Via Gargallo - ortigia

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Via Gargallo

SPERDUTA

La Via Gargallo nel mediovo faceva parte integrante del quartiere "Sperduta".

interno portone Minniti oggi la Nottola


Via Gargallo e d'intorni documentazione pdf
tra i palazzi di pregio palazzo Gargallo


il cortile inerno di palazzo Gargallo- la costruzione al centro in basso era adibita a laboratorio di marmista

fondamenta del palazzone poi edificato


l'edicola di San Gaetano fatta realizzare dalla omonima nobile famiglia ed oggi purtroppo non più esistente

Ronco Politi


interno portone Minniti

una rarissima immagine di Via Gargallo primo 900



il convento di San Filippo Neri poi trasformato in scuole "Liceo Classico Gargallo"
http://www.antoniorandazzo.it/chiese/convento-san-filippo-neri.html

Nle 1943 con l'invasione l’edificio del liceo Gargallo fu adibito a caserma degli Inglesi dopo l’invasione. I soldati ci sembrarono santi salvatori perché per ogni servizio che facevamo per loro ci davano una pagnotta di pane fresco.
A ripensarci sono umiliato perché dovetti subire la loro “SPACCHIUSARIA”.





l'ex chiesa dei cavalieri di Malta
http://www.antoniorandazzo.it/chiese/cavalieri-di-malta.html



Quanta tristezza nel rivedere i palazzi diroccati e cadenti, le vie deserte senza lo sciamare dei ragazzini e del forse poco coreografico scenario dei panni stesi al sole nei davanzali e nei muri delle case.
Quanti ricordi. Giunto in via Gargallo che aveva visto scorrere i miei primi vent’anni di vita, un brivido alla schiena ed un nodo sale alla gola.
Mi rivedo vestito di un pagliaccetto a strisce bianche e rosse accompagnato per mano da mia madre verso l’unica grande piazza di quel tempo dove un autobus attendeva noi mocciosi per condurci alla così detta “ colonia estiva”, nel 1946- 1947.
Mi ritrovo a cantare strofe di canzoni pro o contro formazioni politiche di quel tempo di referendum monarchia repubblica insieme alle ragazze addette alla nostra vigilanza.
Appartenevo ad una famiglia d’operai, così come gli altri ragazzini e quindi non conoscevo i figli di ”PAPÀ”.
Allora le categorie erano ben distinte e non erano ammesse fusioni. Ognuno doveva stare al suo posto.
E’ sconvolgente il nostro cervello, capace di rivedere come in un film tutta una vita. In pochi attimi rivedo i volti conosciuti di grandi e piccoli personaggi del passato, i fatti e le tante dicerie di allora.
Erano altri tempi.
Rivivo episodi e ricordo valori che furono e non sono più di questo mondo.
Mia madre che in un braciere poggiato davanti alla porta accendeva il fuoco con qualche pezzo di legno trovato, un poco di carbone e malli di mandorle già bruciate, comprati a pochi soldi dal fornaio nostro vicino.
Accendeva il fuoco per arrostire peperoni o altro, mai carne, introvabile e incomprabile a quei tempi. Al termine chiamava le signore vicine di casa “RANNA NEDDA” , “RANNA PIPPA”,”RANNA CIUZZA” o qualche altra se volevano usare il fuoco, sciocchezze, cose da poveretti che conoscono i sacrifici che si devono fare per campare.
Solo chi ebbe la ventura di viverli, può sapere cosa significa.
Per S. Antonio il pane da dividere a tutti i vicini. Il pane dei morti per il due Novembre.
La vicina che confezionava le colombe a Pasqua dividendole a tutti i bambini. Il “ MACCU per S. Giuseppe e la “CUCCIA” per S. Lucia, “ U ZUCCARU”, al mattino presto per la festa della “SVELATA”, nella piazza dell’Immacolata.
Il suono delle “TRACCULI” durante la settimana Santa nell’attesa dello sciogliersi delle campane a Gloria da tutte le chiese della città.Il giorno di tutti i Santi, aspettando i regali e i piatti pieni di leccornie, fichi d’india, biscotti alla cioccolata, allo zucchero cotto, mostarda, interamente fatti in casa.
I primi pantaloni alla “ ZUAVA” e, poi, quelli lunghi con la giacca a quadri di vario colore, i vestiti della festa e per la Domenica.
Mi sentirei di dire, cose dell’altro mondo.
Sembra che non siano mai esistite.
Si può affermare che quella strada era rappresentativa di tutte le realtà del tempo a Siracusa. Io mi consideravo un privilegiato ad abitarci.
Era sempre pulita, abitata anche da tante famiglie d’origine umile, ma tutte onestee dedite al lavoro.
Abitavano li: il tenente comandate dei vigili urbani, nobili decaduti all’interno del cortile di Palazzo Minniti, presidi delle scuole, professori e maestre, cantine ed osti, un tipografo con propria tipografia, pittori, bravi artisti, tutta una famiglia di “pupari”, falegnami ed ebanisti con attrezzate botteghe, la segheria per il tagliodel legname per poi poterlo lavorare nelle botteghe.
Non vi erano macchine utensili private, come adesso con il “fai da te”. Vi erano calzolai e sarti e nelle loro botteghe, il pomeriggio, concerti di fisarmonica mandolino e chitarra per tutti.
Vi erano due tabaccai, uno all’inizio della via ed uno alla fine nella piazza dell’Immacolata.
Il Tribunale nel palazzo limitrofo alla chiesa.
Anche il convento delle suore Orsoline aveva sede li, dall’attuale Via V. Veneto al cortile accanto al liceo Gargallo, dov’è ancora allocato.
A quel tempo l’edificio del liceo Gargallo fu adibito a caserma degli Inglesi dopo l’invasione. I soldati ci sembrarono santi salvatori perché per ogni servizio che facevamo per loro ci davano una pagnotta di pane fresco.
A ripensarci sono umiliato perché dovetti subire la loro “SPACCHIUSARIA”.
Nel Ronco Bentivegna, “U CUTTIGGHIU CRIVEDDU” ,dove abitavano portuali, muratori, pescatori, contadini, tutti volenterosi lavoratori, ad eccezione della prole, “ RA BIONDA”, poveretta, morta di crepa cuore a causa dei figli ladruncoli incurabili, vi era un gran pilone in pietra lavica all’inizio.
La via GARGALLO era una strada popolata e servita da vari esercizi alimentari.
La salumeria della signora Laruna, il fornaio Stefano ”O SCIVULUNI” in Via Mendoza, che noi chiamavamo “ O CEUSU”, per l’enorme albero li esistente.
Nel cortile del palazzo in stile medioevale vi era il marmista. All’ingresso dove era sito ancora l’archivio notarile distrettuale, a sinistra, sul muro, vi era l’edicola di “ SANGATANU”, circondata da una fiorente bucanville. Nella casa a pianterreno, civico ventiquattro, a fianco dell’edicola, abitava la più brava e stimata sarta della città, “ RANNA MARICCHIA”, anziana donna rimasta vedova nel 1905 a soli ventiquattro anni, incinta e con altra figlia di due anni. Il marito era morto in navigazione prima di poter sbarcare in America dove emigrava alla ricerca di un pezzo di pane.
Erano i miei nonni.
Siracusa 17.06.2002 Via Gargallo e dintorni - Memorie di Antonio Randazzo
-i siracusani anno II° n.9 1997
Tutti parlano di ripopolare Ortigia, ma chi !o dice sa che cosa era veramente la vita nello scoglio, negli anni dell' immediato dopoguerra? Quando Ortigia si chiamava ancora ""Sarausa"" la popolazione, per quanto possa ricordarmi, era di circa 55.000 persone, cani e gatti compresi, esclusi i topi di muragghia, e i pappapani con i quali conviveva, volente o nolente, chi abitava nei bassi. I gatti, a proposito, venivano "adottati" non tanto per spassionato amore ma per difendersi dai roditori, a quei tempi molto "sfacciati". Il numero degli abitanti non è un dato storico; il riferimento è a quello che sentivo dire da bambino. é luogo comune dire che !a nostra città era linda e pulita, vanto di tutti noi. Questo è vero solo in parte e se ci riferiamo a piazza Pancali, corso Matteotti (già vìa del Littorio), piazza Duomo, piazza Arcbimede, via Roma, via Maestranza e la Marina, ma nei vicoli e vieoletti, nei cortili e nelle vie adiacenti, la pulizia e il decoro erano frutto della buona volontà dei singoli abitanti anche se ia raccolta dei rifiuti, che interessava persine i piani alti, avveniva due volte al giorno da parte degli spazzini, maestri indiscussi nell'uso delia scupazza. Non posso non ricordare il fetore della spazzatura, per esempio, che si accumulava nei "bastioni spagnoli", attuale lungomare tra "u Talìu", passeggiata di fronte a casa ccu n' occhiu (l'ex carcere) e la zona "ra Santa Cruci", vicino alle Orsoline di via V. Veneto, già via Gelone, già Mastranza. E questo, mi pare, non fosse il massimo dell'igiene. Le case della maggior parte di noi siracusani erano costituite da bassi monovani spesso comprensivi di cesso e cucina per decoro venivano separati da una tenda o da un tramezzo di vario materiale (cartoni, giornali ecc. ).
Io abitavo in via Gargallo e il mio "appartamento"" era formato da una stanza di circa 16, 18 metriquadri, che prendeva luce da una finestra posta alla sinistra della porta di ingresso. La realtà U soffitto a botte era molto bello: quante volte questo tetto è stato schermo dei miei sogni! Dalla stanza si accedeva, per una porta larga non più di 60 centimetri, alla cucina, poco più che un corridoio, che prendeva aria e luce dalla finestra, questa seconda a destra della porta di entrata. Sotto la finestra vi era u fucularu in pietra con un fornello a carbone e uno sportello lamiera che serviva come presa d'aria, per togliere la cenere e ravvivare il fuoco con u sciuscialoru: il più sofisticato era fatto di compensato con manico., ma più spesso era solo un pezzo di cartone. Aveva una duplice funzione e di conseguenza cambiava nome: a volte si usava per cacciare le mosche e quindi si chiamava muscaloru.
Spesso c'era confusione quindi il nome diventò unico, o sempre muscaloru o sempre sciuscialoru. Per raccogliere la cenere e la spazzatura, in quel tempo la paletta era di ferro e si chiamava palittuni.
Le mosche e i sampagghiumì a quei tempi, si combattevano anche con il flit, ma era una battaglia persa in partenza. Poi arrivò il DDT e almeno quella guerra fu vinta anche contro le cimici e i pirocchi.
La cucina, nel senso della lunghezza, era di circa 3 - 4 metri; vi era un tavolo appoggiato alla parete, a buffetta, appena lo spazio di una sedia e, in una nicchia praticata nel muro, il cesso. Un chiodo piantato nel muro raccoglieva i quadrati di carta-pagghia che sostituiva la sconosciuta carta igienica.
Un secchio faceva le funzioni di sciacquone. Alla sinistra del vaso c'era il lavandino, un bacile di ceramica di Caltagirone piuttosto consumato. Per comodità, nello spazio posto tra il lavandino e la porta, mia madre aveva fatto sistemare, dai miei due fratelli maggiori una pila in cemento che abitualmente veniva utilizzata anche come vasca da bagno. II risciacquo finale, per i ragazzini, era una vacilata di acqua, o troppo calda o troppo fredda. Questa era la mia amata casa nella nostra amata Ortigia. Vi abitavamo in sei; meno male che presto i miei due fratelli maggiori partirono alla ricerca del loro futuro.
Non era dissimile la situazione nella maggior parte delle abitazioni di Siracusa.
Diversa era la realtà di alcune famiglie, quasi le stesse di oggi, con raggiunta di alcuni arricchiti dell'ultima ora; la "noblesse" abitava in piazza Duomo, vìa Roma, nell'ex via Gelone, via Savoia, via XX Settembre, ma soprattutto in via delle Maestranze. Anche allora, come oggi, aveva ville e caseggiati nelle tenute fuori città. Non era raro vedere passare le loro carrozze tirate da cavalli con a cassetta u gnuri, l'autista di allora con in più l'incombenza di stalliere.
Le stalle da me conosciute erano dentro il cortile del cosiddetto Portone Minnìti in via Gargallo, proprio i locali dell'attuale "Nottola". Quasi tutti i bassi all'interno del "cortile", salvo quelli riservati alle stalle vere e proprie, erano occupali da prolifiche famiglie e botteghe artigiane.
Non mi dispiace ricordare alcuni nomi: Mudanò l'attacchino, i Corso carrettieri, detti i tuttedda, i Baio, il maestro di musica Gentile, i Mazzone, gli ebanisti Cusi, Disco, Antoci.
In una delle stalle si svolgeva la monta equina praticata da uno stallone detto 'u cavaddu i Marotta.
Alcuni ricchi dì allora avevano il deposito carrozze dentro il cortile, altri nelle vìe circostanti.
I nomi, i soliti, provo a ricordarli: Innorta, Boccadifuoco, Conigliaro, Gargallo, Impellizzeri, Paterno, Arezzo, Abela. In ogni caso non ho mai avuto rapporti con costoro né alcun episodio so sul loro conto: forse non c'è nulla da dire di più di quello che la .storia ci ha tramandato.
A quel tempo le categorie erano ben distinte e riconoscibili anche dai luoghi che frequentavano. Vi erano i Caffè di categoria: il "Centrale", in piazza Archimede, era il ritrovo abituale dei nobili, degli avvocati, dei professionisti; per questo la piazza viene ricordata come "il salotto" di Siracusa.
Le categorie artigiane e operaie invece frequentavano il "Caffè Liistro", sempre in piazza Archimede.
I locali, sempre affollali e avvolti in una cortina di fumo, erano molto ampi e comprendevano anche una sala biliardi e una per il gioco delle carte.
Lì avvenivano anche le assunzioni di operai e lì, il sabato e la domenica, gli stessi, dopo aver lavorato dodici ore al giorno per una settimana intera, andavano a pietire la paga.
Molti negozi che avevano venduto 'a crirenza durante la settimana, aprivano anche nei giorni festivi per recuperare i crediti. II "Caffè Bottaro", in via Maestranza, era invece frequentato per la maggior parte da gente meno abbiente compresi i malacanni, i fallattutti e i gianfannenti.
Anche presso i barbieri, oltre allo scambio proverbiale di maldicenze, si improvvisavano incontri di lavoro e si concludevano affari, specialmente ili sabato e la domenica.
In alcune botteghe iti barbieri e di sarti era d'uso improvvisare suonatine con fisarmonica e mandolino.
I contadini non avevano sede propria; "u Puzzu 'ngigneri", piazzale Marconi, era il loro luogo di ritrovo e di assunzione diretta da parte del "caporale" che discriminava alcuni a favore di atri, proprio come oggi.
A volte mi chiedo che grosso merito hanno avuto i miei genitori nell'aver tenuta unita la famiglia e nell'aver provveduto ai suo mantenimento in quegli anni diffìcili.
Io sono figlio di campagnolo e ne sono orgoglioso, non per luogo comune, ma per intima persuasione, anche se ai tempi della scuola mi fu detto che era meglio che indicassi mio padre con l'appellativo di contadino.
Sono trascorsi tanti anni e la fame che ci perseguitava è solo un ricordo: molti della mia generazione, compreso il sottoscitto, abitano nei quartieri alti della città. Abbiamo anche l'aria condizionata: caldo d'inverno e freddo d'estate, facciamo la spesa con il carrello e i nostri figli si fanno chiamare ai cellulare. Tutto bello, ma io continuo a ricordarmi di quando mio padre rientrava prima del pranzo, il che significava che per quel giorno il lavoro non era arrivato e ciò provocava chiacchiere e fungia da parte di mia madre.


 
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