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Castello Maniace

Castello Maniace

SIRACUSA SVEVA GUIDA AI MONUMENTI DELLA CITTA' E DELLA PROVINCIA
IL CASTELLO MANIACE documentazione pdf



Il Castello Maniace appartiene al Comune di Siracusa ed è ubicato nel quartiere di Ortigia presso l'ex Caserma Abela del Genio Militare.
Consegnato nel 1976 alla Sovrintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa, è attualmente oggetto di un progetto di restauro.
La Caserma Abela è stata dismessa nel mese di giugno del 2001.
Il monumento è visitabile con la guida per gruppi interessati, previa autorizzazione della Sovrintendenza.
BREVE STORIA DEGLI STUDI
Tra il XVI e il XIX secolo si interessarono al Castello annalisti e storici locali, come il Capodieci, il Fazello, il Privitera, l'Amico, il Gaetani, i quali lo interpretarono come costruzione bizantina realizzata da Giorgio Maniace .
Agli inizi del secolo scorso i francesi Bertaux ed Enlart e gli italiani Ventura e Toesca menzionano il nostro monumento in opere di carattere generale che trattano della storia dell'arte italiana. Va a loro merito l'esatto inquadramento cronologico del castello all'epoca sveva e non bizantina.
Giuseppe Agnello, nella sua opera L'architettura sveva in Sicilia (1935), affronterà per primo in modo dettagliato, completo e scientifico la problematica del castello di Federico II dando un contributo ancora oggi valido e insostituibile alla conoscenza anche dei monumenti svevi ignorati o dimenticati che egli, coadiuvato dall'amico Paolo Orsi e dal disegnatore Gaetano Grazia, riuscirà ad individuare e a riscoprire.
Informazioni sul nostro castello troviamo in trattazioni di carattere generale da parte della De Simone e del Bellafiore (vedi bibliografia).
Appassionate ricerche e studi intraprenderà il compianto Efisio Picone impegnandosi nella pubblicazione di una monografia sul castello datata al 1975.
Il castello di Siracusa e gli altri monumenti svevi della Sicilia sono stati particolarmente considerati nel congresso del 1978 su Federico e l'arte del Duecento italiano.
Il catalogo Federico e la Sicilia, dalla terra alla corona (1995) rappresenta l'impegno più recente realizzato in occasione delle celebrazioni per l'ottavo centenario della nascita di Federico II. Per i rilievi dettagliati dei monumenti federiciani e per le prime considerazioni a "cantiere aperto" il catalogo offre i primi documentati aggiornamenti dall'epoca di G. Agnello.
Preziose informazioni, inoltre, si possono ricavare dalle rappresentazioni grafiche dello stesso Castello e della città di Siracusa dei secoli XVI, XVII, XVIII e dai numerosi progetti di riedificazione realizzati dopo lo scoppio della polveriera del 1704, il primo dei quali è quello del Formend.
Duole qui sottolineare che ancora oggi si riporti in maniera automatica l'attribuzione a Giorgio Maniace del castello di Siracusa come ad esempio nel testo curato da S. Moscati e da C.A. Di Stefano "Palermo - Museo Archeologico" del 1991: "Il grande ariete di bronco, unico superstite di una coppia posta nell'XI sec. ad ornamento della fortezza costruita a Siracusa dal protospatano bizantino Giorgio Maniace, fu donato al Museo da Vittorio Emanuele II", pag.83-84.

Plastico in osso e legno di Ortigia (XIX sec.), Galleria Regionale Vaialo Bellomo - Siracusa


BREVE STORIA DEL RESTAURO
Alla fine dell'800 furono eseguiti i primi interventi sul manufatto consistenti nella pulitura di alcune parti murarie e nella demolizione di strutture fatiscenti. Agli inizi del 1900 vennero realizzati i primi interventi sul portale. Ma la prima indagine strettamente archeologica del Castello fu eseguita da Paolo Orsi nel 1926, il quale mirava alla individuazione delle strutture greche e romane citate dalle fonti, nonché di quelle bizantine, arabe e normanne.
Il risultato fu negativo.
Paolo Orsi, oltre a cocciame del periodo medievale, rinvenne, all'interno del castello, quella che definì la "bocca dell,impluviun" e, dai saggi in profondità, strati pertinenti alla sopraelevazione del battuto della sala. Un lavoro di ricerca documentaria del materiale orsiano potrebbe dare ulteriori informazioni sulla storia del nostro monumento; esso sarebbe quanto mai auspicabile e ottima fonte di approfondimenti.
Seguì un lungo periodo di stasi. Negli anni '50 la Sovrintendenza manifesta l'esigenza di dismettere il castello dal demanio militare; la dismissione avverrà soltanto nel 1972.
Negli anni '70, dopo qualche opera di puntellamento da parte del Genio civile, si attuerà infatti il primo vero e proprio progetto di intervento, prima ad opera di De Angelis d'Ossat e di Enzo Fortuna, e poi di Paolo Paolini (1978). Lo scopo principale era quello di isolare le parti strutturali sveve, anche con sacrificio degli apporti di epoca successiva.
Nel 1988 il Genio Civile Opere Marittime crea una linea frangiflutti per difendere il complesso monumentale.
Ma è con gli anni '90 (in particolare nel 1994) che si affronta per la prima volta, ad iniziativa dell'architetto Francesco Santalucia, il progetto di restauro e salvaguardia non solo del castello svevo, ma anche di tutte quelle altre opere aggiunte nelle varie epoche sia all'esterno che all'interno del monumento, ritenute anch'esse meritevoli di tutela perché elementi della continuità storica dell'insediamento. Le ricognizioni al castello svevo si
sono rivelate di grande interesse e i risultati ottenuti hanno permesso di offrire un valido apporto all'organizzazione della mostra curata dall'Assessorato ai Beni Culturali ed Ambientali nel dicembre del 1994 a Palermo per la commemorazione dell'ottavo centenario della nascita di Federico II. Degno di nota lo studio fatto, ad esempio, sui materiali scultorei (frammenti di figure, di volti, crochet) provenienti dalla sala ipostila.
Dal 2001 è in atto il nuovo cantiere di restauro diretto dall'architetto Mariella Muti.
Nello stesso anno è stato condotto uno scavo archeologico all'interno della sala ipostila diretto dal prof. Giuseppe Voza i cui risultati verranno presto pubblicati.
IL SITO E LA NASCITA DELLA FABBRICA SVEVA
Il sito dove sorge il Castello svevo fu probabilmente frequentato sin dal periodo greco e romano, dato che la tradizione vi colloca il tempio greco di Hera(16) e la dimora di Verre della tarda età repubblicana .
L'esame sui conci messi in opera nella fabbrica federiciana rivela il reimpiego di materiali di spoglio sia greci che bizantini, che potrebbero provenire dalle costruzioni preesistenti nel sito o altrove.
Neanche del periodo bizantino ci sono pervenuti resti; ma il nome del castello -Maniace- è un chiaro riferimento al capitano bizantino che nel 1038, liberando anche se per breve tempo Siracusa dagli Arabi, doveva aver costruito un edificio militare (forse una torre) nello stesso luogo.
Benché per parecchio tempo il castello avesse cambiato il nome in "Castello di San Giacomo", nella tradizione popolare non si è mai perduto il nome di Maniace, quasi a segnare l'importanza del periodo bizantino; ed è infatti con questo nome che a noi è pervenuto".
Del periodo arabo e normanno possiamo solo ipotizzare l'esistenza di un sistema difensivo e di un potenziamento dell'edificio militare bizantino sulla punta di Ortigia.
La visione autocratica dello Stato difficilmente avrebbe consentito a Federico II di lasciar traccia di precedenti costruzioni: egli doveva costruire ex novo un castello che avrebbe dovuto dimostrare il potere della sua persona.
Il periodo di tempo in cui si colloca la costruzione del Castello è quello che va dal 1232 al 1240. Sono le famose lettere inviate da Lodi (lettere lodigiane) in data 17 novembre 1239 da Federico a Riccardo da Lentini
("praepositus aedifiàorum"), Guglielmo d'Anglone (giustiziere) e Majore de Plancatore (secreto di Messina), che ci forniscono preziose informazioni riguardo al completamento dei lavori al Castello di Siracusa. In queste lettere Federico si preoccupa di "munire" il castello e per questo eroga i fondi necessari.
Se nel 1239 l'Imperatore si preoccupa di "fortificare" il castello, tutto fa supporre che la costruzione era completata.
La data del 1232 per l'inizio dei lavori viene, invece, proposta facendo riferimento alla necessità, sorta in occasione della ribellione guelfa, di creare una valida difesa del regno, della quale il Castello di Siracusa avrebbe rappresentato uno dei capisaldi.
Nel 1240 il Castello compare tra i "castra exempta": erano, questi, i castelli per i quali la nomina o la destituzione dei castellani venivano sottratte ai provisores castrorum e affidate direttamente all'Imperatore.
Sono queste le poche date sicure che riusciamo a segnare nella storia sveva del nostro castello.
Dal 1240 al 1250, anno della morte di Federico II, le fonti tacciono. Mentre è proprio questo il periodo che necessiterebbe di maggiori informazioni, poiché corrisponderebbe ad alcuni mutamenti architettonici e, quindi, d'uso, avvenuti all'interno del castello, come vedremo più avanti.


Il FOSSATO - LA PORTA SPAGNOLA - LA PIAZZAFORTE



Dopo aver attraversato lo spiazzo antistante l'ex Caserma Abela e da lì l'ormai deserto posto di guardia, veniamo ad isolarci dal noto contesto urbanistico dell'isola di Ortigia e ci ritroviamo nell'ex cortile del presidio militare.

Porta Spagnola, Castello Maniace

Un silenzio improvviso, interrotto dal fluttuare del mare contro lo scoglio e dal battito delle ali di un gabbiano incuriosito da presenze insolite, colpisce anche il più distratto dei visitatori preparandolo mentalmente verso qualcosa che si annuncia quanto mai carico di fascino e di mistero. L'isola di Ortigia, nella sua parte più estrema, conserva un inestimabile tesoro che ben pochi hanno sino ad ora avuto la fortuna di vedere.
Il punto scelto per la prima sosta del nostro percorso è quello antistante l'attuale ponte in muratura, che sovrasta a sinistra il teatrino Colonna e a destra un campo da gioco.
Da qui si può cogliere la complessità delle valenze architettoniche e non, aggregatesi nel corso dei secoli attorno al Castello di Federico II, che ci fa intuire in quale isolamento strategico fosse stato edificato. Infatti l'attuale ponte in muratura sostituì il precedente ponte levatoio del periodo spagnolo che sovrastava il profondo fossato artificiale, che metteva in comunicazione le acque del porto Grande con quelle del mare aperto.
Come osserva Giuseppe Agnello, dal momento che i saggi realizzati davanti l'ingresso del Castello non hanno mai accertato la presenza di un fossato, viene facile supporre che "la trincea di sbarramento svevo coincidesse, nelle sue linee principali, con l'odierno fossato".
Il ponte levatoio si impostava, in fase di chiusura, nelle due profonde scanalature che si osservano al di sopra dell'architrave della porta spagnola, il cui arco è delineato da una bella serie di conci disposti a raggiera, attribuita a Giovanni Vermexio.
Superata la porta spagnola ci si trova in quella che era la piazzaforte militare.
Vasta e non interrotta superficie, oggi interessata dalle attrezzature del cantiere ma, sino a qualche anno fa (1999) frazionata in due sezioni da un muro sormontato da filo spinato, che isolava brutalmente il Castello di Federico II e che è stato finalmente abbattuto e rimosso.


Castello Maniace e fortificazioni successive, lato Nord-Est.



STORIA DEL CASTELLO DALLA FINE DEL XIII SECOLO AI NOSTRI GIORNI

Il periodo angioino è documentato dai registri dell'epoca: in alcuni di questi (del 1273, 1278, 1281) viene menzionato il Castello, per il quale si attua un potenziamento degli approvvigionamenti. Rimane aperto il problema se il potenziamento riguardò anche la costruzione. Sotto la spinta dei Vespri siciliani, nel 1282 i siracusani assalgono il Castello in potere dei francesi e lo espugnano. Si ricorda il soggiorno di Pietro d'Aragona
al Castello nel 1288.
Nel corso del 1300 il castello segue le sorti della lotta contro gli Angioini e viene munito di un trabutto. Agli inizi del XV secolo, sembrerebbe che il Castello, oltre alla sua propria funzione militare, assolvesse a quella di prigione. Il ricordo è legato alla regina Bianca di Navarra, la quale avrebbe anche comandato la costruzione di un "controbaglio.
Nel pieno della dominazione spagnola, nel 1448, si inquadra l'episodio del generale Giovanni Ventimiglia, conte di Ceraci. In questo periodo il potere centrale, rappresentato dalla Camera Reginale, viene osteggiato dal potere baronale siracusano. Il Ventimiglia, all'interno del Castello trucidò venti nobili, accusati della sommossa, dopo averli invitati ad un banchetto. Racconta il Fazello che ebbe come premio i due famosi arieti bronzei che
decoravano il prospetto del Castello, sulle mensole, ai lati del portale.
Nel corso del XVI secolo, sotto Carlo V, il Castello diverrà parte integrante di quel complesso sistema di fortificazioni militari che faranno di Ortigia una vera e propria "città d'arme". In funzione dell'introduzione delle artiglierie, si alzeranno poderosi bastioni attorno al Castello svevo, che diventerà praticamente il mastio, cioè il cuore del grandioso sistema di difesa dell'imbocco del Porto Grande.
Del periodo spagnolo si ricorda anche la collocazione, nel 1614, del noto stemma sopra il portale e il mutamento, nel 1618, del nome del Castello in "San Giacomo", nonché, nel 1629, la costruzione di un "centimolo", cioè di una macchina per macinare le granaglie, ad uso dei militari. E interessante notare che,
benché attorno al Castello si costruissero alacremente per tutto il corso del XVII secolo opere militari (del 1676 è la costruzione della "batteria a fior d'acqua" sul bastione Vignazza), il corpo del Castello non fu mai alterato e la sua mole quadrata e turrita a tutt'oggi si eleva al di sopra dei bastioni spagnoli.
Non conosciamo l'entità dei danni subiti dal Castello durante il terremoto del 1542; sappiamo che vi furono, comunque, molte perdite sia umane che materiali nel quartiere Maniace. Oggi siamo un po più informati sui danni subiti dall'edificio svevo dal terremoto del 1693. Da alcuni documenti di recente ritrovati apprendiamo di alcuni lavori di ripristino di strutture murarie. Ma non sembra che dall'uno e dall'altro sisma la struttura sveva
avesse subito danni notevoli.
Nel 1704, invece, un grave disastro si abbatté sul Castello: un fulmine cadde sulla polveriera esistente nel lato di Nord-Est, facendola esplodere. Le perdite umane si contarono in numero di 33. I danni materiali possono così riassumersi: crollarono 3 ordini di crociere, la torre Nord (chiamata "della Campana") e il muro di Nord-Est; danneggiati anche i tetti del quartiere 'Trimaniaci "; in frantumi le vetrate delle case e delle chiese circostanti.
Ai danni dell'esplosione, si aggiunsero quelli "provocati" dall'ingegnere Gianola, il quale demolì altre 6 crociere del lato Ovest per creare nuovi ambienti ad uso militare. Sino alla fine del '700 il Castello è menzionato come sede delle "prigioni del conte Lapis"per la vicenda del conte Clemente Neri de'Lapis, il quale vi fu imprigionato a vita.
Nel 1806, durante le guerre napoleoniche il generale Stuart potenziò il Castello con nuove troniere dotate di 53 cannoni. La connotazione di "prigione" rimarrà ormai costante durante i moti liberali. Nel 1860 Ferdinando Lo Cascio, generale borbonico, scriverà la parola "fine" alla lunga storia del Castello, consegnandolo senza sparare un sol colpo d'arma da fuoco, come ci racconta il Privitera.
Il secolo scorso, affidandolo all'esercito italiano, aggiungerà un'appendice alla storia del Castello che potremmo intitolare: " deturpazioni e aggregazioni murarie scomposte ad opera del casermaggio moderno". Ma, grazie al grande ciclo di restauri operati negli anni scorsi e tuttora in corso, possiamo già lavorare per scrivere un'altra appendice: "dal restauro all'antico splendore del Castello svevo". Questo libro viene scritto nel momento in cui
esiste una volontà seria di restituire il monumento federiciano alla sua città, che riacquisterà un tesoro di inestimabile valore e si riapproprierà di una fase storica, quella sveva, della quale forse si rischiava di perdere la memoria.

Portale, Castello Maniace - Siracusa. Dall'Archivio fotografico Galleria Regionale di Palalo Bellomo - Siracusa.



PIANTA ORIGINARIA
A sinistra, pianta originaria – a destra, pianta originaria con le modifiche successive (da G. Agnello 'UArchitettura Sveva in Sicilia ").



La pianta del Castello di Federico II è di forma perfettamente quadrata (51 metri per lato). E, quella del quadrato, una figura geometrica che permette il controllo visivo totale dell'interno e dell'esterno.
Tutte le costruzioni di Federico II sono ispirate a forme geometriche pure: il rettangolo, il quadrato, l'ottagono con chiaro riferimento agli insegnamenti di Vitruvio.
Nella forma quadrata è implicito anche il concetto di "maschio", cioè di forza. Su questa pianta si imposta la fabbrica del Castello svevo, nella intersezione dei cui assi si inseriscono 4 torri circolari, ognuna servita da una scala a chiocciola. I lati interni misurano m 47,40.
L'interno è caratterizzato da un unico ambiente: la sala "ipostila". Essa è determinata da 16 colonne libere che sorreggono 25 volte a crociera, da 4 semicolonne angolari e da 4 semicolonne a parete per ogni lato. In corrispondenza della torre Sud e della torre Est, si osserva la presenza di 2 piccoli ambienti rettangolari con copertura a crocierine, che poggiano su peducci penduli: sono i vestiboli che immettono a due ambienti
rettangolari, interpretati come servizi igienici, e alle scale elicoidali.
Lungo i lati Nord-Ovest e Sud-Est della sala erano stati realizzati quattro grandi camini, due per lato, dei quali è andato perduto quello prossimo alla torre Nord. Della torre Nord non rimane alcun elemento originale. In quella Ovest troviamo il vestibolo di accesso ad una delle scale che attualmente conducono al terrazzo. Si può accedere al terrazzo utilizzando anche la scala elicoidale all'interno della torre Est che nell'ultimo tratto è stata integrata
con scalini di restauro in pietra bianca.
La fronte del Castello di Federico II ci presenta le caratteristiche tipiche delle costruzioni militari: paramento murario perfettamente a piombo, realizzato con rivestimento di blocchi calcarei in tecnica pseudoisodoma (la cui altezza varia dai 40 ai 45 centimetri), unica apertura centrale (il portale), torri circolari ai vertici del quadrato con feritoie, scarpa con forma geometrica simile ad una stella ottagona, messa in luce soprattutto alla base della
torre Ovest e lungo tutto il lato Sud- Ovest. La scarpa correva attorno a tutto il basamento del castello. Questo motivo, anche se notevolmente ridimensionato lo si ritrova nei palazzi coevi come nel palazzo Bellomo ed anche successivi, come nel palazzo Montalto.
A sinistra del portale, lungo la tela muraria, si leggono in maniera molto chiara i fori serviti nel XVIII secolo, forse al Dumontier, per addossarvi la chiesetta di San Giacomo.
A seguito della demolizione di questa chiesa, saggi di scavo hanno messo in luce le fondazioni, datate già al '500, oltre ad alcune cisterne. A destra e a sinistra del portale sono due finestre di cui una tamponata e una semitamponata.
Prossima alla torre Ovest si osserva una feritoia trasformata in canaletta. Il coronamento del prospetto fu sicuramente livellato dopo il ben noto evento distruttivo dell'esplosione del 1704.

 

 

 



Sopra: la Chiesa di San Giacomo addossata al prospetto Nord-Ovest del castello prima della demolitone. Sotto: interno, muro divisorio tardivo al centro del castello, da archivio fotografico Galleria Regionale di Palazzo Bellomo.

Portale Castello Maniace


PROSPETTO NORD-OVEST
Prospetto Nord-Ovest, Castello Maniace.

.

È facilmente ipotizzabile la presenza di una rampa di accesso che doveva colmare il dislivello, tuttora visibile, tra la soglia del portale e il piano antistante, ma al momento non possiamo trarre conclusioni da argumenta ex silentio. Ancora, a sinistra della soglia d'ingresso si leggono le tracce di fondazione del barbacane che fu costruito in epoca incerta, a protezione dell'ingresso.
E interessante notare che le fondazioni del castello si uniformano all'andamento altimetrico dello scoglio sottostante e, quindi, risultano a quote differenziate.
Da queste brevi e schematiche considerazioni risulta che il prospetto, nella sua veste originale, doveva essere parecchio più alto degli attuali 12 metri. E la sua imponenza doveva apparire maggiore agli occhi sia di chi giungeva dal mare sia di chi arrivava da terra, anche perché non esistevano ancora i bastioni spagnoli.
Al centro di quest'opera perfetta troviamo il portale, definito da Giuseppe Agnello una "mirabile pagina d'arte".
Sebbene notevolmente danneggiato e deturpato da interventi successivi: lastroni laterali in marmo di gusto cimiteriale, chiave di volta lacunosa, lunetta e architrave mancante perché fu tranciata nella parte centrale ne restano solo i due monconi laterali), tuttavia l'incanto del suo ricchissimo apparato decorativo ci attira verso l'interno attraverso il suo profondo strombo.
Il portale ha un'altezza di m 8,08 e una larghezza di m 5,33; lo strombo misura in profondità m 1,45; l'ampiezza della luce è di m 2,57. Esso presenta ai due lati fasce di colonnine impostate su piccole basi multiple, le quali sorreggono piccoli capitelli a calice con le foglie uncinate.
Al di sopra dei capitelli, sulle mensole che ne seguono l'andamento movimentato, troneggiano quattro figure zoomorfe (due per lato), oggi molto lacunose: probabilmente leoni alati o ippogrifi (o rapaci?).
Grandioso l'arco ad ogiva che conclude lo sviluppo ascensionale ed in profondità del portale. Nei suoi vari elementi spicca la cornice finemente decorata con una successione di foglie. Non sappiamo se la lunetta, originariamente tamponata, fosse impreziosita con sculture, come avviene a Castel del Monte, in Puglia. La forza dell'arco ogivale viene sottolineata dalla serie di conci posti a zigzag nel fastigio superiore. Il fastigio è stato deturpato dall'inserimento, nel 1614, dello stemma spagnolo. Il portale era forse munito della saracinesca e della porta. L'esistenza della prima sarebbe provata dalla profonda scanalatura (o caditoia) della larghezza di cm 20 nel portale. A prova dell'esistenza della porta sono i due fori ricavati nello spessore murario laterale dove si
inseriva la spranga. Coeve alla fabbrica sveva sono le due nicchie laterali (altezza cm 62, larghezza cm 1,41), antistanti le quali sono le mensole, sorrette da peducci, che ospitavano i due famosi arieti bronzei.

Gli arieti di bronco (da Jean Houel 'Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malta et de Lipari")



L' ariete superstite, Museo Archeologico Regionale di Palermo.

per saperne di più clicca sull'immagine



La collocazione nelle nicchie di queste due splendide opere d'arte ellenistiche rivela il profondo interesse che Federico II nutriva anche per la cultura classica; ma l'accostamento sia materiale che visivo con i leoni alati, ippogrifi o rapaci (posti al di sopra delle colonnine del portale), simboli per eccellenza di forza, ci induce a riflettere sulla complessa figura intellettuale dell'Imperatore. Ippogrifi e arieti: forza e leggiadria.
Potere e arte accostati; struttura militare e decorazione artistica. Elementi diversi, apparentemente contrastanti, che si fondono nel prospetto e che ritroveremo ancor più marcati nella parte interna del Castello.

Stemma di Carlo V, Castello Maniace.



L'iscrizione cosi recita:" CARLOS V EMPERADOR REJ DE ESPANA 1545/ TRASLADOSE ESTE ESCUDO EN TEMPO DE/ D.PHF.T.TPE III DÈ GRACIA REJJ DE ESPANA I DE SICILIA/ SIENDO BIRRI DESTE REINO D. PEDRO GIRON DUQ. D'OSUNA/ CASTELLANO DESTE CASTELLO PROSU. M. ES CAPITAN JOAN DE ROCA MALDONATO ANNO
1614". Ricordiamo anche la presenza di un'altra iscrizione suddivisa in due parti, nelle due mensole al di sotto delle basi che sorreggono le due coppie di colonne. Rimane in situ quella di destra; l'altra è conservata nei magazzini della Soprintendenza: "Ego mkrjìaam omnes qui affligent'. Le iscrizioni sono riportate dal Gaetani ("Annali di Siracusa", tomo II fol. 156) e dal Capodieci ("Iscrizioni di Siracusa", fol. 107 recto).

INTERNO

Dopo aver indugiato piacevolmente dinanzi all'imponenza del prospetto e avere ammirato la bellezza artistica del portale, attraversiamo la soglia. Ci ritroviamo con sorpresa in un ampio cortile, che rappresenta la parte del castello rimasta priva di copertura, nella quale giacciono, in grande quantità, blocchi calcarei squadrati, sicuramente pertinenti alla struttura originaria, e sulle cui pareti si addossano costruzioni settecentesche di
recente restaurate.
L'accesso alla parte coperta avviene attraverso due aperture lungo un muro che ricade nella parte mediana dell'intera superficie, sicuramente di epoca successiva, la cui presenza, oltre che rappresentare elemento di separazione tra la parte oggi a cielo aperto e quella coperta, costituisce elemento portante della struttura e perciò non più rimovibile, a tal punto che si è dovuto puntellarla per evitare danni alla copertura della sala che
soffriva di segni di instabilità.
Entriamo, quasi in religioso silenzio, nella famosa sala ipostila. Lo stupore coglie chiunque vi acceda per la prima volta e si rinnova per chi rivisiti la sala. Grazie al recente intervento di restauro, essa ha un aspetto sicuramente molto simile quello originario: un unico grande ambiente quadrato, che segue esattamente la pianta.
Il salone colpisce per il fantastico susseguirsi di colonne libere in calcare, che culminano con i capitelli riccamente decorati, da cui si dipartono i costoloni che marcano le splendide volte a crociera.
" [...] Vera selva di colonne da cui s'irradiavano, nel libero slancio delle volte, fasci di potenti nervature, inarcantisi come rami di alberi secolari" . Prima dell'intervento di restauro la sala ipostila si presentava tramezzata da muri e divisa in due piani, in una situazione di totale degrado ove, a mala pena, tra le murature affiorava qualche foglia pertinente ai capitelli. Si può avere un'idea di questa situazione osservando i numerosi
fori usati per l'innesto delle travi lungo le pareti perimetrali della sala e la volta secentesca sul cui estradosso si imposta un secondo livello. Da qui, attraverso un piccolo vestibolo fu ricavata, sventrando il muro svevo, una scala di collegamento con il terrazzo.
Colta questa immagine grandiosa e scenografica e riportata con la fantasia nell'attuale parte a cielo aperto, possiamo avere un'idea abbastanza esatta dell'originario aspetto dell'intera sala, la cui enorme superficie rappresenta di per sé una realizzazione insolita per l'epoca e rivela un altissimo livello tecnico nella progettazione e nella esecuzione.
In pianta l'interno risulta suddiviso idealmente in 25 quadrati che, secondo qualche studioso, potrebbero rappresentare i 25 regni dell'Impero con al centro la Sicilia, per la quale Federico ebbe sempre un occhio di riguardo.
Il centro geometrico della sala ipostila era particolarmente enfatizzato da quattro gruppi di colonne realizzate, anziché in calcare, in marmo e granito, dei quali soltanto due sono giunti a noi, inglobati nel muro tardivo. La diversità del materiale usato, oltre a creare un gradevole gioco cromatico, assolveva, per la sua maggiore durezza e resistenza, ad una funzione tecnica primaria: sopportare e scaricare la somma delle spinte di tutte le crociere. Su questa parte centrale, sulla forma e funzione, dibattono gli studiosi: era priva di copertura? Forse era l'impluvium di cui parla Paolo Orsi? L'archeologo, rinvenendo una lastra circolare in pietra calcarea con un foro al centro (di 20 cm di diametro), la ritenne la bocca dell'impluvium.
Ma si giustifica, in un ambiente di mq 1910, un'apertura, dal momento che ci si era preoccupati del problema del riscaldamento realizzando quattro grandi camini? Forse poteva essere adibita ad atrium nelle stagioni calde e si poteva coprire in quelle fredde!
Potremmo mettere in relazione con questa "copertura" alcune raffigurazioni del Castello in stampe del XVII secolo, nelle quali si vede sul terrazzo una sorta di copertura a costoloni, forse di materiale diverso dalla muratura, che però manca in altri schizzi.
La notizia della costruzione di un "controbaglio" da parte della regina Bianca di Navarra potrebbe essere supportata dall'esistenza, in corrispondenza della crociera centrale, di una muratura (visibile dall'attuale "cortile") realizzata con conci ben squadrati ma notevolmente più piccoli di quelli usati per la costruzione del castello federiciano. Doveva trattarsi di un muro a vista, forse pertinente ad un vano di uso particolare e di probabile età
aragonese.
Se questa sala, così come si crede, doveva assolvere ad una funzione, più che militare, di alta rappresentanza, potremmo anche ipotizzare che questa parte centrale fosse riservata ad un trono. Quale la soluzione?
Si potrebbe pensare ad un'originaria (XIII sec.) progettazione con Yimpluvium e ad una successiva modifica (XIV/XV sec.) con copertura dello stesso. Ma appare ormai fuor di dubbio che il quadrato centrale fosse coperto dal momento che esistono le imposte degli archi relative alla volta a crociera centrale.
Per risolvere il problema riguardo l'attuale piano di calpestio, e cioè se esso sia l'originale o meno, si effettuarono (anni '70) alcuni saggi di scavo in più punti della sala: in corrispondenza della grande finestra del lato Sud e davanti al camino a sinistra della porta di uscita, lato Sud-Est. Si è notato un notevole rinzeppamento (m 1, 50) fatto con materiale caotico, ma a strati uniformi: si pensa che questo innalzamento del livello del
pavimento della sala sia avvenuto già nel corso del XIII secolo, probabilmente per creare una maggiore stabilità
all'edificio.
A riprova di ciò, notiamo che i saggi di scavo hanno messo in luce altri elementi importanti: uno zoccolo ben definito, che corre tutto attorno alle pareti della sala; le basi delle colonne poste su pilastri poligonali realizzati con alta perfezione tecnica e formale. Inizialmente, quindi, questi due elementi -zoccolo e basi delle colonne - furono realizzati "a vista", ma in un secondo momento questa situazione fu modificata per il motivo già esposto.
Viene, comunque, logico supporre un riempimento, anche se di spessore minore dell'attuale, dell'intero piano di calpestio per colmare le differenze di quota dovute al fatto che la fondazione del castello segue il piano differenziato della roccia sottostante.
Probabilmente taluni dei muri divisori che furono smantellati da Paolo Paolini erano pertinenti al periodo svevo, anche se successivi all'impianto originario.
Elementi a favore di questa ipotesi: a) sono visibili, uno nel cortile e l'altro nell'ambiente settecentesco realizzato lungo la parete Ovest, due archivolti rimontati, relativi sicuramente ad aperture esistenti lungo le pareti delle rimosse tramezzature;
b) nel cortile giacciono parecchi blocchi che, pur essendo realizzati con tecnica sveva, presentano una faccia concava, evidentemente per consentire l'am- morsatura alle colonne libere della sala. Ciò, del resto, è provato dalla colonna in calcare che trovasi parzialmente incorporata nel muro postumo che divide la sala dal "cortile", che si appoggia per l'intera altezza ad una serie di blocchi concavi.
L'impianto originario ci presenta, invece, l'ammorsatura con le semicolonne del tipo "a cerniera": il legame strettissimo tra paramento murario e semicolonne è determinato dall'uso sapiente dello stesso blocco di parete che diventa semicilindrico e va a comporre il fusto delle semicolonne. L'ammorsatura avviene una volta a destra e una volta a sinistra, creando una scansione ritmica dell'insieme.
Passando ora all'esame delle colonne, rileviamo che esse sono realizzate in pietra calcarea, hanno forma cilindrica, poggiano su piedistalli poligonali e culminano con capitelli polistili ricoperti da uno strato di latte di calce. I capitelli presentano 2, 3 o 4 ordini di foglie ascendenti (di acanto, di palma, di vite) che si chiudono a crochet. Nel punto dove le foglie formano l'uncino troviamo scene agresti, figure umane, serpenti attorcigliati,
infiorescenze, frutti. La plasticità e la varietà decorativa, l'abilità tecnica del lavoro d'intaglio fanno assurgere questi capitelli ad alta dignità artistica. Alcuni crochet sono andati irrimediabilmente perduti; altri, non più in situ, sono custoditi nei depositi della Soprintendenza: una figura di arpia, una statuetta panneggiata acefala assieme ad un piccolo capitello, una zampa leonina di marmo e altri numerosi frammenti.
Le semicolonne sembrano affiorare dalla muratura con forza e determinatezza e presentano, ovviamente, dei semicapitelli che, pur non avendo la ricchezza decorativa di quelli delle colonne, emergendo con tocco di grazia, ingentiliscono l'intera struttura perimetrale.
La linearità delle pareti viene interrotta dalla apertura dei 4 camini che si fronteggiano: 2 nella parete Nord-Est,
2 nella parete Sud-Ovest. Le cappe sono andate irrimediabilmente perdute. Soltanto il camino a sinistra dell'ingresso ci offre gli elementi più completi (profondità m 1, 42; altezza m 8 sino all'inizio della canna; larghezza comprensiva delle mensole m 7,5). La cappa era fiancheggiata da due mensole che richiamano quelle esistenti sul prospetto del castello. Piccoli peducci sostengono ancora la mensola di destra.
La nostra descrizione riguarderà ora la copertura della sala: al di sopra dei capitelli, dagli abachi 71 si dipartono i costoloni a sezione quadrata con angoli smussati. Essi hanno struttura portante soltanto nei primi conci che si intersecano con la muratura delle volte: prova ne è il fatto che, pur essendo crollati molti dei costoloni lungo la copertura prossima alla parete di fondo, la volta è rimasta intatta. Le volte sono formate da conci in calcarenite
bianco-giallastra e in pietra bollosa lavica '.
La tecnica impiegata vede la messa in opera dei conci a "spina-pesce" o a "zigzag" saldati con la malta. La diversità dei materiali assolveva esclusivamente ad una funzione tecnica e non cromatica, dal momento che le volte erano intonacate: quella di alleggerire il più possibile le coperture.

Retro prospetto lato Nord-Ovest, Castello Maniace


particolare di capitell
 


Crochet con serpenti attorcigliati





La meticolosità tecnica impiegata nel castello viene sottolineata ulteriormente dalla lavorazione "a chiodo" a punta quadrata nelle malte di saldatura e, là dove i blocchi sono ben conservati, da quella a gradinatura .
Un'apertura prossima all'angolo Sud della sala, il cui archivolto è formato da una bella serie di conci a ventaglio, ci invita ad entrare. Superata la soglia ci troviamo in un vestibolo con copertura a piccole crociere, alla destra del quale, attraverso un'apertura rettangolare ci si immette in un piccolo ambiente interpretato come bagno: anche qui troviamo una copertura a crocierine che poggiano su peducci scultoreamente realizzati. Uno di essi si
conforma come una testa maschile barbata.
Sulla sinistra del vestibolo ha inizio la scala a chiocciola. Attualmente i 51 gradini rimasti non trovano sbocco sul terrazzo (ci troviamo sotto il faro verde costruito sul terrazzo in corrispondenza della torre Sud).
In perfetta simmetria, nell'angolo Est, troviamo l'altra torre, con una bella porta ogivale d'ingresso al vestibolo.
La disposizione degli ambienti è pressoché identica. A sinistra il bagno con copertura a crocierine poggianti su peducci che assumono, nei 4 angoli, conformazioni diverse: un leone rampante, due leoni affrontati, una scena tratta forse dal mito di Eracle e una testa forse femminile, ma interpretata anche come maschile da E. Picone che la raffronta con un'immagine giovanile di Federico tratta da una miniatura medievale.



Questa torre ha subito i danni dell'esplosione, per cui appare, in molte parti, rimaneggiata. Sulla parete a destra, prossima all'inizio della scala, si è trovato un passaggio "segreto", il cui percorso coperto finisce in un ambiente sotterraneo tardivo, adibito a deposito per le munizioni . Rispetto alla scala della torre Ovest, che presenta andamento a risega sotto gli scalini, qui si ammira una sorta di nastro murario con conci di piccola misura, che
avvolge interamente, senza soluzione di continuità, le parti sottostanti i gradini, creando una sorta di spirale che colpisce per la straordinaria perfezione tecnica. Dopo i recenti interventi di restauro, questa scala trova sbocco sul terrazzo dove continua il suo andamento ascensionale con gradini integrati in pietra bianca a testimoniare che l'attuale arresto non è quello originario

Vestibolo torre Sud, in fondo la stanzetta da bagno, Castello Maniace.



NOTE
L'abbondante cocciame del periodo greco (alcuni frammenti datati al periodo corinzio) rinvenuto attorno al Castello non ha valore cronologico assoluto perché giaceva nella terra di riporto impiegata, nel corso dei secoli XVI-XVII- XVIII, per realizzare il terrapieno che serviva sia alla posa dei pezzi di artiglieria che ad attutire i colpi, che avrebbero potuto danneggiare il castello. Se un giorno la ricerca materiale confermerà qui l'esistenza del tempio di Hera, avremo l'ultimo
elemento per tracciare in maniera completa il percorso di quella "hiera odòf' (via sacra) che, partendo dal tempio di Apollo, collegava le fronti dei templi di Artemide, di Atena e, quindi, di Hera. A tal riguardo si attende con ansia la pubblicazione dei risultad dello scavo archeologico operato all'interno del castello dalla Sovrintendenza di Siracusa, diretto dal prof. G. Voza. Lo scavo ha interessato larga parte della sala ipostila che oggi, infatti, appare
sezionata in più punti. Le sezioni dei saggi sono contrassegnate dai cartelli che ne indicano le diverse unità stratigrafiche. Lo scavo archeologico ha dovuto logicamente precedere il restauro del manufatto federiciano.
Durante tale operazione sono state allargate le trincee relative al cantiere degli anni '70 che avevano messo in luce la fondazione dei muri perimetrali poggianti direttamente sulla roccia.
La grande sala del castello traeva luce da 15 finestre e dall'atrio centrale. Lungo la parete Sud- Ovest si nota un profondo ingrottamento, relativo ad una finestra monumentale, unica nel castello, che guarda sul Porto Grande.
Alla visione di un così immenso unico ambiente, nasce spontanea la domanda sull'esistenza di un secondo livello contenente gli alloggi veri e propri.
Secondo gli studiosi, gli elementi a favore dell'esistenza di un secondo livello del castello si basano sulla logica considerazione della non funzionalità abitativa del pianterreno.
Essi sono:
presenza della guida della saracinesca, il cui scorrimento doveva necessariamente essere regolato da un meccanismo (argano) posto molto più in alto rispetto all'attuale coronamento del Castello; presenza dei fori per l'inserimento della spranga che serviva a chiudere dall'interno le porte di accesso alle torri,
isolando il salone in caso di pericolo; presenza della risega che continua oltre l'arresto della scala, nella torre Ovest, indicandone un'altezza maggiore
rispetto all'attuale; presenza nella parete interna di Nord-Est di pilastri visibili al di sopra dell'estradosso delle volte crollate. Ritiene
G. Agnello che altro non possono essere che i supporti per ulteriori coperture del secondo livello; esistenza di elementi scultorei non pertinenti all'apparato decorativo della sala, crollati presumibilmete dall'alto.
Non si ritiene tuttavia di aderire alla generale idea di un secondo livello, che non appare probabile neppure come previsione progettuale. Gli argomenti addotti a sostegno dell'esistenza di detto livello non reggono ad un'analisi approfondita.
La presenza della guida della saracinesca può indicare una sopraelevazione limitata soltanto alla parte frontale. In quasi tutti gli schizzi antichi è proprio questa parte che appare più alta rispetto alle altre. Il fatto, poi, che le porte di accesso alle torri si chiudessero dall'interno non è prova dell'esistenza del secondo livello, ma può significare semplicemente un mezzo per rifugiarsi nella parte più alta delle torri, direttamente collegate con il
terrazzo da cui era possibile un'eventuale azione difensiva. I pilastri esistenti sopra l'estradosso delle volte possono essere serviti a sostegno del letto di posa del piano terrazzato anziché del piano elevato essendo di dimensioni troppo esigue.
Infine, non appare logico trarre conclusioni dall'esistenza di elementi scultorei sparsi, che anziché provenire dal crollo del piano superiore possono, data la grave lacunosità dello stesso piano terra, aver rappresentato elementi ornamentali dello stesso.
Da ultimo si ritiene che la sala ipostila così vasta e così come è strutturata, con le sue colonne libere e le sue volte, non potesse validamente sostenere l'enorme peso che un secondo livello a sviluppo integrale avrebbe comportato.
La conclusione è che il castello fu progettato come opera non militare e destinata, quindi, a sala di rappresentanza.
Gli eventuali vani abitativi, che non si possono tuttavia escludere, dovettero essere ideati, in un primo momento nello spazio ricavato nella parte alta del grande spessore del lungo muro perimetrale e, in un secondo momento, ricavati su piccole porzioni della stessa sala ipostila, come del resto sembra dimostrato dai muri divisori di indubbia epoca sveva che si rinvennero all'interno e che furono rimossi. Dovettero, tali muri, rappresentare
efficace struttura di sostegno di ambienti che sul terrazzo si sovrapposero in epoche successive.

Bagno Est, Castello Maniace.



Bagno Est, particolare, Castello Maniace.



BASTIONE VIGNAZZA
In perfetta corrispondenza con il portale d'ingresso si trova l'uscita posteriore, che appare visibilmente rimaneggiata attraverso i secoli e la cui luce è molto più ampia di quella originaria. Guardando la strombatura, soprattutto nella parte alta, si possono comprendere le dimensioni originarie. Infatti sia nella parte alta che ai lati, i blocchi risultano tranciati per circa la metà della loro larghezza. L'ampliamento dell'apertura dovette soddisfare esigenze sopravvenute di movimento in relazione, forse, ad un mutamento dell'uso del castello o di parte di esso.
Usciamo ora e, dall'esterno, ammiriamo anzitutto la bella serie di conci squadrati pertinenti all'archivolto che hanno la caratteristica di un accentuato orientamento in diagonale.
Di fronte all'uscita si trovano costruzioni di carattere chiaramente militare. L'apertura a destra è di accesso alla casamatta borbonica, preceduta da un passaggio coperto a volta.
Il piccolo ingresso a sinistra conduce ad una serie di ambienti coperti la cui tecnica si rivela, nella parte più prossima al Castello, del periodo spagnolo e, in quella più lontana, del XIV secolo.
Addossata al muro, a destra dell'uscita del castello, vi era (sino agli anni '90) una costruzione secentesca, interpretata come cavaliere, posta a difesa della parte posteriore. Il cavaliere è stato rimosso, ma lungo la parete del castello restano i testimoni, cioè le tracce del tetto a doppio spiovente e di quello a botte relativi alla sua strutturazione.
Ascendendo la rampa alla nostra sinistra, che faceva parte del rinzeppamento generale effettuato attorno a tutto il castello, arriviamo alla quota superiore del Bastione Vignazza. Da qui osserviamo, sotto di noi, la casamatta borbonica e la troniera a mare.
La punta a diamante è quella che oggi rappresenta l'elemento caratterizzante dell'isola di Ortigia, che ha completamente nascosto lo scoglio sottostante dando al sito l'aspetto della prora di una nave.

Castello Maniace e punta a diamante del periodo borbonico.



Una prima fortificazione della punta dell 'isola di Ortigia ebbe inizio sicuramente nel periodo spagnolo e si completò in quello borbonico. Evidenti le tracce delle pedane ove si impostavano i cannoni, che erano puntati ognuno verso un punto determinato del Porto Grande e della riviera di levante. Si associava a questa serie di bocche da fuoco quella posta a mare.
Sulla punta a diamante, rinata a nuovo splendore dopo i recenti lavori di restauro, sono state asportate le strutture murarie pertinenti agli alloggi dei militari e le garitte.
Da questo punto estremo del Bastione Vignazza il castello svevo ci appare come annegato nelle varie costruzioni. Ricercando, all'indietro nel tempo, prima dei rivolgimenti del periodo spagnolo, l'aspetto originario, ci possono, ancora una volta, tornare utili i vari schizzi antichi in cui è disegnato, al posto dell'attuale struttura muraria, lo scoglio terminante a punta o, se si preferisce, a becco di quaglia e nei quali appare segnata una linea prossima al muro Sud, probabilmente una cortina difensiva, se non già nel periodo svevo, di poco posteriore.
Ritorniamo dalla visita al bastione attraverso la sala ipostila. Dal "cortile" accediamo alla costruzione settecentesca a sinistra. Ci troviamo di fronte una scala che conduce ai piani superiori. Attraverso un'apertura ricavata nel sottoscala, si accede ad un altro ambiente settecentesco da cui ha inizio la scala che conduce al famoso "bagno della regina".

Il Castello Maniace visto da Nord-Est. In primo piano le casematte borboniche.



IL BAGNO DELLA REGINA
Cosi il Capodieci descrive il famoso bagno della regina: "Bagno in Ortygia, detto della Regina, si vede dentro il Castello Maniace. La sua figura è quadrilatera e formato di scelti marmi, ove comodamente possono sedere più persone, ed è tuttavia pieno di acqua. I viaggiatori che lo hanno osservato sono stati di parere di essere un bagno fatto per uso di qualche persona o famiglia rispettabile" .
L'unico elemento che può connettersi con questo ipotetico bagno è quella scala, ben conservata, ricavata nello spessore murario del lato Sud-Ovest in un primo tratto e scavata nella roccia nella parte più profonda.
La scala è rettilinea con copertura a volta, realizzata in due rampe divise da un pianerottolo quadrato; 41 i gradini superstiti. La scala riceve la luce dalle feritoie ricavate lungo il muro perimetrale e si interrompeva bruscamente in un ammasso di pietrame di crollo sino agli interventi recenti di restauro. L'asportazione dei detriti ha portato in luce una vasca quadrata rivestita da lastre di marmo di mq 1 cca. alimentata da acqua dolce
sorgiva, relativa ad una delle tante falde acquifere dell'isola di Ortigia.
Da qui è possibile, volgendo lo sguardo verso l'alto, cogliere la luce attraverso un alto e stretto pozzo che si trova sulla verticale della torre Ovest.
Nessuna traccia, quindi, dell'ambiente ricco di elementi marmorei descritto dal Capodieci.
La scala è, comunque, in perfetta sintonia strutturale col resto della fabbrica sveva: coeva, quindi, alla costruzione del castello, essa oggi non ci rivela di quali ambienti fosse a servizio, se non del pozzo.
L'imponenza della scala non si giustificherebbe con la presenza solo di un bagno, sia pure ad uso di una regina!
D'altro canto l'importanza dell'approvvigionamento idrico era sentito in maniera particolare dall'imperatore e curato nei minimi particolari in tutti i suoi "castelli". L'acqua della vasca attualmente risulta salmastra e si mantiene sempre allo stesso livello. Qualche perplessità suscita la scelta del marmo quale rivestimento della vasca, che normalmente dovrebbe essere in malta idraulica.
Sulla presenza dei sotterranei ipotizzata da G. Agnello, soltanto le indagini archeologiche potranno, un giorno, darci una risposta: esse, tuttavia, appaiono molto difficili dal momento che questa parte sotterranea è stata sconvolta da numerosi crolli e dall'erosione marina.

Scala di servigio al "Bagno della regina".

 

 

Soffermeremo ora la nostra attenzione sul muro interno a sinistra dell'ingresso del Castello. Se le strutture architettoniche hanno sin qui saputo parlarci della storia del castello, le stesse pietre, una per una, ci forniscono elementi che sulle prime suscitano curiosità, ma che rivelano una loro particolare importanza.
I MARCHI
Ci troviamo di fronte alla parete interna a sinistra dell'ingresso del castello: osservando attentamente i singoli conci si possono notare numerose incisioni: lettere, fiori, volatili, segni geometrici.
Una importante caratteristica, questa, che sin qui non avevamo sottolineato, ma che interessa l'intera struttura del castello, come rivelerà l'esame attento delle altre parti dei muri. In passato quelle incisioni furono interpretate come segni cabalistici o magico - religiosi.
Ma già G. Agnello ne aveva dato una corretta interpretazione chiamandole "sigle"; la moderna critica li definisce "marchi". Si tratta infatti dei singoli marchi che ogni lapicida9" ha lasciato su ogni blocco che ha sbozzato. Tutti i blocchi hanno il loro marchio: se su parte di essi oggi non lo vediamo più è a causa degli agenti atmosferici che hanno corroso le superfici o perché durante i vari lavori di ripristino i blocchi furono rimessi in opera occultando la faccia recante l'incisione. Già G. Agnello escludeva che si potesse trattare di un "contrassegno regolare dei piani di posa dei filari calcarei, perché in questo caso le medesime figure dovrebbero logicamente ripetersi con lo stesso ordine nei diversi filari", aggiungendo: "Ritengo invece che ogni segno possa avere una probabile
relazione con l'opera dei vari intagliatori come mezzo pratico per contrassegnare, sia dal lato tecnico che da quello amministrativo, il lavoro personale di ciascuno .
Si trattava, quindi, di un comodo e pratico sistema attraverso il quale si potevano remunerare gli intagliatori in ragione del quantitativo esatto dei blocchi cavati e rifiniti.
La quantità e tipologia dei marchi si è ampliata notevolmente in conseguenza della rimozione dei 5 metri di terra che copriva la scarpa della parete Sud-Ovest e della torre Ovest. Questo intervento, seppure discutibile dal punto di vista del restauro, si è rivelato proficuo per il perfetto stato di conservazione delle incisioni.
Tipologicamente i marchi si possono distinguere in principali e derivati. Derivati sono quelli che vengono realizzati aggiungendo qualche segno ad un modello fondamentale. Lo studioso che se ne è interessato ultimamente, Wladimir Zoric, ha individuato 87 marchi differenti -e ne ' ha fatto i calchi.
Agnello ne aveva registrati una quarantina. Naturalmente questi dati potranno essere ulteriormente modificati con la prosecuzione dell’ indagine del monumento, dal momento che molte strutture sono ancora nascoste.
Dalla presenza di questi marchi risulta l'alta specializzazione delle maestranze del cantiere federiciano e il fatto che esse operano dall'apertura alla chiusura di esso.
Accanto al cospicuo numero di intagliatori, quantificati dallo Zoric in 60, dobbiamo aggiungere, continua lo studioso, "una popolazione lavorativa al e per il Castello ", consistente nella manovalanza comune, addetta a lavori generici per un totale di 400 unità.
"Sul cantiere vero e proprio occorre postulare la presènza di scavatori e manovali privi di particolare epositus, apprendisti delle varie specializzazioni e "carriere": Ed ancora scultori per gli elementi ornamentali, figuli per la fabbricazione di tegole e tubature di terracotta, sorveglianti, sovrastanti, cuochi, vivandieri, addetti ai rifornimenti, contabili, scribi, fabbri, costruttori di macchine per il sollevamento dei materiali, carradori, cordai,
carpentieri e falegnami per centine ed impalcature, lapicidi per il taglio e lo squadro delle pietre grezze".

Marchi, Castello Maniace.



Tabella marchi Federico


LA TORRE OVEST
Due gradini precedono la soglia dell'apertura ogivale che immette nel vestibolo della torre Ovest. L'apertura ha un'altezza di m 2,65 e una larghezza di m 1, 63 (misure costanti nelle altre 2 residuate porte di accesso alle torri).
Nell'attraversare la soglia notiamo gli incassi quadrangolari nel muro relativi al sistema di chiusura della porta: essa si chiudeva dall'interno del vestibolo. Quest'ultimo è di forma rettangolare e misura m 4 per m 1, 90 : è realizzato nello spessore murario ed è coperto da due piccole volte a crociera sorrette da peducci pensili.
Le serraglie delle crociere sono ornate con conchiglie e con motivi floreali.
La scala della torre Ovest è la meglio conservata e consente oggi l'accesso al terrazzo come la Est: essa è un esempio di perfezione tecnica!
Si tratta di una scala elicoidale in cui ogni scalino è un blocco monolitico triangolare che compone esso stesso la colonna centrale portante (anima) e va a inserirsi nel muro circolare della torre poggiando sulla risega.
Si conservano 52 scalini, la maggior parte dei quali, in tempi moderni, fu infelicemente ricoperta da pietra asfaltica.
Nel salire la scala notiamo lungo il muro della torre ancora marchi dei lapicidi, alcuni incisi anche nei vani delle feritoie. Queste ultime, in numero di 7, hanno diverso orientamento e permettono una discreta immissione della luce esterna. Lo strombo misura 0, 93 x 0,16 centimetri; all'interno l'altezza varia con uno scarto di cm 20 (1, 70-1, 50); la larghezza è costante: cm 87, 2). All'esterno, invece, sia l'altezza che la larghezza sono identiche per
tutte le feritoie (altezza cm 1, 46; larghezza cm 0, 62).
Superato l'ultimo gradino svevo, si comincia a vedere la luce esterna e, dopo alcuni gradini in cemento, ci si trova sul terrazzo. Prima di spaziare con lo sguardo sul panorama, conviene osservare un particolare tecnico importante: guardando il muro perimetrale della torre Ovest si nota che la risega, pur mancando gli scalini, continua quasi a provarci che la scala a chiocciola ascendeva ancora oltre l'attuale arresto.
Questa scala splendida per la perfezione formale e per la originalità della concezione tecnica non può non suscitare una profonda emozione, considerando anche che essa si conserva intatta nella sua originaria struttura sveva.
E come se ci fossimo introdotti in una macchina del tempo programmata sul periodo svevo.
Il percorso, che nel primo tratto viene illuminato attraverso le feritoie, nel secondo ci fa presagire il brusco cambiamento che presto avverrà. Qualcosa si inceppa in questa macchina del tempo e veniamo improvvisamente riportati nel XX secolo. Dal gradino svevo a quello di cemento! Dal gradino di cemento al
terrazzo. La grandiosità del paesaggio che si presenta ai nostri occhi non è tuttavia in grado di farci superare le impressioni negative che ci vengono dalla presenza di strutture in aperto contrasto con l'opera a cui si sovrappongono. Là il faro verde con la sua cabina; qui tettoie di eternit e tracce della pavimentazione di una preesistente casetta a tre vani; più in là un'altra piccola costruzione moderna.
La visione del mare, del Porto Grande, ci trasporta verso l'orizzonte. Posizione eccezionale, questa del castello!
Dal faro opposto .al nostro, quello del Minareto, seguiamo con lo sguardo tutto l'andamento della scogliera e possiamo inoltrarci sino ai Monti Iblei, identificare le foci del fiume Ciane e del fiume Anapo, individuare le due colonne superstiti del Tempio di Giove, seguire l'andamento dell'isola di Ortigia, della riviera di Levante e, coprire, qualora ce ne fosse bisogno, la bellezza e varietà del territorio siracusano.
Oggi il Castello fronteggia l'Ortigia moderna, ma ben diversa doveva essere la visione dell'Ortigia medievale, sulla quale esso dominava: la cattedrale con la facciata normanna e il suo alto campanile , il castello Marieth, le mura. Si comprende bene come il Castello da questa posizione poteva efficacemente difendersi non solo dagli attacchi esterni, ma anche da quelli interni, provenienti, cioè, dalla città stessa! Castello svevo: gigantesco Giano
bifronte posto in uno dei punti più strategici del Mediterraneo!
Prima di ridiscendere non possiamo omettere di osservare i pilastri sull'estradosso delle volte e, a destra dell'ingresso alla torre Ovest, un'apertura nella muratura relativa al pozzo in collegamento col cosiddetto bagno della regina".
E, iniziando la discesa, ci colpisce l'incisione, sulla risega del primo scalino, di una balestra che, allo stato delle ricerche, è un simbolo pressoché isolato ed insiste su un partito architettonico diverso da quello dei muri perimetrali del castello.

 


LATO SUD-OVEST
Uscendo dal castello, ci dirigiamo verso la torre Ovest e quindi verso il muro di Sud-Ovest, che dà sul Porto Grande. Grazie all'asportazione della terra, di cui abbiamo già parlato, possiamo ammirare la freschezza dei blocchi basamentali, conservati intatti, e su di essi tantissimi marchi.
Caratterizza questa parte del castello una finestra monumentale notevolmente rimaneggiata e danneggiata, ma non tanto da celare la sua forma originale che era bifora.
La sua collocazione a circa 5 metri dal piano di calpestio è stata per lunghissimo tempo nascosta dall'interramento, che la faceva apparire più una porta che una finestra. Taluni interrogativi ci pone questa finestra, tipologicamente così diversa dalle altre esistenti, il cui unico confronto tipologico è con il portale.
Di certo, la sua ampiezza e la sua ricercata ornamentazione rappresentano un elemento isolato ed insolito nella struttura del castello, le cui finestre sono fra loro poste in perfetta simmetria, così come, del resto, tutti gli altri elementi strutturali. Non si può, tuttavia, escludere che essa si confrontasse con identica finestra aperta sul muro opposto, che, per essere stato ricostruito in conseguenza dello scoppio del 1704, non può fornirci alcuna
traccia.
Detta finestra non appare in alcun disegno antico del nostro castello, ma ciò non sembra avere rilevanza cronologica, dal momento che le caratteristiche tecniche la fanno inquadrare con sicurezza nel periodo svevo.
L'altra apertura rettangolare che si trova nello stesso muro e allo stesso livello della grande finestra, non è una finestra, come la sua alta posizione potrebbe indurre a ritenere, ma bensì una "porta", aperta probabilmente nel XVII secolo, quando esisteva il notevole interramento oggi rimosso.
Lungo il camminamento si osserva una delle tante cisterne che servivano il castello.
Da questo punto emerge chiaramente come il castello poggi direttamente sul piano di roccia, che affiora in alcuni tratti. Sempre lungo questa linea la presenza di piccole aperture rettangolari, vere e proprie prese d'aria, ci fa pensare all'esistenza dei sotterranei.
Uno sguardo al muro spagnolo, che protegge il lato Sud-Ovest del castello, ci rivela i notevoli interventi di restauro e consolidamento di cui è stato oggetto. Sottolineiamo il fatto che il muro spagnolo insiste sopra una cortina muraria difensiva di datazione anteriore.
LATO NORD-EST
Uscendo dal castello ci incamminiamo verso la torre Est e, da lì, lungo il lato Nord-Est.
Alcuni elementi ci fanno immediatamente cogliere la differenza costruttiva rispetto alla torre Ovest e al lato Sud- Ovest: minore grandezza dei conci calcarei messi in opera nella torre e in larga parte del muro contìguo; assenza totale della scarpa"12, sostituita da un rinforzo; assenza delle feritoie nella torre; vari rimaneggiamenti nelle finestre esistenti.
Tutto ci parla del rifacimento effettuato dopo il 1704. Minori danni subì la parte del muro prossima alla torre Nord e la torre stessa: qui sono presentì le feritoie e la scarpa.
Per fenomeni di innalzamento del livello marino, la scarpa è parzialmente sommersa. Questa situazione fa sì che oggi il camminamento attorno al castello, che in origine era continuo, sia interrotto proprio in questo punto.
Notiamo ancora la presenza del parallelo muro spagnolo. Numerosi ambienti erano stati addossati ad esso, ma oggi sono stari rimossi.

L'attuale piano di calpestio rappresenta l'originario terrapieno del periodo spagnolo.



Sopra: lato Sud-Ovest, in primo piano la scarpa. Sotto lato Sud-Ovest, la bifora, Castello Maniace.

Torre Est, in primo piano il muro spagnolo


LA LATOMIA E IL BASTIONE MOLINO
Attraverso una costruzione di impianto secentesco ormai semi demolita, posta di fronte alla torre Ovest, si scende direttamente a mare, sul Porto Grande. Grazie ad un banchinamento realizzato negli ultimi anni oggi si può fare una piacevolissima passeggiata sul mare sino alla punta borbonica.
Sulla sinistra ci appare il muro spagnolo, che cinge il nostro castello e che pure poggia direttamente sulla roccia.
Dal punto di vista geologico la roccia presenta inclusioni di argilla, che stanno creando problemi per la stabilità delle strutture che vi poggiano, problema la cui soluzione rientra nel programma di intervento in corso.
Numerosi i tagli nel banco roccioso che si protende verso il mare, interpretati come tracce di una latomia greca.
Si notano anche numerose fosse quadrangolari interpretate come vasche: esse sono in linea con analoghe vasche utilizzate come concerie, individuate nel lungomare Alfeo.
Ci dirigiamo ora verso il Bastione Molino (realizzato dal Grunemberg), che delimita a Nord il banco roccioso e che si eleva per parecchi metri. Esso non è stato ancora indagato nella sua parte interna, perché vi gravano parecchie costruzioni militari. Si tratta probabilmente di un grandioso ambiente con copertura a volta che faceva parte della piazzaforte antistante il Castello. L'intonaco che ricopre la parte a noi visibile è sette - ottocentesco e
ad una attenta osservazione rivela una serie di segni: sono graffiti che riproducono un meridiana, imbarcazioni, velieri, stelle!
Tutta l'isola di Ortigia, del resto, sta restituendo una serie complessa di incisioni lasciate dalla mano dell'uomo
sulle murature attraverso i secoli, oggi allo studio di appassionati ricercatori!

Banco roccioso a Sud-Ovest con latomia e vasche; in primissimo piano il muro spagnolo, Castello Maniace



Veduta del Castello Maniace e della punta della Vignala precedente la sua fortificazione, da W. Schellinks (1664).

   

CONCLUSIONI
Si conclude così la nostra visita al castello di Federico II durante la quale l'interesse suscitato dalla visione della struttura architettonica e dagli elementi stilistici si associano alla emozione prodotta dalla straordinaria bellezza del paesaggio.
Ci è sembrato più appropriato, nel corso di questo scritto, indicare il castello col nome di colui che effettivamente fu l'artefice del progetto architettonico.
Sicuramente quel praepositus aedificiorum che risponde al nome di Riccardo da Lentini, curò personalmente l'esecuzione dei lavori, come oggi si pensa. Ma l'ideatore, l'artefice massimo, non solo del nostro castello, ma anche degli altri, fu senz'altro l'imperatore, il quale dovette intervenire anche nelle fasi di progettazione e sicuramente seguì con puntualità e costanza l'attività di cantiere, come dimostra l'intensa corrispondenza col "direttore
dei lavori".
Negli elementi che compongono il castello di Siracusa, si può forse impersonare meglio la sua figura. Abbiamo visto come vi sia una coesistenza tra strutture prettamente militari e altre più spiccatamente artistiche (portale, finestra monumentale, sala ipostila, arieti bronzei, elementi scultorei vari), il che costituisce sicuramente una novità.
In questo castello, ma sarebbe meglio chiamarlo palatium, sembrano fondersi gli aspetti maggiori della personalità di Federico II: oggi impegnato nelle crociate, domani nella caccia e in problemi di medicina, ancora nella letteratura e nell'arte.
Il poderoso muro perimetrale con le torri si presenta come un possente involucro attraverso la cui apertura, il portale, si va alla scoperta di inattese qualità estetiche dell'interno.
Interno ove meglio si immaginano muoversi personaggi impegnati in attività di alta rappresentanza, in serate sfarzose, più che in progettazioni militari.
Sicuramente la collocazione del castello all'imbocco del porto costituì per Siracusa garanzia e stimolo per l'espletamento della attività portuali e marinare. Alla funzione strategico - militare doveva assolvere l'altro castello posto all'imbocco dell'isola di Ortigia: il castello Marieth.
Le caratteristiche architettoniche essenziali del castello siracusano sono nel complesso riscontrabili in numerose altre costruzioni sveve non solo della Sicilia. Il pensiero va subito alle volte a crociera, alle colonne ed alle semicolonne, ai peducci penduli. Un elemento differenziale, tuttavia, si ritiene di rinvenire in talune particolarità stilistiche, come ad esempio le esclusive decorazioni dei capitelli, e nella imponenza complessiva dell'opera, della
quale la grandiosità solenne è forse l'aspetto più significativo.
In evidenza deve infine porsi la coesistenza nel Castello, dal punto di vista artistico, di elementi che rivelano il superamento dello stile arabo - normanno e l'adesione al gotico - cistercense, la cui conoscenza Federico dovette acquisire in occasione delle crociate in Oriente, dove lo stile si era diffuso dalla Francia.
L'opera sveva era stata seppellita, si direbbe, dalle sovrapposizioni di epoche successive, la cui rimozione l'hafatta rinascere.
Sono così divenute leggibili poche parole di quello che un tempo era stato un discorso completo, complesso, armonioso. Discorso su una storia mirabile, infinita, di quel tempo lontano in cui magia e superstizione si abbinavano al sacro, in cui la leggenda camminava di pari passo con la storia. Adesso dobbiamo cercare di ricostruire l'intero discorso, che è poema, colossal medievale! capitelli, le colonne, gli elementi scultorei in genere sono come brani, frasi, parole spesso troncate a metà perché lacunosi e oggi non più leggibili nella loro integrità. Note perfette, ma frammentate che un tempo
dovevano formare un componimento musicale soave e melodioso. E un rompicapo. Il nostro "castello" non è un castello: l'involucro sembra quello di un castrum, e neanche troppo: il fossato non c'è; il ponte levatoio neppure.
Dalle feritoie delle torri nessun arciere sarebbe mai riuscito a lanciare una freccia a causa della loro conformazione. Sulla scarpa perimetrale non ci sono tracce d'impatto da proiettili di pietra, né ci sono caditoie per l'olio bollente, non ci sono ambienti per scuderie, né alloggi per le truppe, sotterranei o magazzini e tanto meno cucine.
La struttura sveva non ha, e non ha mai avuto, quello che un castello dovrebbe avere (e che avrà solo a partire
dalla morte di Federico).
Ma, allo stesso tempo, non è un palacium, né un viridarium, né un solarium. Se dobbiamo capire il gioiello svevo nella sua forma originaria dobbiamo porci tante domande, le cui risposte per lo più sono al momento impossibili e che solo indagini mirate potranno svelare. Ma Federico l'aveva voluto così: con un possente muro perimetrale e torri circolari che, a chi arrivava dal mare o da terra doveva incutere timore e rispetto, ma che all'interno, con
straordinario effetto sorpresa, tutto doveva sembrare, tranne che castello. portale, che incanta ancora oggi nonostante le lacerazioni, doveva meravigliare ancor di più per la presenza del lunotto probabilmente impreziosito da altorilievi in associazione agli elementi zoomorfi a tutto tondo (di cui
rimane la sagoma) e, ai lati, sulle mensole ancora esistenti, per i due arieti bronzei, capolavori dell'arte ellenistica.
Appena varcata la soglia, ci si sarebbe certo tolti subito il copricapo in segno di rispetto e di soggezione: una grande cattedrale! Le navate che si susseguivano uguali, ritmate da colonne identiche, ma i cui capitelli erano ognuno un'opera scultorea diversa, straordinaria, accattivante per perfezione tecnica e per sintassi decorativa. Si sarebbe rimasti col naso all'insù per ore ed ore. Al centro della sala ipostila, forse un trono. Trono il cui baldacchino non era appositamente strutturato, ma erano le colonne in marmi e graniti tristili che, supportando la volta a crociera, dovevano formare esse stesse la cornice d'onore del trono stesso, altare dedicato ad un culto regale.
La sequenza uniforme di tutte le altre colonne, calcaree, della sala attirava l'attenzione verso la sua parte centrale, differenziata per l'impiego di materiali diversi. Le rappresentazioni che abbondavano nei capitelli e che interessavano non solo i crochet ma anche gli spazi tra il fogliame e persino i servizi igienici, dovevano probabilmente avere una significazione simbolica, anticipata già da quelle che decoravano il fronte esterno del portale. Questa lettura tematica doveva completarsi nelle rappresentazioni dei capitelli delle colonne poste al centro dove sino a poco tempo fa esisteva una protome maschile, forse la testa di Federico, oggi non più reperibile.
L'apparato scultoreo dei semicapitelli a parete sino ai capitelli centrali dimostra un crescendo di decorazioni (serpenti che si attorcigliano, scene agresti, testine, animali, grappoli d'uva, elementi floreali...)
Nella cattedrale di Palermo, sotto un baldacchino, giace il corpo dell'imperatore nel sarcofago di porfido rosso, da lui stesso scelto prima di morire. Qui al palacium sotto la crociera centrale si sarebbe dovuto sedere Federico, il quale però non venne più a Siracusa dopo la ultimazioni della costruzione. Forse egli era cosciente che i suoi impegni in Oriente non gli avrebbero mai permesso di vedere la sua opera ultimata, ma altrettanto cosciente era
del fatto che la sua presenza spirituale sarebbe rimasta nei secoli nella nostra città.
Il nostro monumento non è stato concepito per uso abitativo. Esso infatti è privo di alloggi e forse un secondo piano non è stato mai neppure concepito.
Due camini (mai usati) alle spalle del trono e due di fronte avrebbero scaldato questo enorme ambiente.
Ma qual è la parola adatta per definirlo? Aula capitolare, cattedrale, moschea? Forse la parola più adatta sarebbe tempio. Un tempio diverso da quello greco, che era solo la casa del dio e non la sede per le celebrazioni sacre che avvenivano nel temenos, cioè nel recinto sacro. Un tempio che condensava i caratteri delle chiese cristiane e delle moschee la cui conoscenza Federico aveva approfondita nel suo viaggiare dall'Europa all'Oriente.
Simbolo del potere e dell'autorità. Egli aveva fatto elevare la sua fabbrica per noi un pò misteriosa nella millenaria terra d'Ortigia, ricca di ricordi mitici e di acqua, principio di tutte le cose e strumento di benessere e purificazione. Il suo tempio ideale, star gate (linea di confine) tra il passato e il suo futuro, che è il nostro presente.
Anche se concettualmente può essere paragonato al Castello di Andria o Castel del Monte, l'icnografia del nostro è totalmente diversa. Là ci sono 16 stanze tutte uguali. Qui c'è un'unica stanza apparentemente tutta uguale.
Le pietre dell'imperatore legate con tenacissima malta da abili maestranze, con i marchi dei lapicidi su ognuna di essa, venivano avvolte dai giochi d'ombre e di luce che si creavano dalle tante aperture.
La suggestione di un "messaggio in codice" che l'imperatore abbia voluto lasciarci attraverso i suoi edifici, è grandiosa ed accattivante. Chissà che l'edificio di Siracusa non rappresenti la tessera conclusiva di questo grande mosaico federiciano che, dalla terra di Puglia alla terra di Sicilia, in un arco di tempo molto breve (meno di 30 anni), ha messo in opera monumenti unici, generati da un'unica matrice.
Cosa chiediamo al "castello" di Federico? Le risposte tecniche, storiche, materiali ci saranno date dall'equipe di specialisti quando si chiuderà il cantiere di restauro.
Noi, comuni visitatori, affascinati dalla figura di Federico II, intanto cerchiamo un rifùgio incantato nell'eden di pietra da lui realizzato a Siracusa. Isolati dal traffico cittadino, dallo shopping frenetico e dallo stress quotidiano, invitati da un caldo sole e dal ritmico fluttuare del mare, sul quale volteggiano i gabbiani, ci godiamo l'atmosfera magica che Federico ha voluto lasciare qui, dentro casa nostra.
Non è stato di Maniace, ma di Federico II, vissuto nel 1200, che figlio del medioevo non fu; di quel re bambino, il quale da grande divenne "l'aquila che anticipava i tempi" e
quello stupor mundi che, all'inizio del terzo millennio, fa ancora parlare di sé.

 
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