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a mammana

‘A mammana
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante

I bambini della mia generazione nascevano in casa tramite parto assistito dalla livatrici, di solito una donna anziana che fungeva da ostetrica e che ai tempi di mio nonno si chiamava mammana (dal francese MAMAN).
Nella scelta tra il medico e la mammana non doveva esserci alcun tentennamento altrimenti, come si diceva allora, Tra mericu e mammana squagghia la criatura. Si preferiva la mammana sia perché, essendo maritata o vedova, aveva sperimentato su sé stessa i problemi del parto, sia perché si riteneva che le sue mani fossero più "leggere" di quelle del dottore.
Anche dal detto Aviri cchiù prescia di 'na mmmana (Prescia deriva dal volgare PRESSIA = premura, da PRESSARE = premere) si evince che allora la sua opera a domicilio era molto richiesta.
Ogni mammana doveva conoscere la formula e il rito del battesimo perché, se durante il parto il feto correva il rischio di morire, doveva essere lei stessa a battezzarlo versandogli sul capo un po' d'acqua e ripetendo solennemente queste parole: lu ti vattiu a nomu di lu Patri, di lu Figghiu e di lu Spirtu Santu. Le partorienti invece, quando la situazione era grave, si raccomandavano a San Francesco di Paola che avevano scelto come loro protettore. Se il feto sopravviveva, da quel momento la mammana diventava 'a cummari della puerpera e il neonato suo figghiozzu. Di solito, quando il parto si presentava difficile e doloroso per la madre o il feto ritardava a nascere, si presumeva che fosse maschio e si diceva: 'Na dogghia in cchiù abbasta ca è masculu. Questo perché la femmina era considerata un peso, una bocca in più da sfamare: 'A figghia fimmina è 'na cambiali ca s'havi a pajari, mentre il maschio, con le sue braccia, era considerato una risorsa in più per la famiglia.
Al momento del primo parto se nasceva una femmina c'era chi si ras¬segnava con il detto Cu ' bbona fini (vecchiaia o morte) voli fari rà figghia fimmina ha'cuminciari (allora la femmina assisteva i genitori anziani meglio dei maschi, anche perché aveva più tempo) e, subito dopo aggiungeva: ma min havi a sicutari (non deve continuare a generare femmine).
C'era anche chi, alla notizia che la creatura appena nata era femmina, commentava: Figghia fimmina? Nuttata persa! Inoltre se veniva al mondo un maschietto, si diceva: Ha 'parturutu! e, nel momento in cui si presentava il neonato al padre, si usava la formula Ccu saluti e figghiu masculu! Se nasceva una femmina si diceva: Ha 'figghiatu! (il verbo figghiari si usava per gli animali) e si porgeva al padre con queste scarne parole: Ccu saluti!
Dal detto Di lifigghi unu è pocu, ddui su 'jocu, quattru nun hannu locu, cioè spazio, si evince che tre fosse il numero ideale di figli per ogni fami¬glia, ma in realtà erano di gran lunga di più. Il primo era privilegiato e godeva di maggiori diritti sul cespite familiare: Cu 'prima nasci prima pasci. Era ritenuto il più importante: 'Uprimu figghiu è bbaruni! Se la famiglia aveva la possibilià economica, la sua nascita e il suo battesimo venivano festeggiati con maggiore sfarzosità. I primi figli venivano chiamati con i nomi di battesimo dei nonni paterni, gli altri con quelli dei nonni materni e gli ultimi con quelli degli zii paterni che avevano la precedenza su quelli materni.
Prendeva il nome di Settimo il settimo nato a cui si attribuivano virtù speciali quasi soprannaturali. Del più piccolo, 'u cacaniru, si diceva L'urtimu è figghiu di parrinu cioè raro, come è raro il figlio del prete.
In tutta la Sicilia erano numerosi i pregiudizi e le superstizioni a proposito del parto. A Marsala se si nasceva di notte venivano chiuse tutte le finestre e si accendeva un lume per evitare che in casa entrasse lo spirito del male. In altre città siciliane, per lo stesso fine, si metteva un pugno di sale dietro la porta. Appena nata, la creatura veniva lavata dalla mammana con acqua precedentemente fatta bollire insieme con erbe aromatiche o con riso.
Se la creatura era di sesso maschile, l'acqua del bagnetto, ormai sporca, veniva buttata fuori, sulla strada, al grido Mascu lu, masculu! a significare che il maschio è destinato ad uscire di casa. Se era di sesso femminile si buttava dentro il cesso di casa o in un'altra stanza a significare che la femmina è destinata a restare in casa e a diventare una buona massaia. Si evitava di fare il con-trario, cioè di buttare fuori di casa l'acqua della femmina perché si sarebbe corso il rischio che la bambina da grande sarebbe diventata donna di strada o di malaffare. Allo stesso modo si evitava di buttare dentro casa l'acqua del maschio altrimenti il bambino avrebbe acquisito attitudini femminili e sarebbe diventato effeminato.
Il Pitré puntualizza che a Siracusa e nella sua provincia alla femminuccia si metteva un pizzico di sale sopra l'ombelico, miele in bocca e zucchero sopra le parti intime affinché da grande fosse dolce con il marito. Al maschietto si legava un abbecedario sull'ombelico e, durante il taglio delle sue unghia, si metteva tra le sue mani una monetina con l'augurio che diventasse un uomo istruito e ricco. Il miele era il suo primo alimento ad evitare che divenisse balbuziente. Nessuno si azzardava a baciare il neonato perché, non essendo stato ancora battezzato, lo si considerava pagano. Ci si limitava ad accarezzarlo, a decantarne la bellezza e a trovarne le somiglianze con i genitori.
Se sul suo corpicino si trovava impresso un disiu, un neo o una macchiolina a forma di fragola, mora, susina o di qualche altro frutto, si credeva che la donna, da gravida, avesse desiderato uno di quei frutti e non era stata accontentata o che si fosse toccata quella parte del suo corpo che corrispondeva al posto in cui al bambino era comparso il disiu.
Allora, come in ogni tempo, erano tante le donne che approfittavano del loro stato di gravidanza per farsi comprare dal marito ogni tipo di mancia- rizzu (stravizio della gola). Di quella che aveva voglia di varietà di cibo si diceva: Avi 'ipititti di donna Ggiulia, avi muscatedda (uva moscatella) e voli 'nzolia (Inzolia è un'altra varietà pregiata di uva di Sicilia), avi qiqiri cotti e voli calia, mentre della donna che aveva una voglia strana di qualcosa molto costosa come poteva essere un dolce di un'altra città o un frutto fuori stagione il cui acquisto, secondo la mentalità del tempo, sarebbe stato una pura follia, si diceva: E chi è prena ró papa? (E chi l'ha ingravidata il papa?).
Se, sempre durante la gravidanza, alla moglie in attesa era arrivato l'odorino di un intingolo dalla cucina di una vicina di casa, si faceva in modo di farglielo assaggiare. Nel popolino era radicata la credenza che se la vicina non glielo avesse fatto assaggiare le sarebbe spuntato su una delle palpebre un rriolo o agghialoro (orzaiolo, dal chicco d'orzo a cui somiglia). Difatti, quando si incontrava una persona con l'orzaiolo, le si chiedeva: A cu 'facistuvu spinnari? (A chi avete fatto morire dal desiderio?).
Anticamente il battesimo si poteva celebrare anche in casa. Alcuni, secondo la credenza del tempo, per liberare un'anima del purgatorio, si affrettavano a battezzarlo il giorno stesso della nascita.
Se si optava per la cerimonia in chiesa, lungo il percorso era la mammana a portare in braccio la creatura da battezzare e precisamente sul braccio destro se era un maschio, sul sinistro se era una femmina. Il braccio destro era simbolo di valentia e di forza, due doti che si richiedevano ad un uomo, il braccio sinistro era simbolo di modestia e di umiltà, altre due doti che si richiedevano ad una donna.
A proposito di uomini effeminati, quando il mio portinaio mi voleva riferire che in portineria c'era stato il condomino del terzo piano, non usava uno degli epiteti con cui di solito gli omosessuali si etichettano. Don Ferdinando si serviva di una perifrasi che richiama subito e chiaramente quel mollusco marino che con i suoi tentacoli, muniti di ventose, si arrampica sugli scogli. Mi diceva: Prifissurì,cca cc 'è ancora ciauru ri mari!


 
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