Eschilo - Memorie

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Eschilo

ESCHILO

ESCHILO


testo tratto da:


Figlio di Euforione nacque ad Eleusi (Atene] nel 525 a.C. Apparteneva ad una famiglia nobile. Il santuario della sua città ebbe un'influenza profonda nella sua formazione.
Combatté a Maratona, dove cadde suo fratello Cinegiro, come racconta Erodoto, poi nell'Artemisio e a Platea.
Prese parte al concorsi tragici già nel 484 a.C. ed ebbe il primo premio con una tetralogia, che comprendeva i Persiani. Quando era al colmo della fama (472-468), fu invitato alla corte di lerone, signore di Siracusa. Venne in Sicilia, dove rappresentò le Etnee, dramma composto per celebrare Etna, la nuova città fondata da lerone.
Da qui nel 468 ritornò ad Atene per partecipare al concorso delle Grandi Dionisie, che fu vinto dal giovane Sofocle. Ma nel 467 fu primo con la tetralogia tebana (Laio, Edipo, Sette contro Tebe, La Sfinge), di cui restano solo i Sette contro Tebe. Nel 458 ebbe l'ultima vittoria con l'Oresta, di cui si conservano le tre tragedie: Agamennone, le Coefere, le Eumenidi.
Eschilo, forse più degli altri grandi tragici del V secolo a.C. fu il poeta e il maestro del suo popolo. La sua religiosità e il suo profondo senso morale, hanno fondamento in uno stesso ideale di giustizia, che amò con fede incrollabile come vediamo dai concetti, dalle parole e dai personaggi delle sue tragedie.
Introdusse il secondo attore e diminuì le funzioni del coro, dando così alla tragedia un carattere più drammatico. Per questo, oggi, viene considerato il creatore del dram¬ma tragico.
Il suo teatro è dominato da una chiara visione del rapporto tra colpa e pena. Gli dèi non puniscono per una capricciosa invidia la prosperità degli uomini, ma la pre¬varicano.
L'esistenza è gravata da forze fatali, soprattutto l'ereditarietà della colpa, per cui sangue chiama sangue. Tuttavia è un moto libero della volontà umana di fare preci¬pitare le forze sospese del destino.
Sul piano teologico Eschilo appare un monoteista. Zeus incarna il supremo polo della fede e della speranza, è congiunto con Dike (la giustizia). E appare come un dio- salvatore, che dopo aver travagliato l'uomo, interviene per redimerlo, inserendolo in un ordine etico e giuridico, basato sulla pietà e sul rispetto del limite umano.
La sua è una poesia traboccante di metafore, oscura per la straordinaria densità verbale e potenza drammatica. I Persiani
Hanno per argomento la sconfitta persiana da parte dei Greci. La scena si svolge a Susa presso la corte di Serse. Il coro è formato dai vecchi fedeli consiglieri del re.
La prima parte rappresenta le ansie angosciose dei vecchi e della regina Atossa, madre di Serse, atterrita da un sogno infausto per la sorte del suo esercito e del suo popolo.
Nella seconda parte un messo racconta nei suoi particolari la battaglia di Salami- na e il disastro della ritirata attraverso la Tracia. Mentre appare l'ombra di Dario, il re saggio, evocata dal lamenti del coro e di Atossa. Il quale ammonisce dall'Ade che la rovina dei Persiani è stata voluta dagli dèi per la loro mancanza di moderazione.
Nella terza parte appare con i vestiti a brandelli, Serse, il re dissennato, punito dagli dèi per la sua superbia ed empietà. Con i lamenti e i pianti finisce la tragedia.
La poesia dei Persiani sta nella disperazione dei vinti. Il vero protagonista è il coro, che rappresenta tutto il popolo persiano. La morale di questa tragedia è contenuta nelle ultime parole di Dario: "Un mortale non deve concepire disegni superiori alla sua natura, la tracotanza produce lacrime. Nessuno disprezzi la propria condizione per desiderarne un'altra, finendo così col dissipare la grande prosperità che possiede".
Un avvertimento che suona come un invito alla moderazione, alla saggezza e alla pace, premesse per lo sviluppo e il sereno vivere dei popoli.

 
 
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