Attacco alla Sicilia - Memorie

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Attacco alla Sicilia


E la Storia si ferm\'f2 a Cassibile… sotto una tenda di Elena Sorci
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Attacco alla Sicilia-I SIRACUSANI ANNO I – N. 2 –LUGLIO – AGOSTO 1996
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GUERRA IN SICILIA
Operazione Husky




Notte del 10 luglio 1943 ore 2,45 ATTACCO ALLA SICILIA





La prima grande operazione via mare contro la Sicilia, che la storia ricordi, avvenne nell’anno 413 a.C. quando Atene. Allora alla’apice della sua potenza, inviò il fior fiore del suo esercito e della sua flotta alla conquista di Siracusa.
“Ciò che rese famosa questa spedizione – scrisse Tucidite – non furono soltanto la sua incredibile audacia e il brillante spettacolo che offriva, ma anche la grande superiorità numerica delle forze impiegate”
L’audace tentativo si concluse nella disfatta più completa: gli invasori  furono annientati e i generali ateniesi catturati e giustiziati Probabilmente i ricordi di questo poco felice precedente non turbarono gran che il generale Eisenhower e i comandanti in sottordine durante i preparativi dell'operazione "Husky”.

Soldati britannici sbarcano sulla costa siracusana (Imperiai War Museum



Dalla metà di gennaio alla metà di giugno dell'anno 1943 gli stati maggiori alleati terrestri e navali cercarono di risolvere il difficile problema di sbarcare simultaneamente, su una costa tenuta dal nemico, otto divisioni: si trattava della più grande impresa anfibia che fosse mai stata progettata. E per di più l'operazione, senza precedenti per la sua mole, minacciò di naufragare proprio alla vigilia a causa di una violentissima tempesta fuori stagione.
Finalmente il piano definitivo venne adottato: la T armata americana agli ordini di Patton doveva sbarcare nel tratto di territorio meridionale com­preso tra Capo Passero e il porto di Licata per poi portarsi verso Palermo, attraversando l'interno della Sicilia.
L'8a armata, agli ordini dell'inglese Montgomery sarebbe sbarcata nei punti prescelti che andavano da Capo Passero fino alle spiagge immediatamen­te a sud di Siracusa, con il compito di dirigersi rapidamente verso Messina distante circa 144 chilometri dal punto dello sbarco. Era appunto Messina l'obiettivo chiave dell'invasione della Sicilia, perché il suo possesso significava per gli alleati l'arresto del flusso di rifornimenti tedeschi e italiani attraverso lo stretto. L'unico vero motivo per cui fu deciso di effettuare lo sbarco lungo le coste meridionali dell'isola era la copertura aerea garantita dalle basi di Malta £ dell'Africa Settentrionale che non poteva esten­dersi oltre tale limite.
Il periodo favorevole della luna, in quel mese, determinò la data e l'ora dell'attacco via mare: alle ore 2,45 del 10 luglio.
La spedizione comprendeva 2600 navi e mezzi da sbarco, con a bordo 160.000 uomini, 14.000 vei­coli, 600 carri armati e 1800 cannoni, con l'appoggio di 500 navi da guerra e una copertura aerea di oltre 2500 velivoli.
Questa incredibile macchina da guerra rischiò il disastro a causa di una violentissima tempesta con mare forza 7 che si abbatté sul Mediterraneo già nel pomeriggio del 9, quando la maggiore parte dei trasporti era in navigazione a circa 12 ore dalle coste siciliane.
I mezzi da sbarco più piccoli navigavano in mezzo a cavalloni giganteschi, e le navi di dislocamento
maggiore avanzavano a fatica pur di riuscire a rispettare l'orario prefissato.
Sottocoperta i soldati soffrivano il mal di mare, l'umidità e il caldo soffocante delle stive prive di
aerazione.
Una tempesta come quella, specie nel Medi­terraneo, spesso si placa rapidamente, verso l'aurora o verso il tramonto. Infatti anche questa volta fu così: quando mancava circa un'ora alla mezzanotte e la forza d'assalto cominciava a tro­varsi entro il raggio dei radiolocalizzatori di Pozzallo, di Capo passero, di Licata, come per miracolo, il vento tempestoso che flagellava il mare, quasi di colpo cessò, così come si era levato, con grande sollievo del comando generale e degli equipaggi imbarcati.
Per colpa del forte maestrale le forze alleate si ritrovarono all'appuntamento per lo sbarco, con un'ora di ritardo, ma col vantaggio che gli Italiani nel frattempo si erano convinti che quelle condi­zioni atmosferiche avrebbero reso impossibile un'operazione del genere.
Gli addetti ai radiolocalizzatori costieri inizialmen­te stentarono a comprendere quanto vedevano sugli schermi; tanto era enorme il concentramen­to di navi nemiche che essi rivelavano, ma, infi­ne, segnalarono la presenza dei convogli, peraltro già avvistati dall'aviazione.
In realtà italiani e tedeschi avevano cominciato a ricevere notizie relative al movimento della formazione alleata il 9 luglio, tant'è che alle 18,40 tutte le truppe tedesche presenti in Sicilia erano in stato di allarme.
Ma siamo all'alba del 10, e le prime forze da sbar­co nemiche avevano toccato terra durante la notte, in mezzo ad una grande confusione dovuta, oltre che alla mancanza di un adeguato addestra­mento, al perdurare delle negative condizioni atmosferiche che - anche se migliorate - avevano fatto smarrire l'orientamento, e molte imbarcazio­ni si arenarono sulle spiagge sbagliate. "Nonostante questi e altri inconvenienti, l'attacco anfibio - scrisse Montgomery - fu un notevole successo".

Truppe inglesi sbarcano sul litorale tra il fiume Cassibile e Fontane Bianche (arch. La Rocca)



La 5^ divisione, occupata Cassibile l'avanzata verso Siracusa (Imperiai War Museum)


La sera del 10, la 51" divisione Highland si assi­curò il possesso della città di Pachino; nel corso della stessa mattina la 50 a divisione britannica aveva conquistato Avola e Noto mentre la 5 a divisione, occupata Cassibile, proseguiva l'avanzata verso Siracusa, e la sera entrava in città senza subire alcun danno. Il primo grande obiettivo della campagna era stato raggiunto. Riepilogando, la sera del 10 luglio, l'8a armata bri­tannica si era assicurata la testa di sbarco e aveva conquistato tutti gli obiettivi iniziali con perdite limitatissime, e senza dover respingere alcun con­trattacco dell'Asse o incontrare una opposizione veramente risoluta né a terra, né sul mare o nell'aria
Tratto da Storia della Seconda Guerra Mondiale. Rizzoli: L'Attacco alla Sicilia di David Woorward corrispondente di guerra e La conquista della Sicilia di Peter Kemp, scrittore

La Sicilia
Riflessioni sulla Sicilia nella seconda guerra mondiale
di Tullio Marcon
Lo sbarco alleato in Sicilia e gli avvenimenti suc­cessivi culminati con la firma dell'armistizio, sono stati oggetto di rievocazioni spesso autorevoli sui mezzi d'informazione; queste note, invece, sono dedicate, alla parte e al ruolo che la Sicilia ebbe in quegli eventi, come conseguenze della sua condi­zione nel precedente corso del conflitto. Invero, questo voler enucleare l'isola dal contesto nazionale, quasi si trattasse d'una realtà a sé stante, potrebbe apparire a prima vista immotivato. E invece, bisogna ammettere che ad essa non può guardarsi come a una qualsiasi altra regione d'Italia, a causa di connotazioni tali da renderla atipica: connotazioni di carattere geografico, ma anche sto­rico, politico-sociale e, per certi versi, etnico. La collocazione geografica che, nel roboante lin­guaggio del regime, aveva guadagnato alla Sicilia l'appellativo di «baluardo dell'Impero», ebbe un peso considere.vole: a differenza della prima guerra mondiale che l'aveva vista in posizione periferica nella lotta sul mare, la seconda la poneva in prima linea, in quanto deputata a ostacolare i movimenti avversari lungo la direttrice Gibilterra-Malta- Alessandria. Ciò, per converso, l'avrebbe sposta all'offesa, con conseguente maggior impegno non solo per le Forze Armate dislocate sul suo territo­rio, ma anche per la stessa popolazione civile che, vivendo praticamente spalla a spalla con esse, avreb­be potuto condizionarne, seppur involontariamente, il morale.
Fattore, questo, su cui si tornerà più avanti. Vale allora evidenziarne altri, forse meno scoperti, ma indubbiamente significativi per valutare, sotto il profilo storico, certi atteggiamenti di molti Siciliani dinanzi a quella che, allo spirare degli anni Trenta, era divenuta il nemico d'obbligo: la Gran Bretagna.
Un nemico che, in realtà, l'isola faticava a consi­derare tale in quanto, nel corso del secolo prece­dente, esso era più volte apparso come un tutore, 20 discreto o sollecito, in molte delle sue vicende, poi rivelatesi determinanti per la nascita dello Stato unitario. La presenza militare britannica nel 1806, in funzione antinapoleonica, era stata infatti ben vista in Sicilia ove, dai tempi dei Vespri, covava l'ostilità verso i Francesi. Poi nel 1812, quella stes­sa presenza s'era tramutata in forte elemento di pressione, per indurre il re borbone a un atto lun­gamente atteso dal popolo dell'isola: concedergli la costituzione. Che poi questa venisse in buona misura disattesa nei fatti non era certo da imputarsi alla Gran Bretagna che l'aveva favorita. E infine, nel 1860, l'appoggio all'impresa garibaldina, prelu­dio all'unità d'Italia.
In Sicilia gli Inglesi erano in più occasioni apparsi come collocati sempre dalla «parte giusta», quella dell'isola, e che, una volta smessa la veste militare, ne avevano assunta un'altra, quella commerciale, non meno rilevante agli occhi di molti, in quanto foriera di affari e accordi, spesso suggellati, tra Palermo e Londra, da matrimoni d'alto rango. Era quindi inevitabile, quanto meno tra i ceti medio - alti dell'isola, il diffondersi di una anglofilia palpabile a fine Ottocento, rafforzata dall'alleanza tra le due Nazioni nel corso della Grande Guerra e difficile da sradicare alla vigilia dell'altra, tanto più che all'alleato di sempre: l'inglese, il regime ne contrapponeva uno nuovo, con cui mancavano le affinità: il tedesco.
Altrettanto innaturale, una volta dichiarata guerra anche agli Stati Uniti, sarebbe poi apparso in migliaia di famiglie siciliane dei ceti popolari, il dover vedere dei nemici in coloro che, spesso, erano nipoti, cugini o «amici degli amici» militanti sotto la bandiera a stelle e strisce, e costituivano il prodotto dell'imponente emigrazione la quale, sul milione di Siciliani partiti tra il 1876 ed il 1932, ne annoverava ben 600 000 proprio alla volta delle Americhe.
Ma altri sentimenti, sul versante socio-politico, serpeggiavano tra le classi meno abbienti, condi­ condi­zionandone quell'ostilità verso il nemico che è un presupposto indispensabile per averne ragione: ci si riferisce alla latente insoddisfazione per l'operato del regime nell'isola, ancor prima che scoppiasse la guerra.
La Sicilia si ritrovava povera d'indispensabili infra­strutture dirottate verso le recenti colonie, e inol­tre il regime, dietro una facciata d'apertura sociale conclamata, non era in realtà riuscito a sopprimere il latifondo e dare la terra ai contadini, poiché la classe abbiente, che almeno formalmente gli era vicina, s'era inserita nei centri di potere conser­vando integre le proprie prerogative, a danno delle classi popolari. Queste, a ben ragione animate dall'astio contro i latifondisti e il regime che li sosteneva, non potevano quindi non vedere favo­revolmente tutti coloro - nella fattispecie gli Alleati - che, combattendo il fascismo, avrebbero contribuito a rovesciare, con esso, anche l'odiata classe padronale.
Da non trascurare, infine, l'anelito indipendentista presente anche in settori culturalmente evoluti, pronti a recidere traumaticamente ogni legame di sudditanza con l'Italia e, quindi, potenzialmente disposti ad appoggiare quanti contro l'Italia avesse­ro combattuto.
Questi, per grandi linee, i fattori della atipicità siciliana cui si è accennato e dei quali - insieme a tanti altri relativi all'intera Nazione - non si tenne il dovuto conto nello scendere in guerra contro le potenze anglosassoni. Eppure, si trattava di un particolare terreno su cui, solo che le circo­stanze l'avessero favorito, sarebbe potuto germo­gliare - come poi avvenne nell'estate '43 - il seme della rinuncia a battersi contro quello che, a rigor di termini, era pur sempre l'invasore. Comunque, per tre lunghi anni questo doveva essere soltanto fuoco sotto la cenere, tale da non impedire che la Sicilia facesse onorevolmente la propria parte - poco importa con quanto entusia­smo - sin dalle prime battute del conflitto che la coinvolsero subito, ben più che nel resto d'Italia, a motivo di Malta.
Invero, rilevando sulla carta geografica le propor­zioni tra le due isole, ed essendo logicamente por­tati a identificarne l'estensione territoriale con la capacità di offendere, può apparire ancora oggi sin­golare, se non addirittura incredibile o esagerato, il dar peso eccessivo all'isola dei Cavalieri. Ciò soprattutto se le valutazioni si basano sui semplici bilanci tra successi e perdite, trascurando la dimensione psicologica dell'evento, avvertibile da quanti ebbero la ventura di viverlo, non solo sulle navi o gli aerei coinvolti nella lotta, ma anche, appunto nei centri siciliani che, più di altri, subirono l'offe­sa aerea maltese.

Stringere la cintola...



Non che detta offesa fosse continua, riducendosi essa fino al totale annullamento, soprattutto per effetto delle due offensive aeree portate dalla Luftwaffe nell'inverno 1941 e nella primavera 1942. Ma bastava che la pressione si allentasse, perché subito l'isola nemica rialzasse la testa, grazie anche ai periodici rifornimenti che, fortunosamente e a prezzo di gravi perdite, riuscivano a giungerle dai due capi del Mediterraneo. Certo, fino a tutto il 1942, non erano ancora stormi di moderni velivoli quelli che decollavano dalle sue piste tormentate; quasi sempre si trattava di poche macchine talora antiquate, con a bordo solo qualche bomba e molti bengala. Lo scopo era quello di restare a lungo sull'obiettivo, tenendone impegnate le difese e obbligando la gente a vegliare per notti e notti; non tanto colpire, quindi, quanto logorare e intac­care il morale. Cosa che, se da un canto rende pro­blematica la quantificazione dei risultati, dall'altro mette in discussione le valutazioni basate solo sulle cifre.
A fare le spese di questa azione di logoramento fu la Sicilia, più che il resto d'Italia, come per esem­pio si può dimostrare con un dato grossolano, ma d'immediata percezione comparativa: la citazione nei bollettini del Comando Supremo delle località soggette ad attacco aereo. Ebbene, a tutto il 1942, l'Italia centrale e il Veneto ne erano praticamente esclusi, la Lombardia contava una ventina di cita­zioni, che salivano a sessanta per la Campania, al secondo posto; il primo era poco invidiabilmente detenuto dalla Sicilia, con ben 220 citazioni.
Dopo le vacanze del Natale '42 le scuole nell'isola non si riaprirono, chiaro segno d'uno stato di guerra effettivo. Ma non era solo questo cimento, per altro affronta­to in silenzio, a provare la gente dell'isola quand'ancora, in altre regioni italiane, la guerra appariva lontana, più che altro vissuta attraverso i bollettini quotidiani o dai resoconti dei militari in licenza dal fronte. L'inizio del terzo anno di guerra, infatti, fu accompagnato dal primo serpeggiare della fame, soprattutto nei maggiori centri abitati; per fame intendendosi quella derivata dalla carenza dei generi alimentari sottoposti a tesseramento e, quindi, acquisibili senza dover sottostare al ricatto del mercato nero. Tra essi, addirittura il pane. A prima vista, sembrerebbe un controsenso per una regione essenzialmente agricola quale era all'epoca la Sicilia. Ma in realtà, e ormai da anni, essa era più ricca di vino, agrumi e olio che di grano e, inoltre, il richiamo alle armi di contadini e manovali aveva alla lunga inciso sulle colture e sui mezzi di produzione. La farina, quindi, al pari delle medicine o della carne o del carbone, doveva giungervi dalla penisola, con tutti i rischi e i disagi del trasporto ferroviario o marittimo, ormai messo in crisi dall'offesa aeronavale avversaria. In conclusione, già ai primi dell'aprile 1943 le riserve di farina per far fronte al razionamento potevano assicurare il pane ancora per 13 giorni a Siracusa, 8 a Catania, 3 a Palermo e Agrigento, addirittura solo 2 a Trapani; a Palermo, per sfamarsi a poco prezzo, la gente cominciò a mangiare soltanto le arance. Questo, ovviamente, per quanto riguarda quei 200 grammi di mollica nerastra e piena di sco­rie, chiamata eufemisticamente «pane». Per gli altri generi di prima necessità, i ritardi nella distri­buzione erano ormai dell'ordine dei mesi: 2 per la pasta, 3 per lo zucchero, e così via. Qualcuno aveva calcolato che la dieta siciliana anteguerra era di 3300 calorie/giorno, di cui 2600 assicurate da pane e pasta. I farinacei del raziona­mento non arrivavano ad assicurare neppure 800 calorie, sicché per pareggiare il bilancio rimaneva­no due sole alternative: stringere la cintola o ricor­rere al mercato nero, che, inevitabilmente, diven­ne una piaga dilagante a tutto danno dei poveri, i quali erano anche i più numerosi. Non v'è, quindi, da meravigliarsi sui sentimenti che albergavano nei loro animi nei riguardi del regime, ritenuto - a torto o a ragione - il responsabi­le d'una situazione ormai precaria su tutti i versanti. E infatti, le stesse carenze d'approvvigionamento alimentare, affliggevano anche il settore destinato al potenziamento - invero tardivo - delle difese fisse nell'isola le quali, richiedendo un fabbisogno mensile di cemento intorno alle 250 000 tonnellate, se ne vedevano pervenire fortunosamente soltanto 70 000.
Grazie alle spie, che nell'isola - ma non solo in essa - erano presenti da qualche tempo, l'efficiente servizio informativo avversario disponeva di suffi­cienti informazioni su tale stato di fatto, utili per completare un quadro, ove già gli elementi d'indo­le storico - psicologica godevano d'una collocazione di rilievo; erano gli stessi elementi che, accomuna­ti al calo di morale serpeggiante in Italia sin dai primi rovesci militari (Albania, Taranto, Cirenaica), avevano indotto gli Inglesi a progetta­re uno sbarco in Sicilia addirittura nell'ottobre '40 e, una seconda volta, nel dicembre '41. Quei piani, accantonati perché in realtà i tempi non erano apparsi sufficientemente maturi, venne­ro rispolverati, rivisti e aggiornati allorché nel gen­naio 1943, a Casablanca, si decise d'invadere l'isola nel luglio successivo. Se in proposito gli negli Alti Comandi dell'Asse si poteva avanzare il dubbio che, anziché della Sicilia, si trattasse della Sardegna, nessun dubbio vi fu invece in Sicilia, specie dopo la caduta della Tunisia, in maggio. L'assedio che cinse l'isola dal mare e dal cielo fu infatti sotto gli occhi di tutti, così come a tutti, militari e civili, apparve manifesta l'impossibilità di opporvisi adeguatamente. I quadrimotori ameri­cani, ora diretti anche su obiettivi della penisola, volavano impunemente di giorno, senza essere scompaginati dai disperati attacchi della caccia italo - tedesca o scalfiti dal fuoco delle batterie con­traeree, usurate da tre anni d'impiego continuati­vo; sempre di giorno, la caccia alleata non si limi­tava più a mitragliare i soli treni, ma mirava anche ai rari automezzi in movimento e, infine, ai carret­ti; di notte, poi, i bombardieri britannici completa­vano l'opera. Sul mare, la «guerra alla barca» era in pieno svolgimento e, ormai, qualsiasi bastimen­to che si avventurasse, anche se scortato, nelle acque dell'isola per portarvi gli indispensabili rifor­nimenti, era il destinatario di un siluro, quasi ogni volta letale; cosa alla quale fu sempre più frequente poter assistere dalla costa. E poiché questa appariva la più minacciata, vi fu un momento in cui si pensò di fare sfollare verso l'interno le popolazioni che vi risiedevano. Ma il progetto apparve - ed era - di dimensioni tanto impotenti, da apparire irrealiz­zabile; tra l'altro, l'interno dell'isola ospitava già, senza averne predisposizione alcuna, molti sfollati dei centri abitati maggiori ove, senz'acqua, luce, fognature, e tra il lezzo delle macerie causate dalle bombe, la vita s'era fatta impossibile. Ormai, quindi, la differenza tra militari e civili si 24 riduceva a una distinzione formale, visto che il pericolo era pari per tutti, tutti vivendo fianco a fianco. E anche questa fu una condizione risoltasi a vantaggio del nemico; poiché infatti buona parte dei militari in Sicilia erano stati reclutati sul posto, essi non potevano non essere assillati dal pensiero delle famiglie, con inevitabili riflessi sul morale. Il che, tuttavia, non avrebbe poi impedito a molti di essi, di rendersi protagonisti in atti di valore spinti sino all'estremo sacrificio.
Quando nella notte del 10 luglio 1943 l'operazione «Husky» prese l'avvio, il frutto era dunque maturo e pronto per essere colto. Gli Alleati ne tennero comunque un conto relativo, preparandosi a piega­re la resistenza in Sicilia, grazie all'indiscussa supre­mazia qualitativa, oltreché quantitativa, dei loro mezzi, qui racchiusa in poche ma eloquenti cifre. A terra: 1 800 cannoni da campagna contro 500, 600 carri contro 250, 14 000 veicoli contro qual­che migliaio. Sul mare, 2 600 bastimenti d'ogni tipo, 500 dei quali da guerra, contro una trentina di sommergibili e una quarantina di motosiluranti (essendosi deciso di non impiegare la squadra navale italiana). Nell'aria, 2 500 velivoli efficienti delle varie specialità contro 200 caccia dislocati nell'isola (più quelli, tra i 1 000 in Italia, in grado di affiancarli).
Dinanzi a questi numeri, non è azzardato ipotizzare che la vittoria avrebbe comunque arriso agli invaso­ri, anche se nell'isola la resistenza fosse stata ovun­que quella di Gela, Primosole o Troina e se la popo­lazione avesse assunto un comportamento ostile. Ciò malgrado, la campagna durò 38 giorni, consen­tendo tra l'altro a 100 000 uomini dell'Asse di tra­ghettare in Calabria con armi e bagagli, buoni per essere impiegati un'altra volta. Tutte cose che indussero qualcuno nel Quartier Generale alleato a chiedersi poi, polemicamente, chi fosse stato in Sicilia il vero vincitore!
In quanto alla gente, coinvolta direttamente e spesso tragicamente dalle operazioni, non parte­cipò alla lotta; per farlo, avrebbe dovuto odiare l'invasore, ma quest'odio - per quanto detto - non c'era. Essa liquidò il regime nel proprio animo senza aspettare il 25 luglio e si dispose ad attendere la fine dei propri patimenti, qualunque essa fosse, purché di fine si trattasse. La reazione fu per molti versi simile a quella degli antenati, quando aveva­no visto combattersi Saraceni e Normanni, Svevi e Angioini, Francesi e Spagnoli, nel convincimento che, prima o poi, la tempesta sarebbe passata, i «forestieri» se ne sarebbero andati e i Siciliani avrebbero ripreso possesso della loro terra. Questa volta, però, c'era qualcosa di diverso, perché i vin­citori donavano il pane bianco, rivisto così dopo tre anni, e la cioccolata, vista spesso per la prima volta; furono allora accolti a braccia aperte, ma non solo per questo, quanto per le promesse di cambiamento di cui erano portatori. In sostanza, la gente li considerò i liberatori dalla fame, dalla paura e, soprattutto, dalla secolare pre­carietà del suo vivere.
Quando in Italia si seppe che i Siciliani avevano accolto tra gli applausi, o comunque non in maniera ostile, coloro che erano ancora i nemici a tutti gli effetti, vi fu chi provò sdegno e chi gridò al tradi­mento; reazione anche comprensibile, ma frutto d'una valutazione superficiale dei fatti, come di lì a un paio di settimane si sarebbe dimostrato. E solo qualche mese dopo, anche la gente del «continen­te» avrebbe accolto come liberatori coloro che per tre anni erano stati i nemici; e questo, senza recriminazioni.
Molti andarono a sbattere
La notte degli alianti: un disastro
di Vincenzo la Rocca
L'idea di invadere la Sicilia era nata a Londra nell'estate del 1942, quando lo Stato Maggiore Alleato aveva esaminato la possibilità di aprire un nuovo fronte di guerra. Emersero due possibilità: invadere la Sardegna oppure la Sicilia e furono assegnati ai due progetti i nomi in codice «Brimstone» per la Sardegna, e «Husky» per la Sicilia.
La decisione definiva fu presa però dai tre grandi riunitisi a Casablanca nel gennaio del '43. Fu designato come comandante in capo di tutte le forze alleate l'americano Eisenhower. L'inglese Alexander fu vicecomandante e comandante delle forze di terra. Il comando di tutte le forze navali fu affidato all'ammiraglio sir Andrew Brown Cunninghan.
Per l'aviazione la carica fu affidata al maresciallo dell'Aria sir Arthur Tadder. E per l'ottava armata inglese fu designato quale comandante sir Bernard Montgomery.
Lo sbarco vero e proprio delle truppe, fissato per le 2,45 del 10 luglio 1943, doveva essere preceduto di alcune ore dall'atterraggio di centinaia di alianti che avevano il compito di sorprendere i soldati dell'Asse occupando posizioni strategiche ben precise.
Furono inviati 137 alianti del tipo Waco e 10 del tipo Horsa. Ogni aliante poteva ospitare 30 soldati, e veniva rimorchiato da un aereo, con un filo di cento metri di lunghezza. Giunto sull'obiettivo preassegnato, l'aereo trainante doveva sganciarlo così da permettergli di guadagnare terra lentamente. Principale obiettivo per Siracusa, era la conquista del Ponte Grande, cioè quel ponte sul fiume Anapo sulla via Elorina, alle porte di Siracusa, per la conquista del quale erano stati previsti ben 10 alianti. Però il maltempo e l'oscurità dispersero ben presto il convoglio degli alianti con gli aerei trai­nanti.
Dei 147 alianti partiti dagli aeroporti della Tunisia 69 precipitarono in mare molto prima di raggiun­gere la Sicilia e 250 aliantisti annegarono, in 18 furono costretti a fare ritorno alle basi di partenza; uno fu sganciato a Malta, credendo il pilota dell'aereo trainante, di avere già raggiunto la Sicilia. Cosicché soltanto 59 atterrarono, sparsi su un'area di una quarantina di chilometri tra Capo Passero e Capo Murro di Porco. La maggior parte atterrò in posti impervi e molti andarono a sbattere sui muri a secco dei quali è piena la zona. Dei dieci alianti che erano stati destinati al Ponte Grande ne giunse soltanto uno e a trecento metri di distanza. Questi aliantisti, malgrado tutto, dopo un breve ma duro scontro a fuoco riuscirono a conquistare il ponte.

...Soltanto uno atterrò a 300 metri dal Ponte Grande sul fiume Anapo (ardi. La Rocca)



Era circa la mezzanotte del 9 luglio 1943. Rimase in loro possesso fino all'alba del giorno seguente perché soldati italiani, in .ricognizione nella zona, lo ripreso. Questi però, a loro volta, dovettero cederlo alle truppe da sbarco che intanto erano disseminate ovunque.
I    combattimenti per la conquista di questo ponte costarono molte vite umane sia tra gli Inglesi che tra gli Italiani.
mare grosso e il buio avevano reso difficoltosi la messa in acqua e il raduno della flottiglia da sbar­co, e la confusione fu tale che le truppe sbarcarono in gruppi sparpagliati e sulle spiagge sbagliate. Tuttavia, con l'albeggiare furono rintracciati gli obiettivi che erano quelli di Fontane Bianche e le spiagge di Avola, riuscendo a consolidare un effi­ciente ponte da sbarco Mentre sulle spiagge affluivano senza sosta uomini e mezzi, compresi i carri armati, le truppe dell'8" armata inglese, occupate Cassibile e quasi contem­poraneamente Avola, proseguirono la loro marcia secondo tre direzioni. Una colonna si avviò verso Siracusa, dove la presa del Ponte Grande sul fiume Anapo aveva reso più agevole l'avanzata; un'altra in direzione di Noto e Palazzolo, obiettivo impor­tante perché vi si trovavano dislocati due Battaglioni del 75° Reggimento Fanteria, e proprio per questo motivo la cittadina era stata sottoposta a due terribili bombardamenti a tappeto, uno nel pomeriggio di giorno 9, l'altro nella mattinata di giorno 10; la terza colonna aveva intrapreso la via di Floridia per il bivio di Canicattini con lo scopo di raggiungere Palazzolo attraverso Solarino. Sulla strada Siracusa-Canicattini perdette la vita il canicattinese Sebastiano Mangiafico appartenente al 2° Btg. del 75° Regg. Fanteria, insignito succes­sivamente di Medaglia d'Argento al Valor Militare, alla memoria: "Graduato portaordini attraverso le infiltrazioni avversarie ristabiliva il collegamento con il Comando Battaglione. Dopo aver portato a termine il compito veniva colpito a morte - km 3 rotabile Siracusa-Canicattini Bagni. 10 luglio 1943".
Per occupare Floridia era necessario superare il Ponte Mulinello dove la colonna giunse nel pome­riggio del 10.
Sul lato destro del ponte, presidiato da non più di quattro militi, era stata da tempo sistemata una postazione, più per il controllo del traffico - soprat­tutto mercato nero - che a difesa del ponte. Quando il pomeriggio del 10 quella colonna ingle­se si presentò, quei quattro soldati rimasero al loro posto a combattere fino all'ultima cartuccia. Esaurite le munizioni si arresero con le "mani in alto". Chi fu testimone dell'accaduto riferì eh anziché essere fatti prigionieri furono abbattuti con una raffica di mitra. Nel frattempo un pezzo di artiglieria italiano, pia: zato a Solarino, aveva tentato di distruggere ponte cannoneggiando in quella direzione. Diver colpi erano andati a vuoto, ma qualcuno era andato a segno, arrecando però lievi danni. Comandava quella batteria piazzata sopra Solarino il ten. Antonio Gallo, nato a Floridia nel 1913 insignito poi di medaglia di Bronzo al Valor Militare, oggi Antonio Gallo, Generale in pensione, risiede con la sua famiglia a Messina.
-    Per maggiori approfondimenti: Assalto a tre ponti di T. Marcon - ed1print1993
-    Solarino nella seconda guerra mondiale di 0. Sudano -COMUNE 1993
-    Floridia, giugno '40-luglio '43 di V. La Rocca - edipr1nt1993
-    Luglio '43 e dintorni - Cronaca fotografica palazzolese di V. La Rocca - anapos

Il generale Montgomery in una campagna floridiana, attorniato da alcuni collaboratori (arrh. La Rocca)


I tedeschi arrivarono a Siracusa nel '42 a cura di Vincenzo la Rocca

Per meglio comprendere l'atmosfera che re­gnava a Siracusa in quell'estate del '43, mi avvalgo della memoria del Comm. Carmelo Coppa, oggi ottantenne, che ha accettato di rispondere alle mie domande con la solita di­sponibilità intrisa di signorilità e intelligenza:
...Buona parte dei siracusani aveva abbandonato la città per le campagne vicine o era andata sfollata verso i paesi dell'entroterra. I più ambiti erano stati Floridia, Solarino, Canicattini e Palazzolo, ma per alcune famiglie, la scelta era caduta anche su Feria, Cassaro e Buccheri, per non parlare di Avola Vecchia e Noto Antica. In questi paesi i rigori che la guerra comportava erano meno pesanti e la ricerca dei generi di prima necessità meno diffici­le. A Siracusa imperava il mercato nero perché con le tesse­re del razionamento non sempre si poteva avere quel poco che toccava di diritto.
I cittadini attendevano con ansia il famoso pane di casa e l'olio d'oliva che i floridiani, eludendo i controlli stradali riuscivano a introdurre giornalmente nel capoluogo. Nell'ultimo periodo la situazione si era maggiormente aggra- vata e alla fame si era aggiunto l'inasprirsi delle incursioni aeree. Ricordo che anche il sapone si prelevava, quand'era possibile, con le tessere; ma si comperava anche al mercato nero. Di norma, si usava il "legno saponato" che si poteva acquistare presso le drogherie Manca e Squillace. Le calzature erano pressoché introvabili. Per le donne era però più facile perché potevano ricorrere alle scarpe ortope- diche di sughero, spesso lo stesso che utilizzavano i pescato' ri. Per qualunque tipo di calzatura si aveva l'accorgimento di fissare con chiodi sulle punte e sui tacchi quei miracolosi "ferretti" che avevano il compito di prolungarne la durata. I tedeschi raggiunsero Siracusa nel 1942 quando le cose cominciavano a mettersi male per noi in Africa. Noi Siciliani abbiamo avuto ben 23 dominazioni straniere e vedersi guardati con aria di sufficienza dava fastidio. Non si può però dire che la popolazione li odiasse, si può dire invece che li sopportasse.
Anche il soldato italiano sopportava l'alleato tedesco, ma non perché lo considerasse superiore per capacità intellettive o morali ma per due ragioni molto semplici. La prima perché era mal vestito e pessimamente armato rispetto all'alleato germanico, la seconda perché era mal pagato. Si assisteva spesso a scene di questo genere: soldati tedeschi seduti al caffè in Piazza Archimede o in Piazza Pancali, di contro soldati italiani che non si potevano permettere il lusso di entrarvi. Comunque non c'era odio, soltanto invidia. La stessa che esisteva tra l'esercito e la milizia. I Siracusani erano ormai stanchi della guerra, durata così a lungo, e delle sventure che aveva loro procurato. Fino a quel momento erano stati sorretti dalla speranza della vitto­ria, ma con la perdita della Tripolitania prima, e di Lampedusa dopo, la conclusione della guerra sembrava ormai scontata. I sacrifici, la fame, i bombardamenti aveva­no minato a tal punto il morale delle persone, che si sperava ormai che la guerra volgesse finalmente al termine, qualun­que fosse l'esito.
In città erano stati ricavati numerosi ricoveri antiaerei: uno presso l'ex liceo scientifico in via Imera, uno a S. Giuseppe, uno in piazza S. Filippo Apostolo, uno alla Giudecca che comunicava con via Nizza, un altro al Teatro Comunale. Quello di piazza Duomo era il più grande e il più accogliente perché, tra l'altro, in comunicazione con la Marina. Dentro i ricoveri non potevamo percepire quanto accadeva all'esterno; era comunque lontana dai nostri pensieri l'idea che i nemici fossero o stessero per sbarcare. Ma il Tenente Vicuna, che con una guarnigione era andato in via Elorina per un normale controllo, se li era trovati davanti. Le truppe alleate entrarono in città nel pomeriggio del 10 luglio. Occupata la città gli inglesi si preoccuparono subito di rimuovere il complesso sistema di grosse catene che ostruiva l'ingresso al porto; dopo di che poterono affluire decine e decine di mezzi da sbarco. Quando le navi inglesi entrarono in porto trovarono mezza sommersa la nave ospedaliera "California" colpita da un siluro a poppa la notte del 10 luglio '41 da un aerosilurante inglese, durante un'attacco nella rada di Siracusa, dove la nave era all'ancora. Era stata una delle nostre navi ospedaliere con una trentina di missioni al suo attivo.

Pochi giorni dopo lo sbarco, gli inglesi si preoccuparono di diffondere fra la popolazione un giornale bilingue di due fot date soltanto. Quella in lingua italiana portava il titolo "CORRIERE DI SIRACUSA", quella in inglese "EIGHT1 ARMY NEWS". Praticamente rappresentava il giornale uff ciak dell'8" armata inglese. A partire dal 7 agosto fu stan, pato soltanto in lingua italiana ed ebbe un solo titolo "CORRIERE DI SIRACUSA". rappresentava il giornale uff ciak dell'8" armata inglese. A partire dal 7 agosto fu stampato soltanto in lingua italiana ed ebbe un solo titolo "CORRIERE DI SIRACUSA".





Propongo ai lettori il racconto assolutamente inedito fattomi dal Gen. Antonio Gallo, allo­ra Tenente in forza al 54° Regg. Art. Df. Fanteria:
Il gruppo mobile D. — comandato dal Ten. Col. carrista Massimo D'Andreatta - da cui dipendeva la 10" brigata che comandavo, nella mattinata del 10 luglio ebbe l'ordine di raggiungere da Misterbianco, dove era disslocato, la rotabile Solarino-Floridia per prendere contatto col nemico, rinfor­zando la Divisione "Napoli". Giunti a Solarino la sera dello stesso 10 luglio, ebbi l'incarico di schierare le batterie sulla strada suddetta per essere pronte ad intervenire col tiro con­tro carro. All'alba del mattino seguente il nemico apparve sulla strada. Un pezzo tedesco da 88 mm aprì il fuoco costringendo il nemico ad abbandonare la strada; tuttavia gli alleati ricomparvero qualche ora più tardi in posizioni molto più avanzate. Poco dopo mezzogiorno ripiegai sulla rotabile ad ovest di Solarino dove, in obbedienza agli ordini del comandante del mio reggimento, Col. Amedeo Moscato, preparai un tiro d'interdizione sui ponti Mulinello e Marchesa di Floridia. Ma, in seguito allo scoppio di un pezzo tedesco da 88 mm operante accanto al mio reparto, e di un ulteriore ripiega­mento delle nostre truppe, occupai una posizione più arre­trata e precisamente in contrada Cava Campieri. Devo segnalare a questo punto che proposi una ricompensa al valore, per l'opera svolta, al Sottotenente Alfredo Gasparinetti sottocomandante della batteria, e per gli autieri Giuseppe Corbella e Raul Rossato, i quali, con grave rischio della vita e mostrando perizia e sangue freddo non comuni, incuranti del fuoco che divampava fra gli alberi sotto i quali erano stati parcheggiati, riuscirono a portare sulla strada tutti gli automezzi compresi quelli sui quali erano caricate le munizioni.
Verso le ore 23 il Colonnello Francesco Ronco mi ordinò di portare uno dei miei pezzi sulla curva della rotabile, tra i km 18 e 19 - linea di contatto con il nemico - col compito specifico anticarro.
All'alba del giorno 12 il nemico attaccò, contenuto dalle nostre compagnie contro-carro e motomitraglieri. Nel pome­riggio il Generale Comandante la Divisione ordinò un con­trattacco al fine di recuperare l'abitato di Solarino. Non erano però stati ultimati i preparativi che ci venne dato un allarme da tergo: praticamente era accaduto che il nemico aveva occupato Palazzolo e adesso si avvicinava a noi con autoblindo. Venne revocato l'ordine del contrattacco e, durante l'operazione di schieramento dei pezzi in direzione di tiro adeguata alla nuova situazione, una granata nemica esplose, uccidendo il Sottotenente D'Avanzo e gli artiglieri
Tommaso Maiorana e Costante Pozzi, mentre il capo-pezzo e gli artiglieri Zecchi e Fiorentini rimanevano gravemente feriti. Zecchi decedeva in serata al posto di medicazione. Il mattino del 13 il nemico sferrò un attacco; noi sparammo sino alle distanze minime, poi distruggemmo i pezzi- Raggiunsi quindi il comandante del reggimento al quale, in presenza del Comandante di Divisione, riferii sulla sorte della mia batteria. Mi recai quindi dal Maggiore Giaccarelli per chiedere notizie sulla situazione. Egli mi disse che ormai il suo gruppo e quella della compagnia carri erano rimasti soli a sostenere l'urto nemico. Frattanto un violento tiro di artiglieria nemica fece esplodere automezzi e munizioni, massacrando gli uomini addetti.
Il nemico ci circondava già da vicino. Insieme al sottotenente A grò e al Sergente Maggiore Zicari feci in tempo a nascondermi dietro il muro della strada, mentre i primi mezzi nemici transitavano. Ci rifugiammo nella vicina casa Melilli dove fummo ospitati sino a sera

Misterbianco, gennaio '43 - il tenente Antonio Gallo (a sinistra) e il sottotenente Alfredo Gasparinetti (arch. La Rocca)




LA GUERRA DEGLI ALLEATI IN SICILIA Siracusa ostile
L'INCONTRO CON I TEDESCHI A PRIOLO E LA FINE DELLA DIVISIONE "NAPOLI"
Di C. Buckley corrispondente di guerra

In queste prime giornate ci convincemmo di due cose. Una: che non v'era alcuna aggressività da parte dell'esercito italiano (a parte qualche fuciliere o artigliere isolato che in più di un posto aveva offer­to una certa resistenza, il resto non sembrava lamen­tarsi contro il destino che lo conduceva in prigionia); la seconda, che i tedeschi - da cui era logico atten­dersi seria resistenza - avevano commesso un grave errore con lo scaglionarsi in gran massa nella zona Ovest dell'Isola. Ciò significava che essi avevano definitivamente perduto ogni possibilità di ricacciar­ci in mare e che il meglio in cui potessero ora spera­re consisteva nel tentativo di impedirci l'ingresso alla Piana di Catania e l'uso degli aeroporti di Gerbini

Il pane

Siracusa trovavasi in nostre mani fin da sabato notte e il lunedì mattina, quando vi entrai, gli ufficiali della marina inglese apparivano occupati alla riorga­nizzazione del porto perché esso doveva costituire la nostra principale base di rifornimento nel corso della campagna. La città non aveva molto sofferto dai bombardamen­ti, ma l'umore della popolazione differiva notevol­mente da quell'aria di cordialità e di benvenuto della gente di Noto. Ebbi l'impressione che gli abitanti ci guardassero con spirito critico. Quel giorno v'era mancanza di pane e di altri alimenti o, se ve n'erano, non abbastanza per la sufficienza. Ciò costituiva fenomeno temporaneo e contingente, ma lunghe code di persone aspettavano al di fuori degli spacci con poca pazienza.
Non potrei dire che apparissero assai ben disposte nei nostri riguardi e immagino che il loro ragiona­mento corresse all'incirca in questo modo «...voi dite che siete venuti come liberatori, ma noi potremo giudicarvi dai risultati. Non discutiamo sulle vostre buone intenzioni, ma noi, che già sotto i bombarda­menti ci siamo più volte trovati di fronte alla fame, attendiamo i fatti. Avete portato da mangiare?...». Ciò era abbastanza naturale, ma era anche abbastan­za sintomatico da parte italiana, la convinzione di trovarsi totalmente al di fuori dalle responsabilità di un regime che li aveva lanciati nella guerra. Gli Italiani avevano scrollato il fascismo dalle loro spal­le e rilevavano adesso le nostre responsabilità relati­ve al cibo e alla assistenza delle popolazioni. Siracusa, quindi, mostravasi curiosamente ostile, quel lunedì mattina, con la sua gente che aspettava la distribuzione del pane, e con i suoi sfaccendati che dai marciapiedi ci osservavano in silenzio e poco amichevolmente. Si potevano fare vantaggiosi acquisti nei negozi (un mio collega comperò venti­quattro bottiglie di Champagne francese «riservato per le forze armate germaniche in Sicilia») ma poi­ché non si respirava aria di simpatia, fui piuttosto felice di seguire le truppe inglesi nella loro avanzata.
La divisione "Gòering"
La nostra pressione si accentuava su due principali obiettivi: il 13° corpo premeva su Lentini e Gerbini, mentre il 30° ci proteggeva dal Nord-Ovest. Incontrammo per la prima volta i tedeschi a Priolo, qualche miglio a nord di Siracusa. Si erano ben posi­zionati con artiglieria e carri d'assalto e aprirono il fuoco allorché scorsero le nostre colonne carriste. Quasi subito, tre dei nostri "Shermans" furono colpi­ti e poiché cadeva il crepuscolo rimandammo il combattimento al mattino seguente, quando con una maggiore disponibilità offensiva potemmo sloggiare i tedeschi dalle loro posizioni. Il primo incontro con i tedeschi non segnò certo un grande combattimento ma aveva la sua importanza in quanto ci mostrò tutto il pericolo di avanzare lungo le tortuose strade siciliane con pochi carri armati.
Si venne intanto a sapere che tra Siracusa e Palazzolo trovavasi la Divisione "Napoli". Tatticamente questa divisione figurava di rinforzo alla 206" Divisione costiera, ma quest'ultima non esisteva più. La maggioranza dei soldati che l'aveva­no composta si era arresa o sbandata, e lo stesso generale comandante - Davet - fu catturato dai Canadesi a Modica, due giorni più tardi. Anche della Divisione "Napoli" - come unità - non era più il caso di parlare, comunque i suoi resti stavano rag­gruppandosi tra Siracusa e Palazzolo, e si supponeva che disponessero di qualche cannone da 88, di una certa quantità di 105 e di carri leggeri francesi R. 35 con calibri da 37. Bisognava quindi occuparsene, e partimmo appoggiati da carri leggeri e da una coppia di Shermans. Non sapevamo dove precisamente si trovasse il nemico ma a un tratto udimmo un sibilo e una granata scoppiò nella valle al di sotto di noi. Una seconda batteria sparò, dopo di che i cannoni degli Shermans iniziarono il tiro. Pensai che non avremmo avuto molta fortuna. L'arti­glieria nemica pareva disponesse di 105, e gli Shermans soltanto di 75, ma la battaglia continuò per un pezzo e più che una battaglia fu un duello di opposte artiglierie che terminò bruscamente senza apparente logica. Gruppi di soldati si inoltrarono infatti sulla strada agitando delle bandiere bianche. Non v'era stata una seria ragione perché si arrendes­sero: solo che "ne avevano abbastanza". Quella stes­sa mattina prendemmo prigioniero il Generale Comandante la Divisione, e il suo stato maggiore. Era la fine della "Napoli".





Immediatamente dopo l'invasione vennero scoperte alla stazione ferroviaria di Palazzolo - distante 4 km dall'abitato - vagoni ricolmi di viveri che gli inglesi distribuirono subito alla popolazione che arrivava numerosa da Ogni parte (arch. La Rocca)

Gli Italiani Preconcetti e falsità
Erano andati a dormire?

Il Generale di Brigata Emilio Faldella, Capo di Stato Maggiore delle forze armate della Sicilia durante l'invasione, nel saggio Lo sbarco e la difesa della Sicilia rivive le vicende dell'attacco e la difesa dell'isola, viste da parte italiana, sulla base di dati inconfutabili e testimonianze inedite. ...Intorno alla figura del soldato italiano, siciliano, che non combatte e magari corre incontro all'invaso- re, molte falsità sono state scritte specie da scrittori e giornalisti inglesi, americani e dagli stessi tedeschi, allora nostri alleati.
Nel primo semestre del '43 la situazione in Sicilia era gravissima per quanto concerne rifornimenti e viveri per la popolazione civile, la quale viveva in condizio­ni quanto mai precarie e depresse, a causa dei bom­bardamenti aerei, ai quali l'isola e lo stretto di Messina erano sottoposti. Analoghe difficoltà limita­vano i rifornimenti nell'esercito, sconsigliando di aumentare le truppe dislocate nell'isola. Il generale Roatta, allora comandante della 6" armata e delle forze armate della Sicilia, nella riunione del 2 maggio 1943 a Roma, in presenza dei capi di stato maggiore concluse:«Contro un'azione di sbarco in grande stile possiamo fare una onorevole resistenza, ma non abbiamo la possibilità di ricacciare l'avversario». La previsione fu confermata dai fatti: la resistenza nell'isola si prolungò per 38 giorni e l'impossibilità di opporsi a una moderna operazione anfibia fu confer­mata dalle successive esperienze. La maggiore densità di forze era stata concentrata nella zona sud orientale dell'isola, perché ritenuta la più minacciata; tuttavia, per fare degli esempi, su un fronte di 132 chilometri, da Cassibile a Punta Braccetto (Licata), la situazione era la seguente: 37 uomini per chilometro, meno di 2 fucili mitragliatori per chilometro, 3,6 mitragliatrici per chilometro, un mortaio da 81 mm ogni 4 chilometri, un cannone 34 ogni 2,5 chilometri.
Era stata studiata la costruzione di una linea fortifi­cata sulle alture dell'entroterra, ma l'esecuzione dei lavori fu impossibile, per mancanza di cemento e ferro. due difese porto, Palermo e Catania, forti soprat­tutto per la presenza di artiglieria contraerea. Le piazze militari marittime disponevano, in postazioni fisse, dei soli cannoni che in tutta l'isola fossero in grado di colpire navi al largo; la loro efficacia era però limitata al fronte a mare e assai debole era la difesa del fronte a terra.
Per la difesa "mobile" erano disponibili quattro divi­sioni italiane, con due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria e un battaglione genio, modestamente equipaggiati tra pezzi di artiglieria e mezzi semoventi: il totale uomini effettivi, organizzati per fronteggiare lo sbarco, era di non oltre 110 000 soldati italiani. Le truppe tedesche comprendevano due divisioni e i servizi a terra della Luftwaffe. La 15" divisione, distrutta in Tunisia, era stata rico­struita ed era forte di 6 battaglioni di fanteria, arti­glieria e 65 carri armati.
La divisione Hermann Gòering giunse in Sicilia alla fine di giugno: era debole di fanteria, ma disponeva di 100 carri armati, dei quali alcune decine di Tigre. Fu poi rinforzata con alcuni battaglioni "da fortezza". In totale, il 10 luglio i tedeschi potevano impe­gnare 28 000 uomini.
La superiorità delle forze aeree anglo-americane era ancora più accentuata. Di fronte a 4000 aerei l'avia­zione italo-tedesca disponeva in tutto il Mediterraneo di 389 aerei italiani efficienti e di 750 tedeschi (tra efficienti e inefficienti).
L'ammiraglio Morison, lo storico della marina norda­mericana, scrisse: «...gli alleati avevano chiuso in una muraglia di navi un buon terzo della Sicilia. Nessuna forza al mondo avrebbe potuto impedire loro di stabilir­vi le teste di ponte».
Diverse circostanze concorsero alla formazione e alla successiva diffusione di opinioni assolutamente errate sugli avvenimenti in Sicilia. Gli alleati che avevano previsto d'incontrare una forte resistenza si meravigliarono di essere potuti sbarcare con relativa facilità e ritennero di avere ottenuto questo risultato per la mancata resistenza delle truppe costiere e non per la loro debolezza. Dove trovarono postazioni prive di uomini e di armi credettero che il presidio fosse fuggito; erano invece postazioni non presidiate per deficienza di uomini e di armi.
Una leggenda dura a morire, per esempio, è che la difesa sia stata sorpresa; qualcuno scrisse addirittura che gli italiani "erano andati a dormire". Invece il comando italiano non fu affatto sorpreso, né per il settore prescelto per lo sbarco, né per l'entità delle forze alleate, né per la data dello sbarco. Le informa­zioni circa i movimenti dei convogli alleati avevano consentito al comando dell'isola di avere una idea precisa circa la data e il luogo dello sbarco. Nel tardo pomeriggio del 9 luglio l'offensiva aerea ebbe per obiettivi centri abitati nei quali erano accan­tonate truppe: Caltanissetta, Palazzolo Acreide, Catania, Siracusa.
Inspiegabilmente non fu attaccata Enna, sede del comando d'Armata. Subito dopo, intorno alle ore 19, furono segnalati in mare convogli alleati con rotta verso Capo Passero e verso la Rada di Gela. Immediatamente fu diramato l'ordine di allarme generale che in breve giunse ai comandi dipendenti e da qui alle truppe dislocate sulle coste. Questo a dimostrazione che nessuno fu sorpreso nella notte tra il 9 e il 10 luglio.
Si afferma che la difesa costiera non oppose resisten­za. Prima di tutto bisogna chiedersi quale resistenza potessero opporre forze tanto esigue, diluite su fronti così ampi, contro le ondate di anfibi e mezzi da sbar­co che giungevano alle spiagge sotto la protezione delle grosse artiglierie delle navi. Invece le postazioni resistettero come e quando le circostanze lo consenti­rono, poiché abbiamo testimonianze che lo provano. Il cappellano del 146° Reggimento costiero, autoriz­zato dagli inglesi a seppellire i caduti, contò intorno al caposaldo di Fontane Bianche 105 salme di inglesi e 14 di Italiani.
Nella relazione riservata dell'esercito americano che sbarcava dalle parti di Gela sì afferma: "il fuoco nemico quasi costante bersagliò i battelli. In alcuni casi i soldati furono uccisi prima che toccassero terra.
Il peso dell'equipaggiamento individuale impacciava gli uomini ed essi si dibattevano in acqua indifesi contro il fuoco che veniva dalla spiaggia. Un plotone di Ranger fu falcidiato dal fuoco di due mitragliatrici incrociate".
La Marina Militare non potè partecipare con le grandi navi alla difesa dell'isola: le 3 corazzate, i 6 incrociatori e gli 8 cacciatorpediniere di cui dispone­va, non potendo essere coperti da un adeguato ombrello aereo, sarebbero stati impediti da attacchi aerei di giungere nelle acque della Sicilia, nelle quali l'ammiraglio Cunningham aveva dislocato, indipen­dentemente dalle forze navali che appoggiavano l'operazione anfibia, 6 corazzate, 2 portaerei, 6 incrociatori, 24 cacciatorpediniere. La Marina potè impiegare solo motosiluranti e sommergibili; 4 di questi andarono perduti. Furono tentate due incur­sioni di incrociatori, ma le navi furono anzi tempo avvistate e costrette a desistere. L'Aeronautica si prodigò con eccezionale spirito di sacrificio lottando eroicamente dal 4 al 9 luglio e, nei primi giorni della battaglia, un gruppo da bombarda­mento e gruppi d'assalto furono distrutti durante temerari attacchi contro le navi alleate. Caddero in quei giorni valorosi veterani dell'Africa Settentrionale e delle offensive contro Malta. Nei cimiteri dell'isola furono inumate le salme di oltre 4600 caduti italiani, insieme a 4400 caduti tedeschi e a 5200 salme di inglesi e di americani. Queste cifre smentiscono da sole la leggenda che gli italiani, i siciliani, non abbiano combattuto per la difesa della Sicilia.

Soldati britannici in azione a Melilli



Soldati italiani catturati dalle forze anglo-americane (arch. Rizzoli)



Soldati britannici per le strade di Augusta conquistata il 13 luglio (arch. Rizzoli)



Viene prestato soccorso a un soldato americano ferito (arch. Rizzoli)




Siracusa - Si lavora per togliere le macerie, in via dei Santi Coronati, dopo un bombardamento (arch.La Rocca)


per le vie di Messina








 
 
 
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