Ortygia 1 Giansiracusa - ortigia

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Ortygia 1 Giansiracusa

tratto da Ortygia n.1 di Paolo Giansiracusa

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Presentazione IANO BATTAGLIA Presidente provinciale AICS*
Sono un uomo di Ortigia. Nato allo « scoglio » sono cresciuto fra le antiche pietre dell' Isola delle quaglie ». Ne conosco ogni vicolo, ogni muro, fin nella più piccola crepa. Col passare degli anni, ho dovuto assistere impotente alla lenta agonia della mia isola mentre quanti potendo o non potendo continuavano a gridare allo scandalo battendosi in favore di questo o quel piano di risanamento.
Dallo sventramento della Spirduta al dormitorio di Piazza Cesare Battisti. Dalla assurda sopraelevazione di Piazza Duomo allo scempio del Convento di Santa Maria delle Monache. Col cemento si è incominciata una progressiva deturpazione di Ortigia che rischia di diventare irreparabile.
Si sono dette tante cose che dopo tanti anni sono rimaste tali.
Risultato è, invece, il progressivo scollarsi del centro storico della vita sociale di Siracusa.
I ragazzi che come me sono nati e cresciuti allo « scoglio » e che ad Ortigia restano affettivamente legati sono sempre meno. Sempre meno sono i bambini che giocano fra gli stretti vicoli. Sempre meno i giovani che si riuniscono all'imbrunire alla marina o che passano le notti a chiacchierare in piazza Archimede.
Ortigia, insomma, sta lentamente morendo perchè la gente, linfa vitale della mitica isola fugge via, condannandola, senza appello, al ruolo di ghetto per emarginati.
E così mentre gli studiosi continuano con i soliti bizantinismi concentrandosi sulla Cattedrale, Palazzo Bellomo o Fonte Aretusa, i quartieri medioevali, vere perle di Ortigia, lentamente si sgretolano.
Per chi come me ne ricorda i tempi passati la pena è troppo grande.
E' difficile restare indifferente davanti ad una politica di rivalutazione dell'Isola condotta con assoluta incompetenza. Non si può restare impassibile davanti ad un patrimonio che potrebbe diventare la molla vitale del rilancio del turismo aretuseo che, invece, viene lasciato allo sfascio.
Quante volte ho visto schiere di turisti girare per Ortigia attratti solo dalle zone pubblicizzate dai soliti tabelloni gialli o guide della città. Si toglie così la possibilità a chi visita i di scoprire quartieri meno famosi, ma certamente altrettanto umani e suggestivi.
Quartieri che sono la vera anima popolare dello scoglio, che mo e pulsano di vita insieme ai propri abitanti, anche se i l'emigrazione verso i dormitori della zona alta li sta lentamente dissanguando.
Parecchie volte, con vivo entusiasmo, sono andato con Paolo Gianracusa per le viuzze di Ortigia alla ricerca dei luoghi legati ei più cari ricordi: assieme abbiamo svelato agli occhi ed al cuore l'immagine nascosta dell'Isola.
Quell'immagine che sa di un passato lontano, un passato pieno di vita, di valori umani, di mille voci che si intrecciano al i dei flutti del mare che dalle origini accarezzano la costa di Ortigia.
Quell'immagine che sta inesorabilmente morendo tra l'inesorabilmente morendo tra l'indifferenza di tutti e che questa pubblicazione, in un interessante ario storico-sociale, intende divulgare e ciò perchè prenda corpo e si faccia azione l'aspirazione al risanamento ambientale la ristrutturazione architettonica di quanti credono ancora nei valori storico-artistici dei centri storici e nei valori umani che questi ultimi racchiudono.
IANO BATTAGLIA Presidente provinciale AICS*
Associazione Italiana Cultura e sport

NOTA DELL'AUTORE
La letteratura storico-artistica che esiste su Siracusa é vastissima. Essa per un certo tempo é stata quasi tutta rivolta allo studio e all'analisi della città ellenica i cui resti sono notevoli ed hanno valore paradigmatico per la scienza dell'Archeologia. Tali studi, senz'altro positivi per la conoscenza dell'antica Pentapoli, hanno avuto un riflesso negativo sul centro storico dell'isola Ortygia. L'architettura e la storia dell'« isola delle quaglie » sono infatti sempre state oscurate dall'importanza e l'imponenza dei monumenti classici.
La riscoperta di Ortygia, del suo tessuto urbano, della sua architettura medievale, del suo aspetto settecentesco, é iniziata solo nel secondo quarto del nostro secolo con le ricerche e lo studio di uomini sensibili e innanzitutto innamorati dell'isola millenaria.
Grazie alle ricerche di questi uomini hanno preso corpo e consistenza la storia e la cultura artistica della città medievale, sono stati divulgati i nomi dei maestri che operarono come urbanisti e architetti nel centro storico aretuseo, sono state tratte dalla polvere dei secoli le tessere cardinali per la ricostruzione del grande mosaico della storia di Siracusa, dei suoi usi, dei suoi costumi, delle attività dei suoi cittadini, delle sue manifestazioni artistiche, della sua organizzazione urbana.
Questa pubblicazione non ha la pretesa di montare il mosaico... e nemmeno quella di sintetizzare tali ricerche e ciò anche perchè credo che non sia ancora giunto il momento di farlo.
Essa vuole avere lo scopo di illustrare in maniera schematica e semplice la vita e la composizione urbana dei quartieri medievali di Ortygia contribuendo così alla divulgazione della storia, delle vicende, dei valori architettonici, ecc., dell'isola millenaria. Vuole inoltre essere il « filo d'Arianna » nella guida ad un giro un pò particolare per le viuzze dello scoglio nella ricerca di aspetti spesso sconosciuti ai suoi stessi abitatori.
PAOLO GIANSIRACUSA
Siracusa 14 aprile 1980
1.1.1. La «via principalis» elemento guida nell'organizzazione del tessuto urbano.
Il centro storico delle antiche cinque Siracuse é oggi esclusivamente rappresentato dall'isolotto di Ortygia la cui veste architettonica é prevalentemente settecentesca a motivo del terremoto I 1693 che distrusse quasi tutte le costruzioni precedenti. Settentesco non può però definirsi l'impianto planimetrico, l'orgazazione urbanistica degli spazi e dei volumi, poiché derivante una pianificazione greca del V° sec. a.C. modificata da vari interventi, ultimo dei quali, lo Centramento fascista di Via Matteotti.
Sulla originaria disposizione urbanistica dell'isola, quella pensata e voluta dai colonizzatori di Corinto, é quasi impossibile tracciare un disegno. Una cosa sola può affermarsi con certezza: l'esistenza di un asse collegante l'Apollonion (fine del VII sec. a.C.) e il più vecchio santuario di Athena (VIII-VII sec. a.C.) oggi nascosto dalla Via Minerva, ma in parte visibile sotto il Palazzo Vermexio.

Quando la dinastia dei Dinomenidi si impossessò della città d¡ede impulso ad un rinnovamento radicale del tracciato urbanistico ispirandolo, come ancora oggi é evidente, alle celeberrime teorie ippodamiche. Rinnovata fu anche l'architettura e l'esempio più eclatant » può essere quello della costruzione di un secondo tempio dedicato ad Athena (480 a.C.) un pò più a sud del preesistente Atenaion ionico.
Conservata fu però la « via principalis » che nella nuova riorganizzazione urbanistica andò sempre più acquistane il carattere « via sacra »; essa é oggi rintracciabile nell'asse Via Dione-Via Roma
Nonostante l'isola presentasse un territorio tutt'altro che pianeggiarne (tra l'Apollonion e l'Athenaion il Cavallari rileva una differenza di quota di circa 10 m.) fu rispettata la ortogonalità del cciato le cui insulae, a somiglianza di quelle rettangolari di Olinto, stanno nel rapporto 16 : 7 dei lati.
Nell'attuale planimetria dell'isola é chiara la lettura di questa razionale disposizione nel quartiere che nel Medioevo fu degli artigiani (quello ad ovest della Via Cavour che scende verso la marina) e nell'eccezionale grigliato della Giudecca.
Ai Romani deve invece attribuirsi il tentativo di ricavare un decumano trasversalmente alla via sacra.
Tale «decumanus >=, « maximus » rispetto a quelli di Via Resalibera, Via Mirabella, Via Larga e Via Capodieci, é oggi rintracciabile nell'asse Via Amalfitania - Via Maestranza.
Altro i Romani non dovettero aggiungere, almeno relativamente all'isola Ortygia. Più incisivo fu invece il loro intervento nell'Acradina ove riadattarono l'agorà e ingrandirono il bouleuterion.
L'origine greca della longitudinale « via principalis » é spiegabile anche considerando il fatto che essa collegava l'estrema punta sud del'isola con quella nord. Questi erano punti nodali rispondenti alle più avanzate esigenze guerresche: il primo perchè promontorio sul Porto Grande e quindi sede del mastio, il secondo perchè coincidente con l'ingresso della cittadella.
Il collegamento con la terraferma doveva avvenire con una banchina attaccata al piazzale retrostante l'attuale Palazzo delle Poste (« ... anche la città esterna, collegata all'altra per mezzo di un muro... » Tucidide VI, 3); da qui arrivava all'attuale imbarcadero Santa Lucia e l'ipotesi é confermata anche dalle minime quote del bassofondo marino.
Il decumanus maximus, oltre a rispondere ad esigenze di una moderna razionalità urbana (già circa due secoli prima Aristotele nella « Politica » ed Ippocrate nel suo « De aere, aquis, locis » avevano parlato di igiene, circolazione, difesa, esposizione, orientamento e sviluppo delle vie cittadine) e ad una maggiore funzionalità degli spazi della città, risponde ai requisiti di una migliore ventilazione ed illuminazione degli alloggi ed infatti ancora oggi la Via Maestranza é più larga rispetto alle altre vie di Ortygia. Se per certi aspetti, dunque, tale intervento può rivelarsi positivo, per altri si presenta negativo: esso é infatti la causa della frantumazione dell'omogeneità socio-ambientale dell'isola.
Il sezionamento si farà sentire più acuto nel Medioevo quando i quattro quartieri formati dall'intersezione della via sacra col decumanus acquisteranno una diversa configurazione politica che causerà la ancora vigente gerarchia dei valori architettonici e ambientali. Altro risultato sarà la diversa destinazione produttiva, elemento certamente negativo, che avrà vita fino agli inizi del nostro secolo.
Con l'annichilirsi della potenza siracusana nel Mediterraneo, a causa della conquista romana del 212 a.C., e con il graduale ridursi del perimetro della città che, al tempo di Dionisio, vantava una fortificazione di 27 Km, i quattro quartieri di Ortygia vanno sempre
acquistando un carattere quasi autonomo dal punto di vista socio-economico.
Ne deriva che ad ognuno di essi, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista architettonico, fin dall'epoca bizan- risponderanno tipologie del tutto diverse. All'alloggio a monolocale della Graziella si contrappone la residenza duplex della Giudecca e alla viuzza tortuosa della Spirduta quella diritta dei Bottari. Ai complesi monumentali della spianata Duomo, si contrappongono le umili abitazioni della Turba. Seguendo l'indicazione delle tipologie architettoniche e urbanistiche e la destinazione d'uso, i quattro quartieri di Ortygia, generati dall'interesezione degli assi greco-romani, sono:
settore nord-est (quartiere dei pescatori e dei commercianti);
settore nord-ovest (quartieri degli artigiani);
settore sud-est (quartiere degli ebrei);
settore sud-ovest (quartiere nobiliare).
La loro dominazione tradizionale é la seguente:
1-Graziella e Spirduta;
2-Bottari;
3-Giudecca;
4- Duomo e Castello.
C'é da aggiungere però che la frangia periferica della Graziella e della Spirduta durante la dominazione spagnola fu chiamata Mastrarua e fu destinata all'edilizia nobiliare. Alla stessa maniera, anche se in altra epoca, il margine meridionale della Spirduta e quello settentrionale della Giudecca generarono la Maestranza, l'asse dei mastri artigiani più qualificati della città. Così anche il quartiere compreso tra la Giudecca e il Duomo, confifigurabile nella T formata dalla Via Roma con la Via Capodieci, fu chiamato Turba.
2. 1. 1. La Graziella il quartiere dei pescatori.
Col nome Graziella sono chiamati molti dei quartieri dei pescatori delle città marittime italiane e ciò a motivo della partilare devozione che i pescatori e le loro famiglie hanno nei confronti della Madonna delle Grazie.
Che la Graziella dei siracusani sia interamente dedicata, dalla fede popolare, alla Madonna delle Grazie si capisce anche dalle numerose icone e sculture mariane sparse lungo le vie Mirabella, Dione, Vittorio Veneto e Delle Grazie, accessi principali, anche se indiretti i primi tre, al cuore del quartiere: il Largo alla Graziella.
Al Largo alla Graziella fino a non molto tempo fa sorgeva una cappelletta dedicata alla Madonna (il particolare é rilevabile anche dalla « Topografia Archeologica » di Saverio Cavallari, 1880-81), ora, a testimonianza della sua passata esistenza, nello stesso luogo sorge un'edicola votiva.
La Graziella, così come tutto il centro storico siracusano, ha assunto la fisionomia architettonica attuale attraverso i secoli: nascendo da una iniziale pianificazione greca della quale rimane solo il tracciato tortuoso di Via Dione, subisce modifiche ad opera dei Romani (Via Resalibera e Via Mirabella sono chiari interventi della castramentatio romana) e poi nei secoli del Medioevo subisce trasformazioni, abbattimenti ed aggiunte a causa dei terremoti, degli incendi, delle distruzioni belliche, dei cambiamenti di gusto ed esigenze.
Con l'avvento del cristianesimo si viene a perdere la tipologia dell'alloggio greco; le case invece di aprirsi verso cortili interni si aprono verso la strada o il cortile comune.
La tipologia dell'alloggio cristiano ha il pregio di incentivare i contatti sociali e di stimolare la crescita delle prime comunità religiose. Sarà il vescovo Germano (sec. IV) a dotare il quartiere di due chiese: San Pietro e San Paolo (« Germanus Syracusarum ...iterum insulae boreali loco ecclesiam divis Petro, ac Paulo sacravit », A. Anguillara, sec. XV. « Germanus... aedificavit ecclesiam Sancti Pauli Apostoli, et Sancti Petri Apostoli... », L.C. Scobar, sec. XVI).
I materiali con cui le chiese furono innalzate vennero in buona parte sottratti ai monumenti della classicità, fatto tutt'altro che sporadico: la Graziella ne é ricca di esempi, basta guardare attentamente alcune abitazioni di Via Arizzi in cui i grossi blocchi squadrati di calcare sono sistemati nei cantonali e nelle fondazioni. Tali materiali furono sicuramente asportati dal vicino tempio di Apollo.
Sarà la conquista araba (incursioni sin dal sec. VII; terribile assedio nell'827 ad opera di Ib Al-Furat; conquista nell'878) a distruggere quasi completamente l'intera città per crearne una nuova, molto disordinata, perchè frutto di interventi spontanei. Tale disordine, che negli altri quartieri di Ortygia i successivi conquistatori normanni cercheranno di eliminare promuovendo una radicale riorganizzazione urbanistica che sarà intelligentemente continuata con criteri di razionalità e simmetria dagli amministratori svevi e poi da quelli aragonesi portatori della cultura ispano-gotica, alla Graziella e alla Spirduta non sarà mai sottoposto a revisione architettonica, anzi, ciò che ne ha compromesso nel tempo la stabilità e ne ha anticipato la fatiscenza, sarà incentivato con sovrastrutture, sopraelevazioni e nuovi spontanei corpi aggregati.
Il terremoto del 1693, che avrebbe dovuto portare ad una ricostruzione radicale della Graziella, ebbe un effetto tutto particolare: le macerie furono ammonticchiate negli spazi comuni (le strade) e sulle poche strutture preesistenti si costruì in maniera ancora più disordinata di prima: al disordine planimetrico si aggiunse in pratica quello altimetrico.
Per capire cosa in effeti accadde bisogna osservare bene i rapporti altimetrici tra le vie Arizzi, Delle Grazie, Ildebrando e loro ronchi. In certi casi (Ronco VII" alla Graziella, Ronco Coffari) si arriva a differenze di quota di circa un metro.
Numerosi sono poi i casi di alloggi interamente sottomessi rispetto al livello stradale.
Il fenomeno é leggibile anche valutando l'altezza della sezione del piano su cui poggia la Chiesa di San Paolo; quest'ultima é infatti su un livello di circa 6 metri più alto rispetto a quello del Tempio d'Apollo. Ciò é segno che la chiesa, come tutto il quartiere, giace su sei metri di macerie ed immondizie accumulatesi nel tempo.
Dal sec. XVIII in poi la Graziella, a differenza degli altri rioni di Ortygia, non ha subito alcuna modifica e ciò nonostante ci siano state diverse proposte di demolizione (ultima e clamorosa quella dell'Arch. Rapisardi pensata in periodo fascista). Per la conservazione e l'utilizzazione del tessuto urbanistico eccezionale e del patrimonio architettonico pregevolissimo della Graziella occorre un'attenta lettura delle sue tipologie.
Disastrose più di uno sventramento sarebbero le ripuliture generalizzate le quali mirano all'eliminazione delle partizioni e elle aggiunte. Tali metodi operativi di restauro eliminerebbero il groviglio intricatissimo che dà colore e carattere alla Graziella e non potrebbero mai ridare un quartiere ristrutturato avendone già in partenza sfigurato il volto.
2.2.1. Tipologie degli elementi di distribuzione urbana.
2.2.2. Largo alla Graziella, Via Arizzi, Via delle Grazie, Vicolo Bonanni, Vicolo Bagnara.
Le vie Arizzi e Delle Grazie e i vicoli Bonanni e Bagnara sono le strade della Graziella che meglio esprimono i significati compositivi e funzionali di questo quartiere dei pescatori.
Il loro tracciato é tortuoso e ricco di diramazioni costituite da ronchi e cortili. Da ognuna di esse si arriva al Largo alla Graziella, nodo urbanistico del quartiere in cui i vari percorsi si addipanano in un groviglio intricato.
La scena é quella ormai nota: ronchi profondissimi e tortuosi, prospetti piccolissimi (i più vecchi gotici, i più recenti ottocenteschi) con ingressi ridotti e balconcini, il più delle volte, senza ballatoio per via delle strade strette, scale esterne che portano ai piani superiori e occupano lo spazio pubblico per conquistare qualche metro quadro all'interno dell'alloggio.
Il groviglio spontaneo di case é tamponato ad ovest da un enorme blocco che ha prospetto sulla Via Emanuele De Benedictis, opera borbonica del 1843 assurda sia architettonicamente che urbanisticamente. Del periodo borbonico é pure l'enorme scatolone delle vicine prigioni.
Nelle strade suddette meglio che altrove si capisce la distribuzione degli spazi comuni.
Il ronco é l'elemento più caratteristico di questa urbanistica spontanea di spirito dichiaratamente irrazionale. Su come e perchè esso nasce potrebbero farsi molte ipotesi ma certamente la più plausibile é quella legata alla interruzione della fluidità dei percorsi per l'ottenimento di spazi di intimità domestica all'esterno dell'alloggio.
Il Ronco Tramontana e il Ronco 2° alla Graziella sono due spazi comuni interrotti da una piccola costruzione; anche il Ronco 3° alla Graziella é interrotto da una costruzione ed é per tale ragione che non comunica con il Ronco Coffari.
Perchè tali interruzioni? Non sarebbe stato meglio avere una strada continua e quindi uno spazio comune più fluido e funzionale? Evidentemente la fluidità dei percorsi e la funzionalità degli elementi di distribuzione urbana non hanno mai interessato i « pianificatori » di questo eccezionale quartiere. Ben altri criteri hanno dunque guidato gli abitanti della Graziella a determinare gli spazi a ronco, criteri certamente attinenti alla realtà socio-ambientale del quartiere.
Il ronco, per la verità, é l'anticamera di ogni abitazione che vi ha sede. Se si prova a camminare in Via Dione o in Via Resalibera ci si accorge che al piano terra ci sono esclusivamente botteghe attività commerciali, così come nel passato), ne deriva che queste strade devono necessariamente consentire il movimento umano e il flusso dei mezzi.
Il Ronco 3° alla Graziella e tutti gli altri ronchi di Via Arizzi e di Via delle Grazie non hanno botteghe al piano terra, ma abitazioni: abitazioni sottomesse rispetto al livello stradale e quindi umide; abitazioni buie poiché chiuse in uno spazio soffocante (a doppia e spesso tripla schiera); abitazioni piccole poiché sorte su una divisione di proprietà minutissima.
Poiché dunque dentro l'alloggio non c'é lo spazio necessario all'espressione della vita, non c'é l'illuminazione naturale sufficiente e neppure una sana aerazione, il ronco diventa il prolungamento ideale della casa, diventa parte della casa.
Nel ronco c'é dunque questa fusione squisitamente intima tra l'alloggio e lo spazio comune che così acquista un carattere quasi privato. Si provi ad entrare in un ronco: si scopriranno tutte le porte degli alloggi aperte per dare aria e luce alle case e per potere unire o idealmente prolungare il piccolo spazio interno con lo spazio esterno. L'intimità, quasi famigliare, del ronco si capisce bene nel Ronco 3° alla Graziella ove lo spazio comune, attraverso slarghi ed angoli vari, favorisce i contatti sociali: le famiglie si ncontrano e discutono nel ronco; gli amici si ospitano nel ronco. Il ronco é dunque spazio di relazione, scena intima e intoccabile dei apporti interfamigliari.
Se la funzione del ronco é sempre la stessa, qualsiasi sia la sua conformazione urbanistica, varie sono invece le sue tipologie.
Tipologicamente il ronco siracusano é infatti di tre tipi: a) Ricavato nel cortile di una precedente costruzione gentilizia. Tipico é il caso del Ronco 8° alla Graziella che ha ingresso a un portale quattrocentesco. La ricostruzione ideale dell'edifiio tardo-gotico preesistente viene aiutata anche dal cantonale del lato nord, bellissimo esempio di addentellamento di conci squadrti. Tale cantonale doveva chiudere il prospetto dell'edificio all'interno del quale é ricavato il ronco che, per la stratificazione degli stili, ricorda il Palazzo Abela di Via Mirabella. Oggi la proprietà, che un tempo doveva essere unica, é divisa in ben 14 parti.
Tale ronco, così come quelli simili della Via Dione, ha un percorso limitato ma é dotato di una illuminazione naturale abbastanza soddisfacente. Il requisito é dovuto al fatto che il ronco, invece di essere stretto e profondo, é corto e largo poiché ricalca la planimetria del preesistente cortile. Gli alloggi sono di vari tipi: con monolocali o bivani su un unico livello, con organizzazione duplex a collegamento esterno o interno.
Di tipo breve e lineare. Questo é il caso più semplice, riscontrabile nel Ronco Coffari e nei ronchi 1°, 2°, 6° e 7 alla Graziella. E' molto stretto (e quindi poco illuminato) e notevolmente umido poiché troppo sottomesso rispetto al livello stradale. Gli alloggi sono di tipo duplex con scala interna di collegamento.
Di tipo lungo e tortuoso. E' il caso più complesso e allo stesso tempo di maggiore interesse. Si riscontra nei ronchi 3° e 5° alla Graziella.
Il Ronco 3° é di un interesse urbanistico eccezionale e ciò per via della sua composizione; planimetricamente ha una certa somiglianza con il Vicolo dei Tintori alla Spirduta ma la sua funzione é completamente diversa. Alla Spirduta siamo in presenza di uno spazio di collegamento, qui dinanzi ad uno spazio di relazione. Gli alloggi sono uno diverso dall'altro; il denominatore comune é il disordine altimetrico reso a suo modo funzionale con scale stranissime, strette, ripide, tortuose. Il ronco é tamponato da una costruzione alla quale é addossata una enorme scala esterna che permette di raggiungere i vari livelli.
Il Ronco 5° composto da un profondo percorso con cinque brevi diramazioni é il più largo ed arioso dei ronchi della Graziella, ne deriva che le sue abitazioni sono più illuminate e meno umide. Delle diramazioni del Ronco 5° una é di particolare interesse: quella che immette in un piccolo cortile, qui elementi architettonici di vari stili e periodi sono incastonati in maniera confusa e disordinata alle pareti. Nella parete nord c'é una porticina, con arco ogivale a conci squadrati di chiara fattura gotica, infossata per un terzo nella terra dell'orticello. Nella parete est, all'altezza di circa tre metri, si nota il frammento di un architrave datato 1539 con scritta in latino (Deo cucta progedvi). Questi ruderi fanno notare come dopo ogni crollo o distruzione venissero riutilizzate le antiche pietre e le poche strutture rimaste in piedi. Nel Ronco 5° é inoltre l'edicola votiva della Madonna delle Grazie.
I vicoli Bagnara e Bonanni sono strettissimi e, per il loro percorso incerto e ingarbugliato, sembrano dei labirinti. Su questa loro disposizione molte ipotesi sono state fatte: c'é stato chi ha detto che sono nati così per difendere le abitazioni dall'umidità marina e dal vento di levante; c'é invece chi sostiene che sono stati progettati in tale modo affinchè la popolazione vi si potesse facilmente nascondere e difendere in caso di rappresaglia. La realtà é che questi aggregati sono sorti senza alcuna regola, in maniera spontanea, senza alcun supporto di razionalità e spesso trascurando anche i più elementari principi di funzionalità.
Ciò comunque non ne sminuisce il valore, anzi ne esalta la creatività, quasi ingenua, degli uomini che li hanno concepiti.
Il Vicolo Bonanni si parte dal Largo alla Graziella, poi si dirama col Vicolo Bagnara per andare a finire dietro il carcere. I due vicoli accolgono alcuni dei pochi originali alloggi duplex della Graziella. Chiaramente nel loro limitatissimo spazio non era possibile fare scale esterne, si sono dovuti collegare quindi il piccolissimo e buio piano terra e il piano superiore con scale interne, di legno o di pietra, ripidissime con alzate dimensionalmente superiori alle pedate.
2.2.3. Via Dione
La Via Dione é senza ombra di dubbio il percorso più antico di Ortygia, quello stesso che i Siculi dovettero calpestare per muoversi sullo scoglio in tutto il suo sviluppo longitudinale, e inoltre quello che meglio documenta la storia della città.
Ancora oggi asse principale di Ortygia, accoglie alcuni tra i più significativi e qualificati esempi di architettura minore del Settecento siracusano: prospetti piccoli con eleganti balconate e mensole fantasiosamente decorate. Frammisti a questa architettura sono grossi frammenti di costruzioni scampate al terremoto del 1693.
Dopo il primo tratto molto chiaro e schematico (da Piazza Archimede a Via Resalibera), segue il secondo, quello che conduce al Largo dei Pescatori e quindi a mare: é un tratto intricatissimo, pieno di vicoli e ronchi, composizione di un tessuto urbano veramente unico nella storia dell'urbanistica italiana.
Ciò che caratterizza maggiormente questa strada é l'intimità e il silenzio dei suoi vicoli (Bagara e Pagani) e dei suoi cortili (ad esempio quello delle Api) in contrasto col movimento e il rumore causati dal traffico del vicino frequentatissimo mercato e dal lento ma intenso lavoro dei pochi pescatori rimasti che qui vivono e commerciano.
« Le strade sono impraticabili, piene di fango e di sentina, prive di lastricati, di fogne e di scolatoi. Sono impraticabili persino dalle carrozze e producono un odore nauesante e pungente specialmente nei mesi estivi. In alcuni luoghi abitati dalla bassa gente (Il riferimento alla Graziella é evidente) l'aria é viziata e corrotta e le malattie mortali sono diffuse » (Tommaso Gargallo, « Memorie Patrie », 1791).
La situazione della Graziella e della Via Dione nel primo quarto del nostro secolo non si doveva scostare di molto da questa raccapricciante descrizione della Siracusa del Settecento. Prova ne è il fatto che negli anni trenta, durante il regime fascista, si cercò di cancellare l'ingresso di Ortygia e cioè quella « spina » urbana compresa tra la Via Dione e l'ex Via dei Bottari (ora Cavour).
Si pensò di risanare la città sventrandone il proprio tessuto, un metodo quanto mai barbaro ma molto diffuso in quegli anni. Lo sventramento fascista di Via del Littorio (ora Corso Matteotti) é il taglio più grave che sia stato praticato alla trama urbanistica medievale dell'isola delle quaglie.
Seguiamo comunque con ordine lo sviluppo di tale vicenda.
Da una lettura della planimetria della Via Dione nel plastico di Ortygia del 1773 modellato da Giuseppe Costa il tessuto urbano si presenta nella sua organicità strutturale e funzionale; anche il plastico napoletano del Museo Bellomo conferma questa realtà architettonico-ambientale che nel 1881 Saverio Cavallari divulgherà con la sua scrupolosa « Topografia Archeologica >. Anche un preziosissimo catastale del 1916 presenta la Via Dione nella sua integrità: é la stessa via ricostruita dopo il terremoto del 1693. Dunque in quasi due secoli e mezzo, nonostante le varie vicende belliche, nulla era stato modificato. Purtroppo negli anni trenta il sogno fascista dell'architettura celebrativa colpisce anche Siracusa e senza commenti vengono sventrati cinque grossi isolati compresi tra la Via Dione e la Via Cavour. La scala del progetto evidentemente fu quella monumentale (più attinente al metro celebrativo) e infatti con una strada circa quattro volte più larga della Via Dione si collegarono lo spiazzale del Tempio d'Apollo con la Piazza Archimede. Il crudele sogno fascista é realizzato: l'architettura che farà da sciatta scenografia sarà subito progettata da Salvatore Caronia e da Francesco Fichera (il Marcello Piacentini della situazione).
Per tale sogno Ortygia dovette rinunziare a cinque delle maglie più interessanti del suo tessuto urbano e ciò per fare posto a un « inutile quartiere di catapecchie in cemento » (G. Gargallo). Furono abbattuti alcuni tra i più significativi esempi della passata architettura e tra questi la quattrocentesca Casa Pria in stile aragonese.
La tipologia degli alloggi degli isolati abbattuti, da considerazioni fatte sul catastale del 1916 e sulla dichiarazione della proprietà immobiliare prima dello sventramento, era molto vicina (almeno planimetricamente) a quella delle abitazioni gentilizie della Via Mirabella. Gli isolati erano essenzialmente costituiti da residenze nobiliari (il Costa colloca nei cinque isolati più di dieci casati nobili).
Architettura nobiliare dunque, come quella visibile ai Bottari e in Via Dione, frammista ad architettura religiosa.
La tipologia dell'alloggio caratteristico della Graziella si ritrova unicamente nel tratto più tortuoso della Via Dione (dalla Via Resalibera al Largo dei Pescatori): qui é caratteristico il Ronco Rubino ove il modello della casa a ballatoio é segno della ristrettezza spaziale e allo stesso tempo della spiccata creatività dei pescatori.
2.2.4. Via Resalibera
La Via Resalibera, decumano minore certamente dovuto al rinnovamento urbanistico di Ortygia operato dai Romani subito dopo a conquista di Siracusa, é oggi un asse trafficatissimo per le attività commerciali che vi si sono inserite e per le attività artigianali che, nonostante il mutare dei tempi, con molti sforzi, continuano a vivere.
Le tipologie architettoniche della Via Resalibera sono le stesse Iella Graziella. Il suo tracciato urbanistico é ricco di diramazioni ronchi, vicoli e cortili) in cui i frammenti architettonici di vari stili e di diversi periodi documentano, meglio delle pagine di un ibro, la storia della città aretusea.
La strada, che é tra le più popolate e movimentate di Ortygia, in una veste architettonica prevalentemente settecentesca. Sono requenti i balconcini barocchi a petto d'oca, i portali dalle decorazioni bizzarre, le fantasiose scale all'aperto.
Qua e là, seminati dalla storia, frammenti di colonne romane di ¡ranito, pannellini scultorei di pregevole fattura (due di essi raffi figurano: a) il Battesimo di Cristo; b) due Angeli in posizione araldica col SS. Sacramento) e stemmi di casati nobili. Di notevole interesse è una maestosa ed elegante finestra seicentesca, frammento di una preesistente residenza nobiliare di modulo monumentale.
Nel tratto Via Arizzi - Via Dione il piano terra dalle case della Via Resalibera viene adoperato come bottega o magazzino e ciò nel rispetto della funzione originaria; le residenze sono al piano superiore. Nel tratto Mastrarua - Via Arizzi, nei vicoli e nei ronchi, anche il piano terra viene adoperato come abitazione e ciò pur essendo umido, buio e scarsamente aerato.
Nel Ronco del Carmelo, nel Vicolo Ildebrando e nel Ronco 1° alla Resalibera, il disordine architettonico é identico a quello di Via Arizzi. In questi ronchi profondissimi e tortuosi le case avanzano e retrocedono senza alcun ordine e si incastrano quasi a soffocarsi. Sono percorsi in cui il sole e il vento stentano ad entrare.
A differenza delle altre strade della Resalibera il Ronco 1° e il Vicolo Ildebrando conservano ancora le lastre di lava della pavimentazione stradale voluta dall'Adorno nel terzo quarto del sec. XIX.
La scena dei ronchi e dei vicoli della Resalibera é dunque una scena di miseria: case poverissime ricavate nel nulla, eppure, nonostante tutto, piene di intimità e di colore.

3.1.1. La SPIRDUTA
« Anno Domini 1365 Martii 29 Ser. Reg. Costantia Concessit Hanc Manistallam vulgo Spirdata Baroni Philippo Montalto » (Serafino Privitera, Storia di Siracusa, 1879).
Poiché dopo la morte della Regina Costanza d'Aragona, la quale in vita aveva concesso al Barone Filippo Montalto tutto il quartiere della Spirduta per farne delle stalle, veniva contestata ai Montalto la proprietà della zona essi vi fecero erigere un cippo con tale iscrizione.
Se poi i Montalto vi avessero effettivamente fatto delle stalle non si sa, né si può capire dall'attuale tipologia dell'abitazione del quartiere dato che per una buona parte esso fu ricostruito dopo il terremoto del 1693.
Una cosa può essere affermata con certezza e cioè che con la costituzione della Camera Reginale (5 aprile 1361) furono fatte larghe concessioni alle varie famiglie nobili di Siracusa; tra queste concessioni anche quella di potere abbattere vecchi casamenti per costruire dimore gentilizie secondo i nuovi dettami stilistici.
La Spirduta accolse alcune tra le più belle residenze gentilizie, due delle quali famose per la loro eleganza: il Palazzo Mergulense - Macciotta (poi Montalto) in stile gotico - chiaramontano (1397); il Palazzo Gargallo in stile gotico-catalano (XV sec.) con imponente scala esterna e arioso portico (la ricostruzione parziale si deve a Francesco Fichera).
Altre strutture trecentesche e quattrocentesche possono essere rintracciate nella Via dei Montalto e nella Via dei Tintori, nell'ex Chiesa di San Leonardo e San Biagio nella Piazzetta dei Cavalieri di Malta. Sui lati dell'unica navata di questa chiesetta sono visibili maestose arcate a sesto acuto inglobate in una struttura muraria settecentesca che viene attribuita a Luciano Ali.
Sicura opera di Luciano Ali é invece l'ex Oratorio di San Filippo Neri (ora Liceo-Ginnasio) costruito prima dell'anno 1778 con eleganti forme rococò e arioso leggiadro cortile.
Opera seicentesca (relativamente al primo e al secondo ordine, perchè il terzo é un'aggiunta posteriore) é il Palazzo D'Amico, elegante costruzione di scuola vermexiana.
Per quanto concerne la planimetria, il quartiere si presenta alquanto alterato, almeno nella sua parte centrale.
Sia il plastico di Giuseppe Costa che la « Topografia » del Cavallari e il catastale del 1916 presentano un tessuto urbano ancora più intricato di quello che si sviluppa attorno al Largo alla Graziella. La parte centrale della Spirduta, sostituita dall'attuale Circolo Didattico, presentava un ronco due volte più profondo il Ronco 3° alla Graziella.
Di questo disordinato ma caratteristico tracciato urbano della Spirduta restano: il frammento interessantissimo della Via dei Tintori e l'altro compreso tra Ronco Bentivegna e Via Gargallo. Quest'ultimo é schiacciato dall'orribile intervento della speculazione edilizia in Via dei Santi Coronati.
Il quartiere Spirduta chiuso ad est dalla Via Gargallo, ad ovest dai Bottari, a nord dal quartiere dei pescatori e a sud dall'edilizia nobiliare della Maestranza) ha avuto ed ha una destinazione commerciale e residenziale. Le sue sono residenze nobili frammiste, senza pregiudizi, ad abitazioni di minore cubatura e di scarsa importanza ma sempre funzionali ed interessanti.
A differenza dei locali del piano terra della Graziella, quelli della Spirduta sono sorti per servire come abitazioni; prova ne é il fatto che sono sollevati rispetto al livello stradale (il fenomeno dell'umidità di risalita é quindi minore), sono meglio illuminati e meglio ventilati.
La tipologia dell'alloggio é duplex, sono rare infatti le scale esterne. Il proprietario del piano terra e del piano superiore é unico. Gli alloggi, in linea di massima, sono più grandi rispetto a quelli della Graziella.
3.2.1 Via Mirabella
La Via Mirabella, certamente una delle strade più antiche del centro storico di Siracusa, assume particolare importanza nel sec. XII ad opera dei Normanni i quali diedero particolare impulso alla costruzione di chiese e di monasteri; saranno però gli Aragonesi a conferirle un aspetto architettonicamente valido e imponente per le proporzioni. Gli attuali perimetri settecenteschi dei complessi del Carmine e del Ritiro ricalcano forse imponenti planimetrie quattrocentesche; nella Chiesa del Carmine vi sono tracce evidenti.
Il progetto settecentesco del Ritiro viene attribuito a Pompeo Picherali. L'attribuzione, essendo illeggibile la composizione interna degli spazi, é unicamente poggiata sulla slanciata ed elegante facciata dell'ex Chiesa.
Vicinissima a questi due complessi monumentali sorge la goticheggiante chiesetta di San Tommaso (1199) anch'essa in molte parti manomessa.
Gli Aragonesi diedero inoltre alla strada un carattere nobiliare ed infatti vi favorirono la costruzione di residenze gentilizie delle quali rimane solo la Casa Abela-Danieli col suo immenso prospetto quattrocentesco alterato da soprelevazioni e da spontanee aperture. Oltre il suo elegante portale ogivale con archivolto e peducci si perviene al cortile con la bella scala esterna di tipo catalano e la graziosa loggia.
L'ingresso alla loggia, per divisioni di proprietà, é stato tamponato nel Settecento; ad essa sì perviene dunque attraverso una scala settecentesca pesante e buia. In fondo al cortile un'altra opera del Settecento tampona il Ronco l° alla Resalibera. Sulla parete destra del cortile si conserva un muro di cinta con originali merlature.
Tutta la rimanente architettura di Via Mirabella, ad esclusione di quel capolavoro dell'architettura barocca siracusana che é il Palazzo Bongiovanni (1779), é sorta nell'Ottocento sulle strutture delle precedenti costruzioni. Quest'architettura ottocentesca ruota, come per nascondersi o per essere protetta, intorno ai complessi monumentali del Carmine e del Ritiro. Un esempio significativo é quello dell'architettura del Ronco del Pioppo ove le abitazioni sii incastrano fittissime e disordinate in uno spazio microscopico, all'ombra del complesso del Carmine.
La tipologia degli alloggi compresi tra il Palazzo Bongiovanni e la Chiesa del Carmine é molto simile a quella delle abitazioni della vicina Spirduta: monolocali al piano terra con una sola apertura sul ronco; bivano al piano superiore. Il collegamento dei livelli é interno; esso é molto ripido per risparmiare più spazio possibile. Quasi uguale é la tipologia degli alloggi del Ronco del Ritiro e del Ronco San Tommaso con quella suddetta. Una tipologia non può ricercarsi negli alloggi del Cortile Abela perchè qui siamo in presenza della frantumazione dell'appartamento gentilizio ed ognuno ha diviso ed organizzato lo spazio come ha creduto opportuno. Sovente si ha però un ambiente pluriuso come prima stanza e una camera da letto (o due) accanto o sopra.
4.1.1. La Mastrarua
La « ...Mastrarua, Via Maestra per eccellenza dei tempi catalani » (G. Gargallo), é sicuramente, dopo l'elegante Via Maestranza, la strada più della ed interessante del centro storico di Siracusa. Il suo percorso é lungo e vario e la sua destinazione nel tempo si é andata differenziando dal retrostante quartiere Graziella, sua matrice originaria.
La Mastrarua con gli spagnoli non fu più strada di pescatori ed infatti nei suoi palazzi, per la maggior parte nobiliari, accolse l'elite della borghesia siracusana.
Alla Mastrarua i signori, dei tempi catalani, avevano il palazzo e j magazzini annessi. Di questi edifici nobiliari ce ne sono ancora che, seppure manomessi, presentano il loro carattere di monumentalità attraverso gli ingressi lussuosi, le scale eleborate e i balconi addobbati come altari.
La strada era larga per consentire il traffico e le manovre delle carrozze; dietro le nobili facciate c'erano le zone di servizio accessibili anche dai ronchi della Graziella.
La monumentalità di questi edifici, massima allo sbocco di Via Mirabella, si riduce man mano che si arriva in Via Paolo Sarpi e scompare del tutto nel tratto Via Sarpi - Vicolo Bagnara per effetto della vicinanza del Porto Piccolo, luogo di commercio dei pescatori e quindi sede dei loro rifugi e delle loro umili abitazioni. Oggi, con la decadenza delle famiglie nobili, i palazzi della Mastrarua sono stati irrimediabilmente trasformati, divisi, ampliati con soprelevazioni e ridotti a costruzioni fatiscenti con alloggi piccoli come quelli della Graziella.
Nel primo tratto (dalla Via Maestranza alla Via Mirabella) la Mastrarua accoglie i palazzi delle famiglie della Siracusa spagnola: la Casa Vitale, costruzione trecentesca riorganizzata da Andrea Vermexio nel Seicento; il Palazzo Impellizzeri; il Palazzo Blanco, capolavoro dell'architettura siracusana del Settecento con elegante portale e imponente scala esterna nel cortile; la Casa Russo dalla bella balconata barocca; la Casa Mezio con elegante portale seicentesco e un originale grifone sopra il concio di chiave; il Palazzo Interlandi (ora Casa delle Orsoline) del quale rimane la sola preziosa facciata tardo-gotica ornata da eleganti bifore e da un imponente portale; il Palazzo Monteforte, interessante costruzione ottocentesca.
In mezzo a questi capolavori dell'architettura civile si erge maestoso e solenne, col suo prospetto bianco e luminoso, uno dei gioielli dell'architettura di Giovanni Vermexio: la Chiesa della Congregazione di San Filippo Neri.
Il secondo tratto (dalla Via Mirabella al Largo Forte San Giovannello) é quello che risente maggiormente dell'influenza della vicina Graziella. I suoi edifici sono frazionati al massimo: sono interrotti i vecchi collegamenti tra il piano terra e il piano superiore e ciò a causa dell'irrazionale divisione di proprietà che ha comportato la creazione di scale improvvisate di pietra e spesso di legno.
L'isolato tra il Lungomare di Levante e la Via Vittorio Veneto é di un disordine architettonico-distributivo unico; dietro tranquille facciate ottocentesche si aprono vicoli strettissimi e bui ai quali si attestano numerosi piccoli alloggi.
Il lato ovest di questo secondo tratto della Mastrarua é architettonicamente più qualificato: lo compongono infatti alcune costruzioni nobiliari del Settecento. Gli edifici più significativi sono: quello con cantonale sulla Via Resalibera che ha prospetto uniforme e lunghissimo; quello addossato al Ronco 5° alla Graziella che ha un movimentato portale barocco. Questi palazzi sembrano tamponare e bloccare con forza lo sviluppo spontaneo e irrazionale della retrostante Graziella.
In questo tratto, al piano terra, ove un tempo erano le rimesse e i magazzini ora vi sono bottegucce che danno un certo movimento umano e conferiscono alla strada una certa aria partenopea ricca di colore esterioramente ma drammatica nella sua intimità.
5.1.1. La zona dei Bottari Il quartiere degli artigiani
Con la denominazione « quartiere degli artigiani », in questa illustrazione di Ortygia, si intende quel settore del centro storico compreso tra il Corso Matteotti, la Via del Collegio, la Marina e la Via Savoia. >
La denominazione é appropriata e si basa sul fatto che fin dal Medioevo il quartiere ha avuto una fisionomia socio-ambientale totalmente diversa da quella degli altri rioni: una fisionomia tipicamente artigianale e commerciale, economicamente legata alle attività della Marina (sede ideale del mercato interno ed estero del passato).
Così se il Porto Marmoreo era la sede ideale delle attività dei calafatari e dei pescatori della Graziella e la Via della Giudecca era l'asse attrezzato sui generis delle intense attività ebraiche, il Porto Grande e la Marina erano l'appoggio vitale di tutte le attività commerciali e artigianali che si svolgevano in questo settore.
Forse furono proprio la vitalità di questo quartiere e l'enorme movimento umano che il suo mercato creava alla Marina, che ispirarono all'arabo Edrisi (sec. XII) la seguente descrizione: « Siracusa é delle città celeberrime e dei più nobili paesi del mondo. Cittadini e foresi d'ogni banda cavalcano alla volta di lei: a lei si indirizzano i mercanti viaggiatori di tutte le regioni. Siracusa s'agguaglia alle maggiori città pel numero e la ricchezza dei mercanti,... ».
Anche i nomi delle strade ricordano l'antica destinazione del quartiere: Via dei Bottari, ora Cavour, già sede del commercio dei vini e delle botti; Via dei Candelai; Via dei Cordari...
In questo settore avevano sede tutte le corporazioni artigianali spesso riunite in confraternite: ferrari, ortulani, tavernari, vasellari, bordonari, scotellari, consaturi, mastri d'ascia, muraturi, cordari, corbiseri, mercanti, custureri, ecc. Anche gli ebrei vi erano insediati con le proprie tintorie.
Quanto queste attività fossero legate al mercato portuale si capisce considerando che la vastità produttiva non aveva una proporzionale domanda di mercato interno, peraltro anch'esso riversato nel Porto Grande per l'esportazione dei prodotti agricoli, e non avrebbe avuto ragion d'essere se non fosse stata rivolta verso il mercato estero.
Quanto l'intera città ci guadagnasse dal commercio estero si evince poi dai vari tentativi dei Genovesi e dei Pisani di fare di Siracusa una propria contea e dichiararla scala franca (sec. XII- XIII).
Anche i mercanti amalfitani non mancarono di farsi vivi a Siracusa: stabilirono infatti le loro botteghe all'Amalfitania; in questa via, che in altre epoche sarà dedicata a Santo Stefano in onore alla confraternita che vi aveva sede, anche i catalani vi sistemeranno le logge per le proprie mercanzie.
Siracusa sarà comunque ufficialmente emporio commerciale a vasto raggio d'influenza nel sec. XV perchè é in tale secolo che il suo porto sarà dichiarato scala franca per tutte le nazioni e principalmente per i mercadanti catalani 128 dicembre 1409).
Tale fortuna commerciale non durerà molto tempo poiché sarà destinata a spegnersi con la creazione della piazza d'armi in Ortygia.
Divenendo roccaforte militare e messa quindi nell'impossibilità di mantenere il suo commercio con l'estero Siracusa si rivolgerà verso sè stessa e verso il suo esiguo mercato interno.
Gli effetti di tutto ciò sono facili ad intuirsi: la catastrofe commerciale e la conseguente morte delle attività artigianali. Sopravviveranno così poche botteghe all'Amalfitania fino al sec. XVIII e l'attività dei bottari nei bassi dell'attuale Via Cavour. Moriranno anche le antiche confraternite e le varie congregazioni dei mestieri. I locali delle antiche botteghe, i dammusi, i magazzini, diverranno alloggi insalubri, umidi e bui. E' una fortuna che da un ventennio, seppure in modo improprio, stanno ritornando alla loro antica funzione; mi riferisco alle botteghe della Via Cavour e alle sparse attività artigianali dei falegnami, vetrai, tipografi e calzolai.
Certo il quartiere ha irrimediabilmente perduto molte compoponenti socio-ambientali e ciò ha causato alcuni squilibri di natura economica, culturale, urbanistica.
Se per certi versi il calzolaio si é ambientato, divenendo « rattoppatore » e perdendo così le sue qualità creative, d'altra parte incompatibili con la concorrenza spietata della produzione dell'industria del consumismo, tutte le altre attività, che un tempo rendevano il Porto Grande attivo e il quartiere produttivo, non hanno avuto spiragli per vivere. Si assiste così all'abbandono del porto che da alcuni decenni é privo di qualsiasi segno di vita perchè é stato privato della sua primaria funzione naturale e perchè é stata tradita la vocazione produttiva del suo retroterra artigianaJe, commerciale e agricolo.
5.2.1. Introduzione storica
La destinazione del settore dei Bottari alle attività commerciali e artigianali risale all'epoca medievale, periodo durante il quale viene rivalutata la produzione di tipo famigliare già sperimentata in Sicilia prima della colonizzazione greca. Era infatti nel costume dei Siculi produrre senza alcuna organizzazione sociale ma facendo solo ed esclusivamente leva su quelle che erano le forze lavorative famigliari. Ciò spiega la vastissima e incalcolabile varietà del vasellame siculo.
I Greci, di spiccato spirito organizzativo, dovettero sicuramente rivoluzionare il sistema produttivo della tradizione sicula dandovi un carattere sociale, spiccatamente partecipativo. Ciò che scaturì da tale rinnovamento fu la distinzione tra l'alloggio e il luogo di lavoro che per i Siculi dovevano coincidere in un unico ìmbiente. Ecco perchè Ortygia, che per i Greci fu sede residenziale per antonomasia, nel periodo classico non accolse alcun tipo li attività artigianale.
Le attività commerciali e il mercato si svolgevano fuori le mura di fortificazione per consentirvi anche la frequenza degli stranieri e degli abitanti delle campagne.
Questa razionale e schematica localizzazione greca delle funzioni residenziali e produttive della città continuerà a condizionare la vita dei siracusani fino ai primi anni della dominazione romana; in seguito indiscriminatamente le attività produttive si localizzeranno in vari punti della città incominciando ancora una volta ad assumere un carattere famigliare, perdendo quindi quel largo spiro organizzativo dato dai Greci. Gli Arabi, di spirito organizzativo più ridotto del nostro, radicalizzeranno la produzione famigliare calandola in quella tipologia duplex dell'alloggio a tutti nota: bottega e laboratorio al piano terra, residenza al piano superiore.
Solo con l'influenza delle città marinare e con la richiesta di una maggiore e migliore produzione si potranno costituire a Siracusa le prime « corporazioni ». Fatto chiaramente evolutivo che farà di Ortygia, e in principal modo della zona dei Bottari, una struttura urbana eccezionalmente omogenea per la quasi naturale convivenza della produzione organizzata con le residenze.
Tali processi organizzativi della produzione non avranno conseguenze sul tessuto urbanistico del settore artigianale; esso é infatti ancora oggi un impianto urbanistico di tipo ippodamico. Se le varie vicende della storia non hanno intaccato la planimetria greca del settore, la stessa cosa non può dirsi per l'architettura che ha cambiato volto in ogni tempo sia col mutare del gusto che al variare delle esigenze spazio-abitative. I fatti bellici, i terremoti e gli incendi hanno spesso accelerato il rinnovamento architettonico.
L'ultimo radicale rinnovamento fu provocato dal terremoto del 1693. Sulle piccole botteghe, sulle strutture degli antichi dammusi, sui locali delle numerose confraternite, si costruirono enormi edifici barocchi le cui strutture, a causa delle pessime fondazioni e delle sopraelevazioni ottocentesche, si presentano oggi Irrimediabilmente compromesse.
Chiaro é l'esempio del Palazzo Spagna di Via Amalfitania: ricostruito nel Settecento su strutture quattrocentesche, ha subito un grave indebolimento statico a causa di due soprelevazioni degli inizi di questo secolo. Casi simili sono numerosi nelle vie Gemmellaro, dei Cordari, dei Candelai. Anche l'architettura religiosa ha subito, per le stesse cause naturali o per mutate esigenze, notevoli trasformazioni. Significativo é il caso della Chiesetta di San Giuseppe dei Bottari che nel 1554 fu ceduta ai Padri Gesuiti i quali la demolirono per costruire, dopo varie vicende, quell'enorme complesso monumentale che ancora oggi ammiriamo. Col terremoto del 1693 subiranno gravi distruzioni la Chiesetta di Sant'Agata, la Pieve di San Giacomo e la Cappella della Madonna di Monserrato della quale esistono planimetrie che la collocano all'angolo tra la Via Cavour e il tratto breve dell'Amalfitania (documenti della metà del sec. XVII).
Nell'Ottocento scomparirà anche la confraternita di Santo Stefano che nel plastico del 1773 viene collocata da Giuseppe Costa all'Amalfitania.
La distruzione per fatti naturali dell'architettura religiosa vierte a coincidere con la decadenza economica di Siracusa.
Il settore dei Bottari nel Settecento non era più attivo come un tempo e le sue qualità produttive e commerciali erano irrimediabilmente perdute causa la crisi delle maestranze. Tommaso Gargallo (Memorie Patrie, 1791) dà il quadro di una società in piena decadenza, priva sia della forza economica che dello spirito religioso necessari a ricostruire quanto le vicende storiche e naturali andavano distruggendo. Una società inerte, inoperosa, abituata ad aspettare nel porto « il miracolo » delle navi straniere cariche di prodotti della terra: una impressionante decadenza produttiva che ha conosciuto nei tempi attuali il collasso totale.
5.3.1. Le attività artigianali e commerciali.
« Il nostro popolo... aggregavasi in associazione e corpi distinti secondo le varie condizioni, le arti, i mestieri. Da qui ebbero origine le Confraternite, le Congregazioni, le Maestranze tanto numerose in Siracusa, nelle quali i soci raccolti sotto il protettorato ed il nome di un Santo, tenevan loro riunioni in una delle chiese esistenti, ovvero in quelle che a spese loro o per colletta edificavano. Queste congreghe... eran di sprone a ben fare, di emulazione all'attività ed al lavoro, di esempio a vita morigerata ed onesta... » (Serafino Privitera, op. cit.).
Così il Privitera parla delle « confratrie » siracusane del periodo 1268-1336. E' un quadro abbastanza completo che consente di capire quale legame univa le maestranze alle corporazioni e alle confraternite: un legame derivante da uno spirito spiccatamente associativo, determinante per lo sviluppo e l'esistenza di un'attività commerciale proiettata verso tutti i maggiori mercati del Mediterraneo. Senza l'organizzazione delle corporazioni nessuna importanza avrebbero avuto le attività dei conciapelle, dei tintori, dei cordari, dei vasellari... dei bottari, poiché nessuna garanzia commerciale avrebbero avuto i prodotti dell'artiginato siracusano nei mercati interni ed esteri. Non tutte le attività furono però consentite all'organizzazione delle corporazioni e ciò perchè non sempre quest'ultime garantivano onestà produttiva e commerciale. Significativo é il caso dei centimolari che frodando nel peso costrinsero nel 1558 il « Municipio » a costruire i centimoli dentro i monasteri delle monache ove oltre ad un minor costo di macina si aveva un miglior servizio. Alla stessa determinazione si arrivò per altro
genere di attività.
Per quanto riguarda la vendita ce da dire che avveniva un pò ovunque: a) per le strade, sotto le logge mobili (già é stato detto delle logge per mercanzie dei Catalani situate all'Amalfitania); b) nelle botteghe direttamente attaccate ai laboratori; c) nelle piazze all'interno della città e negli slarghi fuori le mura.
Fuori le mura avvenivano anche la fiera degli animali e tutti quei negozi particolarmente ingombranti e poco igienici (le beccherie della Giudecca furono ad esempio collocate fuori le mura).
Alla Marina avveniva il vero e proprio commercio dei prodotti artigianali di questo settore. Nella Piazza del Duomo si teneva « il mercato di panni, di tele, di seterie, e di ogni sorta di drappi, e di oggetti d'oro, di argento, e di altri metalli, portati dai mercadanti forestieri che a posta vi venivano, ed ivi piantavano le loro logge » (Serafino Privitera, op. cit.).
La tipologia delle botteghe progettate nel periodo particolarmente fiorente dell'artigianato e del commercio siracusano (sec. XV) é oggi rintracciabile nelle vie Gemmellaro, dei Candelai e dei Cordari, ove alcuni bassi ospitano ancora vecchie falegnamerie e vetrerie. Tale tipologia si distingue innanzitutto per l'indipendenza del piano superiore da quello inferiore. Al piano superiore si perviene attraverso una scala stretta e ripida con ingresso autonomo; la residenza consiste in due o tre locali ben aerati ma scarsamente illuminati a causa delle limitate dimensioni delle strade. Il piano terra consiste in un monolocale, rialzato da 30 a 90 cm. rispetto al livello stradale, abbastanza grande e funzionale. Tale tipologia non si riscontra a nord della Via Claudio Arezzo e ciò a causa delle radicali trasformazioni settecentesche e ottocentesche.
Delle attività commerciali e artigianali di un tempo oggi ne sopravvivono solo poche e queste stesse stanno via via scomparendo con la morte dei pochissimi « mastri d'ascia, custureri, calzolai... », rimasti come simboli delle antiche laboriose maestranze.
5.4.1. Le fortificazioni
Il problema delle fortificazioni ha sempre interessato Siracusa e cioè sin dal sorgere dell'insediamento siculo in Ortygia; un problema vitale per una città di mare continuamente contesa per la sua eccezionale posizione nel Mediterraneo. La presente nota é lontana dal volere fare uno studio cronologico e/o ingegneristico- militare su tali fortificazioni e ciò anche perchè, richiedendo un confronto almeno con i vicini modelli militari di Augusta e La Valletta, essa porterebbe ad allontanarci dall'illustrazione di Ortygia. Il problema viene dunque visto solo in funzione dello sviluppo urbanistico di Ortygia sul quale le fortificazioni hanno avuto una forte influenza, ancora oggi rilevabile da un attento esame planimetrico del centro storico. Ad esempio, il fatto che il settore dei Bottari finisca in tronco con le case di nord-ovest della Via Savoia documenta l'esistenza, fino all'ultimo decennio del secolo scorso, delle eccezionali fortificazioni spagnole che da questo lato « frenarono » planimetricamente e condizionarono altimetricamente lo sviluppo di Ortygia.
Sul perimetro di tali fortificazioni, il cui impianto rinascimentale era stato voluto e pensato da Carlo V, sorge oggi l'orribile scacchiera che va dal Viale Mazzini alla Piazza Cesare Battisti e da Largo XXV Luglio alle rive Garibaldi e della Posta. L'idea di tale sventramento partì dal governo savoiardo il quale demolendo le fortificazioni pensò di distruggere uno dei simboli dell'oscurantismo siciliano.
Idea quanto meno balorda se si pensa che demolendo le fortificazioni di Ortygia e colmando i canali a protezione dell'ingresso dell'isola fu distrutto uno dei più intatti sistemi rinascimentali di fortificazione militare del Mediterraneo. Lo scempio portò anche all'abbattimento dell'emblematica Porta Reale e dei bastioni Santa Lucia e San Filippo. Il primo bastione ricadeva sul perimetro dell'attuale Largo Caravaggio.
Dell'intero complesso si salvò solo l'elegante Porta di Mare di fattura catalana (sec. XV) ornata da elementi decorativi di stile aragonese. La Porta di Mare (o Porta Marina) é la struttura iniziale dì una poderosa cortina muraria che ha la funzione di contrafforte per il terrapieno di Via Ruggero Settimo e per la balza rocciosa del Passeggio Aretusa.
La situazione completa del sistema di fortificazioni antistante i Bottari é chiaramente modellata nel plastico del Costa ed è rigorosamente rappresentata nella «Topografia» del Cavallari. L'opera di quest'ultimo aggiunge all'eccezionale impianto militare la distribuzione interna alla Porta Reale ove tre tracciati portavano nella Piazza del Popolo (ora Via De Benedictis), nel Quartiere Vecchio (che ricadeva nel perimetro del Tempio di Apollo) e nella Via Savoia (la stessa dell'attuale).
Ben modellati, nel plastico del Costa, sono inoltre i due baluardi gemelli di San Filippo e Santa Lucia costruiti nel 1544 dall'ingegnere militare Antonio Ferramolino per fiancheggiare e proteggere l'ingresso principale della città.
Lo spirito con cui avvennero le trasformazioni e con il quale i governanti cercarono di dare un aspetto diverso all'ingresso dell'isola, si coglie nella testimonianza di un cronista dell'epoca:
«Sotto Statella (Sindaco di Siracusa intorno al 1870) fu costruita la strada in Piazza del Popolo, e adorna di alberetti, al cui esempio altri filari sonsene piantati poscia nelle piazze interne della città. Di questi tempi pure la Marina, abbellita di un grazioso fonte alla villetta e di un getto d'acqua a schizzi, é stata messa in comunicazione della città così dalla parte della Fonte Aretusa, come da quella del molo: qui con l'atterrarsi del muro che chiudeva la strada coperta e che ora porta il nome di strada Garibaldi... Parimenti si é aperto ad uso di pubblico passeggio il forte S. Giacomo, essendosene atterrate la porta, la polverista, la caserma, e le troniere. Questo luogo già chiuso ed inaccessibile, oltre che dà aria alla Maestranza, offre ai cittadini un bel punto di diporto ad Oriente, e a spaziar la vista su l'ampio mare, e sull'Etna lontano... ». (Serafino Privitera, op. cit.). Con la smania di creare terrazze panoramiche e misere piazze alberate (quasi come se Ortygia possedesse la spazialità espressiva del Ring viennese) l'isola perse così l'ultimo qualificato aspetto conferitole dalla sua posizione di baluardo a difesa della costa sud orientale della Sicilia. Con l'abbattimento delle fortificazioni spagnole, per fare posto a quanto sopra e ad un'architettura che é la peggiore espressione del già di per sé decadente Eclettismo, Ortygia ha perduto l'ultima cornice ereditata dalla storia: una cornice che sarebbe forse riuscita a frenare le smanie moderniste che portarono verso il 1936 allo sventramento di Via del Littorio.
5.5.1. Planimetria e analisi urbanistica
Del settore dei Bottari rimane ancora oggi intatta la planimetria del rettangoloide compreso tra il Largo XXV Luglio e le via Cavour, Amalfitana, Ruggero Settimo, S. Maria dei Miracoli e Savoia. L'architettura non può definirsi altrettanto ben conservata e in effetti un buon numero di costruzioni a chiusura del settore dall'ultimo decennio dell'Ottocento in poi sono state abbattute e ricostruite secondo una tipologia e un modulo completamente diversi da quelli caratteristici di Ortygia. Tale operazione portò nel 1936 all'innesto forzato dei palazzi di Corso Matteotti
i quali ebbero la strana funzione di nascondere tutto il quartiere dei Bottari. Tali palazzi determinarono la creazione di due isolati. L'isolato più piccolo (col Palazzo INA del Fichera) fu costruito ex novo; quello più grande risparmiò dal lato della Via Cavour il Palazzo Abela, pur mozzandone le strutture del cortile, e dal lato di Via San Cristoforo il trecentesco Palazzo Greco (ora del Dramma Antico).
Non minori danni furono provocati al centro storico allorché si volle creare la Piazza Archimede: «La casa dei Teatini con la chiesa che ai 10 di marzo 1868 patì l'incendio nei solenni funerali del cavaliere signor Luigi Nava e fu con dispiacere di tutti i buoni cittadini che pensavano di restaurarla, tramutata per qualche tempo in disonesto politeama, é stata diroccata insieme alla vicina chiesetta parrocchiale di San Giacomo per farvi una piazza che si nomina di Archimede » (Serafino Privitera, op. cit.).
Per creare un'assurda piazza quadrangolare, vestita del più sciatto eclettismo di maniera, fu abbattuta una delle più interessanti maglie del tessuto urbanistico di Ortygia e, come se non bastasse, fu mutilata una delle più notevoli costruzioni catalane del Quattrocento siciliano: il Palazzo cosiddetto dell'Orologio delle cui strutture tardo-gotiche, in fondo al Cortile della Banca d'Italia, rimangono una scala esterna (sec. XV), una bifora lunettata e alcune preziose decorazioni plastiche.
Nonostante la « triste avventura » della storia, il quartiere dei Bottari é ancora oggi la più chiara espressione dei criteri urbanistici dei colonizzatori greci. Nonostante tra il piano della Marina e il livello della Via dei Bottari ci fossero quasi 10 metri di dislivello, i pianificatori greci non rinunciarono alla distribuzione urbana ad insulae rettangolari con gli assi di collegamento ortogonali alla costa ovest di Ortygia. Le strade vennero così quasi tutte della stessa pendenza, con piccole variazioni evidentemente andando dall'Amalfitania (che ha la maggiore percentuale di pendenza) alla Via Rocco Pirro e oltre, ove il suolo dell'isola si appiattisce. L'intervento arabo, gli incendi, i terremoti,... non hanno lasciato però il parallelismo delle strade e delle insulae. Ad esempio, considerando originario il tracciato dell'Amalfitania l'asse a sud ad esso parallelo non é quello che ricade sull'attuale Via del Collegio ma una vecchia strada che i Gesuiti ricoprirono intomo al 1649 allorché incominciarono la costruzione dell'attuale complesso. Un altro caso interessante é quello del Ronco Aquila a nord dell'Amalfitania; esso cade a metà dell'isolato che lo contiene ed é con molta sicurezza il residuo di un antico tracciato parallelo alle vie Amalfitania, Gemmellaro, Candelai, Cordari, Arezzo e Rocco Pirro. Lo stesso discorso vale per il Ronco 1° ai Bottari che si tronca a metà del proprio isolato. La tesi é sostenuta anche dal fatto che tali tracciati, se proseguiti, farebbero degli isolati in cui sono inseriti due insulae di dimensioni circa uguali alle insulae medie del settore.
5.6.1. Analisi architettonica
Volendo condurre quest'analisi secondo criteri cronologici e stilistici é necessario premettere che anche ai Bottari molte costruzioni hanno fondazioni e spesso elementi strutturali risalenti ai secoli XIII, XIV e XV; chiari sono gli esempi del Palazzo Spagna all'Amalfitania e del Palazzo Abela in Via Cavour. Il primo conserva ancora le poderose fondazioni quattrocentesche e la cortina muraria a conci squadrati fino al piano nobile (le modifiche settecentesche ne hanno travisato l'aspetto), il secondo conserva quasi tutto l'involucro originario esterno, tra gli elementi architettonici più interessanti spiccano le bifore e la trifora gotiche del piano superiore. All'interno, nel cortile del Palazzo Abela, sono evidenti le poderose fondazioni originarie sulle quali diverse epoche hanno lasciato i loro segni; l'ultima trasformazione del palazzo é quella seicentesca del piano nobile in cui compare un elegante loggiato con colonne tortili, forse opera di Andrea Vermexio. Meglio conservato é il quattrocentesco Palazzo Lanza di Via Amalfitania. Integro é il suo maestoso prospetto ornato da eleganti bifore architravate e da una bizzarra bifora catalana. Questo palazzo, meglio di altri, rappresenta il tipo di residenza nobiliare del Quattrocento siciliano. All'interno sono notevoli le trasformazioni e specialmente sul lato sud che é stato integralmente sostituito. Bene si conserva anche il grazioso Palazzo Greco la cui struttura trecentesca però, a causa di un inadeguato restauro, non é chiaramente leggibile al-l'esterno. Opere del Quattrocento sono inoltre la scala esterna e le cortine murarie del Palazzo dell'Orologio, frammento di una delle più espressive costruzioni catalane di Ortygia.
Dopo il terremoto del 1693 il quartiere si vestì di barocco per assumere l'aspetto attuale. Le residenze sorsero senza un piano architettonico prestabilito e senza alcuna intenzione di ripetitività stilistica; eppure ne venne fuori un complesso architettonico ricco di equilibri volumetrici e di armonia di forme.
Anche il Novecento in tale organicità architettonica ha fatto la sua parte e spesso con eleganti costruzioni in stile floreale: di particolare interesse é un palazzetto liberty della Via dei Miracoli. Di pessimo gusto sono invece le scatole architettoniche di Salvatore Caronia (Palazzo del Banco di Sicilia) e Gaetano Rapisardi (Palazzo della Cassa di Risprmio) in Piazza Archimede.
Se l'architettura civile mutilata, trasformata, appesantita da soprelevazioni, ecc., é arrivata ai nostri giorni, altrettanto non può dirsi per l'architettura religiosa, essa infatti ha finito la sua esistenza con l'abbattimento delle fortificazioni spagnole (é il caso della Chiesetta di Sant'Agata vicina alla Porta a Terra), con gli incendi e le demolizioni (é il caso della Chiesa e della Casa dei Teatini, della Chiesa di Sant'Andrea e della Pieve di San Giacomo), con le trasformazioni (é il caso della Chiesa di San Giuseppe dei Bottari coperta dal Collegio dei Gesuiti, della Cappella della Madonna di Monserrato e della Confraternita di Santo Stefano all'Amalfitania).
Ciò che resta oggi di tali complessi architettonici sono pochi vaghi ricordi: un'edicoletta in un cantonale dell'Amalfitania, la denominazione di qualche strada a ricordo di ciò che fu (ad esempio il Ronco Sant'Agata).
Unica costruzione religiosa del quartiere, pressoché immutata anche grazie ad un recente ripristino strutturale, é la Chiesa di Santa Maria dei Miracoli costruita intorno al 1501 come voto popolare alla Madonna per la cessazione dell'infezione da peste. La chiesa fu gravemente danneggiata dalle bombe nell'ultima guerra ma fu ricostruita nelle originarie forme gotico catalane. Nessun danno subirono la facciata e l'interessante portale marmoreo rinascimentale sicuramente scolpito nella bottega dei Gagini. Nella lunetta che sormonta il portale ce un bassorilievo raffigurante la Madonna tra i Santi Sebastiano (Patrono dei portuali) e Rocco (Protettore contro la peste), anch'esso é di stile gaginiano. Sul lato destro del prospetto c'é una bella edicola con cornice in stile aragonese.
5.7.1. Tipologie degli alloggi, degli spazi comuni, degli elementi di collegamento urbano.
L'alloggio tipo dei Bottari é quello avente la duplice funzione di residenza e bottega. Tale modello é facilmente rintracciabile nell'ex Via dei Bottari. Al piano terra ce l'enorme dammuso funzionante da magazzino e da « putia », al piano superiore, completamente indipendente, sorge la residenza. A quest'ultima si arriva attraverso una scala che può essere stretta e buia se legata alla strada, luminosa e ampia se inserita nel cortile. Più raro é il modello della « putia » legata alla residenza sul livello del piano terra; esso é riscontrabile solo nelle vie Gemmellaro, Cordari e Candelai ed ha come caratteristica costante un orticello di pochi metri quadrati nella parte retrostante.
Le trasformazioni settecentesche distrussero in molte parti del settore tali criteri distributivi: si vedano ad esempio gli alloggi dell'Amalfitania, essi non rivelano, neppure minimamente, il proprio passato commerciale e artigianale. Il Settecento non distrusse però la sistemazione a doppia schiera, anzi la incentivò. L'organizzazione urbanistica a doppia schiera, per molti versi simile a quella della Giudecca, fu conservata anche grazie alla limitata larghezza degli isolati.
Diverse per la propria funzione interna e per la propria organizzazione spaziale sono le abitazioni a nord della Via Rocco Pirro che in molti aspetti risentono l'influenza del disordine altimetrico e planimetrico della Graziella. Così, mentre le residenze tra l'Amalfitania e la Via Rocco Pirro sorgono al piano superiore o dietro lo spazio commerciale della putia, e sono quindi rivolte verso uno spazio privato interno (un terrazzino nel caso in cui l'abitazione sia al piano superiore, un orticello nel caso in cui sia al piano terra), quelle a nord della Via Rocco Pirro sono proiettate, così come quelle della Graziella, verso l'esterno (lo spazio pubblico: il ronco o la via) e sorgono quindi in prevalenza al piano terra.
La piccola terrazza per il quartiere degli artigiani era un elemento essenziale della residenza ed era dettato dalla impossibilità di svolgere attività private lungo le strade che essendo sede di mercato erano prevalentemente pubbliche.
In questo quartiere anche il balcone é luogo di attività private (stendere la biancheria, coltivare le erbe aromatiche) e per questa sua funzione non ha il ballatoio stretto e corto come quello della Graziella, ma largo e lungo e ciò anche se le strade spesso strettissime non lo consentirebbero.
Gli elementi di collegamento urbano sono solo le vie, molto simili nella loro struttura architettonica ai vicoli della Giudecca. Pochi sono i ronchi presenti e questi stessi non sono nati come tali; come infatti abbiamo già visto essi sono tronchi di originarie vie.
Per quanto concerne gli spazi comuni, se si escludono quelli derivanti dall'abbattimento delle fortificazioni spagnole, é da notare che il quartiere ne era completamente privo e ciò per la semplice ragione che non sarebbero serviti a nulla dato che la vita intima non era proiettata verso l'esterno.
ILLUSTRAZIONI

















PAOLO GIAN SIRACUSA è critico d'Arte. Ha scritto per « Il Mattino d: Siracusa » una analisi del tessuto urbanistico di Ortygia in 43 schede storiche. Per lo stesso settimanale ha curato la rubrica: « L'architettura, il messaggio delle pietre ». Per i bollettini della S.V.P. ha scritto una serie di articoli sul barocco siciliano. Con le edizioni Margutta sta preparando il volume: « Una immagine inedita di Ortygia ». E' stato allievo di Franco Marescotti maestro del razionalismo storico della architettura moderna.
E' abilitato all'insegnamento di varie discipline nei licei ed Istituti superiori.


 
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