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via Gargallo e d'intorni

LO SCRITTORE

Siracusa 17.06.2002 Via Gargallo e dintorni - Memorie di Antonio Randazzo

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-i siracusani anno II° n.9 1997

Tutti parlano di ripopolare Ortigia, ma chi !o dice sa che cosa era veramente la vita nello scoglio, negli anni dell' immediato dopoguerra? Quando Ortigia si chiamava ancora ""Sarausa"" la popolazione, per quanto possa ricordarmi, era di circa 55.000 persone, cani e gatti compresi, esclusi i topi di muragghia, e i pappapani con i quali conviveva, volente o nolente, chi abitava nei bassi. I gatti, a proposito, venivano "adottati" non tanto per spassionato amore ma per difendersi dai roditori, a quei tempi molto "sfacciati". Il numero degli abitanti non è un dato storico; il riferimento è a quello che sentivo dire da bambino. é luogo comune dire che !a nostra città era linda e pulita, vanto di tutti noi. Questo è vero solo in parte e se ci riferiamo a piazza Pancali, corso Matteotti (già vìa del Littorio), piazza Duomo, piazza Arcbimede, via Roma, via Maestranza e la Marina, ma nei vicoli e vieoletti, nei cortili e nelle vie adiacenti, la pulizia e il decoro erano frutto della buona volontà dei singoli abitanti anche se ia raccolta dei rifiuti, che interessava persine i piani alti, avveniva due volte al giorno da parte degli spazzini, maestri indiscussi nell'uso delia scupazza. Non posso non ricordare il fetore della spazzatura, per esempio, che si accumulava nei "bastioni spagnoli", attuale lungomare tra "u Talìu", passeggiata di fronte a casa ccu n' occhiu (l'ex carcere) e la zona "ra Santa Cruci", vicino alle Orsoline di via V. Veneto, già via Gelone, già Mastranza. E questo, mi pare, non fosse il massimo dell'igiene. Le case della maggior parte di noi siracusani erano costituite da bassi monovani spesso comprensivi di cesso e cucina per decoro venivano separati da una tenda o da un tramezzo di vario materiale (cartoni, giornali ecc. ).
Io abitavo in via Gargallo e il mio "appartamento"" era formato da una stanza di circa 16, 18 metriquadri, che prendeva luce da una finestra posta alla sinistra della porta di ingresso. La realtà U soffitto a botte era molto bello: quante volte questo tetto è stato schermo dei miei sogni! Dalla stanza si accedeva, per una porta larga non più di 60 centimetri, alla cucina, poco più che un corridoio, che prendeva aria e luce dalla finestra, questa seconda a destra della porta di entrata. Sotto la finestra vi era u fucularu in pietra con un fornello a carbone e uno sportello lamiera che serviva come presa d'aria, per togliere la cenere e ravvivare il fuoco con u sciuscialoru: il più sofisticato era fatto di compensato con manico., ma più spesso era solo un pezzo di cartone. Aveva una duplice funzione e di conseguenza cambiava nome: a volte si usava per cacciare le mosche e quindi si chiamava muscaloru.
Spesso c'era confusione quindi il nome diventò unico, o sempre muscaloru o sempre sciuscialoru. Per raccogliere la cenere e la spazzatura, in quel tempo la paletta era di ferro e si chiamava palittuni.
Le mosche e i sampagghiumì a quei tempi, si combattevano anche con il flit, ma era una battaglia persa in partenza. Poi arrivò il DDT e almeno quella guerra fu vinta anche contro le cimici e i pirocchi.
La cucina, nel senso della lunghezza, era di circa 3 - 4 metri; vi era un tavolo appoggiato alla parete, a buffetta, appena lo spazio di una sedia e, in una nicchia praticata nel muro, il cesso. Un chiodo piantato nel muro raccoglieva i quadrati di carta-pagghia che sostituiva la sconosciuta carta igienica.
Un secchio faceva le funzioni di sciacquone. Alla sinistra del vaso c'era il lavandino, un bacile di ceramica di Caltagirone piuttosto consumato. Per comodità, nello spazio posto tra il lavandino e la porta, mia madre aveva fatto sistemare, dai miei due fratelli maggiori una pila in cemento che abitualmente veniva utilizzata anche come vasca da bagno. II risciacquo finale, per i ragazzini, era una vacilata di acqua, o troppo calda o troppo fredda. Questa era la mia amata casa nella nostra amata Ortigia. Vi abitavamo in sei; meno male che presto i miei due fratelli maggiori partirono alla ricerca del loro futuro.
Non era dissimile la situazione nella maggior parte delle abitazioni di Siracusa.
Diversa era la realtà di alcune famiglie, quasi le stesse di oggi, con raggiunta di alcuni arricchiti dell'ultima ora; la "noblesse" abitava in piazza Duomo, vìa Roma, nell'ex via Gelone, via Savoia, via XX Settembre, ma soprattutto in via delle Maestranze. Anche allora, come oggi, aveva ville e caseggiati nelle tenute fuori città. Non era raro vedere passare le loro carrozze tirate da cavalli con a cassetta u gnuri, l'autista di allora con in più l'incombenza di stalliere.
Le stalle da me conosciute erano dentro il cortile del cosiddetto Portone Minnìti in via Gargallo, proprio i locali dell'attuale "Nottola". Quasi tutti i bassi all'interno del "cortile", salvo quelli riservati alle stalle vere e proprie, erano occupali da prolifiche famiglie e botteghe artigiane.
Non mi dispiace ricordare alcuni nomi: Mudanò l'attacchino, i Corso carrettieri, detti i tuttedda, i Baio, il maestro di musica Gentile, i Mazzone, gli ebanisti Cusi, Disco, Antoci.
In una delle stalle si svolgeva la monta equina praticata da uno stallone detto 'u cavaddu i Marotta.
Alcuni ricchi dì allora avevano il deposito carrozze dentro il cortile, altri nelle vìe circostanti.
I nomi, i soliti, provo a ricordarli: Innorta, Boccadifuoco, Conigliaro, Gargallo, Impellizzeri, Paterno, Arezzo, Abela. In ogni caso non ho mai avuto rapporti con costoro né alcun episodio so sul loro conto: forse non c'è nulla da dire di più di quello che la .storia ci ha tramandato.
A quel tempo le categorie erano ben distinte e riconoscibili anche dai luoghi che frequentavano. Vi erano i Caffè di categoria: il "Centrale", in piazza Archimede, era il ritrovo abituale dei nobili, degli avvocati, dei professionisti; per questo la piazza viene ricordata come "il salotto" di Siracusa.
Le categorie artigiane e operaie invece frequentavano il "Caffè Liistro", sempre in piazza Archimede.
I locali, sempre affollali e avvolti in una cortina di fumo, erano molto ampi e comprendevano anche una sala biliardi e una per il gioco delle carte.
Lì avvenivano anche le assunzioni di operai e lì, il sabato e la domenica, gli stessi, dopo aver lavorato dodici ore al giorno per una settimana intera, andavano a pietire la paga.
Molti negozi che avevano venduto 'a crirenza durante la settimana, aprivano anche nei giorni festivi per recuperare i crediti. II "Caffè Bottaro", in via Maestranza, era invece frequentato per la maggior parte da gente meno abbiente compresi i malacanni, i fallattutti e i gianfannenti.
Anche presso i barbieri, oltre allo scambio proverbiale di maldicenze, si improvvisavano incontri di lavoro e si concludevano affari, specialmente ili sabato e la domenica.
In alcune botteghe iti barbieri e di sarti era d'uso improvvisare suonatine con fisarmonica e mandolino.
I contadini non avevano sede propria; "u Puzzu 'ngigneri", piazzale Marconi, era il loro luogo di ritrovo e di assunzione diretta da parte del "caporale" che discriminava alcuni a favore di atri, proprio come oggi.
A volte mi chiedo che grosso merito hanno avuto i miei genitori nell'aver tenuta unita la famiglia e nell'aver provveduto ai suo mantenimento in quegli anni diffìcili.
Io sono figlio di campagnolo e ne sono orgoglioso, non per luogo comune, ma per intima persuasione, anche se ai tempi della scuola mi fu detto che era meglio che indicassi mio padre con l'appellativo di contadino.
Sono trascorsi tanti anni e la fame che ci perseguitava è solo un ricordo: molti della mia generazione, compreso il sottoscitto, abitano nei quartieri alti della città. Abbiamo anche l'aria condizionata: caldo d'inverno e freddo d'estate, facciamo la spesa con il carrello e i nostri figli si fanno chiamare ai cellulare. Tutto bello, ma io continuo a ricordarmi di quando mio padre rientrava prima del pranzo, il che significava che per quel giorno il lavoro non era arrivato e ciò provocava chiacchiere e fungia da parte di mia madre.


 
 
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