Organizzazione Galleria Roma  via Maestranza 110  Siracusa

NELLO BENINTENDE
GIANFRANCO BEVILACQUA
PIPPO GIARDINA

Orario mostra
Tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 20
 

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LE FORME DEL MITO

Corrado Di Pietro

Il Mito è essenzialmente una storia di dei e di semidei che hanno compiuto gli atti primigenei della creazione e della ri-creazione; anzi il mito è la storia per eccellenza che narra l’essenza dell’universo, della sua nascita e del suo divenire.
Etimologicamente significa ‘discorso’ e viene dal greco mythos che non poco ha in comune con logos: i due termini rimandano alla parola, alla narrazione, al cuore stesso del pensiero che prende forma e si esprime. E il pensiero scaturisce dall’idea e dall’intuizione, le quali si presentano all’uomo per spiegare tutto ciò che non si può capire, che non si può vedere e che non si può neanche immaginare.
Bronislaw Malinowski definisce il mito come “la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, …” e Mircea Eliade, quando parla del ‘sacro celeste’ , nel suo Trattato di Storia delle Religioni, è ancora più esplicito, a proposito dell’Essere Divino, fondatore di ogni cosa: “Quel che non ammette alcun dubbio – scrive l’antropologo rumeno – è la quasi universalità della credenza in un Essere divino celeste, creatore dell’Universo e garante della fecondità della terra (grazie alle piogge che versa). Questi Esseri sono dotati di prescienza e sapienza infinite, hanno instaurato le leggi morali, spesso anche i rituali del clan, durante la loro breve dimora sulla terra; sovrintendono all’osservanza delle leggi, e fulminano con la folgore chi le viola.”
Quindi, prima che nascessero la scienza e la speculazione scientifica e prima anche della stessa filosofia, nacquero i miti e i simboli ad essi collegati. L’uomo costruì grandi architetture di pensiero mitologico e i moderni studi di antropologia e di religione ci hanno fatto conoscere la ricchezza mitologica di innumerevoli popoli che hanno generato culture e civiltà nel grande flusso della storia del genere umano.
L’uomo, dicevamo, ha raccontato con immagini e con poesia la nascita dell’universo e la sua stessa creazione sulla terra. Null’altra spiegazione poteva trovare l’uomo primitivo se non quella di una immediata personificazione della natura (il sole, le stelle, la vegetazione, il mare, il cielo ecc.) o degli stessi sentimenti come l’amore e l’odio, la sete del potere e della conquista.
La mitologia di tutti i popoli, oltre all’Essere Celeste primigenio non di rado è arricchita da un contorno di altre divinità che sovrintendono ad azioni umane (la caccia, la corsa, il combattimento ecc) o a fenomeni naturali.
Nell’affollato panorama mitologico possiamo enucleare almeno due grandi ambiti: l’ambito cosmogonico della creazione dell’universo in tutte le sue forme e l’ambito della ri-generazione, nel quale l’atto della creazione si ripete e si concretizza. La maggior parte dei miti si svolge in questi due scenari, strettamente collegati, e si svolge in un tempo senza tempo, all’inizio del tempo stesso, in illo tempore, in quel tempo in cui l’uomo non era ancora comparso sulla terra e le forze della natura, così antropomorfizzate, si combattevano e si confrontavano nel grande Caos del Cosmo.
Poi i miti si degradarono, acquistarono in qualche modo la dimensione della storia; ciò avvenne con l’uomo, con i racconti popolari e con le spiegazioni ch’egli dava per ogni ierofania o per ogni altro evento naturale. I miti diventarono leggende e le leggende facilitarono e spiegarono l’appartenenza ai clan, alle tribù, ai popoli, alle etnìe. Ogni popolo si riconosceva in un sua propria mitologia e attraverso le leggende costituiva l’ordine morale e sociale del clan; regolamentava i rituali sacri che onoravano le divinità, sanciva le leggi del clan e i comportamenti individuali, accettava la morte stessa come trapasso fra due stati di natura in cui quello dell’aldilà era certamente il più durevole e il più felice.
Quindi il Mito ha avuto anche una funzione didattica e pedagogica, oltre che morale e normativa. Ma non meno importante è lo stimolo che il Mito ha esercitato sull’immaginario individuale e collettivo. Bisognava in qualche modo rappresentare la leggenda per farla capire e ‘vedere’ dagli altri, per rendere esplicito ciò che era mera intuizione e per inserire poi questa immagine, sotto forma di simbolo, nelle complesse liturgie sacre. E quale migliore veicolo di rappresentazione poteva esserci se non quello artistico e poetico?
Quasi tutta la storia dell’arte dei popoli di ogni latitudine è gravida di immagini mitiche o religiose, di rimandi a cosmologie e ierofanie, di rappresentazioni del divino e del sacro, di riferimenti a dèi che salgono e scendono dal cielo per entrare nella storia dell’uomo; la pittura e la scultura non sono altro che le forme stesse del mito, almeno per gran parte della storia umana, fino a quando cioè il mito non viene ancora degradato e diventa simbolo. Nascono così i simboli di oggi e capiamo allora che il mito cammina nel tempo e che ha lasciato il suo antico alto scranno per viaggiare con l’uomo e stuzzicare la sua curiosità, la sua intelligenza, ma anche la sua passione e non di rado anche il suo egoismo.
I miti moderni sono tanti: la Ferrari, simbolo della potenza tecnologica e del benessere, Marilyn Monroe, simbolo della perenne bellezza, Elvis Presley, simbolo e Mito di tante generazioni di giovani che hanno cercato di identificarsi con lui, ma anche Hitler ed Auscwitz sono simboli moderni del male e delle abiezioni più profonde cui può giungere l’uomo. Quindi il Mito continua il suo cammino nella storia, anche se si è allontanato dal sacro e si è mondanizzato.
E l’arte e la poesia lo seguono anche in questo cammino, lo rappresentano e lo cantano perché senza di esse non potrebbe diffondersi e rialzarsi di nuovo verso i confini dell’immaginazione.
Terra di miti fu la Grecia e con essa tutte le culture del mediterraneo che ebbero un qualsiasi contatto con la terra di Olimpo.
E fra queste culture, la più alta espressione la riscontriamo in Sicilia, dominata per cinquecento anni da Siracusa, la magnifica, e per altri cinquecento da Roma, la potente. Siracusa e Roma furono tributarie di Atene e della sua complessa religiosità olimpica, anche se anch’esse elaborarono concezioni mitologiche proprie. Queste tre città, Atene Siracusa e Roma, concepirono una mitologia antropomorfica, e spiegarono ogni fenomeno naturale e sociale con leggende legate a nascite e morti di dei e di semidei, a trasformazioni di uomini e animali in esseri divinizzati. Sono nati così le storie complesse e intriganti di Artemide e di Dioniso, le multiformi immagini di Proteo, la passione amorosa di Alfeo, l’amore tragico di Ciane e la misteriosa creazione del labirinto dove il Minotauro pretendeva i sacrifici umani.
Se qui dunque sono nati molti miti e se qui molte credenze religiose ancora vivono sotto altre più sofisticate spoglie, allora bisogna chiedersi cosa possiede di tanto sublime e di tanto luminoso questa terra di sole e di antiche risonanze. Forse è la natura di questa gente, nata per filosofare e per poetare, che dipana il filo religioso che lega terra e cielo; la natura e l’indole dei siciliani e dei greci.
La mostra sul mito che abbiamo voluto allestire con gli amici scultori Nello Benintende, Gianfranco Bevilacqua e Giuseppe Giardina, ha proprio questo intento: dipanare quel filo religioso attraverso la rivisitazione degli antichi miti greci e siciliani, riproposti artisticamente con una sensibilità nuova e moderna, verificando se sono ancora capaci di appassionare e di emozionare gli artisti di oggi, così smaliziati e distanti dal vecchio classicismo formale.
A giudicare dai risultati pare proprio di sì; i miti possono ancora parlare agli artisti se non altro come forza ispiratrice di concetti e di simboli che ancora si dibattono nel quotidiano groviglio delle passioni.
E possono parlare anche al pubblico moderno, perché raccontano storie perenni, paradigmi eterni di una filosofia della vita e di una morale sociale.
I tre artisti che presentiamo hanno lavorato per parecchi anni su questo tema; e io con loro. Ci siamo confrontati e abbiamo molto discusso sui simbolismo mitologico e sui temi da trattare. Queste opere sono dunque il frutto di una ricerca formale e filosofica, oltre che antropologica e religiosa. In ogni opera ci sono almeno due letture da fare: una di tipo estetico che ci informa sugli stili e sulle concezioni artistiche di ognuno; un’altra di tipo simbolico che ci riporta ai vecchi e perenni motivi antropologici dei miti ai quali queste opere rimandano. Su questo duplice piano tenterò di muovermi nel presentare ognuno di questi autori.
 

 

 


Nello Benintende

Il primo di questi tre artisti è legato all’aria. Un alito d’aria, un battito d’ali, una leggiadria di forme, una serena armonia di linee, un’emozione eterea; così ci appaiono le sculture di Nello Benintende. E così, sospese tra l’aria e la terra, attraversate dalla luce che evidenzia la materia, ogni scultura ci racconta di un’arditezza di pensiero e di stile che avevamo dimenticato nel groviglio delle forme astratte e prive di senso, nel buio d’un pensiero senza emozioni......

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Gianfranco Bevilacqua

Il secondo di questi tre artisti è legato alla terra; la terra intesa come materia costitutiva delle sculture, tutte realizzate con la creta e avvolte da pepli e da sfoglie d’argilla cotta. Ma anche alla terra, nella sua avvolgente dimensione sensuale.
Bevilacqua affronta il Mito per temi o per percorsi simbolici: gli Dei, l’Amore e il Coraggio.
Gli Dei rappresentano la forza creatrice dell’universo, il motore della storia dell’uomo se è vero che entrano in tale storia e ne condizionano anche gli eventi. Così abbiamo Zeus ed Era, il Giove e la Giunone dei romani...

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Giuseppe Giardina

Il terzo di questi artisti è legato all’uomo, alla sua intelligenza e alla sua storia. Giardina ha una visione diacronica dell’esistenza e ripercorre, in una forte sintesi scultorea, racconti mitologici, simboli evocativi e riflessioni filosofiche.
Per Giardina c’è una storia dell’uomo che si degrada continuamente, fatta di cadute, dopo la creazione, intrisa di lotta e di sconfitte, dove il mito si fa icona stessa dell’abiezione umana.
A guardare tutte le sue opere si resta affascinati e smarriti, quasi inchiodati da una forza stilistica e culturale che ti ammutolisce, tanto è intensa la potenza espressiva delle immagini e dei riferimenti ai quali rimandano. Sono terrecotte smaltate o invetriate, patinate con tenui colori, infornate a gran fuoco per vetrificare la materia e renderla lucente e viva...

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