Latomia del Paradiso

 

 

LE LATOMIE

 

 

 

Dislocazione delle Latomie e delle principali catacombe

 

 
Queste grandi cave di materiale edilizio, ai limiti della città antica, costituirono già in antico, come ancor oggi, una delle caratteristiche più straordinarie di Siracusa. La loro esistenza in età già notevolmente antica è dimostrata da un celebre passo di Tucidide (VII 86-7), a proposito del loro uso come prigione per i superstiti della sfortunata spedizione ateniese.
« In un primo tempo i Siracusani trattarono duramente quelli che erano nelle Latomie. Questi, in molti in un luogo cavo e ristretto, dapprima furono tormentati dal sole e dal caldo, essendo il luogo scoperto; sopravvennero in seguito, per contro, le notti autunnali fredde, Che provocarono le malattie. E poiché per la ristrettezza dello spazio essi facevano tutto nello stesso luogo, e per giunta si accumulavano gli uni sugli altri i cadaveri di coloro che mori- vano per le ferite, per i cambiamenti di temperatura e per cause dello stesso genere, il puzzo era intollerabile, ed erano tormentati dalla fame e dalla sete (intatti, distribuirono loro per un mese un cotile d'acqua e due cotili di grano). E di quanto poteva capitare a chi fosse gettato in un tal luogo, nulla fu loro risparmiato. Rimasero cosi ammassati circa settanta giorni: dopodiché, tranne alcuni Ateniesi e alcuni Siciliani e Italici che avevano combattuto con loro, tutti furono venduti. Non è facile dire esattamente quale fosse il numero totale dei prigionieri, ma certo non inferiore a 7.000 »
.
A molti secoli di distanza troviamo un'altra descrizione in Cicerone (Verrine, II 5, 68).
 « Tutti voi avete sentito parlare, e la maggior parte conosce direttamente, le Latomie di Siracusa. Opera grandiosa, magnifica, dei re e dei tiranni, scavata interamente nella roccia ad opera di molti operai, fino a una straordinaria profondità. Non esiste né si può immaginare nulla di cosi chiuso da ogni parte e sicuro contro ogni tentativo di evasione: se si richiede un luogo pubblico di carcerazione, si ordina di condurre i prigionieri in queste Latomie anche dalle altre città della Sicilia ».
La datazione delle Latomie è difficile da stabilire, anche perché la loro utilizzazione dovette continuare per un periodo notevolmente lungo. Non si può dedurre nulla in proposito dalla notizia di Pausania (V 8, 8), secondo la quale presso le Latomie era la tomba di Lygdamis di Siracusa, il primo vincitore del pancrazio a Olimpia, nel 648 a. C. Alcune almeno di esse esistevano già nel V sec. a. C., come dimostra il racconto tucidideo, e dovevano essere abbastanza ampie, se potevano ospitare 7.000 persone, sia pure in condizioni disagiate. La loro stessa dislocazione ai margini della Neapolis potrebbe suggerire che le cave siano state sfruttate soprattutto a partire dalla creazione del nuovo quartiere, e cioè forse dall'inizio del V sec. a. C. Le Latomie sono del resto ricordate soprattutto per la funzione che assunsero in seguito, quella di prigione di stato. Dopo l'utilizzazione, forse occasionale, come prigione degli Ateniesi, quest'uso dovette divenire corrente a partire dall'epoca di Dionigi, il quale vi avrebbe rinchiuso il poeta Filosseno. colpevole di non aver sufficientemente apprezzato le opere letterarie del tiranno (Diodoro, XV 6; Eliano, Varia hisioria, XII 44). Cicerone attribuisce addirittura la loro realizzazione allo stesso Dionigi, ma altrove, come abbiamo visto, afferma che si trattava di un'opera « dei re e dei tiranni », e cioè per l'appunto di lavori compiuti in un lungo periodo, tra il V secolo e la conquista romana. Quando l'oratore scriveva, le Latomie erano utilizzate abitualmente come prigione di stato non solo per Siracusa, ma anche per le altre città della Sicilia.
 Siamo informati anche di altri usi delle Latomie: di alcune di esse ci si serviva come abitazione, da parte dei ceti più umili della città (Eliano, Varia historia, XII 44); probabilmente vi si trovavano anche sedi di collegi e corporazioni, funerarie o d'altro tipo, come sembra dimostrare la presenza in molte di esse di numerosi quadretti votivi dedicati a morti eroizzati (lo stesso avviene anche ad Akrai e a Noto). È anche possibile che queste cave potessero assumere una funzione difensiva, come parrebbe dedursi dalla loro collocazione. Le più importanti Latomie sono disposte, infatti, secondo una linea quasi continua, da ovest a est, con poche aperture destinate alle vie di accesso da nord, che si potevano facilmente sbarrare in caso di pericolo. Questa linea segue grosso modo i limiti settentrionali della Neapolis, in origine non protetta da mura, sostituite forse da questo tutto sommato efficace sistema di difesa (che potè essere utilizzato, ad esempio, durante l'assedio ateniese, quando tra l'altro fu fortificato il colle Temenite).
 Le uniche notizie antiche sulle dimensioni delle Latomie si trovano in Eliano, che attribuisce loro la lunghezza di uno stadio e la larghezza di due pletri (circa 200x60 m). Si tratta naturalmente di dimensioni che possono essere attribuite solo a unal singola Latomia (dimensioni simili si ritrovano, ad esempio, nella Latomia di S. Venera e nei settori più importanti delle Latomie del Casale e dei Cappuccini). Calcoli moderni attribuiscono la cubatura di 4.700.000 m3 al materiale estratto dal complesso delle cave: una cifra gigantesca, che permette di farsi un'idea dell'ampiezza dei lavori edilizi realizzati in Siracusa nel corso dell'età -classica ed ellenistica.

La più grande e celebre è la Latomia del Paradiso, che è anche (- la più occidentale, adiacente al teatro e all'Ara di Ierone II. Essa raggiunge in alcuni punti la profondità di 45 m, e in età antica era parzialmente coperta: sul lato nord restano enormi blocchi della volta crollata. Nel lato nord-ovest si aprono alcune grotte, scavate alla ricerca del materiale migliore (l'ottimo calcare bianco a grana fine dei monumenti di Siracusa). Nell'angolo ovest, in prossimità del teatro, è il celebre Orecchio di Dionigi, una cavità che presenta una pianta a forma di S, e una volta a sesto acuto, alta 25 m. Il nome è dovuto al Caravaggio, che visitò la grotta nel corso del suo viaggio a Malta: in effetti, vista dall'esterno, essa ha la forma di un immenso padiglione auricolare. Ma soprattutto, il nome allude alla funzione che la grotta avrebbe avuto, grazie alle sue straordinarie qualità acustiche, che permettono di ampliare enormemente il minimo suono: il tiranno avrebbe in tal modo potuto ascoltare, da un piccolo ambiente collocato all'esterno della grotta, ogni parola dei prigionieri in essa rinchiusi.
Non è escluso che proprio questa possa essere la prigione di Filosseno: Eliano afferma infatti che il poeta era stato rinchiuso « nella grotta più bella delle Latomie, dove aveva composto il suo capolavoro, il Ciclope: grotta che in seguito aveva preso il suo nome ». Naturalmente, potrebbe anche trattarsi di un altro ambiente, come la vicina grotta dei Cordari, dalle bellissime sfumature policrome (così detta dagli artigiani che vi operavano fino a pochi decenni fa).

 Una galleria moderna mette in comunicazione la Latomia del Paradiso con la vicina Latomia dell'Intagliatella. Tra le due è risparmiato un passaggio, dove convergeva la strada antica proveniente da nord-ovest, che entrava sulle Epipole tramite la porta monumentale detta Exapylon (in corrispondenza della località moderna di Scala Greca). La via era seguita, per quasi tutta la sua lunghezza, dall'acquedotto antico detto del Paradiso, che entrava in città nella stessa zona.

 Dall'Intagliatella si accede, tramite un arco tagliato nella roccia, alla Latomia di S. Venera, particolarmente pittoresca per la sua ricca vegetazione subtropicale. Nella parte più orientale le pareti sono crivellate da numerosissime nicchiette votive, che erano accompagnate da piccoli sacrifici e libazioni (i cui resti sono stati rinvenuti, in varie epoche, entro cavità scavate ai piedi della parete).



 A est della Latomia di S. Venera è la necropoli di Grotticelli, che si affianca a una delle altre grandi vie provenienti da nord. Tra le numerose tombe scavate nella roccia sono notevoli due colombari con facciata monumentale, costituita da un frontone poggiante su semicolonne doriche. Quella più a sud è nota con il nome, fìttizio, di « tomba di Archimede » (la vera tomba di Archimede era probabilmente situata, come sappiamo da Cicerone, nella necropoli dell'Acradina, probabilmente da identificare con quella del Fusco, a ovest della città).

Altre importanti latomie si trovano a una certa distanza dal nucleo della Neapolis, più a est. Si tratta delle Latomie del Casale e Broggi, anch'esse collocate lungo la stessa linea ovest-est, e utilizzate probabilmente per la costruzione della Neapolis.
 A nord di queste è un'altra importante cava, che per la sua posizione eccentrica sembra esser stata sfruttata per l'ampliamento della città in età ellenistica, testimoniato tra l'altro dall'edifìcio termale scoperto a nord della Latomia del Paradiso, lungo la strada proveniente dall'Exapylon. La stessa funzione avrà avuto la Latomia Novantieri, sita ancora più a nord.
  Molto più distante, verso est, è l'altro grande complesso, noto col nome di Latomia dei Cappuccini. Si tratta di uno degli esempi più vari e impressionanti; per la sua posizione, esso va probabilmente collegato con il quartiere periferico di Tycha (da situare immediatamente più a nord). Si ritiene in genere, ma senza elementi sicuri di prova, che qui fossero stati rinchiusi i prigionieri Ateniesi dopo la sconfìtta del 412.  Molto lontana, all'estremità occidentale delle Epipole, è la piccola Latomia del Bufalaro, probabilmente sfruttata per la costruzione delle mura di Dionigi e del Castello Eurialo.


Grotta dei Cordari


Grotta dei Cordari


Grotta dei Cordari

Orecchio di Dionisio


Grotta dei Cordari


La grotta dei Cordari in una incisione dell' '800


Orecchio di Dionisio


Orecchio di Dionisio


 


Latomia dei Cappuccini


Latomia dei Cappuccini

Latomia dei Cappuccini

Latomia dei Cappuccini


Presunta tomba di Archimede

Presunta tomba di Archimede in un disegno dell' '800

 

Veduta esterna della grotta chiamata Orecchio di Dionisio
di Jean Hoüel


Nell'angolo della latomia sopra descritta c'è una grotta la cui pianta circolare B forma quasi una S; la larghezza all'imboccatura è di circa 20 piedi; la profondità, a partire dall'angolo sporgente a sinistra dell'ingresso fino in fondo, misura circa sessantanove piedi mentre ne misura trentadue nel punto dove è più larga (vedere la pianta); verso il centro, dove il terreno s'abbassa a partire dall'ingresso, l'altezza è di circa cinquantacinque piedi fino alla parte della volta circolare secondo le linee tratteggiate in mezzo alla pianta. Le pareti laterali di questa grotta si avvicinano curvandosi e raddrizzandosi ad una distanza di due piedi l'una dall'altra; questi muri ad arco acuto a forma di S, hanno un'altezza ed una forma tale che ne esistono pochi esemplari; di ciò solo l'apertura può fornire un'idea esatta. Osservate in questa tavola dal punto A fino al punto B. Quella successiva ne completerà la conoscenza. La zona segnata 34 sulla pianta è un avvallamento quadrato di circa venti piedi, privo di interesse. Ho notato sul muro posto a sinistra, verso il fondo di questa grotta, buchi quadrati di circa due pollici disposti in modo da far credere che una volta vi erano collocate sbarre di ferro. La loro distanza, in altezza e in larghezza, è tale che aggiungendo tavole orizzontali e verticali a queste sbarre di ferro, si potrebbe fare una scala per raggiungere una porta alta circa 40 piedi. Tale porta immetteva in un cunicolo di cui credo aver individuato l'uscita all'esterno della grotta, a 48 piedi al di sopra del suolo nella zona segnata C in questa tavola, esattamente nel punto in cui ho rappresentato un uomo dentro un paniere mentre sta scendendo per visi- tare il cunicolo. Era l'unico modo per andarvi. Le figure di questo quadro rappresentano uomini a piedi e a cavallo venuti a far echeggiare questa grotta del suono dei tamburi, delle trombe e degli spari dei fucili. Mirabella, nato a Siracusa e autore di una storia della città, c'informa che questa grotta, chiamata Orecchio di Dionisio, in origine era una cava come le altre designata con il nome di Piscidina. Ci racconta che vi si rinchiude- vano prigionieri importanti durante il regno di Dionisio e che il carceriere mettendosi in un certo punto del cunicolo, a loro insaputa, riusciva ad ascoltarne i discorsi anche se parlavano a voce bassa, per l'effetto straordinario di un'eco prodotta dalla forma della grotta. Una volta al corrente dei loro segreti, li riferiva a Dionisio. Questo è quanto si racconta, ma anche la forma appuntita della grotta, forse, ha contribuito a darle il nome di orecchio da cui poi è nata la leggenda. Fuori, all'imboccatura del cunicolo, doveva essere! una scala che conduceva al di sopra della rupe, dove si trovavano le costruzioni che completavano gli alloggi della prigione, di cui la grotta era la segreta. In questo Orecchio o Piscidina, il tiranno Dionisio rinchiuse il filosofo Filosseno, verso cui aveva mostrato tanta amicizia, perché non aveva lodato i suoi versi. Tutti sanno che Dionisio, dopo averlo tenuto prigioniero per punirlo della sua sincerità, si lasciò impietosire, lo richiamò, invitandolo a pranzo per rileggergli i versi. Ma Filosseno chiese di essere ricondotto in prigione non avendo trovato quei versi migliori. Dionisio non si offese. Ma poi, perché consultare dei filosofi quando non si vuole ascoltare la verità? Dionisio aveva molti cortigiani ma era insensibile ai loro elogi. In questa grotta e nelle altre latomie, in particolare in quel- la dei Cappuccini, Ì Siracusani rinchiusero gli Ateniesi fatti prigionieri dopo la sconfitta di Nicia e di Demostene. Furono nutriti con misere razioni di orzo e acqua e vi morirono di stenti. I prigionieri che non erano ateniesi furono venduti all'incanto come schiavi.

 

 

 

Veduta interna della grotta chiamata Orecchio di Dionisio
di Jean Hoüel

Possiamo verifìcare, contemplando la parte superiore di questa grotta, se mi sono sbagliato quando ho affermato che l'entrata aveva qualcosa di straordinario. Si può facilmente riscontrare che il soffitto circolare può provocare l'eco. Eco che sarebbe più chiara e più forte se le pareti della grotta non fossero ricoperte in più punti da piante e muschi alimentati continuamente dall'acqua di un canale costruito su questa grotta e filtrata dai pori della pie- tra. Tale vegetazione nuoce alla ripercussione dei suoni. La fama di questa eco è tanto vasta che si considera privo di valore il soggiorno a Siracusa se il visitatore, siciliano o straniero, non sia andato a sentirne gli effetti. Coloro che visitano la grotta sono già preparati: alcuni vi scendono con strumenti musicali che producono improbabili cacofonie, seppure non prive di una loro armonia. La mescolanza dei suoni produce risultati singolari più o meno graditi ai visitatori. Altri portano pistole o fucili e a questo punto l'effetto dell'eco è così violento che a stento si può sopportare; un orecchio delicato rischierebbe addirittura la sordità. Ho rappresentato in questa stampa alcuni cacciatori che per la festa di San Nicola hanno sperimentato quanto ho detto. Nel momento in cui l'uno spara, l'altro soffia in un corno e provoca un rumore infernale. Visitando questa grotta ho potuto ammirare l'arte con cui è stata costruita. Ho potuto constatare la stessa cosa visitando le grotte vicine segnate sulla tavola con CD. Si osserva nelle pareti il modo regolare e preciso con cui la pietra è stata cavata rispettandone gli strati, l'altezza e il livello. Questo metodo è rigorosamente riscontrabile, ovunque. Ciò prova come presso questa gente, nei secoli in cui risplendevano le belle arti, tutto era fatto con estrema cura, precisione e nel rispetto del dettaglio. Le grotte CD sono attualmente abitate da uomini occupa- ti nella fabbrica di salnitro. Le fornaci, i fuochi, i vapori, rendono queste belle grotte molto simili ad antri infernali. Sono ampie e molto alte. I soffitti ineguali sono sostenuti da pilastri di diversa grandezza che si sono mantenuti anche dopo aver scavato le caverne. Questi pilastri rudimentali hanno asperità tali che associate all'irregolarità del terreno provocano effetti particolari sia all'ingresso che in fondo alla grotta. Effetti che diventano sempre più pittoreschi, per la presenza di massi enormi di roccia che, nel tempo, si sono staccati dal soffitto o dai fianchi delle grotte; massi che giacciono riversi presentando facce ed angoli con luci ed ombre così stupefacenti da ricordarsene sempre, anche dopo aver lasciato questi luoghi. La mattina o il pomeriggio, il sole penetra in questi antri producendo un crepitio di luci. I raggi, convergendo su un punto, sfavillano negli interstizi irrorando di una luce chiarissima anche il fondo delle grotte. La luce, al pari del rumore, si ripercuote nelle cavità irregolari e profonde rifrangendosi sulle rocce. Provoca agli occhi dello spettatore effetti simili a quelli prodotti sulle orecchie dal suono dell'eco quando si perde in lontananza. Provate ad immaginare questi giochi di luce e l'intera varietà di colori che il sole, nel suo cammino, produce sulle rocce rese irregolari dalle spaccature: ci si accorgerà quanto sia interessante e suggestivo un tale spettacolo agli occhi di un pittore sensibile.