Testa o re - miti e leggende

Vai ai contenuti

Menu principale:

Testa o re

La balza d’Acradina ossia “ Testa ô Re”
tratto dal libretto tra realtà e leggenda di Arturo Messina
ARTURO MESSINA
TRA REALTA’ E LEGGENDA





Sopra la Sibbia- terza tappa del nostro itinerario attraverso gli angoli paesaggistici più suggestivi, storia e leggenda del territorio di Siracusa- si innalza il sito che i nostri avi ritennero sempre di rispettare come luogo di culto ideale rivolto alla divinità ma anche ai patri lari: alla divinità, dedicando in un boschetto sacro, un tempio a Tiche, dea della fortuna, cui solevano offrire, in segno di ringraziamento o di propiziazione solenni sacrifici, incidendo nella viva roccia delle piccole teche, ove ponevano a ricordo e distinzione dei loro ex voto delle targhe, molte delle quali sono al museo.
Siccome molti , osservando quelle numerose piccole teche come quadrelle scavate nella roccia si domandano cosa significassero e a cosa servissero, sarebbe bene, forse, che se ne facesse copia e si ridisponessero in loco.....
Oggi del boschetto sacro e del tempio di Tike non è rimasta alcuna traccia; ma è probabile che esso sorgesse nei pressi del sentiero che di recente è stato ampliato considerevolmente ed è diventato Viale Tica. La vegetazione che ancora persiste in questa zona potrebbe essere considerata un residuo di quella che doveva esservi tantissimi anni addietro.
Anche per il cosiddetto cimitero vecchio, che fino a mezzo secolo addietro era si estendeva ai piedi della stessa balza d’Acradina- nella bassa Acradina- doveva esservi stato un motivo perchè venisse realizzato nella zona sacra per tradizione.
Le stesse grotte di via Torino, via Padova, via Genova e dintorni, che fino a pochi decenni venivano sfruttate dai pastori , che vi tenevano gli ovili e vi facevano la ricotta che tanti siracusani d’una certa età ancora ricordano che andavano a prendere con vivo piacere per la bontà del suo gusto, dovevano essere state sfruttate molto prima per le stesse finalità cultuali ( e sepolcrali ) per cui venivano sfruttate quelle della balza, ma certamente non a scopi abitativi e... artigianali, come è avvenuto dopo la guerra.
I Siracusani, anche ai tempi vicini a noi, hanno nutrito sempre, per la balza, un riguardo particolare. Infatti era il luogo preferito per le scampagnate, le gite strasiracusane, soprattutto quelle tradizionali che si usava fare per capodanno e la Pasquetta.
Chi dei Siracusani anziani, della terza - e oggi potremmo anche precisare aggiungendo della quarta età... - non ricorda che era antica consuetudine andare a fare la schiticchiata a’ testa o’ Re ? Chi non ricorda le festose abbuffate a base di purpetti di carne, o meglio di muccu ossia di pesce neonato, rosso quello di triglia, più squisito, che ti faceva alliccari ’u mussu, o grigio quello di pesce azzurro? Chi non ricorda le grandi panciate a base di patati vugghiuti cu sali e ariniu ? E, nel periodo giusto, più avanzato, i pazienti pasti più devozionali : i cacuocciuli passatempu oppure i babbuci latini vugghiuti, cu salsina e cipuddata o sulu ariniu,da preferire a quelle babbe, perchè queste hanno la concavità più pronunciata e non consentono alla lumachina di svilupparsi per cui non vi si “succhia” niente? -Ogni cornu di babbuci,’n bicchieri di pistammutta chi ci sapi aduci! - soleva dirsi e ci si beveva sopra con abbondante...devozione!
Nel periodo giusto, ancora oggi, come altrove - vedi a Palazzolo per la Madonna ’a Litria, Odigitria- si usa raccogliere nel frattempo l’origano - nella balza d’Acradina si raccoglievano i capperi, di cui abbondano a tutt’oggi le rocce: così non si tornava a mani vuote, quando era proprio il periodo.
Ho un sonetto ispirato proprio a questi cummitu ’i divuzzioni:
“ M’arriuordu, quann’era picciriddu,
ca ’a bon’arma ’i me’ patri ni purtava
p’’a festa ’i quali santu sabbirriddu!-
’nta ’na campagna unni s’adunava
pi custumanza tuttu ’u paiseddu.
Sutta ’n arbiru tutti assistimava,
di patati vugghiuti ’n panareddu
anzuppati ’nt’’o sali, e ni cunzava
’nu semplici cummitu riliggiusu:
mangiavau cu granni divuzzioni.
Lu ciauru d’’o riniu parìa ’ncenzu....
Ciciri migni si cugghianu, ’n menzu,
a mazziteddi: paria ’na prucissioni
quannu tunnàumu ansemmula, a lu ciusu!”
La balza d’Acradina veniva chiamata più comunemente Testa o’ Re perchè nella villa Spagna, da cui quella iniziava- che è stata acquistata un decennio addietro dall’on. Santi Nicita e dove ha abitato prima di trasferirsi nei pressi dell’albergo Neapolis, vi è scolpito un mascherone che secondo la tradizione popolare doveva rappresentare la testa del re: di quale re, non saprei dire!
Da qualche anno la balza d’Acradina rischia di perdere la sua suggestiva caratteristica di sito incontaminato dalla mano cementatrice dell’uomo dei nostri giorni. Già l’avervi edificato una scuola, e poi la piscina e poi il palazzetto dello sport... costituisce un serio attentato alla sua integrità primitiva. Anche l’averla voluto recingere in buana parte da un doppio muro, che mal si accorda, nel biancore e nella squadratura dei blocchi- per modo di dire ciclopici. Lo stesso cordone stradale e la confluenza viaria che sono stati realizzati in questi ultimissimi anni, con semafori e segnaletica orizzontale, la privano ovviamente in buona parte dell’aspetto singolare, agreste, di oasi di primitività nel deserto della struttura urbanistica, spesso irrazionale, del periodo attuale.
Comunque, non possiamo tacere le due iniziative che sono state fatte recentemente per conferirle il crisma suggestivo che possedeva un giorno: il presepe vivente e il parziale rimboschimento.
Il presepe vivente, sia quello dei piccoli delle scuole materne dell’ VIII e del IX Circolo, che non costa niente dal punto di vista economico ma che si è dimostrato di grande effetto sia aggregazionistico che educativo - non potremmo parlare di religioso nè per l’uno nè per l’altro.... - sia quello dei grandi, che costa troppo nei confronti della corrispondenza turistica.... anche se esclusivamente per i pochi giorni in cui si è preso a trasformare la balza , sia pure lontanamente, in uno dei villaggi di due millenni addietro, in una specie di Betlemme più fantastica che in ricostruzione in qualche modo storica, rievocandone l’ambiente non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche sociale, il presepe vivente- dicevamo - conferisce alla zona un ritorno al passato di buon effetto scenografico anche se non proprio folcloristico, affettivo, culturale.
Il rimboschimento , che realizzerebbe un consistente polmone di verde ad una città così povera di spazi liberi, non contaminati dal cemento armato, stenta purtroppo ad attecchire, perchè non si può pretendere che... un bambino appena nato cammini e si alimenti da sè!
Molte piante, soprattutto lungo il viale, abbandonate a se stesse, senza cura e senza razionale irrigazione, sono appassite o stanno appassendo, rendendo non solo vani il lavoro e il denaro impiegati, ma anche meno attraente tutta la zona che un tempo era ricca di vegetazione, soprattutto di peri spontanei e melograni, pianta da cui sarebbe derivato il simbolo del quartiere: programmare un’iniziativa per poi abbandonarla a metà, è meglio non porvi per nulla mano...
La balza d’Acradina, nell’ottica della funzione urbanistica e strategica che ciascuna delle 5 poleis costituenti la Siracusa greca nel suo massimo splendore, non doveva essere semplicemente la città sacra alla divinità e ai trapassati, come invece ritenne Bernabò Brea.
Essendo la città acreide, piccola roccaforte, come l’etimologia suggerisce, cioè la città fortificata, la confluenza del sistema murario difensivo di Dionisio, era anche il centro di raccordo tra i due porti di Siracusa Sud ( il porto grande e il porto piccolo, il ( ........) e quello di Siracusa Nord ( il  ) che si allargava alla rada di Santa Panagia. Qui si ritiene, da parte di alcuni , come riferisce il primo degli archeotummaturi Nino Greco, detto Ciaula, il nel mio libro “ L’Ultimo Rais della Tonnara”, che avessero stazionato le numerose navi romane quando nel 212 a.C. il console romano Marcello assediò la città aretusea. E potrebbe anche essere vero che , come scrisse lo storico latino Tito Livio, dal suo palazzo( costruito proprio su questa altura della città ) quindi a brevissima distanza dal punto s’era ormeggiata la flotta assalitrice e non dal Castello Eurialo, che sorge a diversi chilometri di distanza , Archimede “speculo invento naves romans incendit”= inventato uno specchio ustorio incendiò le navi romane. Probabilmente l’aver provocato un incendio al naviglio nemico o l’essersi provocato per qualsiasi motivo un incendio improvviso ad una o più navi romane per cui esse, che stavano ammassate l’una accanto all’altra, dovettero fuggire per trarsi in salvo dal pericolo occorso inaspettatamente, le costrinse ad abbandonare immediatamente le ancora per evacuare la zona.
Lo potrebbe far pensare il fatto che proprio in quei paraggi è stato trovato, ai tempi del conte Piero Gargallo, proprio da Ciaula e compagni al servizio del Conte, un gran numero di ancore ben distanziate tra di loro che farebbe appunto sospettare che le navi avessero salpato immediatamente e tutte insieme per il sopravvenire d’un evento che li costringesse a quella decisione.
Peccato che nessuno avesse avuto cura, allora, di etichettarle e studiarne la provenienza, anzichè venderle ... a chilo!

 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu