Immagine ambientale - Memorie

Vai ai contenuti

Menu principale:

Immagine ambientale

MARCELLO MARSILI ANTONIO ANDOLFI
IMMAGINE AMBIENTALE
Siracusa: Polo industriale e qualità della vita


LA CONDIZIONE PREINDUSTRIALE
Per conoscere la realtà preindustriale del Siracusano, pur tralasciando
l'analisi approfondita, conviene accennare ai dati rilevati nei precedenti cento anni
a partire dall'inchiesta Jacini del 1870. Questa, sull'assetto proprietario,
evidenziava l'esistenza di latifondi divisi e razionalizzati, di una nobiltà più legata
alla campagna rispetto alla Sicilia occidentale. Inoltre le condizioni della forza
lavoro erano definite buone. I salariati agricoli prendevano una paga più alta
rispetto ai lavoratori di altre località regionali; nei giorni di festa era più facile
mangiare carne o pesce in confronto ai braccianti meridionali.
Anche i rilievi socio-economici successivi sottolineavano che l'emigrazione
era quasi nulla e che, se numerose donne rimanevano a casa, si doveva per lo più
ad un reddito familiare soddisfacente. Però la manodopera femminile,
esemplificativamente ad Avola (paese famoso per l'elevata concentrazione nel
ricavo e distribuzione delle mandorle), in certi periodi dell'anno veniva
ugualmente mobilitata dalla notevole mole di lavoro ed era conosciuta alquanto
attiva.
Eppure le condizioni rimanevano molto misere, perché l'economia della
provincia era basata principalmente sulla pesca e su un'agricoltura scarsamente
diversificata. A tutto ciò erano collegate le poche ed artigianali industrie, le quali
fra l'altro non godevano di prosperità. La produzione che predominava agli inizi
degli anni successivi al 1860 era quella cerealicola, non sempre abbondante
perché realizzata su terre alquanto sfruttate con sistemi arcaici e poco concimate.
Verso la fine dell’800 il rialzo dei prezzi, alcune cattive annate per certi
raccolti e le malattie del bestiame indussero molti coltivatori ad incrementare i
pochi vigneti esistenti. Questo avvenne soprattutto nel "pachinese" con la
conversione da seminativo e pascolo di oltre 57.000 ha, favorita dalla crisi
enologica francese. Inoltre si ebbe l'intensificarsi di aree adibite ad agrumeti ed
ortaggi, i quali abbisognavano di capitali da impegnare e di molta acqua.
Pertanto non si promosse un'industrializzazione significativa dei prodotti
vinicoli, oleari e ortofrutticoli; la meccanizzazione e l'organizzazione aziendale
rimanevano rara ed antiquata fino a poco tempo fa. Ancora sotto l'aspetto
strutturale permaneva un'estrema frantumazione delle unità colturali con
prevalenza notevole di quelle a conduzione diretta, con imprese zootecniche e
cooperative irrilevanti, con la mancanza d’impianti di stoccaggio, conservazione,
trasformazione e assistenza tecnica alla produzione. In definitiva e generalmente
si notavano basse produttività e potenzialità occupazionali.
Nonostante ciò il reddito per occupato nel sistema agroindustriale era più alto
della media nazionale e maggiore fra tutti i settori economici locali. È pure
opportuno ricordare come la pesca, proficua prima dell'entrata in funzione del
polo chimico, occupava circa 15.000 persone e successivamente si era ridotta
nettamente anche per le espropriazioni costiere e di approdi, per il
depauperamento della fauna ittica, per l'attuazione di mezzi illeciti e dannosi, per
gli inquinamenti. Un esempio è stato la chiusura dal dopoguerra di molte tonnare
nel Mediterraneo situate tra la Sicilia (n. 4 dopo l'insediamento di Milazzo; quelle
di Terrauzza e di S. Panagia nel siracusano), la Libia (n. 5) e la Tunisia (n. 3).


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu