San Sebastianello - chiese demolite Siracusa

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San Sebastianello

Il testo è tratto da:
Architettura religiosa in Ortigia
di Lucia Acerra
stampato nel 1995
da: EDIPRINT  
  
CHIESA DELLA MADONNA DELLA MISERICORDIA O SAN SEBASTIANELLO  
via Minerva

  

Si trovava in via Minerva a fianco al palazzo municipale. Costruita nel 1446 era di stile aragonese con un semplice portale e due finestre sulla facciata ed era sorta a ricordo della peste che aveva colpito due anni prima, nel 1444, la città. Per un certo periodo aveva ospitato i Cavalieri di Malta nel XVI secolo, come ricordava lo stemma della facciata. In questa chiesa il 23 marzo 1641 mons. Francesco Eliade Rossi trasferì la Confraternita dei Sacerdoti che si trovava a S. Caterina. In epoca successiva la chiesa fu mantenuta dalla Confraternita di S. Sebastiano, detta Fratellanza, infatti quando il Comune ne chiederà la cessione per l'ampliamento dei propri uffici, l'Arcivescovo concederà nella chiesa di S. Lucia alla Badia una cappelletta per il simulacro del Santo, mentre il Comune metterà a disposizione della Fratellanza un piccolo vano di sua proprietà, comunicante con la chiesa per le riunioni dei Confrati. Nella delibera comunale, a firma dell'allora Podestà dott. Leone Leone, del 17 marzo 1928<37) si legge:
1 ) Concessione gratuita alla Fratellanza di S. Sebastiano per tutto il tempo in cui il simulacro del loro santo patrono avrà la cappella nella chiesa di S. Lucia del vano comunale adiacente alla detta chiesa e già con la stessa messo in comunicazione con un'apertura appositamente costruita.
2) Concede in perpetuo alla stessa Fratellanza mq 48 di terreno al cimitero per la cappella della pia associazione.
3) Le suddette concessioni per il pieno soddisfacimento del compenso cui la Fratellanza avrebbe potuto aver diritto per la rinuncia dell'uso della chiesetta e per le spese sostenute per il trasferimento in S. Lucia.


 




Tratto da MITICA ARETUSA ANNO I N.2
documentazione pdf






A fianco della cattedrale siracusana — il mirabile monumento che nelle sue sovrapposte strutture conserva memoria molteplice dei millenari fasti della città — sorge una modesta chiesa collegata alla parte posteriore del bel palazzo civico della rinascenza. Completamente rifatta all'Interno in età recente, codesta chiesetta, dedicata alla Madonna della Misericordia, ma chiamata generalmente di S. Sebastiano, presenta di notevole il suo prospetto, il quale non corrisponde ad uno dei lati brevi, bensì ad uno dei fianchi. La chiesa — come è avvenuto per altri edifici sacri di Siracusa, fra cui l'antichissima basilichetta bizantina di S. Paolo — preesisteva adunque all'attuale sistemazione, la quale dovette aver luogo in seguito ad un rimaneg¬giamento degli edifici circostanti e delle strade, per cui divenne principale quello che era stato un suo lato secondario. Ma della primitiva fabbrica non è visibile alcuna traccia. Nella porta ad arco acuto sono bensì adoperati alcuni marmi in aperto e stridente contrasto, per costruzione e stile, con tutto il grazioso edificio; ma si tratta di frammenti evidente¬mente riportati e che nulla ci permette di considerare come pertinenti alla chiesa medesima. Questi marmi, sono, due stipiti, sor¬montati da piccoli capitelli di anta lavorati in blocchi a parte, ed un architrave; complessivamente cinque pezzi, tutti di marmo cipollino, bello, specialmente il pezzo dello stipite di sinistra, per le lunghe striature trasversali assai marcate. Gli stipiti sono adorni di palmette. In ambedue, a due terzi dell'altezza, le palmette sono sostituite da una croce. I due capitelli di anta che li sovrastano sono adorni di puntute foglie di acanto, molto sti¬lizzato, e lavorato con cura e sobrietà. Una serie di foglie simili, ugualmente lavorate a piccolo rilievo decora l'architrave, sagomato con semplicità all'esterno: esso è adorno alternativamente di croci patenti e rosette stilizzate inscritte in sei circoli formati da unica linea sinuosa. Il carattere degli ornati a rosette e croci, le palmette e lo speciale concetto disegnativo della foglia d'acanto, sono caratteri tutti dell'arte bizantina.



Ne cade dubbio che ad essa appartengano i nostri marmi. Fra i pochissimi e mal noti documenti che possediamo della scultura bizantina In Sicilia, questi diversi frammenti che costituiscono la porta di S, Sebastiano sono fra i più importanti esempi. Nulla può dirsi con sicurezza del loro luogo di primitiva destinazione. Solo può avanzarsi l'ipotesi, data la vicinanza di S. Sebastiano al Duomo, che essi possono provenire di là.
Nel sec. XV o XVI, quando si costruiva S. Sebastiano, la cattedrale bizantina aveva subito una prima distruzione dai Musulmani e poi danni di vari terremoti di cui si ricorda quello del 1125 (?) dopo il quale rimase per circa mezzo secolo senza tetto. Aveva anche subito i rifacimenti del 1444 del vescovo Bellomo di cui è saputo che utilizzò vecchi marmi nel bel pavimento. Dopo tante rovine e rifacimenti non è impossibile che molti pezzi decorativi giacessero lì vicino inutilizzati e fra essi quei frammenti di fregio che i costruttori di S. Sebastiano, accomodarono durante la fabbrica, alla loro porta.




Nelle condizioni attuali S. Sebastiano non risale perciò oltre la fine del XV o il principio del XVI, cui appunto si riferisce il prospetto, al quale deve il suo unico interesse la chiesa, nello interno più volte rimaneggiata e resa oramai del tutto insignificante. Costrutto di blocchetti intagliati di tenero calcare siracusano, i quali hanno assunto un caldo colorito aureo, codesto prospetto comprende due piccole porte arcuate e pochi elementi decorativi. Nella parte superiore si aprono due semplici e rozze finestre moderne. La porta maggiore, da cui oggi si accede alla chiesetta, è quella che comprende gli stipiti bizantini e l'architrave che riducono a forma rettangolare il vano originariamente ad arco quasi completo, con quell'apice acuto che è caratteristica sopravvivenza medievale delle architetture del rinascimento siciliano.



L'arco è contornato da una lastra che reca scolpito una torre a doppio piano, stemma dell'antica Camera reginale, divenuto poi arma della città di Siracusa. Questo stemma si trova in molti monumenti di Siracusa, fra cui Porta Marina. In seguito fu sostituito da "un'aquila volante coronata, con un fulmine nelle unghie ed una fortezza dipinta nel petto". (V. Amico, Diz. Top. di Sicilia e Palizzolo Gravina, Blasone di Sicilia). Un altro scudo, sormontato di corona reale di croci e fiordalisi, si trova nel mezzo del prospetto, in alto fra le due finestre.




Esso, sebbene in modo araldicamente imperfetto, reca gli elementi (i pali di Casa Arago¬nese, il leone e le torri di Leone e di Castiglia, l'aquila nera sveva di Sicilia) che costituiscono lo stemma della casa di Sicilia fondata da Carlo V.
La porta minore, ad arco acuto senza decorazione, è stata da più tempo obliterata. La sovrasta una larga lastra su cui è scolpito in bassorilievo un busto schematico di prospetto, di una Santa coronata e nimbata al di sopra di un trofeo di due scudi, contornati da tralci assai caratteristici di foglie di acanto. L'iscrizione, che sopra due cartelli si svolge ai fianchi e al di sotto del busto, in caratteri gotici nitidamente rilevati e con le solite abbreviature dice: Sancta Eulalia, virgo et martyr insignis civitatis Barcinonae. Gli stemmi sottostanti sono l'uno comune e non identificabile In modo preciso, con una conchiglia da pellegrino, mentre l'altro sembra quello di un gran maestro dell'Ordine di Rodi.



Dopo la resa di Rodi — 20 dicembre 1522 — è noto che i Cavalieri del glorioso ordine, superstiti del gloriosissimo assedio, vennero peregrinando per l'occidente, da Candia a Viterbo, da Nizza a Lione. Sul finire del loro esilio, dopo avere toccato Messina — mentre si discuteva, di un'impresa di ricon¬quista di Rodi — la flotta dell'Ordine approdava, il 15 settembre 1529 ad Augusta e di là subito si trasferiva a Siracusa, ultima tappa verso il nuovo dominio che veniva loro asse¬gnato con laboriose trattative dall'imperatore Carlo. Erano su essa il Gran Maestro Villiers de l'Isle Adam ed il Consiglio dell'Ordine.
Lo storiografo dell'Ordine, Giacomo Bosio così narra questo passaggio: "Considerato il Gran Maestro ed il Consiglio ch'in Augusta non v'era commodità d'habitazione; andarono con le Carraule, e con tutta l'Armata, co'l convento, e co'l Popolo In Saragosa [in Sira¬cusa]; dove Giovedì a' sette Ottobre del me-desimo anno millecinquecentoventidue, il Gran Maestro, et il Consiglio e poi tutti gli altri si sbarcano. E dopo essersi accomodati di stan¬za per la Sacra Infermeria, per il Palagio magistrale e per gli alberghi". Rocco Pirri, autore della più celebrata ed utile opera sullo Stato Ecclesiastico di Sicilia narra — ed egli è solito trarre le notizie da documenti vagliati con rara critica — che i cavalieri entrarono in Siracusa il 18 ottobre 1529 — mentre il Bosio dice a 7 ottobre — "Duodecin vecti triremibus, in quorum vexillo deplcta erat eleganti penicillo B. Virgo filium mortuum ferens" (Giunsero 12 triremi recanti un vessillo in cui era dipinta l'immagine della Beata Vergine che sosteneva il figlio morto) e col motto "Afflictis Tu spes unica rebus" (R. Pirri in Sicilia Sacra, Palermo 1733). Il Pirri dopo aver aggiunto che i cavalieri furono accolti "begnissime et regio more" dalla cittadinanza e dagli ufficiali (era governatore Almerigo Centelles, Arcivescovo Ludovico Piatamone), dice: "Prior ecclesiae Rhodensis ceterìque clerici religiosi ordinis S. Juannis
hospitio recepì sunt in Coenobio S. Francisci conventi et ibi sua celebrant divina officia, franciscani vero fratre, in sacello S. Eulaliae intra conventum".


Il convento francescano cui qui II Pirri allude, è quello prossimo alla Chiesa di S. Andrea, nel quartiere della Giudeca, ove peraltro non si conosce alcuna Cappella di S. Eulalia. I Conventuali di S. Francesco furono accolti in Siracusa vivente ancora il Patriarca S. Francesco, dal Vescovo Bartolomeo Garch, (nel 1218 secondo il Cagliola, nel 1225 secondo Capodieci). La loro prima sede fu nel quartiere Resalibra, da cui presto passarono alla Giu¬deca. Ma forse i cavalieri adattarono occasio¬nalmente un qualche altare al culto della Santa Vergine di Barcellona, protettrice di quella città, di cui era nativo il Gran Maestro Villiers. Muovendo da questa notizia del Pini il Capodieci riferisce una sua deduzione... "Il Gran Maestro — egli scrive — prese una gran devozione alla Chiesa della Madonna della Misericordia, detta oggi di S. Sebastiano, e vi costruì una porta, contestando ciò tuttavia le armi della famiglia Villiers e della Religione Gerosolimitana, con il mezzo della lapide scolpita alla Madonna (è invece Santa Eulalia) e dal lato le dette armi con la seguente iscri¬zione: Sancta etc.".

[...]. La verità è ben altra. Lo stemma creduto dell'Ordine e del Gran Maestro è quello, del tutto corrispondente, della città di Barcellona, di cui S. Eulalia è nativa protettrice.
Durante la loro permanenza in Siracusa durata circa un anno, i Cavalieri di Rodi parteciparono ad una spedizione dell'armata siciliana contro il Giudeo, famoso corsaro, e tennero un Consiglio dell'Ordine — l'ultimo prima d'installarsi a Malta — nel quale fu nominato l'ammiraglio. Essi si Imbarcarono per Malta, loro nuovo dominio, il 26 ottobre 1530.

L’ira di Gioacchino Gargallo
Il Gargallo è l'autore di un prezioso e polemico volumetto dato alle stampe nel 1975. <Le ceneri di Ortigia>, s'intitola, che rileggo ogni qualvolta mi capita di trattare argomenti che hanno a che vedere con il "delirio speculativo malamente mascherato d'ansia di rinnovamento" — parole di Santi Luigi Agnello nella nota di accompagnamento al testo del Gargallo. Nel nostro caso "l'ansia di rinnovamento" decretò l'abbattimento della chiesetta di San Sebastiano. Del misfatto il marchese scrisse: "Sorgeva, così, a Siracusa fino a qualche anno fa la piccola chiesa aragonese. Assorbita nel complesso degli edifici di proprietà comunale, rammentava nel suo prospetto un momento insostituibile a Siracusa di quel gotico qui inesistente... dopo che l'altro, ben più grave, pubblico scempio di via del Littorio, travolgendo tutto il lato sinistro (andando verso Nordo) dell'attuale via Dione, cancellò altri finissimi esempi di quel tardo Quattrocento. Non vi era nessuna necessità di demolire la facciata di San Sebastianello. Nessuna, tranne l'irrigidimento nel voler edificare, in pieno centro di Siracusa, sopra e a dispetto del Tempio Eolico che po¬trebbe benissimo essere il celebre tempio di Artemide, un pubblico ca¬sermone (dove i pubblici uffici poi non stanno, perché stanno allo Zecchino o giù di lì).

Biagio Pace, archeologo
Comiso (1889-1955). Professore di archeologia nelle università di Palermo, Pisa e Napoli, ricoprì la cattedra di topografia nella università di Roma. Partecipò a numerose campagne di scavo a Creta, Rodi e in Africa settentrionale.
Tra le sue opere principali la serie Arte e civiltà della Sicilia Antica.












 
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