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tragedie origine

TRAGEDIE GRECHE

Il ricorso biennale delle rappresentazioni classiche nel teatro greco ci consentono di conoscere la poesia dei tragici greci, di riaccostarci alla perennità dei principi etici- morali contenuti nelle loro opere. In questo è il loro eterno valore.
L'illusione del teatro gioca il suo fascino per ritrovare nei personaggi e nei fatti delle tragedie le voci nascoste e universali dell'anima, il mistero degli esseri umani.
Sulla scena rivivono i travagli e le speranze, le vittorie e le sconfitte degli uomini, nella ricerca costante della felicità.



ORIGINE E VALORE DELLA TRAGEDIA
La tragedia ("canto per ¡1 capro" nel senso sacrificale o come premio poetico] è la creazione artistica più grande del genio ellenico. Nacque nel 480 a.C. ad opera dei suoi unici, insigni tragici: Eschilo, Sofocle, Euripide.
È uno spettacolo di recitazione, canto, musica e danza, il cui elemento principale è il coro, che in Eschilo era costituito da 12 coreuti e da 15 in Sofocle.
Il coro veniva Istruito dal corego (maestro dei cori) e aveva funzione di personaggio collettivo. A volte partecipava all'azione e spesso esprimeva idee e sentimenti del poe-ta. Solo con Euripide le parti corali diminuirono a favore di quelle liriche degli attori.
Eroi e dei sono i protagonisti della tragedia e per questo la scelta degli argomenti, la cura della lingua e dello stile furono di grande elevatezza. Gli stessi personaggi "umani" furono concepiti fuori da ogni "realismo", furono assunti nella vicenda mitica.
Le origini della tragedia risalgono al culto per Dioniso o Bacco, il dio venuto in Gre¬cia dalla Tracia, il dio della vegetazione, delle testi primaverili, che con il canto e le danze abbatteva la barriera tra l'uomo e la divinità, e con l'aiuto delle Menadi o Bac¬canti i suoi seguaci s'inserivano nell'essenza divina.
Ma il senso ellenico dell'armonia placò l'estasi dionisiaca, l'ebrezza orgiastica, in forme di pura bellezza e al carattere sacro che la tragedia conservò, è dovuta la sua idealizzazione. Così il contenuto non fu più strettamente dionisiaco, sostituendo il dio con gli eroi, come pure la disposizione del coro, che cedette il passo al dialogo, la danza non fu più tumultuosa. Tuttavia il culto fu rappresentato, come all'origine, dai canti e dalla danza fortemente mimica ed espressiva, dall'altare di Dioniso presente sulla scena. L'accompagnamento musicale fu dato dalla lira e dal doppio flauto, dolce e rievocativo, capace di suscitare particolari sensazioni come la poesia contenuta nelle tragedie.
Gli Spettacoli
La rappresentazione di una tragedia era per i Greci una liturgia, che lo Stato impo¬neva ai cittadini ricchi. Aveva carattere politico e valore sacro. I cittadini vi assisteva¬no come ad una cerimonia religiosa.
Nella tragedia II poeta era maestro di vita morale per I suoi concittadini. Nei cori si dibat¬tevano i più Importanti problemi della coscienza ateniese del V secolo. La colpevolezza e l'innocenza, la responsabilità umana e divina, l'infelicità dell'uomo e la giustizia degli dei.
La materia della vicenda era, per lo più, già nota agli spettatori.
L'interesse era diretto, perciò, all'arte con cui l'autore aveva saputo trattare i fatti, alla sua fantasia, alla bellezza dello stile, della musica, della danza.
In Eschilo c'è ancora un senso arcaico della vicenda mitica, ed è necessario un am-pio spazio per rappresentare la sua tragedia, composta da una trilogia, per lo svolgi-mento completo dei fatti nel senso religioso-poetico.
In Sofocle, che ama centrare la sua azione non più sulle vicende delle generazioni eroiche, ma su un solo personaggio, lo spazio di una sola tragedia diviene sufficiente.
Lo stesso è per Euripide, anzi rovesciando la tendenza antica, finì col comporre tra-gedie singole, che abbracciano un contenuto così complesso da formare una trilogia. E per esprimere al meglio la sua materia tentò nuovi espedienti tecnici, famoso il "deus ex machina", il dio che appare dall'alto per mezzo di una struttura meccani¬ca, di sicuro effetto scenico, che meglio realizza l'immagine della divinità e del suo intervento nelle cose umane sulla terra. Un'espediente, rispondente allo spirito inno¬vatore e polemico del poeta.
La tecnica e la struttura
L'abbigliamento dei coreuti era costituito da una tunica lunga fino ai piedi con lar¬ghe maniche, che troviamo portata da Dioniso nei monumenti greci. Come pure degli attori, che erano ricoperti, però, anche da un ampio mantello, i cui colori e ricchezza delle stoffe, rilevavano la differente situazione sociale dei protagonisti. Dal coturno (stivaletto con alta suola, considerato eccentricità del dio) e sopratutto dalla maschera, che dava a chi la portava, la potenza del dio o del demone che impersonava, ed era il simbolo dell'estasi dionisiaca. Costume, che abbiamo visto recuperato per inte¬ro in molte rappresentazioni dei nostri giorni.
La maschera non solo serviva a fissare il carattere del protagonista, ma influiva an¬che sulla fedeltà dell'interpretazione artistica da parte degli attori nei ruoli affidati.
L'attore, isolato dalla maschera dal mondo circostante, perdeva la sua personali¬tà e diveniva esclusivamente la persona del dramma.
Polluce nell'Onomasticon indica 28 tipi di maschere e quella femminile si distingueva dalla maschile dalle tinte delicate date al volto. Una loro caratteristica era il prolun-gamento della fronte (oncos) che serviva ad ingigantire la figura dell'attore.
Poiché le donne erano escluse dall'arte teatrale, gli attori nell'interpetrare le parti femminili, ricorrevano ad alcuni accorgimenti. Usavano due specie di imbottitura. Una per imitare il seno e l'altra per il ventre.
Per dare l'idea del fatto rappresentato, del luogo e del tempo in cui si svolgeva, i Greci utilizzavano un fondale scenico dipinto. Aristotele attribuì questa invenzione a Sofocle, mentre altri fecero il nome di Agatarce di Samo, che era lo scenografo di Eschilo.
Secondo Vitruvio tre erano i generi della scena: la tragica, dove era raffigurato il prò- spetto di una reggia, la comica, che presentava una via cittadina e la satirica, dove era dipinto un angolo agreste.
Queste erano sovrapposte l'una sull'altra e per i cambiamenti a vista, scorrevano su apposite guide. Assieme a loro venivano usate delle quinte, che avevano tre fac¬ce dipinte in relazione ai tre tipi di scena, ed erano girevoli attorno a un perno. Cose che si possono notare, osservando il canale perfettamente conservatosi in fondo al palcoscenico del teatro greco a Siracusa.
La tragedia era costruita seguendo una ben precisa struttura, a cui si attengono, ancora, i registi del nostro secolo e che possiamo cogliere se stiamo attenti allo svol-gimento scenico dall'inizio alla fine.
È composta dal "prologo" che corrisponde al primo atto, dal "parodo" che è il canto d'entrata del coro mentre si dispone nell'orchestra, lo spazio tra la scena e la gradi¬nata del teatro, dagli "episodi" che sono una serie di scene comprese tra due "stasi¬mi" ovvero tra i canti del coro che dividono un episodio dall'altro.
Questi sono come il calare di un sipario. Ma mentre il sipario di oggi, che tende ad essere abolito, crea una rottura, una pausa che distrae, il canto nel suo sottinteso se-parare un momento scenico dall'altro, continua a tessere la trama del fatto rappre-sentato, a tenere unito il legame magico che si è creato fra i personaggi e gli spettatori, che possono continuare a vivere in modo intenso la vicenda, cogliendone le emozio¬ni e il significato.
Alla fine della tragedia il coro conclude I' "esodo" dei personaggi. È l'ultimo ad uscire dalla scena.
I concorsi tragici
Le rappresentazioni avevano luogo dall'alba al tramonto in occasione delle feste dionisiache e precisamente per le "Grandi Dionisie" e "Dionisie Cittadine", che si ce-lebravano tra marzo e aprile. Duravano sei giorni e gli ultimi tre erano riservati ai con¬corsi tragici, introdotti da Pisistrato tra il 535-534 a.C. a cui si aggiunsero quelli comici nel 486.
Avvenivano quindi in primavera e ogni spettacolo si svolgeva nell'arco di un gior¬no, nel perfetto simbolismo della rinascita giornaliera, annuale, eterna, dell'uomo nel superamento delle prove a cui è costretto per temprare l'uomo-eroe, per forgiare il carattere del dio, che è in potenza.
In questa settimana avevano luogo i concorsi tragici, introdotti da Pisistrato tra il 535-534 a.C. a cui si aggiunsero quelli comici nel 486.
Le feste avevano inizio con un complesso di cerimonie, fra cui per il primo giorno, la processione che accompagnava il simulacro di Dioniso da Eleuteria, borgata dell'At- fica dove esisteva un tempio del dio, ad Atene per simboleggiare l'introduzione del suo culto nella città.
Nel cerimoniale rientrava la presentazione dei poeti al pubblico con i loro attori, i cori e gli argomenti delle tragedie che avrebbero rappresentate.
Dopo lo spettacolo II giudizio veniva dato da una commissione di 10 cittadini, tratti a sorte, uno per ogni famiglia o tribù, dall'arconte, capo del governo. Il premio consi¬steva sia per il poeta che per l'attore protagonista, vittoriosi, in una corona d'edera, simbolo d'immortalità. Come tale è l'arte, specie la poesia, quale espressione di quanto è o appartiene al divino. Il riconoscimento, completo di dati, veniva ratificato da un documento, che era depositato negli archivi.
La poetica
Con Eschilo la tragedia raggiunse il massimo della rappresentazione fiera e virile nello stile, nelle caratteristiche originarie, fondate nella preghiera, nell'invocazione agli dei perché intervenissero in favore degli oranti; con Sofocle il dramma si staccò da tali caratteristiche, arricchendosi di personaggi e musiche, che crearono un movi¬mento scenico da fare apparire più umana la vicenda; con Euripide la materia miti¬ca fu trattata con più libertà, tanto che la tragedia si avviò verso forme più moderne, che sfociarono nell'arte alessandrina o ellenistica.
Un cupo pessimismo ispira quasi sempre la tragedia, ma non mancano gli elementi rasserenatori come i canti pii delle feste rituali nelle tragedie di Eschilo; la magnani¬mità degli eroi, che non conoscono altra legge all'infuori del loro stesso eroismo, nel¬l'infelicità a cui sono condannati gli uomini nella tragedia di Sofocle; il delicato eroismo delle vergini tanto care ad Euripide.
Tutti questi aspetti politici, teatrali e tecnici, se collocati nello spirito del tempo, me¬glio fanno comprendere il senso delle rappresentazioni nel loro valore etico, filosofi¬co, religioso.
Esse costituiscono, ogni volta, un motivo per celebrare l'arte, la poesia, la musica, la cultura. E nella rivisitazione di alcune situazioni umane, creano un'occasione per riflettere e rinnovare il proprio impegno civile, per vincere le correnti che vorrebbero riportarci indietro e farci restare sulla riva della miseria.









 
 
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