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Calafatari

La nobile arte dei calafatari e una barca nella leggenda


Marzamemi Leopoldo Aliffi 1852-1956



commento Roberto Capozio
famiglia Aliffi all'inizio 900:da sinistra verso destra in alto, Angelo Aliffi 1873-1952; Giuseppe Aliffi 1876-1957; Sebastiano Aliffi 1865-1956; Seduti da sinistra: Pasquale Aliffi 1867-1943; Francesco Aliffi 1869-1935. A loro volta erano figli di: Gaetano Aliffi 1835-1909 che fu figlio di Pasquale Aliffi 1806-1877; che fu figlio di Gaetano Aliffi 1771-1852; che fu figlio del capostipite Corrado Aliffi nato il 1744.  



scheletro buzzettu in lavorazione



Adolfo Aliffi 1911-1991 figlio di Sebastiano 1865-1956, tra, tutti, viene riconosciuto come il "maestro" che ha lavorato con più abilità e perfezione. "I calafatari del Cantiere di Siracusa - si legge nel libretto "II buzzettu siracusano" di Augusto Aliffi, edito da Italia Nostra e dalla Società Siracusana di Storia Patria - erano famosi per eleganza delle forme, la solidità delle costruzioni e l'abilità tecnica". Roberto De Benedictis, in prefazione, evidenzia una dotta e particolareggiata spiegazione, tra l'appassionato e il tecnico, di come ci si accosta non solo alla costruzione, ma ad una vera e propria filosofia progettuale del "buzzettu", l'agile robusta elegante barca siracusana che risponde ai requisiti dell'architettura: utilitas, firmitas, venustas (funzionalità, stabilità, bellezza). Insomma: quando è costruita da mano esperta e amorevole, come quella di un maestro dei calafatari siracusani, questa barca, si può definire un'opera d'arte. Partendo, avverte De Benedictis, dalla protagonista: "una tavola di legno, una sesta, chiamata jabbu nel nostro dialetto". Jabbu come "garbo". Una tavola vagamente a forma di "L" con una curvatura al centro, in cui il maestro calafataro "sapeva leggere le forme della barca che voleva costruire, come in un personale ma mutevole prontuario".(Roberto Capozio)


per saperne di più vai al sito
http://www.gozzodimarika.it/


ALDO FORMOSA
La nobile arte dei calafatari e una barca nella leggenda

C'è una dinastia a Siracusa che, di generazione in generazione, ha nobilitato l'arte dei calafatari: quella degli Aliffi. Il capostipite nel mestiere fu Pasquale (morto nel 1876), coi figli Gaetano, Francesco, Leopoldo, Sebastiano. Da Gaetano nacquero Sebastiano (che generò Carlo, Adolfo, Aurelio) e Pasquale, Sebastiano, Giuseppe che col padre lavorarono a Marzamemi, e Angelo. Da Francesco (1843-1930) nacquero Salvatore, Pasquale, Giuseppe, Antonino. Da Pasquale (1873-1955) nacquero Vittorio e Carlo, da Antonino (morto nel 1968) Francesco, Mario e Alberto. Da Leopoldo nacquero Sebastiano e Emanuele, che lavorarono anch'essi a Marzamemi. Adolfo Aliffi, tra, tutti, viene riconosciuto come il "maestro" che ha lavorato con più abilità e perfezione. "I calafatari del Cantiere di Siracusa - si legge nel libretto "II buzzettu siracusano" di Augusto Aliffi, edito da Italia Nostra e dalla Società Siracusana di Storia Patria - erano famosi per eleganza delle forme, la solidità delle costruzioni e l'abilità tecnica". Roberto De Benedictis, in prefazione, evidenzia una dotta e particolareggiata spiegazione, tra l'appassionato e il tecnico, di come ci si accosta non solo alla costruzione, ma ad una vera e propria filosofia progettuale del "buzzettu", l'agile robusta elegante barca siracusana che risponde ai requisiti dell'architettura: utilitas, firmitas, venustas (funzionalità, stabilità, bellezza). Insomma: quando è costruita da mano esperta e amorevole, come quella di un maestro dei calafatari siracusani, questa barca, si può definire un'opera d'arte. Partendo, avverte De Benedictis, dalla protagonista: "una tavola di legno, una sesta, chiamata jabbu nel nostro dialetto". Jabbu come "garbo". Una tavola vagamente a forma di "L" con una curvatura al centro, in cui il maestro calafataro "sapeva leggere le forme della barca che voleva costruire, come in un personale ma mutevole prontuario".

Augusto Aliffi annota che una barca siffatta poteva avere bisogno di una prima riparazione ben oltre i 50 anni! Ma nell'epopea dei calafatari concorrono altri nomi: Gaetano Galiffi coi figli Pietro, Sebastiano, Salvatore, e i nipoti Gaetano, Tatai, Pietro, Vittorio, Santino, Tanino e Santo. E la famiglia Nizza con Carmelo (1865-1948) e i figli Francesco, Ernesto, Vincenzo, Luigi, Amedeo. Altri operatori: Orazio Caracò, Ciccino Capodicasa e Dante Piazza. Barca dunque creata per fare fronte spavaldamente a grecale e libeccio, ma anche armoniosa e civettuola negli ornamenti: l'occhio disegnato a prua, le foglie d'acanto, il corno a poppa, i fiori nei corridoi, con effetti cromatici anche nelle simbologie antropomorfe: ogni pescatore voleva che la propria barca fosse adorna "comu na zita". I calafatari sono ancora all'opera, all'ombra delle mura spagnole, sulla riva del Porto Lachio. Oggi si sta costruendo, e la sua mole è ben visibile, addirittura una "giunca" come se ne vedono nei mari della Cina, simile a quelle della nostra infanzia avventurosa leggendo le gesta di Sandokan e dei tigrotti della Malesia all'arrembaggio. La leggenda degli Aliffi calafatari sta però sfumando tra i fantasmi di un passato che ha onorato Siracusa. La antica stirpe si sta inaridendo, a lavorare d'ascia e di maestria sono soltanto i superstiti.

I CALAFATARI DI CONCETTO SCANDURRA (Pescara)



tratto da: http://concettoscandurra.blogspot.it/2012/07/i-calafatari.html



Sono qui, davanti al mio computer, mentre scrivo un nuovo racconto.
Tutto intorno è silenzio, silenzio e quiete.
Angoli di polvere e di buio mi circondano, non un sospiro nella stanza, tutto nella mia mente, un rumore sordo si avverte solo quando sbatto il pugno forte sul piccolo scrittoio, che richiama nell’assoluta semplicità un arredamento quasi francescano, da uomo di preghiera.
Il mio gesto di stizza ha provocato il crollo di una pila di libri e fogli di carta, pieni di numeri e frecce che formano una specie di diagramma di flusso.
Sono a corto di parole.
Inizio sempre così i miei tentativi di scrittura, il protagonista dei miei racconti finisce irrimediabilmente a fare un viaggio nella mia mente, poi trova la porta della memoria e la domanda è: “si entra o si è appena usciti ?”
In un testo normale questa piccola amnesia sarebbe risolta dal solo retrocedere di una pagina, sbirciando le ultime righe, ma non nel mio racconto siciliano.
Sono frastornato, certi giorni sono opachi come la nebbia che si forma nelle vallate alle prime ore del mattino in attesa dei primi raggi di sole che la faranno svanire.
Altri giorni sono come il mare, ti tuffi e finisci inevitabilmente sott’acqua, sei senza ossigeno, destinato a vivere in apnea. Le terre emerse sono le sagome scure che intravedi dal basso, ma che sei incapace di distinguere.
Quella figura alta: una persona o una torre prima del crollo?
E quella curvatura? Una collina o la gobba di un cammello?
Detta così, sembra davvero difficile che, guardando dall’oblò appannato della nostra vita quotidiana, riusciamo a distinguere la realtà.
E’ quasi vero. A volte penso che viviamo per interposta persona perché non siamo capaci di essere noi stessi in ogni momento della giornata, in ogni momento della nostra esistenza. Signori si recita! – ognuno ha il suo ruolo – facciamo parte tutti di un grande e complesso racconto infinito. Ad ognuno la sua parte, c’è l’amico vero, c’è il traditore, c’è l’altruista, c’è il filosofo, c’è il lecchino, c’è chi fa se stesso e chi fa la brutta copia di se stesso ecc.
Ognuno appare come vorrebbe essere ma dentro, nel profondo dell’anima, c’è la fogna.
Lunghi canali intasati di sterco che, scorrendo dentro le vene, si distribuisce uniformemente attraverso le nostre parole concimando la vita.
Apparire, mostrarsi, evidenziarsi per poi soffrire quando si è soli con se stessi mentre si fa finta di divertirsi con gli altri attorno ad un tavola imbandita. Non voglio morire e rivado indietro nel tempo attraversando la soglia di una porta che mi conduce in un “posto delle fragole” regno incontrastato della mia adolescenza, un piccolo cantiere navale, “i calafatari”, dove si costruivano barche da pesca, situato nel porto piccolo di Siracusa.
Mi fermavo li ogni volta che, facendo ritorno da scuola in Ortigia, rientravo nella mia vecchia casa alla “Borgata” in via Caltanissetta. Uomini, simili a statue di Fidia nella loro bellezza antica, stanno lavorando ed io li osservo.
I loro gesti, canonizzati da generazioni, mi conducono in uno stato di trance mentre un essere scuro che si profila dal buio del suo luogo, abbatte il martello sul ferro incandescente e dalle tenebre sprizzano scintille primordiali.
Eccolo, mentre da origine ad un nuovo universo formato da miriadi di stelle che rimangono sospese per aria per un breve attimo effimero come la vita di una farfalla.
Lui è il Creatore. E rimango estasiato a guardare immobile, come un coniglio abbacinato dai fari un auto, mentre il tempo scorre inesorabilmente giorno per giorno all’interno di quel fondaco.
E l’uomo avvolto in una maestosa nuvola di fumo mi guarda e non dice nulla ed io lo osservo in silenzio e sono dentro la fucina dove il Dio Vulcano sta forgiando l’invincibile scudo di Achille.
Mi sento in sincronia con l’universo, i mio cuore e il suo battono all’unisono. Silenzio assoluto: poi la cadenza ritmica dei colpi dell’ascia di un uomo che sta modellando la chiglia di una barca, da un’informe tronco stagionato da anni di sole e di pioggia, mi fa trasalire trasportandomi nel mio tempo attuale.
Fragore assordante: il viaggio è finito, sono di nuovo in questo mondo che non mi appartiene.
I ricordi sono prevalenti e le speranze vengono a mancare, devo continuare a scavare nella miniera dei miei ricordi, finché le forze me lo consentiranno, per estrarre l’oro da lasciare in eredità a chi mi vuol bene.
Ho letto da qualche parte che una persona che scrive è come un minatore: invece di attraversare la vita e passare oltre si ferma di continuo e scava, cerca di rintracciare i percorsi, gli strati, i motivi nascosti. Naturalmente tutto ciò è pericoloso, e lo è, soprattutto perché dopo che hai cominciato è impossibile smettere.
Scrivendo accresci le tue nevrosi: puoi prestare i tuoi difetti peggiori a un personaggio, amplificare un lato del tuo carattere, nasconderne altri, sviluppare aspirazioni nascoste, sperimentare vite parallele, tornare indietro, azzerare tutto. Poi quando finisci di scrivere, non sei guarito né diventato migliore.
Hai solo spostato il peso dei tuoi pensieri su qualcun altro, per un po' di tempo.
Il tempo necessario per riprendere fiato prima di ricominciare a vivere.

Blogger di Siracusa
Siracusano da diverse generazioni, considero la mia città fra le più belle e culturalmente interessanti d’Italia e da appassionato del mare, della natura in generale e praticante di sport...
http://virgiliosiracusa.myblog.it/tag/calafatari
Storia di una caravella


Vi siete mai chiesti cosa ci faccia una caravella a Siracusa ? Io, a dire il vero, spessissimo, per l'esattezza tutte le volte in cui mi trovo a lasciare il centro storico dal Ponte dei Calafatari.
Proprio lì, nella curva, da alcuni anni è posizionato lo scafo di legno di una caravella in costruzione, i cui lavori, a dire il vero, sembrano ormai fermi da diverso tempo.
La sagoma dell'antica imbarcazione utilizzata da Cristoforo Colombo è un panorama abbastanza inconsueto per Siracusa tanto da stuzzicare facilmente la curiosità e volerne capire la finalità.
Curiosando un po' in città e "navigando" un po' virtualmente ecco svelato il mistero. Lo scafo in costruzione nel piccolo cantiere navale a ridosso del centro storico è effettivamente la riproduzione di una caravella, anzi, per l'esattezza della "Pinta", una delle navi della flotta di Colombo.
A quanto pare, questa riproduzione d'epoca, era stata commissionata ad uno degli ultimi abili maestri d'ascia siracusani da una società privata, un po' per passione, un po' per farne un attrazione turistica.
Pensate ad esempio al fascino di poter veleggiare nelle acque azzure che circondano Siracusa in caravella e fare pescaturismo !
Inizialmente l'ambizioso progetto è andato avanti alacremente e lo scheletro dell'imbarcazione si è ben presto rivestito di fasciame fino a chiuderne il guscio.
Adesso, purtroppo, il progetto sembra essere fermo e, da parecchi mesi, la "Pinta siracusana" continua a fare bella mostra di sè al bordo della strada ma senza avanzare nel suo completamento.
Chissà se vedremo mai questa riproduzione antica solcare le acque del Porto Grande... se avete qualche notizia o informazione in merito, condividetela pure nei commenti.

 
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