Contrada Maniace - ortigia

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Contrada Maniace

MANIACE

Il Quartiere Maniace, chiamato così per la presenza del Castello Maniace, è ubicato nell'estrema cuspide meridionale di Ortigia. E' senzadubbio il quartiere del centro storico siracusano con più rovine medievali per la presenza, oltre che del Castello Maniace (il cui ingresso è ubicato in Piazza Federico II di Svevia), della bella Chiesa bizantina di San Martino, del trecentesco Palazzo Bellomo, e della più antica Chiesa siracusana, consacrata allo "Spirito Santo".
Dal Quartiere Maniace comincia il Lungomare di Ortigia, la lunga e pittoresca strada che costeggia la rocciosa costa orientale di Ortigia che si affaccia sul Mare Ionio, da cui si può godere di un'ottimo panorama e, se il tempo lo permette, da qui si può ammirare l'Etna e buona parte delle coste meridionali e settentrionali della provincia siracusana.


vedi anche:

http://www.antoniorandazzo.it/monumenti/castello-maniace.html

tra i nobili che li abitavano vedi:
http://www.antoniorandazzo.it/nobili/blanco.html


tratto da:Ortygia 2 illustrazione dei quartieri della città medievale di Paolo Giansiracusa (Dicembre 1981)

4 - LA CONTRADA MANIACE
— Analisi storica dell'impianto urbanistico.
— Classificazione e sviluppo dei tipi architettonici.
— Ipotesi sul tracciato urbano del periodo greco.
Rilievo delle trasformazioni medievali e dello stato di fatto con analisi planimetrica.
Analisi architettonica e classificazione dei tipi edilizi nella prospettiva del ripristino strutturale e ambientale previsto dalla legge speciale per Ortygia.
Ogni uomo, ogni società, per una straordinaria tendenza naturale crea le forme e costruisce l'ambiente di vita che meglio esprimono il significato della sua posizione sociale. Come in ogni città medievale, anche in Ortygia fu costruita un'acropoli cristiana attorno alla quale la cultura trainante coagulò le forme del suo pensiero.
Forte doveva essere nel Medioevo il significato religioso di Ortygia se il conte Ruggero innalzò Siracusa a Diocesi del Val di Noto (1) assegnandole un territorio corrispondente a circa un terzo della Sicilia. La Cattedrale di Maria Nascente doveva necessariamente esprimere questa dignità e configurarsi come fulcro di un'acropoli a vasto raggio politico-religioso.
NOTE
(1) (Per due secoli, a partire dall'anno 878, sotto la dominazione araba, Siracusa rimase priva del presule, che allora aveva il titolo di Arcivescovo di Sicilia. La diocesi fu ricostruita dai normanni nell'anno 1093 con a capo il Vescovo Ruggero, decano di Troina. Il diploma con cui venivano stabiliti i confini territoriali della diocesi siracusana è contenuto nel manoscritto del De Micheli «De Antiquo et Novo Stata Ecclesiae Syracus» ed è pubblicato dal Privitera: «Ego Rogerius praedictus Comes anno 1093... in acquisita Sicilia, Episcopales sedes ordinavi, quarum una est Syracusana Ecclesia cuius Episcopus est Frater Rogerius, cui in Parochiam assigno... A Castro Lympiados usque ad fluem Salsum. uti in mare defluii, et sicut ostendit supra, intra divisiones Castri-Joannis, et Anaor, indeque tendens ad Maura- neum ascendit ad flumen Chaltaelfar ed vadit inde ad pontem ferreum tendens Huethachayu, quod vadit ad flumen Paternione Hateneus, et sicut hoc flumen currit in mare, inde per maritimam usque Syracusas, et a Syra- cusis usque ad Castrum Lympiados, quod et Chata ubi caepit ista divisio»).






Le sorti della città però non furono sempre così felici anche per le mutevoli condizioni politiche, ed infatti la città fu ora santuario, ora cittadella fortificata, ora piazza d'armi, ora mercato a scala franca, ecc.
Col declino normanno e il passaggio agli svevi e agli aragonesi, la città cominciò ad essere sfruttata per le sue eccezionali qualità difensive e fu da tale momento che si rese necessaria la riorganizzazione di una chiave di difesa proiettata sulle acque del Mare Jonio: la realizzazione appunto del Castello Maniace, poderosa fortezza sveva dalla quale prende nome il settore in studio.
4/A - SCHEDA INTRODUTTIVA
La contrada del Castello Maniace è delimitata, a nord, dalla Via Capodieci, per il resto, dal Lungomare Alfeo e dal Lungomare Ortygia.
Sorge sulla parte più stretta dell'isola Ortygia, su quella lingua di terra sviluppata nel senso nord-sud e lanciata sulle acque del Mare Jonio chiuse a formare il Porto Grande.
A differenza degli altri comparti dell'isola, non ha uno strato sociale omogeneo e la sua popolazione non è quindi schematicamente classificabile per attività.
L'architettura, le cui tipologie abitative stanno a metà tra quelle della Giudecca e quelle della zona del Duomo, è caratterizzata da profondi ricordi medievali sia strutturalmente che stilisticamente.
Il tracciato urbano ricalca quasi fedelmente l'antico; le uniche trasformazioni sono localizzabili nei ronchi e nei cortiletti ricavati sulle aree delle orginarie traverse di Via Maniace.
Elemento architettonico significativo, sia per la mole imponente che per la parte che ha avuto nel tempo per lo sviluppo del comparto, è il castello: massiccia costruzione duecentesca sorta sul suolo di precedenti opere difensive.
La posizione avanzata sul promontorio ne fa un punto strategico che si può pensare sfruttato, in ogni epoca, per tale genere di costruzioni militari. Fu meta dei siculi, che percorrevano la isola nel senso nord-sud, come punto di vedetta ideale.
Il Castello Maniace (attualmente in restauro dopo essere stato abbandonato per secoli e ridotto ad un ammasso di macerie sottoposte all'azione distruttrice degli elementi), assieme al Castello Marieth, costituiva un tempo una delle più potenti opere difensive del Mediterraneo, la stessa che fece di Siracusa una cittadella fortificata, dopo essere stata «santuario» con i normanni, così sicura da ospitare anche i regnanti spagnoli per i quali erano previsti appositi appartamenti. Per questa importante funzione del castello, la zona Maniace fu continuamente restaurata e rinforzata nelle sue strutture difensive.
Che non solo il castello, ma tutta la zona contribuiva ad organizzare la difesa ne è prova il particolare riguardo che ebbe il vescovo Capobianco per il restauro delle alte muraglie della Turba, e ancora le provvisorie opere difensive allestite all'occasione in Via Maniace e allo Spirito Santo di cui si hanno notizie di attuazione fino all'Ottocento.
La zona del castello, oltre alla funzione difensiva, aveva un carattere spiccatamente produttivo e commerciale: la fonte Aretusa, come documentano il Gaetani (Annali di Siracusa) e il Capodieci (Annali di Siracusa), era sede di antichi operosi mulini e tutta la zona circostante, grazie all'abbondanza di acqua, era sede delle concerie e delle botteghe dei conciapelle. Per quanto riguarda le attività di culto, la zona fu sede antichissima della Chiesa dello Spirito Santo e poi della sua celebre confraternita, la stessa che, con la confraternita di San Filippo, organizzava le più significative manifestazioni di culto e quei «festini» religiosi che tante pagine della storia di Siracusa hanno riempito (la confraternita dello Spirito Santo fu istituita nell'anno 1652 da Mons. Giovanni Antonio Capobianco, Vescovo di Siracusa, ed approvata dal re di Spagna in Madrid il Io agosto 1652; dallo «Statuto dell'Arciconfraternita dello Spirito Santo», 1952, Siracusa).
Secondo una memoria storica locale il quartiere fin dal sec. IV ospitò la prima chiesa fatta costruire in Ortygia dal vescovo Germano: la Basilica paleocristiana dello Spirito Santo della quale non rimane alcuna traccia (1). Non molto tempo dopo, sicuramente nella prima metà del sec. VI, forse durante il vescovato di Stefano, accolse la basilichetta paleocristiana di San Martino Vescovo. Poi nel Seicento vide la costruzione della Chiesa di Gesù e Maria della quale rimase intatto il fantasioso portale vermexiano. Particolare impulso ebbero anche le istituzioni con carattere filantropico e assistenziale (ad esempio l'ospedale militare che sorse nei locali del Monastero di Santa Teresa). Tra le altre costruzioni religiose sono da ricordare la Chiesa e il Monastero di San Benedetto (sec. XVII) e una Cappella dedicata a San Michele (in Via San Martino) di cui non si ha più alcuna traccia.
La contrada Maniace fu anche zona residenziale e delle più sofisticate, a giudicare dalle capricciose e bizzarre architetture della Via Maniace (Palazzo Bianco del sec. XVII e Palazzo Fortezza del sec. XVIII), della Via Salomone (Casa Cassone e Palazzeto Lanza), della Via Santa Teresa (case dei numeri civici 21/25, 13/19, 9/5), della Via Capodieci (casa al n. 23).


L'originalità decorativa delle mensole di Palazzo Bianco, l'eleganza compositiva degli elementi architettonici del Palazzetto Lanza di Via Salomone, il fantasioso portale al n. 23 di Via Capodieci, documentano con quanta autonomia di stile e di gusto si costruisse in questo comparto così straordinariamente poliedrico sia nelle sue funzioni socio-economiche che nei suoi aspetti formali (architettonici e decorativi).
A meno delle nuove costruzioni ad est della Piazza Federico di Svevia e di qualche superfetazione o sostituzione localizzabile nelle vie Capodieci, Maniace (ad esempio il tanto discusso «palazzo di cemento»), e nel Lungomare Alfeo, il quartiere ha ancora la configurazione architettonica e urbanistica descritta dal Privitera (op. cit.).


Planimetricamente, confrontando un rilievo attuale col plastico di Giuseppe Costa (Modello ligneo di Ortygia del 1773 eseguito da Giuseppe Costa per l'abate Domenico Gargallo; il modello è attualmente di proprietà della famiglia Gargallo; di esso esiste una riproduzione dipinta nei locali del Municipio) o con quello napoletano del Bellomo (Modello ligneo proveniente da Napoli eseguito nella seconda metà del sec. XVIII. Rileva opere costruite fino al 1754, tra cui anche il Tempietto di San Giuseppe sorto in tale data), non è segnalabile nessuna modifica rilevante. Ciò significa che il quartiere, nonostante l'incuria, conserva ancora una omogeneità architettonica e urbanistica che difficilmente può riscontrarsi in altri settori dell'isola.
NOTE
(1) (Il Parroco Alessandro Anguillara, vissuto nel sec. XV, riferisce di avere visto una lapide scritta in lingua greca e ne riporta la seguente traduzione latina: «Post Chrestum Germanus Syracusarum Antistes / OPe Sancii Spiritus, voto, Praedicatione, Laboribus. / Ortigiam pene totam Christo adiecit. / Ibique ante Castri forum / Eidem cooperanti Paracleto / Templum erexit, consecravit, obtulit. / Ubi etiamnum Aram / Marciano Antiocheno... / Anno sui Praesulatus X / Iterum Insulae boreali loco / Ecclesiam Divis Petro, ac Paulo sacravit; / Quinquennio inde / Aliam prope Urbis medium / Ioanni protulit Praecursori... /».
Relativamente alle chiese paleocristiane del territorio siracusano esistono anche le affermazioni dello Scobar (sec. XVI) secondo il quale il vescovo Germano nel sec. IV «aedifìcavit ecclesiam Sancti Pauli Apostoli, et Sancti Petri Apostoli et ecclesiam Sancti Phocae positus est in eodem tempio...» e il vescovo Stefano, vissuto intorno al 533, «aedifìcavit ecclesiam Sancti Petri de Tremilio». Le affermazioni di C. Scobar sono riportate e condivise da Rocco Pirro in «Sicilia Sacra» del 1733.
Sulla veridicità della memoria dell'Anguillara e delle affermazioni delio Scobar ci sarebbe molto da discutere ma non è questa la sede per farlo. Ritengo comunque di dover dire che a mio parere l'unico documento ineccepibile sulle prime costruzioni religiose sorte nel territorio siracusano è l'epistola di San Gregorio Magno «ad Iohannem Episcopum» (del 596-597). C'è da dire però che tale documento non getta luce sulle datazioni delle chiese paleocristiane di Ortygia, di San Focà e di Tremilia poiché si riferisce solo ai due monasteri di Santa Lucia e di San Pietro ad Baias dei quali non si ha più alcuna traccia e la cui edificazione fu successiva a quella delle chiese).

4/B - ANALISI STORICA
«Al 5 di agosto 1542 di leggieri scuotimenti tremò la terra: e furono segni di grande disastro. Poiché ai 10 dello stesso mese, circa le ore 23, un tremuoto sì spaventevole scosse la Sicilia, e con più veemenza Valdinoto, che Siracusa con tutti i paesi della sua diocesi ne patì gravissimi danni. Crollò recando ampia ruina la torre del campanile, che allora altissimo si ergea sul duomo, e alla parte che guarda settentrione lo stesso antico tempio si dissestò. Moltissime case rovinarono in tutta la città, specialmente in Via Maniaci e nell'Amalfitania».
E ancora: «Ed infatti il giorno 9 (gennaio 1693), pria della mezza notte, da subita fortissima scossa Siracusa tremò: ne cadde il campanile di Santa Maria della Porta sopra Aretusa, e varie mura e case crollarono in contrada Maniaci, nella Resalibera, e nel vecchio castello di Casanuova con la morte di parecchie persone».
«...accompagnato da mugghio spaventevole di agitato mare, e da terribile fragore, un ripercotimento orrendissimo fe' traballare la terra in guisa, che in pochi istanti gran parte della città ne fu distrutta, nel resto sconquassata e rotta: Chiese, palagi, conventi, divennero orridi ammassi di ruine che seppellisono sott'esse da sei mila infelici, che non ebber tempo di scampar la vita» (Serafino Privitera, op. cit.).
«Una notte orribile, la notte del 5 novembre 1704, mentre il cielo lampeggiava di lampi spessi, e rumoreggiava di spaventevoli tuoni, un fulmine cadde nel castello Maniaci, penetrò ed apprese il fuoco alla conserva della polvere: trecento e più quintali ve ne aveva stipata in ottocento barili; uno scotimento come di tremuoto fe' tremare la città; ne seguì con terribil violenza e fragore l'esplosione cacciando in aria e slanciando fino alla distanza di più miglia nel mare ed oltre alla Maddalena le pietre ed i massi della polveriera, della chiesa e del torrione, che ne restarono disfatti» (Serafino Privitera, op. cit.).
Il racconto del Privitera è un continuo succedersi di eventi, ora misteriosamente fortunati, ora drammaticamente infelici. Evitando le azioni belliche per le quali è naturale il riflesso nocivo sulla zona Maniace, tali citazioni vogliono sottolineare come in altre drammatiche occasioni la prima ad essere colpita era la Via Maniace, e con essa i suoi abitanti e la sua architettura.
Le opere di ricostruzione e di restauro non sempre furono pronte e puntuali tanto che la città quasi un secolo dopo essere stata funestata da tali fatti viene descritta in tal modo da due viaggiatori inglesi del Settecento: «Ma, ahimè, come son caduti in basso i potenti! La città superba che gareggiò con Roma stessa è ora ridotta ad un mucchio di macerie. Quanto rimane non merita nemmeno il nome di città». E ancora: «È veramente triste constatare il tragico contrasto fra l'antica magnificenza di questa città e la sua miseria attuale. La grande Siracusa, la più opulenta e potente di tutte le città greche, ...è ora ridotta come rango d'importanza addirittura al di sotto del villaggio più meschino» (Patrick Brydone, «Viaggio in Sicilia e a Malta», 1770).
«Mai avevo provato impressione di rammarico e di pietà così forte quale quella che provai errando fra le rovine di Siracusa»
(Charles Henry Swinburne, «Voyage dans les deux Siciles», 1786). Le espressioni dei due inglesi sono per lo più rivolte all'immagine decaduta della città classica ma certo la città settecentesca non doveva loro offrire un quadro di vitalità sociale e di dinamicità commerciale considerati i giudizi totalmente negativi espressi su di essa.
Le testimonianze strutturali
Valutando la gravità dei terremoti si comprende come mai, al di fuori di qualche sparso frammento tardo-gotico o seicentesco e della cortina muraria duecentesca del Castello Maniace, nulla rimane nella zona dell'architettura precedente al 1693.
La basilichetta paleocristiana di San Martino, unica superstite grazie alla robustezza dei suoi elementi costruttivi, superando i tristi eventi in tutta la sua integrità strutturale conoscerà ben altre sventure: la sua chiarezza strutturale e la sua semplicità formale saranno grossolanamente mascherate con stucchi e intonaci colorati dai quali con molta fatica è stata ripulita con i restauri del 1917.
Come in ogni vicenda storica, per un naturale sviluppo, dopo la tragedia ritorna la calma e tutto rinasce con maggiore impulso e miglior vena, il Settecento avvolse Ortygia di un barocco fantasioso e tormentato e la zona Maniace ne percepì gli aspetti più originali e bizzarri accogliendo, nel limitato perimetro della sua stretta sella, le più tipiche costruzioni del barocco siciliano. Non grandi palazzi, ma piccole residenze. Non monumenti, ma architettura a scala umana.
Sviluppatasi oltre l'alta curva di livello che delimita la zona del Duomo, su un piano di quota inferiore (lo scatto di piano tra il livello più alto e quello più basso avviene lungo la spezzata che va da Via Santa Lucia a Via Conciliazione e a Via Capodieci), la zona Maniace, dopo i catastrofici terremoti, sebbene in un tempo molto lungo, sembrò risorgere all'ombra dei celeberrimi monumenti dell'acropoli cristiana.
La continuità architettonica perduta fu ripristinata sia costruendo sulle poche robustissime strutture rimaste in piedi che innalzando ex novo, con una chiarezza tecnica ancora oggi insuperata.
La Chiesa dello Spirito Santo e l'Ospedale Militare di Santa Teresa sorsero ex novo con noovo disegno e più ampio modulo. Per la prima fu chiamato il Picherali il quale sotto la luce cristallina di levante, ad un passo del Mare Jonio, sulla balza rocciosa di questo suggestivo lato di Ortygia, impiantò un complesso organismo a tre navate il cui frontespizio, ridondante di decorazioni, con la sagoma sinuosa e sveltissima, si contrappone al volume puro del castello duecentesco che si staglia a qualche centinaio di metri sull'estrema punta della costa. Questa entusiasmante opera di ricostruzione, iniziata dopo il terremoto del 1693, continuò fino a tutto il sec. XVIII. Nel secolo successivo iniziarono invece le prime trasformazioni urbanistiche di tipo deleterio; si trattò di idee dettate da uno stupido e vuoto «senso di ordine». Fu così che fonte Aretusa divenne una vasca di pesci perdendo le sue essenziali caratteristiche naturali e che il Fortino divenne uno squallido piazzale e ora area di parcheggio. Ma gli uomini dell'epoca ne furono soddisfatti e lo stesso Privitera, abile cronista, se ne entusiasmò: «E sotto la Sindacatura del Barone Pompeo Borgia (nell'anno 1847)... venne pure tolto quell'osceno di garrule e disoneste lavandaie, in cui era stato già da tempo mutato il celebre fonte Aretusa, e si die' una forma di semicerchio al bacino ora adorno della pianta rigogliosa del siracusano papiro, popolato di uccelli natii e di uccelli acquatici, ed abbellito di sopra di pilastri intagliati a fregi e di ringhiera. Così pure alla marina con gran fervore degli amorosi cittadini fu restaurato il fonte degli schiavi, e portata a compimento la flora con sedili di marmo, e torsi di granito antico con su bei vasi di fiori, e la deliziosa villetta; onde si ha presente in riva al magnifico porto il più ameno ed incantevole paesaggio, che il somigliante forse non trovasi in verun'altra città marittima» (Serafino Privitera, op. cit.).
Certo, se Cicerone avesse visto la «fons acquae dulcis, cui nomen Arethusa est» così conciata avrebbe rinnegato d'averla definita di «incredibili magnitudine».
4/C - ANALISI URBANISTICA
Tenendo in considerazione le cortine murarie trecentesche e quattrocentesche degli edifici: n. 38/36 di Via Maniace, n. 16 e n. 34 di Via Salomone; tenendo conto della posizione del cantonale e dell'allineamento della fondazione trecentesca di Casa Cassone, nonché dell'ubicazione dell'ex Casa delle Ree Pentite, della Chiesa dello Spirito Santo, della Basilica di San Martino, del Palazzo Bellomo, del Monastero Benedettino e della Casa Parisio, dell'edificio gotico (solo al piano terra) al n. 22 di Via Capodieci; considerando inoltre l'edificio al n. 56 di Via Salomone, che racchiude una porticina gotica e una finestrella ogivale con peducci laterali, si possono fissare degli elementi guida per gli allineamenti viari e il loro successivo sviluppo, dal Trecento fino ai nostri giorni.
Da tali elementi guida e dalle strutture architettoniche che intorno ad essi nel tempo si sono venute coagulando con sostituzioni totali o parziali, con trasformazioni, ecc., è possibile stabilire quanto urbanisticamente sia cambiato nella zona Maniace; ed è ben poco se si pensa che le mutazioni degli allineamenti sono al massimo uguali a quelle indicate dal cantonale di Via Salomone n. 16, slittato per ben due volte, ma di poco più di 50 cm.
Se dunque il quartiere attuale ricalca quasi fedelmente quello trecentesco e quattrocentesco, altrettanto non può dirsi con certezza per la situazione urbanistica precedente al periodo gotico.
Su questa è possibile fare solo un'affermazione intorno all'esistenza di un percorso nord-sud che conduceva all'estrema punta dell'isola, peraltro non localizzabile in maniera certa poiché, l'ex Vicolo dei Bellomo tronca nella cerniera di Via Capodieci lo sviluppo della greca «via principalis» ed è un po' azzardato pensarla proiettata sul Lungomare Ortygia facendole solcare l'isolato di San Martino ad est della Chiesa di Gesù e Maria.
La particolare traslazione degli isolati dalla Via Santa Lucia in poi fa sì che lo sbocco di ogni strada non si proietti direttamente nell'altra oltre la traversa. Tale fattore, che sicuramente corrisponde a degli espedienti di tattiche belliche oltre che ad una migliore protezione dai venti, complica enormemente la lettura dell'antico tracciato.
Molto potrebbe dirsi su tale tecnica pianificatoria, facente sì che la via delle Vergini non sbocchi nè in Via Maniace nè nel Vicolo Zuccolà, come pure la Via Conciliazione nel Vicolo Zuccolà e in Via San Martino, l'ex Vicolo del Bellomo in Via San Martino e al Lungomare Ortygia, e a sua volta il Vicolo Zuccolà in Via Salomone e in Via Maniace e, infine, che la Via San Martino non sbocchi nè al Lungomare Ortygia nè in Via Salomone.
E importante sottolineare che questa tecnica pianificatoria è dettata dalle particolarità geografiche dell'isola la quale va restringendosi ad imbuto, e che corrisponde a requisiti difensivi. Ma tutto ciò a nulla serve nella ricerca di un antico percorso unente la via sacra al promontorio lanciato sul Mare Jonio. La ricerca può farsi invece per due indirizzi: uno rivolto alla situazione orografica del territorio che farebbe pensare ad un antico tracciato sviluppato su di un unico livello e, stando alle quote di Ortygia, si potrebbe localizzare solo sul lato est della sella della zona Maniace e cioè tra il Lungomare Ortygia e la Via Salomone; l'altro basato sul punto fermo (chiaro elemento guida di imposizione naturale) della fonte Aretusa alla quale peraltro conduceva anche il percorso interno ora ricalcato dalle vie Cavour, Landolina e Picherali.
Solo l'uso dell'acqua della fontana può far valere l'ipotesi di un percorso indiretto, spezzato in prossimità della sorgente naturale e quindi sull'allineamento di Via Capodieci (1).
Sono comunque caute ipotesi e linee indicative per ulteriori analisi poggiate sulla documentazione archeologica.
Anche l'analisi grafica, condotta sulle divisioni catastali con segni orizzontali e verticali rappresentati su fogli separati, può condurre a certi risultati. Con quest'ultimo metodo bisogna però tenere in giusta considerazione gli errori di rilievo, le tolleranze grafiche, l'origine storica di ciascun segno grafico (databile sulla conoscenza materiale delle cortine murarie) per la valutazione delle trasformazioni, l'influenza delle curve di livello sulle disposizioni dei vari allineamenti. Con questo metodo di lettura urbana su alcuni percorsi a sviluppo longitudinale è possibile avanzare qualche ipotesi di continuità.
La via Conciliazione sembra infatti estendersi sia a nord che a sud. A nord arriva fino all'originario fronte principale del Tempio di Athena; a sud taglia in due parti uguali l'isolato compreso tra la Via San Martino e il Vicolo Zuccolà tendendo a ricongiungersi con la Via Salomone. Anche il Vicolo Zuccolà con questo metodo grafico sembra avere una continuità verso nord tagliando in due parti uguali l'isolamento compreso tra la Via delle Vergini e la Via Conciliazione.
Gli assi trasversi delle vie Privitera, Capodieci, Santa Teresa, Delle Sirene, sono chiari elementi di distribuzione nel senso est-ovest, tamponati fin dal Settecento dal lungo isolato compreso tra il Lungomare Alfeo e la Via Maniace. Il fatto che quest'ultimo sia continuo (solo un'interruzione, peraltro iniziale, viene segnalata da Giuseppe Costa nel plastico del 1773 ma riempita prima che il Cavallari rilevasse la sua «Topografia Archeologica di Siracusa» nel 1880-81) non è dovuto alla protezione che potrebbe esercitare nei confronti dei venti marini (inesistenti da questo lato del Porto Grande), bensì al fatto che la divisione di proprietà è sempre avvenuta per strisce trasversali aventi sbocco sia sulla Via Maniace che sul Lungomare Alfeo.
Essendo dunque ogni abitazione proiettata sui due lati, si sarebbe rivelato superfluo un collegamento pubblico che spezzasse l'isolato.
Per quanto concerne i vicoli (Plemmirio e Zuccolà) e i ronchi (Esculapio, Spirito Santo) si può dire che la loro funzione sia quella di percorsi interni agli isolati. Nessuna rilevante trasformazione hanno subito dalla ricostruzione, avvenuta dopo il terremoto del 1693, fino ai nostri giorni.
NOTE
(1) (La fonte Aretusa fu fortissimo elemento di richiamo sia al momento della colonizzazione greca che in fase di insediamento urbano. In qualunque analisi planimetrica di Ortygia la sua ubicazione va reputata come un punto fisso di primaria importanza. Le strade che attualmente vi conducono ricalcano i collegamenti più brevi ed immediati che dai vari punti di Ortygia consentono di raggiungerla).

4/D - ANALISI STORICA E RILIEVO DELLE CONCERIE
Anche Ortygia, come tutti i centri storici, racchiude un segreto particolare la cui rivelazione, nota ai vecchi abitanti dello scoglio, è spesso sconosciuta agli studiosi. Il segreto di Ortygia è costituito dalle concerie la cui testimoninaza storica è spesso data in maniera superficiale e peraltro in discorsi aventi altri scopi descrittivi. Le prime notizie che danno un certo affidamento risalgono al Fazello (Tommaso Fazello: «De Rebus siculis», 1558) che tuttavia ne parla in maniera sfumata a proposito della descrizione della fonte Aretusa. Gli storici siracusani, il Privitera in primo luogo, aggiungono alle informazioni del Fazello alcune note, di tipo ridotto e di valore secondario, su notizie del proprio tempo. Si sa da essi che le concerie ebbero una particolare utilizzazione per la «concia dei cuoiami»; sembra inoltre, da certe descrizioni, che l'intero quartiere ruotante intorno all'Aretusa avesse questa singolare vocazione artigianale.
Se tale uso è rilevabile dal Cinquecento in poi, altrettanto non può affermarsi per l'origine delle vasche e quindi per la data di intaglio di queste cavità artificiali. Senza volerle considerare parte di quell'enorme bacino idrico di cui danno notizia gli storici (deve infatti pensarsi che quest'ultimo fosse costituito esclusivamente dall'Aretusa), può senz'altro affermarsi che la loro origine è di epoca classica. Lo stesso taglio della pietra, molto simile tecnicamente a quello delle latomie ne è prova inconfutabile (pareti ad imbuto rovescio con forte rastremazione alla base).
Era nota in epoca greca la presenza delle enormi risorse idriche del territorio ibleo e le sorgenti naturali di Ortygia ne erano lo sfogo evidente; tali scaturigini ebbero l'importante funzione di consigliare la scelta del sito urbano ai primi colonizzatori. Gli abitanti dell'isola per raggiungere le bocche della falda freatica non avrebbero dovuto fare altro che seguire le vene idriche e così fecero creando enormi vasche sotterranee scavando nella tenera roccia.
Il rilievo di Cristoforo Cavallari (F. Saverio Cavallari e Cristoforo Cavallari, op. cit.). Il primo rilievo delle concerie della zona della fonte Aretusa fu eseguito nel 1880-81 da Cristoforo Cavallari il quale ne segnala tre: due nella striscia compresa tra il Lungomare Alfeo e la Via Maniace, una sotto le abitazioni ad est dell'Aretusa. La descrizione che ne da è la seguente: «Sotterranei incavati nella roccia nei quali si osservano i canali come quelli della fonte Aretusa, e da dove similmente sgorgano copiose acque».
Tali «ricettacoli sotterranei... sono comunemente chiamati Concerie». A proposito della descrizione dell'Aretusa egli aggiunge altre notizie: «Il fondo dell'emiciclo e dei canali è formato di roccia con una superficie alquanto irregolare: il piano del primo è più depresso dal livello medio del mare di circa m. 0,40, mentre quello dei canali varia dai m. 0,10 ai m. 0,15. Nel bacino sotterraneo, prossimo alla fonte Aretusa, nel lato orientale, oltre il canale naturale per cui riceve le acque dell'Aretusa, ne esistono altri tre; uno di questi funziona come emissario naturale, per smaltire le acque a mare e negli altri intagliati nella roccia, in cui si internano non più di m. 2, vi sgorga l'acqua.
Nell'altro bacino sotterraneo, presso il vicolo a mezzogiorno della fonte Aretusa, si incontrano altri quattro canali profondi poco più di un metro, dei quali tre intagliati nella roccia a sezione rettangolare in cui sorge l'acqua ed il quarto naturale che funziona come canale di scolo.
Nel terzo bacino prossimo al precedente, il cui accesso è nel medesimo vicolo, vi sono due canali artificiali: in uno sgorga l'acqua e nell'altro si smaltisce. Tutti i canali artificiali sopra descritti sono in diretta comunicazione con i meati naturali sotterranei, i di cui orifizi hanno un'altezza che varia dai 18 ai 26 centimetri».
Il rilievo del Mauceri (Luigi Mauceri: «La fonte Aretusa nella leggenda, nella storia e nell'idrologia», Torino 1939).
Anche il rilievo del Mauceri si presenta subordinato a quello della fonte Aretusa. In particolare egli aggiunge: «Dette concerie, che in numero di tre erano in prossimità dell'Aretusa, venivano alimentate dalla stessa falda acquifera, e perciò nella intermittenza del 1870 rimasero prive di acqua. Queste concerie, sino a pochi anni fa addette a lavatoi, furono costituite da grandi escavazioni a parete verticale praticate nella roccia per raggiungere le vene idriche esistenti nei calcari nella zona circostante alla fonte. In origine (quale origine? n. d. a.) furono destinate all'industria della concia dei cuoiami, che era molto sviluppata a Siracusa nel Cinquecento e nel Seicento, e poi decadde. Una di queste concerie stava a levante dell'Aretusa e due si trovavano a mezzogiorno con accesso dalla Via Alfeo; l'acqua vi penetrava da piccoli meati naturali, in qualche punto allargati con brevi cunicoli, e poi si scaricava in mare mediante altri cunicoli».
La scoperta. Con una certa fortuna e con l'aiuto determinante delle indicazioni del Cavallari sono riuscito a trovare le tre concerie su menzionate; esse sono così rilevabili:
1) - Lungomare Alfeo, numero civico 6, particellata catastale C. U. 2205, proprietà Cannizzo;
2) - Lungomare Alfeo, numero civico 11/A, particella catastale C. U. 2209, proprietà Bongiovanni;
3) - Largo Aretusa, numero civico 5, particella catastale C. U. 2062/2063, proprietà la stessa del negozio di souvenir soprastante.
Le tre concerie sono attualmente in disuso e due di esse, dopo avere sperimentato varie funzioni, sono state murate. La unica rimasta quasi intatta è la conceria Cannizzo. La conceria Bongiovanni è pure visibile, infatti si può arrivare alla sorgente da una piccola scaletta; un recente intervento l'ha deturpata con l'inserimento di un solaio in cemento armato.
La Conceria Cannizzo - Bellomia
È una copiosa sorgente d'acqua con più vasche, alcune di recente costruzione, e più scaturigini. Prima dell'abbandono dopo essere divenuta lavatoio pubblico, era servita all'allevamento delle anguille e alla macerazione dei lupini. Consiste in uno scavo abbastanza ampio, praticato nella viva roccia con lo scopo di raggiungere la bocca della sorgente. Dopo un taglio nettamente verticale, nella parte sottostante, va a rastremare e ciò per ottenere una maggiore superfìcie utilizzabile. Sopra, all'altezza del piano di Via Maniace (con cui l'ambiente non comunica per via di un muro di tamponamento), sono evidenti i segni dell'appoggio di una copertura.
I cunicoli del lato nord furono sicuramente praticati per ricercare i piccoli meati naturali. Le bocche di maggiore portata sono quella dell'angolo di nord-est e quella situata a metà della parete nord.
Nelle vicinanze della parete sud sembra invece esservi un canale di risucchio. II flusso dell'acqua viene convogliato in un unico canale che corre verso il mare.
La prima metà della vasca è coperta da una volta a conci squadrati di arenaria gialla (sembra essere opera di fine Settecento unitamente all'abitazione che sorregge).
Alcuni rinforzi strutturali, per la verità poco felici, vi furono praticati nel 1968 a seguito del crollo della parete dell'alloggio del lato nord. Elemento negativo è il fatto che nelle acque sorgive vi si scarichi attualmente l'impianto di un w. c.; le abitazioni che si affacciano nella conceria hanno inoltre fatto della vasca grande un ricettacolo di rifiuti. Un particolare curioso è sulla parete sud. nella parte alta: un rilievo raffigurante la Madonna. Il luogo è altamente suggestivo e merita di essere riutilizzato per un uso ad esso congeniale.
La Conceria Bongiovanni
Consiste in uno scavo di quattro metri praticato nella viva roccia miocenica. Le dimensioni della vasca sono di m. 3,90 per m. 6,25. L'altezza dell'ambiente coperto da una volta a botte risolta con conci squadrati di arenaria, è di circa 8 m. Al fondo della vasca si perviene attraverso una scaletta poggiata alle pareti ovest e sud. La parete est è quella in cui è ricavato il cunicolo che attinge alla vena idrica. La stessa parete presenta nella parte alta una tamponatura e tracce di un arco a tutto sesto. Anche le pareti di questa vasca, nella parte inferiore, vanno a rastremare. L'ultimo uso che si ricordi è quello di lavatoio pubblico.
Più di dieci anni fa la vasca fu coperta da un solaio in cemento armato collocato all'altezza di quattro metri circa; il passaggio per scendere alla sorgente fu lasciato sulla parete sud. Attualmente la conceria è piena di macerie che non consentono una chiara lettura della vasca.
Anche qui vi è uno scarico fognante che dovrebbe essere eliminato.
All'esterno l'ingresso della conceria è qualificato da un robusto portale settecentesco in parte sottostante al livello di Via Alfeo.
La Conceria dell'Aretusa
Secondo le notizie storiche e quelle attinte nel quartiere si è potuto capire che questa conceria è ubicata sotto il negozio di souvenir del Largo Aretusa. Essa non è comunque visibile e ciò perchè un solaio in cemento armato ha completamente chiuso la vasca. L'ingresso alla conceria doveva essere al n. 5 del Largo Aretusa ove è attualmente una vetrina di esposizione. La sorgente pare fosse in prossimità della parete est; le acque sorgive dovevano scaricarsi nell'Aretusa. La considerazione prima che è venuta fuori dallo studio di questi singolari «monumenti» di Ortygia è basata sul rincrescimento dovuto al constatare il penoso stato di abbandono e gli interventi deturpanti cui sono state sottoposte nell'ultimo ventennio le concerie.
4/E - LA FONTE ARETUSA
«Un'isola, Ortygia, giace sull'oceano nebbioso / Di contro a Trinacria dove la bocca di Alfeo / Gorgoglia mescolandosi con le fonti della vasta Arethusa».
Così l'Oracolo si pronunziò rivolgendosi ad Archia (Archia, secondo una tradizione riportata da Tucidide, fondò Siracusa, verosimilmente nell'anno 734 a. C. Egli discendeva dalla stirpe degli Eraclidi di Corinto).
È una storia di miti e di leggende che ha riempito le pagine della letteratura di ogni tempo. Da Pindaro a Silio Italico, da Virgilio a Pindemonte. da Ovidio ai contemporanei, la storia della letteratura ha un continuo ritrovarsi dinanzi alla leggenda della ninfa Aretusa.
Leggenda a cui neppure gli storici seppero rinunziare, così da Cicerone a Fazello, da Edrisi a Mirabella, la Storia di Sicilia si proietta affascinata tra il mito e la realtà della celebre fonte.
Nell'avventura di Alfeo, misteriosamente celata dalle acque del Mediterraneo, c'è il grande bisogno degli isolani della colonia di sentirsi legati alla madre patria, anche se da una leggenda.
«Alfeo vien da Doride intatto, infin d'Arcadia per bocca di Aretusa e mescolarsi con l'onde di Sicilia» (Virgilio). «La fonte cambiò di colore per effetto dei sacrifici dei buoi fatti ad Olimpia» (Strabone).
Alfeo, secondo il sentimento popolare, accorcia le distanze tra la Grecia e Siracusa e addirittura in certe occasioni diviene portatore diretto di notizie e di fatti. Sentire le sue acque gorgogliare nella bocca d'Aretusa significava per i sicelioti sentire respirare la stessa patria natia. Che i coloni si sentivano fortemente legati alle proprie città d'origine è documentato anche dal particolare senso di nobiltà e di pregio che essi davano alla propria radice greca. «Le serve che son tue va' a comandare: / comandi a quei di Siracusa? ed è / ben, che ciò non abbi ad ignorare: / d'origine Corintia noi siam scese, / come Bellerofonte, e favellare / in lingua costumiam Peloponnese... (Teocrito, «Le Siracusane»).
Al tempo dei romani la fonte veniva descritta come «fons... plenissimus piscium, qui fluctu totus operiretur, nisi operiretur, nisi munitione ac mole lapidam diiuncutus esset a mari» (Cicerone). Nel Medioevo fu vista come «meravigliosa sorgente che s'appella An Nabbudi» (Edrisi Geografo arabo vissuto nel sec. XII. Viaggiò a lungo in Spagna e nell'Africa centrosettentrionale come dimostrano le scrupolose notizie che dà di questi luoghi nei suoi scritti. Per incarico di Ruggero II iniziò nel 1138-1139 la compilazione di un'opera che illustra tutti i paesi del mondo allora conosciuti, intitolata «Sollazzo per chi si diletta a girare il mondo», chiamata dagli eruditi arabi «Il libro di Re Ruggero». Per la compilazione del libro Edrisi impiegò 15 anni).
Nel 1558 il Fazello (op. cit.), dopo le opere di trasformazione operate dagli spagnoli per innalzare il bastione di Santa Maria della Porta (1540), la ritrovò degna di meraviglia: «...verso ponente è il grandissimo e celebratissimo fonte d'Aretusa, che è bagnato dall'onde del porto maggiore, il quale uscendo fuori di sassi e caverne, subito sbocca in mare...», «...molti di quei rivi, che escono da diversi luoghi, e che vanno sparsi, qua e là, e che a guisa di fiumi servono alle botteghe delle conce de' corami (concia dei cuoiami, molto diffusa in quel periodo a Siracusa), congiunti insieme, facevano un grandissimo lago, il quale essendo di giro l'ottava parte di un miglio, si distendeva dalla bocca d'onde esce adesso, per fino al fonte, il quale al mio tempo si chiamava da' Canali, come si può vedere ancora per alcuni vestigj d'acque, e di acquedotti, dove già era l'antica porta chiamata d'Aretusa, secondo Livio, benché al mio tempo si chiami la porta de' Zuccheri (Saccariorum. Il Pirri scrivendo in latino chiamò la porta «Saccaria», nome che il Capodieci tentò di spiegare supponendo che da essa i militi romani entrarono in Ortygia e diedero il sacco alla città), dalla quale Marcello prese l'isola... Essendo questa porta integra e murata con antichissime e maravigliose pietre, e tra tutte le porte antiche fusse rimasta sola, già venti anni sono per fortificare la città fu serrata, e perdè in un tratto l'uso, la forma e 'l nome. Ma quella che oggi mena altri verso il fonte Aretusa, dedicata a Santa Maria del Porto (è un errore del Fazello, infatti cinquant'anni dopo il Mirabella, in «Dichiarazione della pianta delle antiche Siracusa» dato a Napoli nel 1613, la chiamerà Nostra Signora della Porta), pochi anni sono fu aperta, non ve n'essendo prima stata alcuna. Perchè un tempo fa l'acqua del fonte Aretusa bagnava le sue mura di fuori, e di dentro era fatta a scalini grandissimi di pietra, che son oggi coperti dalla terra, su pe' quali andavano i Siracusani a pigliar l'acqua, che surgeva dentro la città. Ma essendosi poi divisa Aretusa in più rami, e rampolli in successo di tempo, diede occasione, che quivi si facesse quella porta»,
«Non molto lontan dal fonte Aretusa, nel mezzo del mare sorge una fontana d'acqua dolce, e getta l'acqua fuori dal mare, ed è chiamata dal volgo, occhio di Cilica» (o anche della Zillica).
«Il fonte d'Aretusa adunque era già grande, e vi si poteva pescare, ed era circondato da grandissime pietre, murate con bellissimo ordine, intorno alle quali, essendo gittato molto bitume, e pegola, si ribattevano indietro l'onde del mare senza sentir nocumento alcuno, delle quali pietre si vedono ancora oggi molte riliquie. Perchè al mio tempo si vedevano sopra queste rovine bituminose, e impegolate, edificate case, e botteghe di coloro che attendevano alla concia de' corami, le quali essendo state rovinate, vi si fecero fortissimo baluardo, per difesa della città».
Secondo il Privitera (op. cit.) la Chiesa e il Campanile di Santa Maria della Porta citati dal Fazello, caddero col terremoto del 1693 e non furono mai riedificati. Secondo il Mauceri (op. cit.) il sito della Chiesa è localizzabile nel lato sud dell'attuale Casa Politi.
Nel Settecento facendo riferimento all'incisione del paesista Chatelet, la fontana non era altro che un lavatoio tra le macerie. Il Capodieci ne parla a proposito della vendita dei mulini. Il Privitera, dopo i lavori del 1847, ce la descrive com'è attualmente. Quest'ultimo dà pure notizia che nel 1571, chiudendo dentro le fortificazioni la fontanella de' Saccari» che sorgeva sul lido per comodo dei naviganti», fu costruita per il medesimo uso la Fonte degli Schiavi alla Marina.
La fonte Aretusa, così come bene aveva intuito il Bonanni «Delle antiche Siracuse», 1624) e così come bene ha documentato il Mauceri (op. cit.), è in effetti uno dei tantissimi sfoghi della falda freatica iblea, la stessa che alimenta la fonte Ciane dal lato opposto del Porto Grande.
Tali acque determinarono la scelta dell'isola di Ortygia per l'insediamento dei colonizzatori di Corinto. I greci non avrebbero mai edificato una città in un luogo privo di fonti per l'approvvigionamento idrico. Dunque l'Aretusa indica veramente il primo luogo in cui approdò Archia, un luogo fertile e pieno di vita appunto perchè ricco di acque.
4/F - ANALISI DELLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE
II Castello Maniace
Monumentale fortezza sveva costruita intorno al 1239 da Federico II di Hohenstaufen (1194 - 1250) con ampio modulo (m. 51x51 in pianta) ed imponente sistema costruttivo sul luogo di precedenti opere di fortificazione. La denominazione, di origine tradizionale, gli deriva dal nome del generale bizantino Giorgio Maniace che conquistò Siracusa nell'anno 1038.
Sorge sull'estrema punta dell'isola, sul promontorio roccioso (isolato da Ortygia per mezzo di un canale artificiale; le due parti un tempo erano collegate da un ponte levatoio) che avanza come per chiudere il Porto Grande. La sua funzione essenzialmente difensiva ebbe modo di essere sperimentata in varie occasioni. L'imponente quadrilatero, chiuso da massicci torrioni cilindrici, all'interno era concepito come una griglia modulare di cinque elementi base per ogni lato, corrispondenti a delle maglie coperte da volta a crociera, chiuse a formare un portico con atrio centrale. L'attuale restauro strutturale, procedendo con la eliminazione delle superfetazioni e delle tamponature orizzontali e verticali, sta portando alla luce l'enorme ambiente unico in cui i pilastri della corte centrale si differenziano dagli altri per essere fascio e per avere dei capitelli riccamente decorati. Diverse volte sono visibili in tutta la loro severità strutturale. La tecnica costruttiva con cui furono elevate faceva uso di tre tipi di pietra: la calcarea e la lavica furono adoperate per il taglio dei conci parallelepipedi incastrati a L; l'arenaria fu adoperata per il riempimento dei rinfranchi data la sua porosità e la conseguente leggerezza.
A causa delle trasformazioni spagnole (alle quali risale anche la porta vermexiana del ponte levatoio), del terremoto del 1693 e dell'incendio seguito allo scoppio della polveriera nel novembre del 1704, il castello si presenta in molte parti irrimediabilmente menomato. A tale distruzione ha contribuito anche l'uso che si è fatto del suo organismo spaziale: dapprima fu prigione, poi caserma militare e come se non bastasse le sue strutture sono state sempre minate dagli elementi naturali e le sue pietre abbandonate sono state oggetto di riuso altrove. Prima degli attuali restauri appariva come una cava di pietra abbandonata dopo essere stata scavata.
Nella maestosa cortina muraria sono ancora leggibili le graziose sagome gotiche delle finestre e sul lato nord il duecentesco portale marmoreo; dello stesso periodo e dello stesso stile del portale e la trifora del lato ovest della quale rimangono pochi ma interessanti frammenti.
I torrioni, che resistono alla sfida del tempo, nel 1618 per richiesta del castellano Giovanni de Rocca Maldonato furono dedicati ai quattro Santi Pietro, Caterina, Filippo e Lucia; lo stesso castello fu dedicato a San Giacomo (Jesus Maria y Joseph «Por lettera dei 20 de Julio de 1618 congede Excellencia y Real Patrimonio al Castellano d'esto Castello D. Joan de Rocca Mal- donato, que sellarne de Sant Jago de' Maniace y que los quattro torriones S. Pedro, S. Catarina, S. Philippe, S. Luzia, yque en horna del glorioso Jago se haga seguida, omo està ordenado en las de mas fiestas del'anno yque a sì lo estabilesca y sus Suze- sores», dal Privitera, op. cit.).
Dell'originale e famoso impianto idrico rimane solo una pozza tradizionalmente detta «bagno della regina» situata sotto le fondazioni della cortina muraria del lato ovest. Di questo «bagno» danno notizia sia il Capodieci («Dentro il regio castello, detto Maniaci, nel lato di fuori del primo torrione in entrare a destra si osserva un Bagno nominato volgarmente della Regina. Vi si scende per numero 40 gradini, lunghi palmi 5 con volta di pietre quadrate...». G. M. Capodieci in «Antichi Monumenti di Siracusa» del 1813) che il Privitera ( «In questo castello, e proprio sotto il maschio della fortezza, esiste ancora un bagno detto della Regina: vi si scende per una scala intagliata nella viva roccia, ed al fondo, quasi al livello del mare, si trova la stanza con sedili e vasca di marmo sempre colma d'acqua sorgiva, dolce e freschissima. Si vedono ancora alla parete le nicchiette ove si posavano le lucerne». Serafino Privitera, op. cit.).
La Chiesa di San Martino
Graziosa basilichetta di tipo paleocristiano costruita, con molte probabilità nel sec. VI (forse durante il vescovato di Stefano e ciò in base a delle affinità stilistiche ed architettoniche con altre costruzioni dello stesso periodo), in una delle zone più popolose ed attive dell'isola. La sua severa struttura originaria di tipo monoabsidato a tre navate ha subito notevoli manomissioni nel tempo, ma i restauri, avviati nel 1917 e dopo varie riprese portati a compimento nel 1961, l'hanno restituita quasi intatta.
La facciata rimaneggiata nel sec. XIV espone un bellissimo portale ogivale a fascio di colonnine con capitelli decorati con motivi floreali: è un chiaro elemento dell'architettura aragonese, portante la data MCCCXXXVIII e il monogramma IHS XHS. All'interno, nella zona absidale, si notano due colonne romane riutilizzate con capitelli in marmo bianco decorati con fogliame.
Da considerazioni dimensionali sulla planimetria si deduce che l'attuale impianto originariamente doveva essere meno sviluppato nel senso longitudinale e ciò a profitto di un nartece di cui non rimane traccia alcuna.
Chiesa dello Spirito Santo
Sorge su un antico luogo di culto in sostituzione di una precedente costruzione distrutta dal terremoto del 1693.
Fu progettata da Pompeo Picherali nel 1727 con due ordini sormontati da una trifora e divisi da un imponente cornicione dalla linea spezzata altamente plastica. Tutta la facciata, risolta con bianco luminoso calcare, è un continuo gioco di piani e di sagome definito in ogni nodo strutturale con decorazioni morbide e fantasiose.
L'interno luminoso e imponente, ricco di qualità plastiche e pittoriche, è un modello di riferimento per l'architettura locale del Settecento. Il motivo delle colonne abbinate al pilastro e la linea spezzata delle cornici, che si ripercuote nelle dilatazioni spaziali, rendono il volume interno vario e dinamico.
Chiesa di Gesù e Maria
A causa delle passate e recenti trasformazioni, del suo organismo originario non rimane che un imponente portale al n. 11 di Via Capodieci.
Il portale, raffinato elemento costruttivo vermexiano assegnabile al primo quarto del sec. XVII, rappresenta uno dei più ricercati esempi seicenteschi della composizione architettonica e della intuizione decorativa: il sistema geometrico che l'avvolge con la linea spezzata dagli stipiti al timpano è un equilibrato e sapiente gioco di linee.
La decorazione floreale, misurata e discreta, ne ingentilisce i contorni e le campiture, specialmente nel timpano spezzato dall'oculo.
Il Monastero poi Ospedale Militare di Santa Teresa
«Nel 1568 un altro ne fondò la Signora Benigna Romano sotto il titolo di Santa Croce, pel cui ingrandimento il Signor Vincenzo Parisi donò le sue case che vi erano contigue; il qual monastero fu poi convertito in ritiro di correzione per le mogli che rupper fede ai mariti, dette le Ree Pentite, ed appresso mutato in Ospedale Militare di Santa Teresa» (Serafino Privitera, op. cit.). Dell'edificio cui si fa riferimento ben poco resta e ciò per varie cause, non ultima quella del sisma del 1693. A causa di tale terremoto la struttura del vecchio monastero dovette andare in frantumi poiché gli interessati costruirono ex novo.
Parte risalente a tale ricostruzione è quella della Chiesa la quale ha prospetto principale sulla via omonima. Il prospetto fu concepito a due ordini architettonici con struttura robusta e decorazione severa. Gli ingressi furono tamponati col mutare della funzione dell'organismo architettonico. L'attuale complesso, soffocato da costruzioni ottocentesche, ospita il Presidio Militare.
Dei predetti organismi architettonici di tipo religioso quelli meglio conservati sono i primi due; ciò anche perchè non ne è stata sovvertita la funzione originaria per la quale sorsero.
Gli altri, poiché destinati ad usi inconciliabili con la propria organizzazione spaziale, hanno subito gravi trasformazioni. Anche per essi il restauro strutturale e il ripristino funzionale dovrebbero essere rivolti a riscoprire e valorizzare l'originaria organizzazione spaziale liberandola da partizioni, aggiunte, ecc., e destinandola, se non proprio all'uso originario, ad un'attività conciliabile col sistema distributivo ritrovato.
VIA MANIACE
Che la Via del Castello Maniace abbia sempre avuto un carattere più imponente ed una funzione più importante rispetto alle altre strade del settore si capisce dalla qualità dei ricordi trecenteschi e quattrocenteschi della sua architettura.
È ad esempio ancora intatta la cortina muraria di tipo gotico interamente risolta a conci squadrati al n. 36 della via; nonostante le superfetazioni ottocentesche e le trasformazioni passate e recenti delle aperture, la preziosa tecnica costruttiva del nostro Quattrocento è ancora leggibile in tutta la sua integrità.
Di minore imponenza, ma altrettanto chiaramente leggibili, sono le tracce di strutture gotiche al Ronco 2° alla Fontana ove nel lato sud, nel cantonale, è evidentissimo il sistema costruttivo a conci squadrati; interessante è anche il frammento strutturale di uno stipite.
Massiccio e imponente è l'arcone, forse trecentesco, in fondo al Ronco 2° al Castello Maniace, ove è chiaramente visibile la potenza costruttiva di uno dei robusti bassi pilastri.
La strada ebbe sempre, in ogni tempo, tali qualità architettoniche altamente espressive ed infatti l'architettura che vi si impiantò prima e dopo il terremoto del 1693 ne dà ancora altissima testimonianza.
PALAZZO BLANCO
Elegante costruzione seicentesca attribuibile ad Andrea Vermexio per gli elementi architettonici e le decorazioni tardo-rinascimentali della facciata. È abbastanza noto per quel balcone bizzarro che è divenuto l'emblema dell'architettura dei Vermexio e dell'architettura barocca in Sicilia. Il suo sviluppo strutturale originario è forse da ritenersi più ampio dell'attuale come sembra indicare il cantonale a bugnato sul lato sud del Ronco 2° al Castello Maniace, stilisticamente e dimensionalmente gemello a quello murato sotto l'ultima mensola a sinistra del fantasioso balcone.
Il balcone rientra sicuramente in un progetto di trasformazione di Giovanni Vermexio del cui stile si riconoscono le linee spezzate nella decorazione degli stipiti e dell'architrave.
Il Palazzo Bianco, forse già residenza stessa dei Vermexio, è attualmente un complesso organismo soffocato da superfetazioni e sconvolto da rimaneggiamenti. La parte attualmente occupata dai numeri civici 52 e 50 è una sostituzione dell'ultimo Ottocento, quella occupata dal n. 54 ha una soprelevazione settecentesca.
Dell'originario edificio rimane dunque la striscia centrale e l'ala sinistra, rimaneggiata da Giovanni Vermexio, le quali sono disturbate dalle spontanee e disordinate finestrelle prodotte nell'antica muratura al mutare della funzione degli spazi interni e quindi al nuovo bisogno di luce e di ventilazione. L'interno, in cui predominano le strutture ad arco ribassato, ha subito non minori trasformazioni.
PALAZZO FORTEZZA
Al fasto decorativo del seicentesco Palazzo Bianco, a poche decine di metri di distanza, al n. 32 della stessa Via Maniace, si contrappone la severità strutturale del settecentesco Palazzo Fortezza, imponente costruzione barocca destinata a perire per il perdurare dell'incuria e della disattenzione degli organi competenti.
Il prospetto è di una chiarezza strutturale insuperabile ed è schematizzabile in cinque striscie verticali, in cui tra la seconda e la terza da sinistra si impianta l'imponente portale a bugnato, chiuso da un grazioso concio di chiave, modellato dagli emblemi del Casato. Il portale altissimo, arriva sino alla cornice di divisione dei due ordini. Il primo ordine, nell'ala sinistra, è caratterizzato da un piano terra alquanto basso e da un piano rialzato; nell'ala destra destra il livello è unico e la continuità verticale tra le porticine del piano terra e i balconi del piano superiore è garantita dall'inserimento di una finestrella intermedia. Nell'ultima porticina dell'ala destra sono evidenti le strutture di una precedente apertura. L'ordine superiore è caratterizzato da cinque ariosi balconi sostenuti da mensole dalle sagome severe. L'interno in pessimo stato di conservazione, è imponente quanto la facciata. Nell'atrio, frontalmente tamponato per ricavare un misero alloggio, è di eccezionale robustezza la volta a crociera, struttura portante del pianerottolo del piano superiore.
Il piano superiore, raggiungibile da uno scalone a pozzo che prende luce dall'atrio e dal lato sud, è strutturalmente integro sebbene l'abbandono gli abbia lasciato segni profondi di decadimento (1).
Nell'atrio è di particolare interesse la pavimentazione a riquadri campiti con ciottoli, tecnica molto usata nel Settecento. Molti edifici del centro storico hanno frammenti di questo tipo di pavimentazione, ciò è segno dell'esistenza di una vera e propria maestranza impegnata per la realizzazione di questo tipo di lavori.
VIA SALOMONE
La Via Salomone, tracciato angusto e tortuoso aperto tra i grossi volumi delle residenze di Via Maniace e i complessi monumentali dello Spirito Santo e dell'ex Ospedale Militare di Santa Teresa, conserva ancora i ricordi dell'architettura tardo-gotica: un intero cantonale a conci squadrati in buono stato di conservazione al n. 34; una porticina ogivale con ventaglio di conci squadrati e una finestrella (o nicchia?) con peducci ricavate in un muro interno della falegnameria al n. 56.
Più tardo è il cantonale di Casa Cassone modellato con colonnina e capitello a foglioline.
Sono pochi ma significativi frammenti di un volto urbano ormai dissolto. Con la ricostruzione seguita al terremoto del 1693 la strada acquistò la configurazione attuale arricchendosi di graziose residenze dovute alle laboriose maestranze locali. Certamente la costruzione più significativa è il palazzetto già appartenuto ai Lanza (ora ai Di Dato e Di Majo).
Si tratta di una originale costruzione barocca dagli aspetti formali e decorativi raffinati ed eleganti. Fatto unico, per l'architettura seicentesca e settecentesca siracusana, è la massiccia loggia a bifora, disposta a definire il volume della terrazza. Originale stilisticamente è tutto il resto dell'edificio il quale, nonostante sia costituito da elementi architettonici semplici e lineari, risponde a requisiti altamente compositivi. Sotto la loggia a bifora, nella fascia del primo ordine, si apre l'imponente portale a bugnato di arenaria gialla alternata a calcare bianco (questa tecnica di abbinamento dei materiali costruttivi era molto usata dalle maestranze siracusane. Questo abbinamento di pietre, di diversa colorazione e diversa qualità materica, oltre ai valori tecnici crea valori altamente compositivi).
NOTE
(1) (La manutenzione è ciò che viene a mancare maggiormente nelle abitazioni di Ortygia. La sua mancanza ha conseguenze più vistose negli ex palazzi gentilizi i quali hanno sperimentato l'abbandono dei proprietari ancora prima delle umili abitazioni. In base ad alcuni segni di manuten¬zione che indicano una certa cura degli elementi costruttivi e dei fattori funzionali degli alloggi, si può dire che l'architettura di Ortygia abbia iniziato la sua fase decrescente negli anni cinquanta e cioè in corrispon¬denza dell'inizio dell'espansione della nuova città favorita dalla nuova si¬tuazione economica trainata dall'industria. L'abbandono dell'isola, intorno allo stesso periodo, fu anche favorito dalla costruzione di alloggi popolari a Santa Panagia, Bosco Minniti e zona Zecchino).
VIA SANTA TERESA
È la strada più ampia e luminosa del settore e consiste in un insieme quasi omogeneo di interessanti costruzioni settecentesche. Sul lato sud le costruzioni pili significative sono quelle dei numeri civici 7, 15 e 23.
Alla serialità dei portoncini del piano terra, al piano superiore corrispondono balconcini con ringhiera in ferro battuto a petto d'oca e mensole fantasiosamente intagliate. Gli elementi architettonici del piano terra sono legati a quelli del piano superiore attraverso una serie di sagome alquanto plastiche a sviluppo verticale che danno all'insieme un interessante senso di slancio ed evitano la dilatazione orizzontale.
Le condizioni statiche di questi edifici non sono allarmanti come in altri casi ma lo stesso nuoce, anche se solo dal punto di vista compositivo, la pesantezza delle superfetazioni ottocentesche.
Sul lato nord è interessante, oltre che la imponente struttura incompleta delle part. cat. 2071 e 2074 (C. U.), l'edificio del n. 10 in cui la balconata continua del piano superiore crea una zona d'ombra al piano terra mettendo in risalto le morbide linee degli archi e degli stipiti.
Questi di Via Santa Teresa e quelli di Via Salomone non sono modelli architettonici di largo respiro spaziale (d'altra parte la loro stessa funzione non è minimamente rappresentativa ma esclusivamente funzionale), ma limitati organismi strutturali non scaturiti dal pensiero di architetti di grido. La loro progettazione è dovuta alla semplice manuale esperienza di mastri muratori e scalpellini.
Altri edifici del settore
Altri edifici settecenteschi della zona Maniace sono:
— quello al n. 13 del Lungomare Ortygia: è un'elegante costruzione barocca del 1720 distinta in due ordini, il primo massiccio e imponente, il secondo ricco di dinamismo e di giochi plastici;
— quelli al n. 5 e al n. 14 di Via San Martino: tipiche costruzioni siracusane dell'ultimo Settecento. Il primo è notevolmente manomesso dalle superfetazioni, il secondo è ancora intatto nella sua struttura originaria;
— quello al n. 23 di Via Capodieci: alla stessa maniera del palazzetto al n. 25 di Via Labirinto (anno 1698) questo edificio ha la funzione di definire lo spazio della strada perpendicolare a quella che lo contiene. Esso infatti completa e definisce la Via Conciliazione (1). Per quanto riguarda il portale di questo edificio di Via Capodieci c'è da aggiungere che, per i giochi plastici della sua struttura compositiva, costituisce un fatto a sè stante per originalità e stile (2).
4/G - TIPOLOGIE
Le tipologie degli alloggi della zona Maniace sono classificabili secondo due tipi: l'uno localizzabile sul Lungomare Alfeo, l'altro in Via Salomone.
Gli alloggi del Lungomare Alfeo (originarie schiere semplici attualmente soprelevate, trasformate o sostituite) sono tipologicamente vicini a quelli della striscia del settore del Duomo proiettata sul Porto Grande.
Anche qui, nell'organizzazione dell'ambiente, ha una funzione essenziale l'elemento terrazza, anche se dimensionalmente ridotto al minimo. Nella terrazza convergono quasi tutti gli ambienti e appunto per tale motivo spesso funge da elemento di distribuzione e di collegamento orizzontale. In certi casi ha la stessa funzione dell'atrio al piano terra, sostituendosi alla sua funzione di legame interesterno. Anche qui questa tipologia assume configurazione diversa a seconda dei lati su cui si proietta. Dal lato di Via Maniace ha un carattere squisitamente rappresentativo, architettonicamente qualificato. Sul Lungomare Alfeo i prospetti si fanno più semplici e forse più autentici e funzionali. Quasi sempre, allo scopo di collegare l'alloggio con i due percorsi esterni, al piano terra si inserisce un corridoio stretto e buio sotto o accanto la scala impiantata dal lato di Via Maniace.
Al piano superiore l'alloggio ha gli ambienti rappresentativi esposti dal lato di Via Maniace. La cucina, il servizio e la zona pranzo sono dal lato opposto dove ricevono più aria e soleggiamento.
Da questa voluta disattenzione organizzativa nei confronti della parte rivolta sul Lungomare Alfeo si potrebbe pensare ad una disorganicità funzionale (interna) e formale (esterna). Tutt'altro, prova ne è l'armonia compositiva dei piani e dei volumi del lato del lungomare e la particolare attenzione rivolta al posizionamento delle aperture chiaramente rispondenti a ragioni pratiche di soleggiamento e ventilazione. Gli archetipi di tali criteri distributivi e compositivi sono i palazzi Bianco e Fortezza.
Il primo, oltre ad essere gioiello dell'architettura siracusana del Seicento, per i suoi valori plastico-decorativi, è un vero e proprio modello di razionalità organizzativa degli ambienti. Le partizioni attuali e le trasformazioni remote e recenti non ne consentono purtroppo una immediata lettura.
L'altra tipologia abitativa (derivante da una originaria doppia schiera) ha il suo modello nella graziosa Casa ex Lanza di Via Salomone n. 52. Magazzini al piano terra, alloggio al piano superiore distribuito a corridoio parallelamente alla strada. La Via Salomone e la Via Santa Teresa, nelle abitazioni settecentesche costruite subito dopo il 1693, sono particolarmente ricche di questi tipi organizzativi. Le trasformazioni dell'ultimo cinquantennio hanno reso autonomo il piano terra dal piano superiore, destinando il primo ad abitazione, funzione questa chiaramente inconciliabile con la sua struttura chiusa e mal proiettata verso l'esterno.
Casi a sè costituiscono gli enormi palazzi liberty di Via Capodieci e gli edifici dell'ultimo Ottocento di Via Maniace, nonché il palazzo al n. 3 del Lungomare Ortygia. Quest'ultimo nella sua struttura originaria rispondeva ai sistemi distributivi della architettura vermexiana ma la divisione di proprietà lo ha sconvolto con l'inserimento di un ballatoio nel cortile e di altri espedienti di pessimo gusto rivolti a rendere autonome le nuove proprietà.
NOTE
(1) (Allo stesso principio, chiaramente scenografico, rispondono:
— l'edificio al n. 24 di Via Capodieci rispetto al Vicolo Zuccolà;
— l'edificio al n. 10 di Via Santa Teresa rispetto alla Via Salomone;
— il prospetto settecentesco dell'ex Ospedale Militare di Santa Teresa ri¬spetto alla Via San Martino).
(2) (Le sagome di questo portale hanno qualche affinità solo con le strutture settecentesche, sorte col rimaneggiamento, del secondo ordine del Palazzo Rizza di Via della Maestranza).


 
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