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omaggio a Santa Lucia

LO SCRITTORE

OMAGGIO A SANTA LUCIA Patrona di Siracusa

omaggio a Santa Lucia documentazione pdf
Opera n.123 anno 2008

La scultura è stata catalogata nel mio archivio privato con il n.123 anno 2008.

L'ho completata con le seguenti spiegazioni, come dire l'interpretazione reale dell'autore.

Ognuno pensi e immagini ciò che sembrerà giusto senza togliermi il gusto di provare a evitare interpretazioni, a volte arbitrarie.
Questa è la vera storia “di ‘na fimminedda nostra”, una di noi, nata per caso in questa città e che visse la fede e s’incarnò tra i poveri afflitti, facendosi essa
stessa povera e pane per essi, vivendo in coerenza la vita, con scelte radicali, al seguito di Gesù Cristo, motivi che la condussero a essere acclamata, ancora oggi, LUX – LUCIA.
La scultura è stata realizzata seguendo un ragionamento induttivo, in varie essenze di legno riciclato da vecchi mobili abbandonati.



1) Tempio di Athena;
2) Tempio di Apollo;
3) Arsenale greco;
4) Terrapieno che univa Ortigia alla terraferma.
5)la tradizione vi colloca il tempio greco di Hera;
a) Decumano maggiore;
b) Decumano minore;
c) Altra via sacra;
g) porto grande;
h) porto Lachio o marmoreo
In alto a sinistra l’isolotto di Ortigia, a forma di quaglia, dove il punto più alto (metri 18,569, sul livello del mare, caposaldo n.15 planimetria ufficiale del comune di Siracusa), è sede dell’antico tempio di Athena che indicava la zona sacra della città e con l’impianto greco delle vie, a pettine, e delle costruzioni basse e squadrate, come da tradizione greca antica.
I templi greci erano sempre rivolti a oriente e, secondo tradizione questo aveva l’ingresso dall’attuale Via Roma, (sul tetto una grande statua di Athena con uno scudo dorato che, essendo visibile da molto lontano, fungeva da faro e punto di riferimento per i naviganti).
La via sacra, il Decumano maggiore, in frassino bianco nella scultura, partendo dall’attuale zona Talete, “taliu” costeggiando il lato destro dell’ex carcere borbonico, quindi alle spalle del mercato di Via Trento, passava davanti al tempio dorico dedicato ad Apollo, il più antico della Sicilia VI°-V° secolo a.C., e, per l’attuale via Dione e Roma fino al mare, “a tubba”. Il Decumano minore, trasversalmente, è identificato dall’attuale Via Amalfitania “a calata guvirnaturi” e Via Maestranza “ a mastranza”, in frassino meno largo. Anche l’attuale Via dell’Apollonion e Via Resa libera, fino a qualche tempo fa via Diana, era via sacra.
Le fortificazioni greche dovevano essere come indicate, in quanto, logica vuole che gli spagnoli utilizzassero i basamenti preesistenti per elevare le mura di difesa che circondavano l’isolotto seguendo, dalla parte Est dalla zona Maniace, fino al forte S. Giovannello, poi davanti al carcere e tagliando sull’allineamento per Via XX Settembre, dove è stata trovata una porta e torri all’ingresso Nord di Ortigia. A Ovest, partendo dal Maniace, Via Alfeo, l’attuale Passeggio Adorno, Porta Marina, quindi, tagliando poi per l’attuale camera di commercio, il Grand Hotel e la già detta Via XX Settembre.
Non esisteva la zona Piazza Pancali, largo della Posta (o fossu) e la zona Talete perché pur essendo il mare molto più basso, arrivava fin presso il tempio di Apollo (Via mare, infatti, poterono essere trasportati i monoliti delle colonne prelevati nella zona dell’attuale Punta Mola), in parte erano scogli come dimostrato dall’attuale rinvenimento dei tagli (arsenale) dietro l’edificio postale (“o jaddu”), per l’attracco di navi in costruzione o da riparare.
Porto Lachio o marmoreo era chiamato il porto piccolo, molto ampio e interessava anche l’attuale zona “villini”, fino al passaggio a livello, Arsenale greco. L’edificio del Corbino fu costruito sperimentalmente (pali di legno come a Venezia) trivellando le fondamenta sul fondo melmoso formatosi anche dall’immissione delle acque torrentizie “ro vadduni” attuale Viale Luigi Cadorna.



3) Arsenale greco (Via Arsenale);
4) Terrapieno di collegamento Ortigia- terraferma;
5) Tempio di Giove Olimpeion;
6) teatro antico (greco)
d) Antica Via Elorina;
e) paludi Lysimelie (Sirako)
f) foce del fiume Anapo
g) porto grande;
h) porto Lachio o marmoreo
L’antica Via Elorina passava davanti al tempio di Giove, l’Olimpeion (“ i ru culonni”) e, a monte, seguiva l’itinerario verso Portella del Fusco (“a curva ra madonnina”), incrocio cimitero -Canicattini - Paolo Orsi. Deviava per Neapolis e, quindi Acradina e Ortigia.
Anche Piazza Adda, come tutta la zona dei “pantanelli” era invasa dall’acqua e dalle paludi Lysimelie, “Syrako” per i fenici, dai quali si fa risalire il nome Siracusa.
Allora non vi era necessità di ponte per unire Ortigia alla terra ferma, e fu realizzato un terrapieno, (furono i romani a eliminare il terrapieno e realizzare il ponte che allora era 4-5 metri circa come hanno dimostrato le indagini degli studiosi effettuati recentemente dopo il terremoto del 1990).
Dopo lungo assedio da parte dei romani, Siracusa cadde, saccheggiata e distrutta, dal console Marcello nel 34 d.C. e spogliata dalle sue ricchezze dalla sua cultura dal governatore Verre e dalla sua gentaglia, condannata dalla storia e da Cicerone nelle “verrine”.
Questa cultura si sovrappose a quella precedente, (L’arco e le mura in basso a destra la indicano).
Erano tempi in cui i primi cristiani della città, che avevano abbracciato la fede trasmessa da Marziano, primo vescovo di Siracusa, proveniente da Antiochia, inviato da S Pietro apostolo, secondo la tradizione, dovevano nascondersi nelle catacombe, le quali erano cimiteri.
In basso a destra, in fondo, alcune tombe con gli Arcosoli che fungevano da loculi e, all’ingresso, pesci che sorreggono un’ancora a forma di croce tratta da una lastra tombale paleocristiana.
Proprio allora una giovanetta, pare di famiglia benestante, prese sul serio gli insegnamenti dei discepoli di San Marziano e seguì con convinta fede il Vangelo di Cristo. Abbandonò la cultura del tempo scendendo a livello dei poveri (realizzato con i lineamenti del viso incompleti, per indicare che è un anonimo povero qualsiasi, non solo di materialità), e incarnandosi in essi si fece essa stessa povera (il vestito rattoppato). Diede e diventò essa stessa cibo, (la spiga sulla mano che parte dal cuore).





Questo la fece salire al cielo, percorrendo la via della croce che porta alla luce, illuminata dallo Spirito, dal quale partirono e partono continuamente, stormi di gabbiani, (intarsiati in avorio), per annunciare ai quattro punti cardinali la splendida esperienza di fede di questa giovane siracusana, martirizzata a causa delle sue scelte di libertà come ogni figlio di Dio.



A proposito dell’ipotizzato pretendente, credo che Lei abbia fatto un ragionamento semplice. Esaminando le sue scelte discordanti da quelle del giovane si sarà detta: perché dobbiamo renderci la vita difficile coniugando modi di vivere diversi? E, quindi rispose alle richieste dicendo: figghiu miu picchì na ma ‘nfilicitari? Nu sugnu cosa pi tia, cecchiti a nautra.
Tante sono le leggende popolari che riguardano la nostra santa patrona, Santa Lucia e alle quali nulla tolgo o aggiungo.
Traendo spunto dalla storia e l’archeologia della nostra città, ho solo voluto rendere omaggio ed esaltare l’umanità di quella coraggiosa ragazza e di tutte le donne che con coerenza prendono sul serio il fondamentale
evangelico.
Non si conosce il vero nome e, LUCIA, da lux, è fatto risalire alla leggenda secondo la quale si strappo o le furono cavati gli occhi. Fonti storiche (Da Wikipedia).
Nell'introduzione al romanzo storico Lucia di René du Mesnil de Maricourt, Ampelio Crema ha scritto che:
«la prima e fondamentale testimonianza sull'esistenza di Lucia ci è data da un'iscrizione greca scoperta nel giugno del 1894 dal professor Paolo Orsi nella catacomba di San Giovanni, la più importante di Siracusa: essa ci mostra che, già alla fine del quarto secolo o all'inizio del quinto, un siracusano - come si deduce dall'epigrafe alla moglie Euschia - nutriva una forte e tenerissima devozione per la "sua" santa Lucia, il cui anniversario era già commemorato da una festa liturgica.
Tale iscrizione è stata trovata su una sepoltura del pavimento, incisa su una pietra di marmo quadrato, misurante cm 24x22 e avente uno spessore di cm 3, tagliata irregolarmente.
Le due facce della pietra erano state ricoperte di calce: ciò indica che la tomba era stata violata».
E così suona l'epigrafe o iscrizione di Euschia:
"Euschia, irreprensibile, vissuta buona e pura per circa 25 anni, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio come conviene. Cristiana, fedele, perfetta, riconoscente a suo marito di una viva gratitudine."
Di santa Lucia esiste a Siracusa il «loculo», cioè la tomba primitiva, sulla quale fin dai tempi antichi sorse una chiesa, rifatta poi nel Seicento.
Inoltre - come ha scritto Piero Bargellini nel suo libro I Santi del giorno - «esistono iscrizioni, che testificano una remota e fervida devozione per la Martire e un culto liturgico già stabilito dai primi secoli. Infine, esiste una di quelle "Passioni" con le quali la devozione dei fedeli ha ricamato di fantasia, sopra un canovaccio certamente storico».



Come ho inciso sulla base dedico quest’opera a Lei Santa Vergine e a tutte le Sante donne di ieri e di oggi che l’acclamano con la preghiera e la fede, matura e vera LUX.
Siracusa 14 giugno 2008 Antonio Randazzo

 
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