riti della morte Lanteri 29 - cenacolo della siracusanita

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riti della morte Lanteri 29

Il rito della morte nella tradizione popolare siciliana


Il rito nel comprensorio siracusano a cura di Sebastiano Lanteri



Numerosi e diversi sono i comportamenti della gente riguardo alla morte e si distinguono in varie caratterizzazioni, a seconda del loro ceto sociale o del loro grado culturale.
La morte è un destino, come si sa, comune a tutto il genere umano, sia ai ricchi che ai poveri, sia agli intellettuali che agli ignoranti, sia ai potenti che agli umili. E' una delle regole fondamentali dell'universo: si nasce, si vive, si muore.
Un’antica ottava.
Apro tale argomento con una antica ottava in rima baciata, di autore sconosciuto, che vuole essere un saluto a chi ha lasciato la vita terrena e che, nel contempo, è anche una constatazione, che l'uomo proviene dal nulla e nel nulla prima o poi dovrà ritornare. [1]
Salutu ê morti
"Vi salutu morti, a tutti,
comu la terra fustivu ridutti;
vuatri eruvu comu a nui,
nuatri erumu comu a vui.
Nui prjiamu a Diu pi vui,
vui prjiati a Diu pi nui;
Vi mannamu nu requie e eterna paci,
e 'nni viremu quannu a Diu piaci."
Sembrerebbe una stranezza che nei tempi passati si pensasse assai più alla morte di come si pensi ora e si ponesse molta premura nell’avvicinarsi a Dio prima di abbandonare questa vita terrena.
Quello che vi sto raccontando è uno spaccato di vita quotidiana del nostro paese, una serie di reali sequenze teatrali che debuttavano nel grande palcoscenico che l’abitato si prestava ad apparecchiare; vi recitavano, spontaneamente per tradizione e cultura popolare, i suoi abitanti. Leggeremo qui uno dei tanti copioni redatti da una regia auto produttiva. Recitati da attori dilettanti ma che producevano un notevole effetto emozionale sulla platea.
Il contesto dell’avvenimento.
Avevo poco più di dieci anni, ricordo che un giorno mentre mi recavo a scuola da una delle tante stradine, che si immettono sulla via Iblea (asse stradale principale del paese), presso l’edicola votiva “dô cori i Gisù”, sentii delle forti grida che rompevano il ritmo a quella tranquilla giornata primaverile. Come ogni bambino la curiosità mi assalì e facendomi prima fermare, dirottò i miei passi seguendo due donne che lestamente si dirigevano presso il luogo ove provenivano tali schiamazzi; facendomi così dimenticare, con un certo inconscio piacere, il dovere di raggiungere prima del suono della campanella da parte del bidello don Turiddu Malanaggia l’inizio delle lezioni.
L’arrivo del medico.
Raggiunto il posto, notai un assembramento concitato davanti alla chiancata (il terrapieno o la massicciata posta di fronte l’ingresso della casa [VS, I 672]), persone dal volto cupo che entravano ed uscivano continuamente, il dottore Limoli che arrivò con passo svelto e in mano la borsetta, affrettandosi e facendosi largo tra le persone che stazionavano davanti la casa per poter entrare a visitare il malato. Capii qualche tempo dopo che quelli erano segnali inequivocabili che un componente di quella casa stava male in modo grave e che “stava rannu cuntu a Diu”. [Essere sottoposti al giudizio di Dio per tutto quello che è stato fatto in vita su questa terra]
Il luogo dell’accadimento.
La dimora era quella solita a pianterreno, un misero unico ambiente rettangolare diviso da un tramezzo sottile fatto di canne e di gesso. Nella prima stanza all’angolo stava il letto matrimoniale, ove era coricato il moribondo, costituito da trispidi (cavalletti in ferro su cui poggiavano le tavole del letto sulle quali veniva adagiato il materasso di crinu [VS, V 743]); lu capizzali (immagine sacra, in genere della madonna che tiene in braccio il bambino Gesù, affisso al muro sul capezzale, ossia: al capo del letto [TRAINA, 157, 1868]) ; poi altri due lettini per i quattro figli appoggiati alla parete di fronte, una buffetta (dallo sp. Bofeta, ‘tavolino’ [TRAINA, 130, 1868]) con una quartara (brocca per l’acqua alto non molto panciuto con manici), e un casciabbancu (cassa a forma di panca, in it. cassapanca [TRAINA, 173, 1868]) Nella seconda stanza il forno, un fornello, la greppia dô sceccu, qualche jaddina, un piccolo cannizzu (arnese di varie forme intrecciato di canne o di vimini che serve per contenere frumento, frutta secca o quant’altro [TRAINA, 153, 1868]) del fieno ammonticchiato in un angolo; appesi al muro ‘na pignata, (pentola) ‘na sattania, (padella) nu sculapasta (scola pasta).
Vidi uscire subito dopo poco il medico che scuoteva la testa perplesso, indirizzandosi a un parente, suggerì il viatico in dialetto viàticu [nel linguaggio ecclesiastico, con iniziale maiuscola, la comunione amministrata ai fedeli gravemente infermi, quasi alimento spirituale con cui affrontare il viaggio all’altra vita, dopo l’estrema unzione, oggi detta «unzione degli infermi». TRECCANI, Enciclopedia italiana, http://www.treccani.it]
Il consiglio elargito fece smuovere subito tutti parenti, gli amici, i vicini e li fece affrettare affinché l’ammalato si predisponesse “nella grazia di Dio”.
Capitava che quando non era il medico ad avvisare per il Viatico, lo sostituiva l’avvisu divinu o u’ presagiu dâ morti. Esso consisteva: nell’ululato notturno del cane, nell’attraversamento della strada di un gatto nero, nel lamento da pìula, [si dice di persona che si lamenta continuamente e che si ritiene porta sfortuna.” G. VS, III, 868.] ed in altri premonizioni.


L’arrivo del sacerdote.
Dopo un po’ arrivò Don Sebastiano Marino, lu parrucu dâ Matrici, per dare il soccorso religioso all’infermo, che consistette nella confessione e nel ricevere il sacramento dell’estrema unzione.
Finiti di impartire gli obblighi cristiani, “lu patri parrucu” si soffermò a dare coraggio e assistenza morale a mugghieri e figghi, dicendogli con paterna sicurezza che il congiunto fra poco avrebbe raggiunto la casa del Padre.
Il ruolo dei parenti.
La moglie, con la suocera, le cognate e le figlie, si disposero attorno al letto per la veglia funebre (detta “lu visritu”), “nenia funebre” piangevano a voce alta anche con grida di strazio, cominciò la persona più colpita, la moglie, che iniziò ad elogiare i meriti e rimpiangere la virtù, ricordando la funzione del mantenimento e dell’educazione dei figli, poi seguirono i parenti, le amiche e le vicine, che raccontavano vicende del morto quando era in vita.
Durante la veglia funebre, i parenti si misero a dialogare col il morto. Gli parlarono amorevolmente, gli rammentarono tutte le vicende brutte e quelle belle vissute insieme, gli posero domande all’apparenza paradossali, lo rimproverarono affettuosamente, lo ringraziarono per la saggezza con cui era vissuto, gli si raccomandarono per il futuro.
Insomma, le scene di una vita vissuta erano riviste come in un filmato.
L’intensità dei lamenti, che diventavano anche urli impressionanti, cresceva quando altri parenti o amici venivano a rendere omaggio alla salma.
Talvolta anche gli uomini partecipavano al canto funebre, ma di solito il maschio era restio a piangere e rimaneva in silenzio per mostrare la sua forza morale, rispetto al sesso femminile.


L’arrivo delle donne.
Nel frattempo i fimmini dô vicinatu, accorsi numerosi, iniziarono a recitare “lu rusariu dô Viaticu o rusariu dô sacramentu.” che qui ripropongo nella versione integrale del Pitrè:
Quella che fa da capo:
Deci mila e centu
e ludamu ‘u sacramentu
il coro risponde:
e sempri sia ludatu
nustru Ddiu Sacramintatu
Recita di proposta e risposta:
Gloria allu Patri
Allu Figghiu e allu Spiritu Santu
Comu a’ statu, accussì sempri sarà
Pi tutta l’itirnità;
O Santissumu Sacramentu,
spusu miu di tuttu tempu,
io vi vegnu a visitari,
spusu miu, nun m’abbannunari;
vi salutu la sacra testa,
ca’ di spini ‘ncurunata;
chi di juncu fattu sesta
la facciuzza insagunata.
Vi purtaru o molumentu
O santissimo sagramentu![4]
L’arrivo delle prefiche
Quando si comprese che lu malatu infermu si era ormai aggravato irrimediabilmente, la stanza divenne luogo ove si dettero convegno li cummari (oltre a essere “li parrina di vattìu o di crèsima e puru â tistimoni di nozzi,” venivano intese le amiche o vicine di casa della famiglia del morto [VS, I, 825.])
Donne del vicinato che non appena vennero a sapere che l’ammalato era peggiorato si affrettarono a recarvisi. Ovvio che il movente era la curiosità colorata di affetto.
La stanza ad un tratto si riempì di queste donne, che sedettero a corona attorno all’agonizzante. Iniziarono a sussurrare sottovoce o cicalare in modo continuo frasi quasi incomprensibili. Stettero lì ferme, senza muoversi come statue di marmo, qualcuna era in continuo movimento per dar aiuto ai parenti e assistere l’ammalato.
L’infermo fece una smorfia guardò fisso il soffitto ed esalò l’ultimo respiro, iniziarono ad elevarsi grida assordanti; la madre, la moglie, le sorelle e le figlie, si abbandonarono a atti che solevano manifestare la gravità della perdita e l’intensità del loro dolore. Queste si sciugghirunu lu tuppu (crocchia ‘nodo’, acconciatura femminile dei capelli, molto in voga una volta e oggi sempre meno usata. I capelli venivano raccolti a spirale e fermati con delle mollette dietro la nuca o sul capo [VS, V, 833]) e i capelli si sparsero confusamente sulle loro spalle e sul petto, iniziarono a piangere, dondolandosi con un lento movimento ondulatorio, gesticolando, battendosi il petto, richiamando le virtù e le qualità del defunto, lamentando così la perdita.
Essi rappresentavano tutta una serie di atti isterici controllati, poiché facevano parte di uno delle tante sceneggiature nell’evento del rito della morte.
L’ormai cadavere, venne sottoposto al rito della benedizione cristiana da parte del sacerdote. Dopo venne lavato accuratamente e vestito con gli abiti conservati in naftalina da tempo per l’occasione. I parenti uscirono dalla muarra gli abiti appesi e dal cantaranu la biancheria intima: il vestito scuro, la camicia bianca, le scarpe nuove di cuoio nere, la cravatta nera.
Subito dopo un parente prossimo gli abbassò le palpebre sugli occhi e gli chiusero la bocca con un fazzoletto stretto tra il mento e la fronte come un collare. Si appurò se il morto era ancora vivo. La moglie gli strinse i genitali per togliere qualsiasi sospetto se ancora fosse vivo. Il morto fu posto con i piedi verso l’uscita e con un rosario avvolto tra le mani incrociate sul petto. Attorno al letto funebre si posizionavano delle candele di cera accese.
L’usanza conosciuta fin dall’antichità quella del canto funebre, era già stata affidata dai parenti a delle lamentatrici, che probabilmente erano state già avvertite. Infatti, dopo un dieci minuti dalla dipartita arrivarono quattro donne vestite di nero, predisposte per piangere, urlare e persino strapparsi i capelli. Sedettero in un angolo della stanza a semicerchio e tra forti grida di dolore, piagnistei, filastrocche, canti funebri e struggenti cantilene celebrarono le qualità del defunto, erano le cosiddette "prefiche" che avevano il compito di vegliare il defunto e accompagnarlo lungo il corteo funebre.
In Sicilia a tal proposito nacque perfino un soprannome Badalamentu o Badalamenti originato dall'attività di organizzatore delle prefiche, con il significato di colui o coloro che erano impiegati alle lamentazioni funebri, colui quindi che aveva l'incarico di badare alle lamentazioni in onore del defunto.
Esse dovevano onorare la memoria del defunto, ma anche dimostrare a tutta la comunità, con questi toni strazianti, quanto era drammatica la sua scomparsa.
Tutte queste manifestazioni duravano fino a quando il cadavere non veniva portato via per il corteo funebre.
Si erano fatte già le 10,00. Vestito il morto, accese le candele, appeso un nastro nero sulla porta e con la presenza delle lamentatrici ancora in attivo, iniziarono ad arrivare altri parenti e conoscenti da tutto il paese.
Il pianto rituale era come uno spaccato di teatro popolare, soprattutto quando erano più donne a piangere insieme, dialogando e alternandosi in una sorta di recita, in cui ogni frase era inventata al momento. Il massimo dell’intensità delle lamentazioni, con toni strazianti, si raggiungeva quando la salma era collocata nella bara per essere portata via. Per i bambini presenti, tutta la scena risultava agghiacciante.
A volte le invenzioni in un canto funebre erano così singolari da indurre, negli estranei che erano presenti, un sorriso a malapena trattenuto. Poi seguiva il racconto “curtigghiamentu” per il paese tra l’ilarità generale e circolava anche per anni dopo l’accaduto.
Altre volte una lamentazione poteva essere infarcita di finzioni e sentimenti non realmente sentiti. Insomma anche una lamentazione funebre poteva ammantarsi di ipocrisia e ciò succedeva, quando bisognava salvare le apparenze agli occhi della gente.
L’accompagnamento del morto
La bara venne condotta alla Chiesa Madre a spalla da quattro uomini, tutti parenti del defunto. A volte potevano essere gli amici stretti del defunto ad assumersi questo onere gratuitamente.
Il defunto benestante era condotto al cimitero su una carrozza trainata da cavalli e con l’accompagnamento di una banda musicale, che eseguiva marce funebri lungo il tragitto.
Normalmente il funerale era celebrato con rito religioso. In rari casi, quando il defunto era un suicida, o un socialista o un comunista sfegatato, il funerale si faceva con rito civile.
Dopo i funerali si consumava, nella casa del trapassato, lu cunzuólu o conzulu, il consòlo. Si trattava di un pranzo sostanzioso, per rifocillare i familiari del morto, offerto da amici, compari o parenti larghi. Anche in quest’occasione, naturalmente, si tessevano le lodi del defunto.
Il nero era il colore del lutto, come quello dei paramenti sulla porta, dei veli e dei teli con cui si allestiva la camera ardente.
Il lutto
Per gli uomini, l’essere in lutto, comportava la non rasatura della barba per qualche settimana. Si facevano cucire poi una fascia nera attorno alla tesa del cappello e ad una manica della giacca; all’occhiello del bavero della giacca infilavano un bottone rivestito di stoffa nera, fissato con un lungo spillo che aveva sul retro; indossavano una camicia o una maglia nera, oppure una cravatta nera sulla camicia bianca.
Per le donne, il lutto poteva essere intero, e ciò comportava l’obbligo di indossare vesti nere anche per dieci o venti anni nel caso si trattasse di vedove, oppure lutto a metà, mezzu luttu, e in questo caso le vesti, indossate per un periodo di circa sei mesi, erano "à pois", cioè a pallini o a fiorellini bianchi su fondo nero. Era il legame di parentela stretto o largo col defunto a indicare il tipo di lutto, cui le donne dovevano adeguarsi.
Le donne che vestivano il costume tradizionale, di norma indossavano già una gonna nera, la vèsta, e calze nere, perciò, in caso di necessità, potevano adeguarsi al lutto con relativa facilità: si facevano confezionare un foulard nero con la frangia, lu maccatùru, e una camicetta, la cammicètta, nera oppure "à pois".


Bibliografia:
[1] - <http://www.cilibertoribera.it/indexMORTE.htm>
[2] - Nel linguaggio ecclesiastico, con iniziale maiuscola, la comunione amministrata ai fedeli gravemente infermi, quasi alimento spirituale con cui affrontare il viaggio all’altra vita, dopo l’estrema unzione, oggi detta «unzione degli infermi». TRECCANi, Enciclopedia italiana, <http://www.treccani.it>
[3] – “Denominazione di alcuni uccelli titonidi, strigidi e corvidi. Si dice anche di persona che si lamenta continuamente e che si ritiene porta sfortuna.” G. TROPEA, Vocabolario Siciliano, Vol. III, Catania-Palermo, 1990, p. 868.
[4] – G. PITRE’, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Vol. II, Palermo, 1889, pp. 204-205.
[5] – I cummari, oltre a essere “li parrina di vattìu o di crèsima e puru â tistimoni di nozzi,” venivano intese le amiche o vicine di casa della famiglia del morto. G. PICCITTO, Vocabolario Siciliano, Vol. I, Catania-Palermo, 1977, p. 825.
[6] – Crocchia (nodo), acconciatura femminile dei capelli, molto in voga una volta e oggi sempre meno usata. I capelli venivano raccolti a spirale e fermati con delle mollette dietro la nuca o sul capo. G. PICCITTO, Vol. V., Op. Cit., p. 833."
Con l'occasione abbiamo letto il testo: Tratto dal testo Petrolio e sud anno 1959 di Gabriele Morello
Ma soprattutto è la morte che si trasforma in un fatto pubblico, regolato da un codice severissimo in cui la durata del lutto è fissata se¬condo il grado di parentela esistente con lo scomparso. Per la morte dei genitori, del coniuge, dei fratelli e delle sorelle, il lutto dura almeno due anni, e per il primo periodo esige clausura completa. La rigidità delle manifestazioni aumenta negli strati più poveri della popolazione. Oltre all'abito nero e alla striscia sulla porta di casa (una volta si tingeva a lutto tutta la porta, i mobili e la camera mortuaria) il contadino usa ap¬plicare nastri neri anche agli animali da soma. Nel lutto stretto delle donne si giunge a rivestire di nero perfino gli orecchini; i quali bastano, insieme con uno scialle e abiti scuri, a costituire il mezzo-lutto. Que¬st'ultimo è usato per i parenti più lontani ovvero come stadio intermedio prima di riprendere la vita consueta. Le donne anziane, assai scrupolose, finiscono per vestire sempre di nero, per il continuo sopravvenire di nuove morti nel vasto giro della parentela. In un quadro così rigido e regolato, è la famiglia che assorbe i sentimenti e le manifestazioni indi¬viduali di dolore, su di essi misurando la propria saldezza e coesione. Ed i morti, in un letto parato come un altare, pur lasciando i vivi nello strazio delle lamentazioni, continuano a far parte della famiglia, come testimonia la commovente usanza secondo cui nel giorno a loro dedicato essi portano doni ai bambini.
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Alfio Di Mauro in precedenza aveva segnalato l'usanza antica greca e romana: "La prefica (dal latino praefica), nell'antica Roma, era una donna pagata per piangere ai funerali. Nel corteo funebre, precedevano il feretro stando dietro i portatori di fiaccola: con i capelli sciolti in segno di lutto e cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, accompagnate da strumenti musicali, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli.
L'uso, citato già da Omero, fu proibito a Roma, nei suoi eccessi, dalla legge delle XII tavole. Si mantenne tuttavia anche in epoca cristiana, sebbene osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche (l'uso è condannato in un'omelia di Giovanni Crisostomo).
L'uso di persone che piangono i morti era praticato ancora in tempi recenti nell'Italia meridionale e si è conservata almeno fino agli anni '50 ad esempio nei paesi della grecia salentina dove esistevano i "chiangimuerti" e dove si sono tramandate delle famose nenie di origine greca; segnalazioni della sopravvivenza di tale uso si hanno in tempi ancora più recenti in Calabria, dove fino agli anni '80, in alcuni paesi di montagna dell'entroterra vibonese, era possibile assistere a tali strazianti scene.
In Sardegna, specialmente in alcune zone dell'interno, le donne (non necessariamente parenti ma sempre dell'ambito familiare) erano dedite al cosiddetto "attittu".
Si piangeva il defunto tessendone le lodi, esaltando la disperazione per la perdita, senza peraltro esserne richiesti dai congiunti del defunto, solo per una semplice forma di partecipazione collettiva al lutto.
Anche nel nord d'Italia, fino al secondo dopoguerra, venivano impiegati bambini nei funerali - soprattutto orfani accolti in istituti religiosi, dietro compenso per l'istituto di appartenenza: si ponevano gli orfanelli a camminare, e possibilmente piangere, subito dietro al feretro."
 
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