Ortigia - ortigia

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Ortigia

veduta di Siracusa pre-terremoto del 1693, opera dell'olandese Schellinks, 1664
notare il torrione campanario della chiesa del Duomo


Sull'origine etimologica di Siracusa.
Scrivevano Stefano e Marciano Eracleense che la città di Siracusa prese l'appellativo dalla palude Siraka o Tiraka, zona acquitrinosa che si estendeva sulla destra dell'Anapo, in pratica l'odierno Pantano. Inizialmente Sirakousai doveva corrispondere all'isola di Ortigia. Le etimologie più conosciute sono quelle che si rifanno al fenicio, ma con diversi distingui:
- per Bochart significava "emettere cattivo odore";
- per F. S. Romano "roccia dei gabbiani";
- per Schubring è sur-acco = scoglio caldo;
- per Holm e Arezzo è sciarak-kus = la orientale;
- per il G. B. Pellegrini e lo Zamboni l'indoeuropeo sur-aku = acqua salata, con l'aggiunta di os-ia, da su-suro = amaro. salato.
Personalmente, condivido la spiegazione etimologica del Ceccherelli che pensa all'Accadico sarau = riversarsi, unito a usu/wusu = sgorgo, fuoriuscita dell'acqua.
A mio avviso "il riversarsi fuori dell'acqua" ha un suo significato o nella fonte Aretusa (tenendo in considerazione se Ortigia era veramente l'originaria Siracusa) oppure nel varco sotto il tempio di Giove Olimpico, dove la Siraca scaricava le sue acque nel piccolo pantano dell'Anapo. (commento Sebastiano Lanteri)

mappa Ortigia locandina i luoghi della memoria

(per visionarla ad alta risoluzione clicca sulla foto)



Syracusae (-arum) era il nome latino di Siracusa. La forma plurale si deve al fatto che, come descritto da Cicerone nella sua memorabile orazione contro Verre, la città era tanto grande da potersi di fatto considerare composta da cinque città: Ortigia, Acradina, Tiche, Neapoli ed Epipoli. Ancora oggi, benchè le dimensioni della città non siano più quelle dell'epoca del tiranno greco Dionigi o di Cicerone, le cinque parti sopra indicate costituiscono i cinque quartieri storici in cui è divisa (che ad ogni Ferragosto si contendono il "Palio del Mare" in una regata su barche a quattro remi lungo il periplo di Ortigia).Nulla rende l'idea della antica magnificenza di Siracusa meglio delle dirette parole del buon vecchio Cicerone, tanto "caro" agli studenti di tutti i tempi:

Urbem Syracusas maximam esse Graecorum, pulcherrimamque omnium saepe audistis. Est, iudices, ita, ur dicitur; nam et situ est cum munito, tum ex omni aditu, vel terra, vel mari preclaro ad aspectum; et portus habet proprie in aedificatione, adspectuque Urbis inclusos: qui cum diversos inter se aditus habeant, in exitu coniunguntur et confluunt. Eorum coniunctione pars oppidi, quae appellatur Insula, mari disiuncta angusto, ponte rursum adiungitur. TRADOTTO:Avete sempre sentito dire che la città di Siracusa sia la più grande e la più bella delle città greche. E', o giudici, proprio come dicono; ed infatti il sito è ben protetto ed è di aspetto magnifico da ogni lato, sia da terra, sia dal mare; ha due porti che si insinuano profondamente nell'abitato e che, benchè abbiano due distinte imboccature, si congiungono e confluiscono tra loro nella parte terminale. Quella parte della città, chiamata Isola (n.d.t. Ortigia), che è separata dalla terraferma da uno stretto braccio di mare, in coincidenza con la congiunzione dei due porti è unita alla terraferma stessa da un ponte. Ea tanta est Urbs, ut ex quatuor Urbibus maximis constare dicatur; quarum una est ea quam dixi Insula, quae duobus Portibus cincta, in utriusque Portus ostium aditumque proiecta est, in qua domus est, quae Regis Hieronis fuit, qua Praetores uti solent. In ea sunt aedes sacrae complures: sed duae quae longe caeteris antecellunt. Dianae una, et altera quae fuit ante istius adventum ornatissima, Minervae. In hac Insula estrema est fons aquae dulcis, cui nomen Arethusa est, incredibili magnitudine, plenussimus piscium, qui fluctu totus operiretur, nisi munitione, ac mole lapidum a mare disiunctus esset. La Città è tanto grande che si può considerare composta da quattro città: una delle quali è la già citata Isola, che è delimitata dai due porti, e che si protende fino all'imboccatura di entrambi, dove sorge il palazzo che fu del re Ierone e che è utilizzato dai Pretori. In essa vi sono molteplici edifici sacri, ma soprattutto due che primeggiano su tutti gli altri. Uno è il tempio di Diana e l'altro, splendidamente adorno prima dell'arrivo di costui (Verre), il tempio di Minerva. All'estremità di tale Isola sgorga una sorgente di acqua dolce, chiamata Aretusa, di incredibile vastità, stracolma di pesci, che sarebbe ricoperta dalle onde del mare, se non fosse separata da questo da una vasta muraglia.




VEDI ANCHE:http://www.antoniorandazzo.it/archeologia/geologia-storica-siracusa.html







ORTYGIA
di:Paolo Giansiracusa
Gli scavi di Paolo Orsi eseguiti, all'inizio del secolo in diversi punti dell'isola hanno confermato la presenza dell'elemento siculo alla luce  diverse tracce di un insediamento preesistente alla colonia greca. I reperti più significativi furono messi in luce nel perimetro del Palazzo Arcivescovile ed in prossimità della Fonte Aretusea, nel perimetro della Casa Politi.
Le tracce di un abitato siculo nei pressi della fonte Aretusea hanno una rilevante importanza per la comprensione della successiva città greca. La fonte con le sue risorse idriche rappresenterà infatti anche per i colonizzatori greci un punto di riferimento obbligatorio e quindi un elemento guida dello sviluppo urbanistico della città-ellenica. Il tracciato viario attualmente ricadente sulle vie Cavour, Landolina, Picherali deve infatti ritenersi un segno viario di origine sicula confermato dai colonizzatori greci. Ma non solo la fonte costituiva la parte di elemento  guida nella distribuzione urbanistica della città sicula e poi greca; c'è infatti da tenere in giusta considerazione, anche la chiave difensiva dell'isola e dell'intera . baia siracusana: il promontorio attualmente qualificato con le strutture sveve del Castello Maniace.
Le due estremità dell'isola Ortygia e del PIemmirio costituivano la porta obbligatoria di ingresso al Porto Grande, necessariamente dunque fin dal primo insediamento abitato dovevano essere caratterizzate quanto meno da un punto di vedetta.
Considerata la posizione del promontorio di Ortygia con l'ingresso dell'isola, che sicuramente come ha supposto il Mauceri (Luigi Mauceri, 1928) doveva ricadere dietro l'attuale palazzo delle Poste collegandosi ad una muraglia che doveva arriva nella zona dell'Arsenale allo sbarcadero S. Lucia, è facile pensare che lo scoglio fosse diviso in due parti circa uguali da un sentiero diretto che dall'ingresso arrivava al promontorio.
II sentiero fu riconfermato dai greci i quali lo elevarono all'importanza, di via principale conferedogli già fin dal secolo VII  il carattere di via sacra. La via, attualmente ricadente nell'asse urbano della via Dione e dalla via Roma (di quest'ultima solo una parte del secondo  tratto), servì infatti per l'imperniazione delle due aree sacre dell'Artemision e dell'Athenaion. Ancora oggi, con una giusta eliminazione ideale delle trasformazioni apportate dalla lunga stagione medievale, è possibile notare l'allineamento perfetto esistente tra il Tempio dorico arcaico di Apollo ed Artemide e quello lievemente più antico di Atena (attualmente nascosto sotto il perimetro del palazzo del Senato ed inparte anche sotto l'attuale via Minerva).
La via Sacra fu confermata tale anche dai gamori e dai dinomenidi i quali nelle modifiche e ricostruzioni dell'Athenaion rispettarono sempre l'allineamento precedente. Anche il terzo tempio dedicato ad Athena quello fatto costruire da GeIone neI 480 a.C. per festeggiare la vittoria di Imera, rispetta infatti l'originario allineamento stradale.
Le due aree sacre erano rivolte verso la strada, i templi greci sono infatti orientati ad oriente e, da considerazioni personali sulle proporzioni e le dimensioni ne deriva che da tale Iato presentavano i fronti leggermente arretrati rispetto alle schiere degli altri edifici.
A quest'asse, che può considerarsi il cardo della città greca, furono attestati sia ad oriente che ad occidente dei quartieri planimetricamente  regolari. Ancora oggi i quartieri della Giudecca e dei Bottari presentano delle caratteristiche urbanistiche che consentono di leggere nel loro tessuto viario le insulse dell'antica città greca.
Anche in questo caso bisogna evidentemente tener debito conto delle trasformazioni avvenute nel tempo .Cito per tutti il caso della  via Del Collegio la quale nacque per traslazione di una via più antica allorquando fu abbattuta la chiesetta, di San Giuseppe dei Bottari per costruire il complesso gesuitico. La vecchia strada, appartenente al tracciato viario greco, è dunque coperta dall'attuale chiesa. L'accenno ad una vecchia strada,occlusa dopo il terremoto del 1693, c'è anche nel ronco dell'isolato compreso tra Ia via dell'Amalfitania e via GemmelIaro.
Si tratta di trasformazioni che, attraverso una attenta analisi di vecchie planimetrie, di vecchi catastali e di  altro materiale iconografico, e archivistico, è facile individuare e rilevare in tutto il  territorio dell'isola.
Con la conquista romana (212 a.C.) l'impianto greco, dovette essere sottoposto ad una revisione urbanistica e forse in concomitanza con le nuove teorie sulla ventilazione, l'aerazione, il soleggiamento, la circolazione, ecc. la città dovette subire delle trasformazioni ancora leggibili nell'asse viario determinato dalla via dell'Amalfitania e della via della Maestranza il quale dovette  avere la funzione di decumano maggiore.
Altri tracciati modificati ed in parte creati dai romani possono essere identificati nei decumani minori di via Resalibera, via Mirabella, via Larga.
L'intervento romano fu comunque più incisivo extra-moenia nell'area compresa tra il foro ed il ginnasio.
Nel Medioevo l'importanza politica della città ebbe una notevole riduzione ed il perimetro urbano si restrinse al punto da occupare solo l'isola di Ortygia.
La Pentapoli che al tempo di Dionisio poteva vantare urta recinzione urbana di 27 km. nella stagione medievale perse l'importanza acquisita durante il periodo  classico.
Fuori le mura rimasero solo poche costruzioni e  queste quasi tutte di natura religiosa. Si trattava in genere di monasteri e di chiese di antichissima origine sui quali non è stato ancora terminato uno studio che analizzasse la loro relazione con il territorio, la campagna e la città.
Intra-moenia l'architettura fu spesso sottoposta a  dure prove e ciò a causa degli incendi, dei saccheggi, dei terremoti, ecc, Ogni evento ebbe la funzione di complicare l'ordine razionale dell'architettura e dell'urbanistica precedenti.
Nei quartieri più popolari (quelli dei pescatori e degli  artigiani) le trasformazioni furono più accentuate ed il groviglio architettonico è, ancora oggi di non semplice  lettura. Nel Medioevo nell'isola andò generandosi una sorta di settorizzazione di tipo sociale la quale determinò una singolare gerarchia di valori architettonici ancora oggi evidente.
I due assi principali della città con la loro intersezione cruciforme determinarono quattro grossi settori urbani a loro volta caratterizzati da sub-settori i quali svolgevano un ruolo specifico nel complesso civico.



Avete spesso sentito dire che Siracusa è la più grande città greca, e la più bella di tutte. La sua fama non è usurpata: occupa una posizione molto forte, e inoltre bellissima da qualsiasi direzione vi si arrivi, sia per terra che per mare, e possiede due porti quasi racchiusi e abbracciati dagli edifici della città. Questi porti hanno ingressi diversi, ma che si congiungono e confluiscono all'altra estremità. Nel punto di contatto, la parte della città chiamata  l' isola , separata da un braccio di mare, è però riunita e collegata al resto da uno stretto ponte. La città è così grande da essere considerata come l'unione di quattro città, e grandissime: una di queste è la già ricordata  "isola ", che, cinta dai due porti, si spinge fino all'apertura che da accesso ad entrambi. Nell ' isola  è la reggia che appartenne a lerone II, ora utilizzata dai pretori, e vi sono molti templi, tra i quali però i più importanti sono di gran lunga quello di Diana e quello di Minerva, ricco di opere d'arte prima dell'arrivo di Verre.

All'estremità dell'isola è una sorgente di acqua dolce, chiamata Aretusa,  di straordinaria abbondanza, ricolma di pesci, che sarebbe completamente ricoperta dal mare, se non lo impedisse una diga di pietra.
L'altra città è chiamata Acradina, dove è un grandissimo Foro, bellissimi portici, un pritaneo ricco di opere d'arte, un'amplissima curia e un notevole tempio di Giove Olimpio; il resto della città, che è occupato da edifici privati, è diviso per tutta la sua lunghezza da una larga via, tagliata da molte vie trasversali.
La terza città, chiamata Tycha perché in essa era un antico tempio della Fortuna, contiene un amplissimo ginnasio e molti templi: si tratta di un quartiere molto ricercato e con molte abitazioni.
La quarta viene chiamata Neapolis ( città nuova), perché costruita per ultima: nella parte più alta dì essa è un grandissimo teatro, e inoltre due importanti templi, di Cerere e di Libera, e la statua di Apollo chiamata Temenite, molto bella e grande, che Verre, se avesse potuto, non avrebbe esitato a portar via.
Cicerone
(Verrine,II 4,117-119)

ARCHIA BACCHIADI -secondo la leggenda-
fondatore di Siracusa




Testo tratto da:
LA SICILIA ILLUSTRATA
di:Gustavo Chiesi
Secondo Strabone, che scrive pochi decenni più tardi, Siracusa sarebbe stata costituita da cinque città (VI 2, 4): la quinta è probabilmente da identificare con le Epipole, il grandissimo pianoro che domina la città a nord-ovest, che però rimase, anche nei periodi di massima estensione della città, quasi completamente disabitato, tranne poche frange marginali.
Queste descrizioni si riferiscono evidentemente alla città tardo ellenistica, che è il risultato di un lungo processo storico. La ricostruzione di questo processo, e della topografìa di Siracusa nei vari periodi, può basarsi su descrizioni di età diverse, da quella tucididea dell'assedio ateniese, preziosa per ricostruire la situazione più antica, a quelle di Diodoro, sparse per tutta la sua opera, a quelle di Livio e di Plutarco, a proposito dell'assedio romano. Si tratta di dati indispensabili, ma insufficienti, e talvolta poco chiari e contraddittori, che oggi possiamo integrare con la documentazione archeologica, arricchitasi di molto nel corso degli ultimi anni.
Le più antiche abitazioni di coloni trovate in Ortigia nell'area del Municipio e della Prefettura (degli ultimi decenni dell'VIII secolo) sono dei semplici ambienti quadrati o rettangolari (4x4 o 4x2,50 m), simili a quelli di Megara Iblea e di Eloro, che però si dispongono già secondo allineamenti che saranno ripresi nella successiva pianificazione del VII secolo: segno che quest'ultima tenne conto di una originaria e organizzata divisione in lotti realizzata fin dal primo stabilimento della colonia. La creazione di un sistema regolare di insulae, che resterà definitivo, si può datare, in base ai dati degli ultimi scavi, intorno alla metà del VII secolo. L'intera superfìcie (in media circa 1500 m di lunghezza per 600 di larghezza) venne suddivisa da un reticolo regolare di vie, larghe intorno a 2,50 m, determinanti una serie di isolati allungati, ampi 23-25 m. Questo impianto urbanistico si conserverà, attraverso il medioevo, fino all'età moderna, ed è in parte ancora leggibile: nel lato orientale ne hanno conservato l'andamento, da nord a sud, via Resalibera, via Mirabella, via Maestranza. In quest'ultimo caso, lo scavo di un grande edifìcio antico all'angolo con via Roma, realizzato nel 1909, ha confermato l'antichità dell'allineamento. A sud di via Maestranza, il quartiere della Giudecca ha conservato in gran parte anche le dimensioni degli isolati antichi. Lo scavo in questa zona (1891) di ben 34 pozzi con materiale del VII secolo, a poca distanza gli uni dagli altri, era stato già rottamente interpretato dall'Orsi in rapporto con resistenza di un gran numero di piccole case arcaiche. Una identica situazione si può leggere nel quadrante nord-ovest dell'isola, tra la via Cavour e il mare. Una porta tra due torri quadrangolari, scoperta recentemente in via XX Settembre, è collocata all'estremità di uno degli assi est-ovest. L'apertura, negli anni ''30, di via del Littorio (attuale via Matteotti) ha pienamente confermato l'andamento planimetrico così ricostruito, del quale sono stati ritrovati ampi settori, con edifìci e strade. Del resto, lo stesso orientamento degli edifìci antichi rimasti sempre in vista, come i templi di Atena e di Apollo, coincide, con lievi variazioni, con l'orientamento generale del quartiere. Ciò significa che questo non è posteriore all'inizio del vi secolo, data dell'Apollonion.
Oltre ai numerosi santuari, dei quali tratteremo in seguito, in Ortigia erano gli arsenali destinati alla costruzione delle navi e depositi di armi. Le navi da guerra erano concentrate soprattutto nel Porto piccolo, a nord-est dell'isola, il vero e proprio porto militare (detto anche Lakkion). A partire dai Dinomenidi, l'isola ospitò poi le dimore dei tiranni, più volte distrutte e ricostruite nel corso della travagliata storia della città. Il palazzo dovette assumere dimensioni imponenti soprattutto a partire da Dionigi il Vecchio, che evacuò interamente Ortigia dei suoi abitanti, per sostituirli con la propria corte, gli amici e i mercènari, e dotò l'isola di mura autonome. Le lettere di Platone ci consentono di farci un'idea di questa dimora, dotata di ampli giardini, e suddivisa in parti via via più inaccessibili, difese da alte mura. Sappiamo che il recesso più intimo della dimora di Dionigi era costituito da una piccola isola, separata dal resto tramite un canale con un ponte levatoio, che il tiranno poteva alzare per ritrovarsi completamente al sicuro (Cicerone, Tusculanae, 5, 59); è probabile che il cosiddetto « Teatro marittimo » di Villa Adriana, a Tivoli, ne sia un'imitazione.
L'edifìcio, distrutto da Timoleonte (Plutarco, Vita di Timoleonte, 21), fu ricostruito in forme più sontuose da Agatocle: ad esso doveva appartenere l'edifìcio detto « dei 60 letti », che sarebbe stato il più sontuoso della Sicilia (Diodoro, XVI 85). Il palazzo, abitato in seguito da Ierone II e da Ieronimo, divenne dopo la conquista romana — come abbiamo letto in Cicerone — l'abitazione del pretore, governatore della Sicilia. È incerto dove esso fosse esattamente collocato, anche se sappiamo che doveva essere in prossimità dell'arsenale, e a una certa distanza dalle estremità dell'isola. Sono escluse, naturalmente, anche le zone che hanno conservato la planimetria arcaica, a isolati allungati: tutto considerato, poiché si doveva trattare tra l'altro di un complesso di edifìci di dimensioni notevoli, sembra probabile che esso debba essere localizzato nell'area circostante alla piazza Archimede, tra il tempio di Apollo e quello di Atena. Un indizio in questo senso è costituito dalla scoperta, nel corso dell'apertura di via del Littorio, di un'iscrizione tardoantica, in cui un governatore di Sicilia altrimenti ignoto, Flavio Gelasio Busiride, dichiara di aver restaurato in un tempo particolarmente breve il praetorium (stesso nome anche in Cicerone, Verrine, II 4, 54), e cioè la sede dei governatori di Sicilia, che s'identifica, come si è detto, con la reggia di Ortigia. Si può pensare a un restauro avvenuto dopo le distruzioni provocate dalle invasioni dei Vandali. Al palazzo dovrebbero appartenere le grandiose strutture in opera quadrata rinvenute lungo la via del Littorio. Sempre nell'isola erano i grandi granai costruiti da Ierone II per ospitare il prodotto delle decime, che affluiva in città dopo la promulgazione della sua legge in merito (Livio, XXIV 21). Dei santuari esistenti nell'isola (conosciamo i culti di Apollo, Artemide, Atena, Esculapio, Gè Olympia) parleremo a proposito delle strutture ancora esistenti.
L'isola dovette essere collegata alla terraferma quasi subito, tramite un terrapieno, che fu più tardi sostituito da un ponte. Questo divideva, come ricorda Cicerone, il Porto grande, a sud-ovest, dal Porto piccolo, a nord-est. Quest'ultimo era il porto militare già all'epoca dell'assedio ateniese, e per questo era incluso all'interno delle mura. Diodoro Siculo ricorda le torri che seguivano i margini del Porto piccolo, con iscrizioni di Agatocle realizzate in pietre di vari colori (XVI 85, 2).
LOCALIZZAZIONE ATTUALE



 TERRITORIO DELLE SIRACUSAE secondo LO FASO DI SERRADIFALCO

                                        TAVOLA 1                                                         TAVOLA 2

 

                                       TAVOLA 3                                                            TAVOLA 4

 


PLANIMETRIE ORTIGIA VARIE EPOCHE


secondo Francesco Saverio Cavallari


      

I LUOGHI DELLA MEMORIA

la mia Ortigia scultura


 

 

un'ipotesi di soluzione dell'impianto viario nell'età greca -particolare della mia scultura omaggio a Santa Lucia-




1) Tempio di Athena; 2) Tempio di Apollo; 3) Arsenale greco; 4) Terrapieno che univa Ortigia alla terraferma.  a) Decumano maggiore; b) Decumano minore; c) Altra via sacra;  g) porto grande; h) porto Lachio o marmoreo

l’isolotto di Ortigia a forma di quaglia. il punto più alto, (metri 18,569 sul livello del mare, caposaldo n.15 planimetria ufficiale del comune di Siracusa) è sede dell’antico tempio di Athena che indicava la zona sacra della città e con l’impianto greco delle vie, a pettine, e delle costruzioni basse e squadrate, come da tradizione greca antica.
I templi greci erano sempre rivolti a oriente e, secondo tradizione questo aveva l’ingresso dall’attuale Via Roma, (sul tetto una grande statua di Athena con uno scudo dorato che, essendo visibile da molto lontano, fungeva da faro e punto di riferimento per i naviganti).
La via sacra, il Decumano maggiore, in frassino bianco nella scultura, partendo dall’attuale zona Talete, “taliu” costeggiando il lato destro dell’ex carcere borbonico, quindi alle spalle del mercato di Via Trento, passava davanti al tempio dorico dedicato ad Apollo, il più antico della Sicilia VI°-V° secolo a.C., e, per l’attuale via Dione e Roma fino al mare, “a tubba”.
Il Decumano minore, trasversalmente, è identificato dall’attuale Via Amalfitania “a calata guvirnaturi” e Via Maestranza “ a mastranza”, in frassino meno largo.
Anche l’attuale Via dell’Apollonion e Via Resa libera, fino a qualche tempo fa via Diana, era via sacra.
Le fortificazioni greche dovevano essere come indicate, in quanto, logica vuole che gli spagnoli utilizzassero i basamenti preesistenti per elevare le mura di difesa che circondavano l’isolotto seguendo, dalla parte Est dalla zona Maniace, fino al forte S. Giovannello, poi davanti al carcere e tagliando
sull’allineamento per Via XX Settembre, dove è stata trovata una porta e torri all’ingresso Nord di Ortigia. A Ovest, partendo dal Maniace, Via Alfeo, l’attuale Passeggio Adorno, Porta Marina, quindi, tagliando poi per l’attuale camera di commercio, il Grand Hotel e la già detta Via XX Settembre.
Non esisteva la zona Piazza Pancali, largo della Posta (o fossu) e la zona Talete perché pur essendo il mare molto più basso, arrivava fin presso il tempio di Apollo (Via mare, infatti, poterono essere trasportati i monoliti delle colonne prelevati nella zona dell’attuale Punta Mola), in parte erano scogli come dimostrato dall’attuale rinvenimento dei tagli (arsenale) dietro l’edificio postale (“o jaddu”), per l’attracco di navi in costruzione o da riparare. Porto Lachio o marmoreo era chiamato il porto piccolo, molto ampio e interessava anche l’attuale zona “villini”, fino al passaggio a livello, Arsenale greco.
L’edificio del Corbino fu costruito sperimentalmente trivellando le fondamenta sul fondo melmoso formatosi anche dall’immissione delle acque torrentizie “ro vadduni” attuale Viale Luigi Cadorna.

 GLOSSARIO SIRACUSANO

Purtroppo negli ultimi cinquant’anni un bombardamento che ci ha “AMERICANIZZATI” o, comunque, colonizzati ha spazzato via ogni residuo di cultura popolare e parte del nostro modo di essere.
L’idioma popolare è appena sopravvissuto nei ricordi di pochi.
Già anni fa Ignazio Buttitta ebbe a scrivere che: " N POPULU DIVENTA POVIRU E SERVU QUANNU CI ARROBBUNU A LINGUA DUTATA DE PATTRI: È PERSU PI SEMPRI ”.
Abituato a “DIRE” con il “FARE”, nella convinzione che “bisonga operare oggi recuperando la memoria storica per poter impostare il futuro”, ho deciso di scrivere questo appunto per rivisitare le mie radici e riflettere sui passati errori.
E’ vero, un popolo rimane libero se accetta le sue origini e può dire la sua se capisce che siamo tutti “OSPITI” su questa terra. Accogliendoci così come siamo e, quindi, disponibili ad accogliere, da buoni ospiti,nel rispetto delle diversità, l’altro che qui giunge, il mondo può diventare più vivibile.
Non si può amare l’altro se non amiamo noi stessi ed a proposito di amore, non credo al colpo di fulmine, all’amore a prima vista, a quello che sembra nascere da un solo sguardo assassino anche se capisco che questo può suscitare emozione e
può dare inizio ad un rapporto concreto e durevole.
A mio avviso l’amore è un’altra cosa anche se la parola amore è stata talmente banalizzata che ha perso il significato profondo che vorrebbe esprimere. I nostri progenitori greci usavano il termine “AGAPICO” per indicare il livello più alto
di quel sentimento, associandolo al bene spassionato che può avere una madre nei confronti del figlio al quale, senza nulla chiedere in cambio, dona tutta se stessa.
Non credo nemmeno all’amore che scaturisce dai legami di sangue, o solamente perché si nasce dallo stesso ventre o nel caso specifico perchè si nasce in un certo posto, in un paese, una città, una nazione.
Non credo che si possa amare una persona o qualsiasi altra cosa senza conoscerla, frequentarla, senza penetrare nei più reconditi sentimenti di questa per apprezzarne comprendere accettare il tutto che la compone e contraddistingue. Un amore
si costruisce a partire dalle cose che ci uniscono e ci attraggono.
Nel caso di una città, la nostra città come possiamo dire di amarla veramente se non abbiamo mai camminato per i suoi vicoli, frequentato l’umanità che vive o conoscendo chi ha vissuto in quelle case se i nostri occhi hanno guardato distrattamente senza “VEDERE” le tante meraviglie che essa offre.
Una città non è fatta solo di monumenti o paesaggi ma è un tutto inscindibile con le persone che vi abitano.
Proviamo ad immaginare un casa arredata perfettamente ma senza la presenza di persone che vi vivono è un deserto che strazia il cuore. Così può sentirsi chi vede l’umanità distratta che circola per una città di oggi, disordinata, frettolosa, chiusa
nel suo egoismo deteriore.
La città è quella che gli abitanti vogliono che sia e direi a partire dai capi famiglia, gli amministratori, collaborati da tutti indistintamente i cittadini.
Si può apprezzare una cosa dopo averla “frequentata”.
Spesso sputiamo sentenze e giudichiamo solo per sentito dire dimenticando che quello che abbiamo sentito è frutto dei sentimenti o delle opinioni di chi ha detto e non la nostra convinzione e quindi ci lasciamo andare ad affermazioni gratuite che
lasciano il tempo che trovano.
Chi ama soffre per l’altro o l’altra perchè amore si traduce in “volere il bene dell’altro”, la sua realizzazione il suo appagamento in una continua serie di attenzioni che fortificano il rapporto affettivo. Nel rapporto dare e avere c’è già un limite al raggiungimento di obiettivi, altri e diversi dai fini egoistici che spesso animano la maggior parte di noi.
Il NOME è un vocabolo col quale si chiama e si conosce cosa o persona. Pagine intere nei dizionari illustrano il significato del termine.
Un tempo l’attribuzione del toponimo ad una via o ad una località avveniva naturalmente attraverso l’indicazione del termine usato dal popolino che l’attribuiva per le caratteristiche stesse del posto, tenendo conto delle attività che vi si svolgevano,
per le caratteristiche degli abitanti, per l’esistenza di un palazzo, una fontana, un’edicola votiva, un tempio, un vespasiano, una bottega, o semplicemente la conformazione del terreno.
Era un modo convenzionale e semplice che consentiva a chiunque di sapere che con quel nome voleva indicarsi quella cosa, quella località o quel personaggio compresa la discendenza e non altro.
Così avveniva anche per i nomignoli ( soprannomi) qui chiamati “’NGIURII” .
Su Siracusa e su Ortigia in particolare è stato scritto di tutto.
Storici, viaggiatori, letterati, hanno detto la loro facendoci conoscere quello che c’era da sapere erudendoci.
Sono convinto che la cultura futura non può esimersi dal tenere conto della memoria storica, cosa che non sembra appartenere a chi oggi ne avrebbe il dovere.
A proposito di toponomastica un cambiamento radicale è avvenuto in tutte le città, particolarmente nella nostra. L’idioma popolare nella toponomastica, è appena sopravvissuto
ei ricordi dei più anziani, almeno in coloro che fino agli anni sessanta erano “I SARAUSANI RO SCOGGHIU”.
Una caratterista del Siracusano e del suo vernacolo, che è unico e non assimilabile ad altri della Sicilia, è sempre stato quello di storpiare i nomi per portarli al proprio livello di percezione uditiva.
Ciò probabilmente anche a causa dello scarso livello culturale scolastico delle classi meno abbienti di quei tempi. In ogni caso tale operazione mnemonica consentiva di associare il termine a quel luogo indicato ben definito e circoscritto. Esempio
eclatante:
“A VANEDDA E PECURI” per Vicolo delle Pergole; “A VANEDDA CIUCCULATTI” per Vicolo Zuccolà, “A TINTURIA” per Via dei Tintori;
“NTA ZZIPPULARA” per Via Scinà.
So bene che non si potrebbe scrivere come si parla ma, così farò, allo scopo di perpetuare, per quanto possibile, la proncuncia ed i suoni in vernacolo piuttosto che riportare il modo di scrivere scolastico della lingua siciliana tramandataci da
tanti illustri letterati.
Allo scopo di conservare quello che non sembra sia stato mai scritto ho riportato su una piantina di Ortigia un elenco dei miei ricordi d’infanzia riferiti alla toponomastica popolare nell’idioma in uso a quel tempo, che qui trascrivo senza un preciso ordine
alfabetico:
“O JADDU” zona riferita alle antiche fortificazioni. Forte del Gallo superiore e inferiore allocati all’incirca uno ai calafatari e l’inferiore dietro la posta;
“U QUARTERI” l’attuale zona di Piazza Pancali perchè sul tempio di Apollo era in sito la caserma vecchia spagnola,( acquartieramento) ma anche perchè tutta la zona era denominata “ Vecchio quartiere”;
“A CASA CU N’OCCHIU”, l’antico carcere borbonico così chiamato dall’occhio scolpito sulla chiave di volta prospiciente il portone d’ingresso;
“NTI PILLUCCIU” rivendita di vino “ncantina” sita nei pressi della piazza dell’antico quartiere popolato da pescatori “raziedda”, da Madonna delle Grazie protettrice dei pescatori;
“U TALIU” da “taliari”, guardare. Passeggiata con vista panoramica sita di fronte al carcere borbonico, ( passeggio Talete);
“U CUTTIGGHIU E POCCI” serie di cortili alle spalle della Chiesa del Carmine dove sembra si allevassero animali domestici tra i quali i maiali;
“A CALATA GUVINNATURI” l’attuale via dell’Amalfitania abitata da “amalfitani”. Nel palazzo dell’Intendenza di Finanza aveva sede il Governatore;
“A VANEDDA A NIVI” Via del Consiglio Reginale. Vi erano diverse botteghe che vendevano bibite ghiacciate con essenze varie.
“O CONTARDU FERRINI” “Contardo Ferrini” degno religioso dal quale prese il nome la parrocchia del Duomo e quindi anche il campetto di calcio annesso sito nel giardino dell’ArciVescovo;
“A VANEDDA CIUCCULATTI” distorsione del toponimo “Vicolo Zuccolà”, traversa Via Capodieci- Via S. Teresa;
“A VANEDDA E PECURI” distorsione del toponimo “Vicolo delle Pergole” tra via Logoteta e la Giudecca;
“U SCOGGHIU RA MALA CARUTA “ scogli a mare particolarmente sducciolevoli nei pressi della Fonte Aretusa;
“U SCOGGHIU RE SIGNURINI” con discesa a mare dall’interno del Castello Maniace dove usavano bagnarsi le figlie dell’allora comandante la caserma;
" U SCOGGHIU E TEDESCHI” con discesa a mare dall’interno del Castello Maniace, lato cucine dove a quel tempo si bagnavano i soldati tedeschi li acquartierati;
“U RISTRITTU” il Distretto Militare aveva sede nel palazzo angolo Via S. Teresa con il lungomare e quindi la zona sottostante era chiamata,“sutta o ristrittu”;
“U SPIRITU SANTU” come per il Distretto essendo li l’antica Chiesa delle Spirito Santo;
“A TUBBA” antico quartiere medievale della Turba abitato dal popolo “turbolento” e comprendeva Via Roma, angolo Via Minerva, parte di Via del Crocifisso fino a mare. Per noi era solo la zona a mare;
“A JANCIA” Largo della Gancia. Il nome deriva dall’antico Monastero della Gancia a Palermo dove ebbero inizio i “vespri Siciliani”;
“A CANNAMELA” antica fortificazione della Cannamela, tra la Turba e Largo della Gancia. Il nome deriva dalla produzione dello zucchero di “Canna-Mela”:
Anche una porta esistente un tempo nella zona della fontana Aretusa si chiamava “PORTA SACCARIA”, perchè sembra che da li entravano e uscivano i caricatori di sacchi di zucchero;
“U CUTTIGGHIU A PAMMA” ronco Palma, traversa di Via Alagona;
“E TRIRICI SCALUNI” rivendita di vino “”ncantina” alla Giudecca, traversa a destra
verso “u dammusu” ;
“U DAMMUSU” zona Via Laberinto tra via Maestranza, angolo Prefettura a Via del Crocifisso;
“U CEUSU” Ronco del Gelso, in Via Mendoza traversa via Gargallo- Mastrarua
“MASCIARRO” già Mastrarua attuale Via V. Veneto;
"U SCIVULUNI” Ronco Scivolone inizio Via Mendoza;
“A SANTACRUCI” Largo S. Croce, dall’antica Casa della S. Croce, attuale casa di Mariae delle Suore Orsoline in Via V. Veneto;
“U LIUNEDDU”dal leoncino posto all’angolo della casa precedente;
“FACCI RISPIRATA” attuale Belvedere S. Giacomo. Sono diverse le teorie in proposito una delle quali si riferisce alla disperazione dei familiari dei pescatori che attendevano il ritorno dei congiunti dalla pesca; altri l’attribuiscono ad un bassorilievo raffigurante una donna nell’atto di tenersi la testa; chi invece semplicemente ipotizza il voler andare a respirare aria fresca in quella piazza, (era in sito il bastione S.Giacomo);
“A FUNTANEDDA NOVA” vicino alla “batteria”, forte S. Giovannello vi era una fontana sorgente come in tanti altri posti in Ortigia;
“A SPAZZATURA” perchè il deposito generale della spazzatura era in un recinto attorno al forte precedente;
“O ZZUCCU” da un grosso pezzo di legno che si faceva bruciare e dove usavano andarsi a riscaldare i giocatori di carte che avevano perso tutto. Due erano i posti, uno vicino alla porta marina e l’altro al molo: Da qui il modo di dire di uno che perde
tutto “ SI NNI IU O ZZUCCU”;
“U NTRALLAZZU” zona del mercato ma anche di Piazza Pancali dove si svolgeva il mercato nero e la vendita di sigarette di contrabbando, cioè di intrallazzo.
“O CHIANU” Piazza Duomo;
“O SPIAZZU” Piazza Archimede;
“VIA DELLITTORIU” Corso Matteotti già via Del Littorio al tempo del Fascismo;
“A VANEDDA BUTTARI” attuale via Cavour zona dei costruttori di botti (Bottai);
“A CALATA O CANNUNI” dal cannone posizionato sul muraglione attuale parcheggio e, quindi, la Via Ruggero Settimo;
“U CUTTIGGHIU CRUVEDDU” storpiatura del nome del noto Avvocato Leone Luigi Cuella, proprietario un tempo di varie case all’interno del Ronco Bentivegna;
“A TINTURIA” Via dei Tintori perchè vi erano Ebrei che esercitavano il mestiere di “Tintore”.
Per concludere vari incroci o località specifiche prendevano nome dalle edicole votive o dalle chiese li esistenti, come: “S.Gatanu”, “S.Giusippuzzu”, “S.Cristofuru”, “a Mattri Catina” , “e Miraculi”, “a MMaculata” , ecc..
Antonio Randazzo





 
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