Recensioni - chi-è-antonio-randazzo

Vai ai contenuti

Menu principale:

Recensioni

CATALOGO PDF IN 4 LINGUE


HANNO SCRITTO DI ME  
ALESSANDRO MUSCO
AD ANTONIO RANDAZZO: LO GNOMO DI ORTIGIA.

Artigiano del sogno: credo sia il modo più acconcio di avvicinarsi ad Antonio Randazzo ed a ciò che le sue mani, la sua mente, il cuore…riescono a far nascere dal niente, come fosse un incanto, come fosse una goccia di speranza,flebile e dolcissima, rubata – per un attimo- al gran teatro della vita ed a tutti quegli sperduti angolini che sono le tante trascuratezze, le tante dimenticanze di cui riempiamo-troppo spesso- il gran vuoto della storia che ognuno di noi è. Zattera in deriva o barca con nocchiero a man ferma, l’ognuno di noi che di se stesso cerca di fare di essere persona, non può non sostare, in silenzio, a godere di quanto Antonio Randazzo, artigiano del sogno, ci suggerisce: con modi garbati, si, ma con la fermezza ed il passo sicuro di chi vive, beato la certezza (e non la saccente sicumera) di vivere nel giusto. Di essere dislocato in quel limite, ad un tempo sottile tanto quanto robusto, in cui la parola dell’utopia si intreccia con la parola irripetibile della poesia, con la parola vestita della scultura, con la parola piana e distesa del racconto, o del dialogo o della favola, o dell’incisione… e così via lungo tutti i possibili percorsi del “dire” su cui si inerpica Antonio Randazzo, artigiano del sogno.
Ed il sogno si fa vita vissuta: si attorciglia attorno alla speranza, di essa si veste… e cammina per le vie del mondo, di quel mondo reale fantastico insieme che è Ortigia.
Come l’incantesimo, in un bosco, in un bosco delle favole- per capirci- fa sentire i suoi profumi tra i cespugli, le radici sconnesse, tra le fronde ed il loro fruscio, tra i mille e mille suoni che accompagnano lo scricchiolio dei passi, fermi e cadenzati, sulle foglie secche (tappeto di carezze per noi viandanti a caccia sempre di qualcosa), così l’incantesimo di Ortigia fa sentire i suoi profumi tra i crocicchi nascosti, le gocce di salsedine che umettano le labbra o la pelle bagnata da umidi millenari, che quasi ti soffocano e ti abbracciano con quell’affetto sì forte da sentire il cicaleccio delle ossa come fossero contate da abili mani che scorrono su e giù su un flauto magico cui vengono dietro infinite, infinite cose: in fila, muffolette ancora olezzanti di forno, uva passa sbrizzata di zucchero, schegge di sole, ombre di vento, balconi fioriti, stridii e cigolii d’imposte, di porte aperte e sbattute, foschie di
scirocco e lucentezze del ponente che gira, fino al maestrale che spazza, pulisce, ristora, riapre i discorsi sulle gole riarse.
Ed è lì, tra tutto questo e tanto altro ancora, che improvvisamente, quasi fosse un elfo del bosco, che sbuca lui: Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno.
Spunta, spunta come la punta di una fiammella d’un cerino strusciato sul vento e così, subito, acceso, con un puf! E parla, attacca discorso, Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno, come vi avesse appena lasciato lì da pochi minuti per poi riprendere ciò di cui si parlava e, magari, invece sono passati tre giorni, o tre mesi, o tre anni o tre millenni.
Non fa differenza, perché lo gnomo di Ortigia, in verità, parla per se stesso, per il sogno che sta costruendo, come fosse una ciambella odorosissima d’olio buono e zucchero caldo che fa da aureola di laica santità ad ogni testa che, come lui, come Antonio, lo gnomo di Ortigia, riesce ancora ad avere gusto per il sogno: per qualcosa in cui credere, per qualcosa che vale e per cui vale la pena di incitare le pene della vita a sublimarsi nel racconto eterno della poesia, dell’arte, della scultura. Così tira fuori dalla forma incoata e vuota del nulla, con mani sagaci, mente arrufolata di profumi di bosco, lingua disciolta dal canto odisseo dello scirocco antico, col cuore pulsante di sangue e passione d’un amore fremente per tutto ciò che Sicilia è, e potrebbe ancora essere, e potrebbe non essere, ma forse sarà o è o fu o tornerà ad essere (mescole titaniche il cui olezzo è pari in intensità solo al siculo origano selvatico di mare cotto al sole stanco dell’imbrunire) … così Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, tira fuori le sue sculture oggetto del suo pensare, soggetto di tutto quanto, questo artigiano del sogno, ci vuole dire ed è tantissimo: senza fine. Come il suo ardore di vivere, il suo pathos, per ciò che vale, ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è, perché c’è. Perché è. Antonio: non zittire mai le tue labbra e le tue mani, anche quando, frettolosi, scappiamo perché le premure pressano il nostro passo.
Antonio: gnomo di Ortigia, non temere i nostri silenzi; spesso non capiamo, perché non sappiamo più sognare. Aiutaci.
Accendi un altro cerino strusciandolo al vento.
Antonio: artigiano del sogno.
Insegnaci, ancora, ad essere, come te, matti per la vita ed un po’ pazzi d’amore, magari un po’ tanto.
Ancora, di cuore: grazie!

ALESSANDRO MUSCO Ortigiano, da sempre e per sempre
Docente di filosofia medievale, Università di Palermo
ANNOTAZIONI SENZA REGOLE DI PAOLO GIANSIRACUSA
DAL PRIMO BATTITO VITALE FINO ALL’ULTIMO RESPIRO

Antonio Randazzo è un uomo libero, senza briglie e senza regole, non conosce condizionamenti di sorta.
È libero come l’acqua che riempie gli alvei dei fiumi, come l’acqua che trabocca dagli orli delle dighe, come l’acqua impetuosa che scorre verso il mare, nella agognata immensità spaziale.
È libero come la lava incandescente, come il fuoco della materia eruttata dai vulcani.
Anticonformista ferreo, passionale per vocazione, accompagna tutto il suo fare con una creatività innata che lo porta a scolpire il legno e la pietra, il marmo più duro e il metallo più duttile.
Sovente immerge tutto il suo essere nella materia colorata per lasciare impronte dell’intimo, percorsi concreti del suo continuo, instancabile, impegno civile.
Modella e colora, scolpisce e incide senza alcuna regola che possa provenire dalla storia e dagli uomini.
Sua sola maestra è la natura. Egli impara dalla pioggia e dal fuoco, dal sole e dalla luna, dall’aurora e dal tramonto, dal bello e dal brutto, dalla terra e dal mare, dai valori primordiali dell’uomo, dalle passioni più intime dell’essere.
Sentirlo parlare è come ascoltare il ribollire del mare nei giorni di tempesta.
Un’onda impetuosa, un fuoco incontenibile agitano il suo essere e si alimentano di quella energia inesauribile che in lui è un misto di fede in Dio e di amore per l’uomo.
Santi e ladroni, fame ed opulenza, forme astratte e figure riconoscibili, colori selvaggi e intagli violenti, volumi gonfi di vita e sagome scavate dalla morte … questo è il campionario di materia plastica e di colore volutamente assortito per dire tutto a tutti, per sollecitare ognuno alle proprie responsabilità di uomo e di cittadino.
Dall’alfa all’omega, dall’inizio alla fine, dal primo battito vitale fino all’ultimo respiro: tutto l’intervallo dell’esistenza è luogo di scavo, di indagine, di analisi.
Antonio Randazzo usa tutti gli strumenti necessari ad indagare in maniera profonda nelle viscere più intime della creatura umana. Ricorre spesso anche alla poesia e alla prosa, alle liriche più taglienti e ai racconti più crudi e obiettivi.
Nel suo fare e nel suo dire non ci sono nascondimenti, tutto è chiaro e incredibilmente vero. Le sue parole come una lama tagliente affondano nella carne dell’esistenza e senza reticenze dicono, denunziano, progettano. Sì, progettano, perché il fare di Randazzo non è sterile esibizionismo della parola e delle forme. Ogni sua scultura e ogni sua poesia posseggono un messaggio concreto, una proposta operativa. La sua energia creativa non finisce la corsa nella pista dell’analisi, si spinge verso altri sentieri, verso spazi operativi in cui si progetta il divenire, ciò che sarà giusto e utile domani.
Per tale ragione il suo procedere obiettivo attraversa anche gli spazi del sogno. Sì, il sogno di un Eden fiorito di legalità e di rispetto per l’uomo, di libertà e di giustizia. Un Eden dove non c’è la spada assassina, dove non ha vita l’ipocrisia, dove non possono nascere i soprusi e le angherie.
Illuminato da Dio, tutto il suo percorso creativo si configura come una grande preghiera, una poesia di fede caratterizzata dall’originalità e dalla purezza.
Una poesia che rifiuta i collegamenti con la storia e i codici stilistici dell’arte.
Il suo dire senza remore, il suo fare senza vincoli gli procurano spontanee simpatie, amicizie imprevedibili di altri sognatori, di altri frequentatori dei luoghi della libertà incondizionata.
Ciò gli da quella sicurezza operativa e quella luce di speranza di cui ogni costruttore di pace e di sogni, di equilibri sociali e di spazi per l’espressione, ha bisogno per agire.
A lui e al simpatico cenacolo di affinità elettive, che spontaneamente è fiorito intorno al suo luogo libero, auguro voli senza impedimenti, sogni interminabili, obiettivi concreti nella risposta civile.
Siracusa 9 settembre 2000                                                                       
PAOLO GIANSIRACUSA
Ord. di Storia dell’Arte Acc. di Belle Arti Statale Catania
Soprintendente Artistico Acc. R. Gagliardi Siracusa
LUIGI AMATO
Di uomini liberi ormai ce ne sono pochi; più una società diventa complessa più si è imprigionati sotto molteplici aspetti. Antonio Randazzo cerca di esserlo al meglio fornendoci qualcosa d’importante su cui riflettere. Nell’ultimo lustro la nostra provincia sembra vivere una sorta di piccolo Rinascimento culturale che speriamo duri e si consolidi. Un cambiamento partito da tante iniziative di talentuosi e coraggiosi individui, artisti, editori, scrittori e musicisti che non hanno voluto rassegnarsi al declino di un’antica città e del suo altrettanto importante circondario. Siamo comunque agl’inizi; pesano come macigni i retaggi di un passato prossimo da dimenticare e le incognite di un presente,
dove il mancato sviluppo economico e il persistere di deprecate mentalità possono vanificare ogni sforzo.

ARMI ED ARTI

È singolare come i luoghi comuni vengano spesso a cadere. È il caso di Antonio Randazzo maresciallo dell’arma dei Carabinieri in pensione e valente scultore con piacevoli sconfinamenti nella pittura e nella letteratura.
Per la gente comune sembrano due cose distanti, la storia ci ha insegnato il contrario.
Io personalmente ho conosciuto altri due militari-artisti: mio nonno, Alberto Bassoni, generale del Genio, pittore di finissima tecnica e polemista veemente dalle pagine del Borghese di Tedeschi e di Gianna Preda e Arno Baumcker, obergefreiter del 32 battaglione corazzato di disciplina della Wehermacht (gli stessi reparti descritti dal grande Sven Hassel nella sua straordinaria saga) poi legionario in Indocina che aveva imparato in un campo di prigionia sovietico, da un pope ortodosso detenuto con lui, le tecniche di decorazione delle icone, dando vita ad uno stile grafico personalissimo. C’è qualcosa di ineffabile in questi personaggi così diversi tra loro, ma accomunati da una ricerca artistica
ed interiore atipica e straordinaria.

I LUOGHI

Il laboratorio di Antonio Randazzo sorge nella parte alta di Siracusa, quella del sacco edilizio, una città nuova senza capo né coda oppressa dalla bruttezza, dal traffico e oggi anche da una crisi economica e d’identità che lascia ben poche speranze alle giovani generazioni peraltro anch’esse, per colpe sia chiaro, non solo loro, ma anche, svogliate e apatiche. Il segno di una ben radicata antropologia negativa ereditata dalle loro famiglie. A Siracusa non ha fallito solo il mondo politico, che pure ha macroscopiche responsabilità e di cui si parla ormai male con facilità (eser-cizio diffuso e per altro sterile perché in democrazia la politica è specchio della società), ma un’intera popolazione nella sua articolazione. Ha fallito il mondo imprenditoriale, ha fallito la cultura, hanno fallito le forze sociali, le istituzioni laiche e religiose di ogni tipo, ha fallito la gente comune. Abbiamo tutti smarrito il senso di un’identità antica e nel fallimento generale ci siamo autoassolti. Dalla bruttezza e dal caos possiamo uscire attraverso l’arte, soprattutto quella religiosa e sociale di Antonio Randazzo.
Mentre sto scrivendo è accaduto un episodio emble-matico ad Ortigia dove sono state danneggiate varie opere d’arte tra cui qualcuna dello stesso Randazzo. Non è il solito vandalismo a cui siamo abituati dal lassismo del nostro paese. Esiste una valutazione più sottile. I barbari (ma qui la definizione è impropria perché il primo a fare una legge in Italia per la tutela dei beni culturali fu l’ostrogoto Teodorico) le cui fila si ingrossano sempre di più grazie al disfacimento della famiglia e della scuola negli ultimi decenni temono la bellezza dell’arte, delle coste, del mare, dei boschi perché la vedono differente rispetto al loro mondo di televisione, scooters, droga e maleducazione vero biglietto da visita della nostra demente società buonista.
Dall’arte devepartire la rivoluzione culturale per costruire la civiltà del domani.
Tra i casermoni di cemento e le strade ingolfate emergeranno i delicati legni di Randazzo e di tanti altri artisti.

L’ESTETICA E LO SPIRITO

Le forme delicate si riappropriano di spazi perduti e rimodellano un tempo perduto e inafferrabile, ci costringono a rimeditare delle vicende umane e divine.
Non si tratta di difficili recuperi metafisici, ma di guardare in noi stessi e cercare di sbrogliare lo gnommero della contemporaneità. L’estetica di Randazzo si pone equidistante dalla riflessione teorica mediale organizzata sulle forme rese possibili dalla modernità e la Tradizione.
Randazzo recupera, superandolo, il concetto di originalità; il segno e la radice comune legano le sue opere come un invisibile filo d’acciaio.
Cerca di cogliere e trasmetterci anche per un istante lo spirito del tempo.
Tempo di lattine e di plastica, di Grandi Consumi e di esplosioni feroci di violenza contro il Creato, esseri umani, animali e piante, ma anche di grandi movimenti laici come quello di Seattle e religiosi come il raduno dei giovani a Roma.
LA METAFISICA

L’abilità tecnica diventa strumento di comunicazione con il Trascendente, l’artista è pontifex che sente con il cuore e non con il cervello. E vuole comunicare l’utopia, la sua meravigliosa utopia di un garage trasformato in assise di filosofi ed artisti che nella veste di monaci del XXI secolo vogliono salvare e ricordare agli uomini il valore della poesia e della bellezza e nel contempo un richiamo alla spiritualità.
Gli orrori della contemporaneità vanno affrontati e vinti anche con l’ausilio dell’arte.
Le favole di antica poesia di Randazzo occupano anch’esse un posto nella gerarchia divina dove tutto è perfettamente ordinato. La finzione poetica, considerata nel suo profondo senso, è segno e rappresentazione della verità, il senso conferisce effettività alla finzione, che tutela la spiritualità.

L’IDEOLOGIA

La ricerca dell’essenza di un cristianesimo sfrondato dalle sovrastrutture che impediscono il contatto con la divinità perseguita anche attraverso l’annientamento di tutte le inibizioni stilistiche.
L’antiaccademismo di Randazzo emerge tumultuoso in un epoca di medagliette di cartone ricercate come paravento al deficit del proprio io. L’umanesimo verso tutti i deboli e gli sconfitti, quelli che dovrebbero entrare nel Regno dei Cieli, ma ai quali va resa anche un minimo di giustizia terrena.
Un umanitarismo universalista ancor più difficile da praticare da quando molti furbi se ne servono per fare Affari&Politica sulla pelle di tanti disgraziati e sulla babbitudine di molti anch’essa universale e di capillare diffusione.

LUIGI AMATO
Docente di Estetica Accademia Belle Arti R. Gagliardi Siracusa
ALCUNI GIUDIZI SULL’OPERA DI RANDAZZO
CLAUDIA LUSAlcune opere di questo artista mi hanno colpito positivamente per la forza comunicativa del messaggio. Guardando queste opere rifletto sullo struggimento che provano gli esseri umani quando cercano un qualcosa che dia un senso alla vita, ricercano beni e valori esteriori allontanandosi sempre più da tutto ciò che è spirituale.
La potenza creativa di Randazzo mi stupisce perché rappresenta l’esito di uno stato d’animo rivolto all’interiorità.
Siamo in un’epoca difficile e problematica dove, l’arte, a mio avviso è necessaria in quanto permette all’uomo di rifugiarsi in un mondo fantastico.
Diceva Picasso a proposito che un’opera d’arte non è mai pensata e decisa anticipatamente, mentre viene composta segue il movimento del pensiero. Quando è finita continua a cambiare, secondo il sentimento di chi la guarda vive una vita propria come una persona…


CLAUDIA LUS
IV° Anno Pittura Accademia di Belle Arti R. Gagliardi
FRANCESCA VACIRCA
La scultura di un bambino provoca un momento di commozione reso attuale dalla spaventosa violenza dilagante nella nostra società. Il corpus delle opere di Randazzo si legge unitariamente e ci trasmette un cristianesimo vivo, un messaggio di salvezza e speranza in un mondo che sta correndo troppo veloce senza punti di riferimento. L’arte ancora oggi può educare le coscienze e fare pensare, creare uno spirito nuovo tra le persone.
Personalmente credo ancora che si possa costruire un mondo a misura d’uomo, una società meno crudele, lo so, possono sembrare utopie, ma penso ancora che è l’utopia che muove la storia e anche il progresso scientifico si è sempre nutrito di creatività.

FRANCESCA VACIRCA
Critico d’Arte
GIUSEPPE RAUDINO
Via lucis piuttosto che via crucis. Non è poi così sbagliato: nel cammino che Gesù intraprende verso la gloria dei cieli la croce è soltanto una tappa intermedia, uno strumento per ingigantire l’amore al momento del perdono.
L’artista Antonio Randazzo coglie appieno questa particolarità di non poco conto e concepisce una serie di tavole che narrano il cammino di Cristo verso la luce, ponendo attenzione, grazie alla propria fede di cristiano, nel lasciarsi guidare dai sentimenti schietti e dai bisogni di questo millennio quando traduce l’episodio del Vangelo in opera scultorea.
È questa l’innovazione che più affascina: attualizzare il messaggio evangelico risalente a due millenni fa e dimostrare che esso può essere contestualizzato con estro e dedizione. Ecco allora che la condanna di Gesù riecheggia nelle più attuali cronache di “condanna” verso gli extracomunitari, allontanati dai governi con lo stesso gesto menefreghista di Ponzio Pilato; oppure la scena della croce imbracciata da Cristo, che rima tristemente con la stampella o la carrozzella di un disabile lasciato in balìa del proprio destino…
Ma l’abilità a legare razzismo, handicap, piaghe sociali come la mafia tanti altri temi ai fatti narrati dagli apostoli non è l’unica occasione per lodare lo scultore.
La sua abilità consiste anche nel saper presentare il Messia e i vari personaggi con estrema umiltà, donando loro i tratti salienti e limitandosi solo agli effetti di chiaroscuro per conferirne una percettibile vivificazione: l’austerità – ma anche la giocondità dell’epilogo di luce – non hanno, infatti, bisogno di eccessive ostentazioni cromatiche ed eidetiche, e la scelta del legno lavorato sobriamente, senza barocchismi o fronzoli fuori luogo, si accorda perfettamente al messaggio da comunicare.
Lo spettatore che “legge” la via lucis realizzata da Randazzo, dopo essersi ricordato delle terribili umiliazioni che l’uomo ha inflitto a Cristo, sente empirsi il cuore di novello amore nell’ammirare l’ultima tavola, nella quale un bambino gioca serenamente coi pesci e, attorniato da copiose messi, riceve la luce della redenzione. È, forse, questo il momento in cui lo spirito si fa carico delle più ardite richieste, tornando a credere nelle utopie della propria fanciullezza e concependo puri pensieri dai quali l’uomo è purtroppo lontano nella maggioranza dei casi.
E, scottato dagli efferati delitti che invadono le cronache recenti, il “fanciullo spettatore” prega Iddio perché a nessun bambino al mondo venga fatto più del male.


GIUSEPPE RAUDINO Giornalista -
Direttore “Illustrazione siracusana”
GIOVANNA MEGNA
È inusuale trovare in un luogo sacro opere come quelle di Antonio Randazzo, sia per stile sia per tema. La sacralità delle immagini accoglie, infatti avvinghiandosi in un’inestricabile simbiosi, un messaggio intriso di polemica, di protesta, di sollecitazioni alla solidarietà e alla tolleranza.
Ogni raffigurazione ha in sé un fine etico religioso e, insieme pedagogico-educativo, che toglie all’opera ogni intento realistico o autenticamente biografico: la vita di Cristo appare, così, quella di un uomo di ogni tempo e di ogni luogo, in lotta con le ingiustizie sociali e con l’eclissi dei valori dell’umanità.
Più che raffigurazioni di immagini propriamente religiose, possiamo definirle riflessioni sull’immagine, riflessioni sul mondo e sull’essenza della cristianità, riflessioni che ci conducono a comprendere la nota provocatoria del suo messaggio.
L’indifferenza, la prepotenza, la mancanza di sensibilità nei confronti dei problemi sociali vengono denunciati da A. Randazzo, attraverso un linguaggio artistico chiaro e incisivo, ove anche la simbologia appare quasi realistica pur nella sua surrealisticità.
Pertanto, nelle sue opere, troviamo spesso il connubio tra una simbologia tradizionalmente religiosa e una simbologia sociale contemporanea evidentemente estrapolata dalla concretezza della nostra, attuale, esistenza. Il confluire di passato e presente in un’unica eternità di valori, prefigura un futuro sognato da sempre, mai realizzato eppure sempre punto di forza della nostra fede e della nostra vita.
Grande è il coraggio di A. Randazzo, per avere, così prepotentemente portato all’interno dello scrigno sacrale, attraverso un’armonia di forme essenziali e tondeggianti, il grande groviglio di interessi socio-politici, che distrae gli uomini dai valori eterni.

GIOVANNA MEGNA
Docente di Didattica e Pedagogia dell’Arte
 ERMANNO ANNINO
Sagome tridimensionali attraversano spazio e tempo.
La terra alla terra, lo spirito con lo spirito.
È toccato anche a te, Antonio.
Questa volta è la tua, questo è il tuo momento.
Ventisette anni di produzione artistica non sono passati inosservati, finalmente.
Delle volte i siracusani…
La nostra è una città che nel passato ha espresso grandi ingegni in tutti i campi, tante personalità artistiche che purtroppo hanno fatto fortuna fuori, misconosciuti nella loro terra, che fa fatica ancora oggi a riconoscerli.
Un pugnale nello stomaco per un siracusano! In questo caso un “ vero siracusano”, come lui si definisce (perché è nato nel cuore d’Ortigia), ha avuto la sua occasione.
Antonio Randazzo artista del legno, scultore del diverso, artista prima del cuore, poi della mente, infine delle mani.
La sua, più che arte e “comunicazione”, le sue opere sono un messaggio da dare alla comunità, portano con se gli elementi più intrinseci della realtà d’oggi e testimoniano una brusca condizione dell’esistenza, le parti malate della società cui la sua mano propone un tentativo di guarigione.
Percorrendo le fasi salienti della sua arte notiamo che esiste un cuore per la creatività e la lavorazione del legno, non a scopo economico (prova ne è il suo arruolamento nell’Arma dei Carabinieri), bensì come una sorta di fusione, quasi simbiotica tra l’uomo e la materia, tra le sue mani ed il legno, tra la sua concezione dell’umanità e il modo di comunicarlo agli altri.
Nella sua vita artistica ha modificato parecchio il genere, ha provato con altre “armi” dell’arte, si è cimentato nel sempre nuovo, a passo con i tempi, ma ciò non gli bastava, lo rinchiudeva, limitava i suoi sforzi e i suoi ampi lidi li dove potere e potersi esprimere.
Allora il legno, le opere scultorie che non hanno una “casa comune”, non si possono, classificare sotto un ordine artistico predefinito, hanno un po’ di quello, tratti di quell’altro, non si associano a tecniche base. Sono opere di Antonio Randazzo nate dal suo volere, dal suo “vivere volendo e dire facendo”, dal suo modo di vedere la realtà anche al di là della visione spazio temporale, a modo suo, testimonianza di ciò le opere della “Via Lucis” donate alla parrocchia Maria Madre della Chiesa di Bosco Minniti.
Non so se una città come Siracusa, intrisa com’è di tradizioni popolari tramandate da generazioni, di una sorta di perbenismo artistico che crea delle caste in cui uno o ci sta o non è considerato artista, città che è in una condizione di lancio nel settore culturale, possa recepire il tentativo di comunicare in modo chiaro valori che evidenziano il fatto reale raccontato da un uomo che per la sua storia, la sua famiglia, è portatore di un’immagine di vita che rappresenta per noi giovani un modello da seguire.
Tecnicamente Antonio Randazzo è indecifrabile e incomparabile: quello che lui fa o si sa fare o non ci si può nemmeno provare, non è una tecnica acquisita o copiata è l’azione perfetta che la sua mente trasferisce nella sua mano.
Egli s’immerge in un pezzo di legno, (l’arte del togliere) lo guarda, lo muove, pensa e comincia ad agire finché il suo bozzetto, che era nella mente, non è riprodotto in maniera identica tra le sue mani. Poco importa se anatomicamente o proporzionalmente non siano perfette, se non sono viste bene o notate.
Randazzo fa perché vuole fare e non ha nessun divieto muto a ribellarsi a quest’inalienabile vita.
Randazzo è un guerriero della luce e del sogno cerca sempre di migliorare.
Ogni colpo della sua spada porta con se secoli di sapienza e di meditazione, per ogni fendente sono necessari la forza, la volontà, l’idea, i guerrieri passati, ogni mossa del combattimento onora quello che le generazioni precedenti hanno cercato di trasmettere attraverso la tradizione, ogni decisione s’ispira alla fede, sorride e non ascolta le provocazioni, sa quali sono le cose che hanno valore, sceglie sempre il proprio campo di battaglia.

ERMANNO ANNINO Consulente Artistico
Scultore FRANCESCO CAMPISI
Prof. FRANCESCO GIUDICE
Prof. MICHELE ALFANO
Prof. NUNZIO BRUNO  
Tanta disinvoltura è segno di una capacità espressiva che non conosce inibizioni stilistiche.
Ha l’occhio attento verso tutte le forme della creazione poetica.


Scultore FRANCESCO CAMPISI
Prof. FRANCESCO GIUDICE
Prof. MICHELE ALFANO
Prof. NUNZIO BRUNO
MICHELE LA ROCCA
Ortigia ha dato i natali ad Antonio Randazzo nell’estate del quaranta in Via Gargallo e Ortigia ha portato nel cuore, da Bolzano appena entrato nella Benemerita, fino alla vicina Noto, congedandosi da maresciallo.
Come gli antichi samurai, lontani dal Sacro Monte, per vederselo vicino, lo riproducevano nel Bonsai, così Antonio Randazzo intuisce il proprio Monte Sacro e preso da euforico entusiasmo crea.
Dal Kaos dall’inconscio, ora affiorano, ora esplodono istinti profondi non controllabili dal pensiero, forza-energia pura.
Crea.
Sagome tridimensionali attraversano spazio e tempo, il percorso che l’Umanità chiama destino e anelito ultimo di tendere per ricongiungersi, la terra alla terra, lo Spirito con lo Spirito.


                                                                                          MICHELE LA ROCCA


 
Torna ai contenuti | Torna al menu