranei, penetrasse nell'universo molecolare della gente e provocasse qualche epidemia.
La città era completamente isolata, senz'acqua, senza luce; interrotte le vie di comunicazione. Solo qualche radiolina manteneva il contatto con il mondo. Ti consolava sentire che giungevano elicotteri carichi di viveri.
I viveri arrivavano realmente, ma molti, compresi noi della Scuola non ne vedemmo affatto. Qualcuno, in tutta evidenza, aveva trovato l'occasione propizia per dar prova del proprio "altruismo" vendendo la merce ai più disperati.
Per fortuna gli sciacalli erano una piccola mino¬ranza. La Firenze dal volto umano era un'altra, meravigliosa nel dramma: uomini e donne, giovani e vecchi col volto imbrattato di melma, solidali e silenziosi, instancabili, nei locali a pian terreno davano il loro contributo per liberare la città elegante e gentile dei giorni prima dal fango untuoso e fetido.
Ponte Vecchio aveva resistito anche questa volta. Ma si temeva ancora per la sua stabilità.
Una delle notti successive all'alluvione, fui coman¬dante di pattuglia proprio in quella zona. Ricordavo Ponte Vecchio animato dai turisti in folla davanti alle piccole botteghe. Ora, vedendolo spoglio — l'acqua aveva portato via tutto — in quel silenzio rotto dal ma¬linconico mormorio dell'Arno tornato mansueto, mi sentivo smarrito e impotente. Mi ero fermato sul ponte per guardarmi attorno: desolazione e dolore ovunque.
Dopo tre giorni di digiuno, ebbi anch'io due tavolette di marmellata dell'Esercito; veramente me ne avevano date quattro, ma due le avevo regalate ad altrettanti ragazzini scalzi e affamati che si erano avvicinati a curiosare all'ingresso della Scuola. Me le strapparono dalle mani, quasi con violenza quando gliele porsi, poi sí allontanarono a ritroso — ricordo — voltandosi ogni tanto per non inciampare; il loro sguardo si spostava, ora avido ora grato, dal prezioso bocconcino verso di me che avevo fatto loro, in quel momento il più utile dono.
Un giorno fui comandato di servizio quale addetto alla distribuzione dell'acqua (che arrivava con le auto¬cisterne dalla zona di Roma) alla popolazione. Fu un'esperienza che umanamente mi arricchì.
I giorni più faticosi erano passati; finita anche la paura di infezioni; le migliaia di carogne di animali dis¬seminate per le campagne e ammucchiate nelle fatto¬rie, venivano bruciate un po' alla volta da squadre speciali dell'Esercito.
Venni colpito da una febbre da cavallo per circa una settimana. Dall'infermeria mi volevano portare in ospedale, ma la cura drastica di antibiotici prescrittami da un tenente medico stroncò l'infezione e riacquistai le forze.
Una volta, ricordo, ricevetti una visita inaspettata. Era Tiziana, una ragazza conosciuta proprio il giorno in cui ero comandato a distribuire l'acqua che arrivava con le autocisterne.
Dal corpo di guardia, mi annunciarono che c'era una visita per me. Mi precipitai. Quando entrai nella sala d'attesa, subito non la riconobbi. Non era, infatti, dimessa come quando l'avevo conosciuta da "assetata" e come quando nel porgermi il bidoncino di plastica perchè glielo riempissi, aveva cercato a braccia pro¬tese di scavalcare le altre persone e io, sorridendole le avevo detto che, se anche era bella, avrebbe dovuto aspettare il suo turno. Ricordo che aveva scherzato anche lei dicendomi qualcosa di simpatico e, riempito il bidone, aveva voluto sapere il mio nome. Ancora ridendo, le avevo chiesto perché le importasse di come mi chiamavo, dal momento che a breve mi sarei sposato.
Scherzare era un modo per stemperare la tensione della ressa e strappare qualche sorriso a quei visi sui quali non si era ancora riaccesa la luce che lo spavento dell'alluvione aveva portato via.
Nella sala d'attesa mi dimostrai, dunque, assai sorpreso. Lei acuì il mio imbarazzo.
Le chiesi a che cosa fosse dovuta la sua gradita visita. Con garbo, mi rispose che era semplicemente passata a salutarmi e ad accertarsi che il nome che le avevo lasciato, fosse quello vero. Alle sue parole ci guardammo e ridemmo all'unisono.
— Qual è la tua professione, se è lecito saperlo, visto che tu conosci la mia?
— Sono psicologa.
Ti pareva! — pensai dentro di me e continuai
— Allora ritengo il nostro tempo di seduta già scaduto!
— Perché ? — rispose lei.
— Perché essere oggetto di studio, limita la libertà personale.
Era divertita.
La bella psicologa era rimasta attratta dalla mía gioia nel potermi rendere utile al prossimo in diffi-coltà.
Ma la cosa non finì lì.
Quando ci salutammo e lei lasciò la Scuola, l'ufficiale di picchetto mi domandò:
— Tronci, chi era quella bella ragazza?
— Mia sorella, Signor Tenente e le consiglio di starle alla larga, perché è una strizzacervelli — fu la mia risposta, in tono scherzoso.
— Sei mica geloso di tua sorella? — anche lui scherzando, ma non troppo...
Il lato divertente della storia si rivelò quando ebbi la conferma che era accaduto quanto mi ero immagi-nato: il tenentíno era andato a "curiosare" nei miei dati personali per avere quelli di mía sorella (era proprio ri¬masto colpito...). Peccato che aveva trovato solo í dati di sei fratelli...
La prese bene, però. Mi volle addirittura offrire una "fiorentina".
Alla fine, mi chiesi chi di noi tre avrebbe avuto veramente bisogno dello psicologo: la psicologa, il tenente o io. Io non c'entravo proprio niente. Di tutta la storia, perché essa si verificasse, ero semplicemente stato l'inconsapevole strumento.
È un episodio che ricordo volentieri, assieme a tanti e tanti altri, fa parte di quelle esperienze umane, a volte divertenti, a volte pericolose, che, messe assieme, riem¬piono e rendono fiorita la tua bisaccia di errante.
La Scuola era rientrata nella più totale normalità. Ricevetti una lettera da Angela, la prima dopo l'alluvione. Le mie lettere, non tutte, le arrivarono in ritardo e sporche di fango; Angela me lo disse quando, finalmente ci risentimmo al telefono e poi quando ci incontrammo.
Mentre artisti giunti da tutta Italia e da diversi paesi stranieri, "gli Angeli del Fango", si prodigavano al restauro degli affreschi e dei mosaici, con la primavera Firenze riacquistava, poco alla volta il consueto, splendido volto di città d'arte.





 
 
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