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allappa allappa

Fari allappa allappa
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante


È indubbio che viviamo una realtà radicalmente diversa da quella della nostra infanzia quando non c'era il benessere di oggi. Eppure basta sentire o leggere un'espressione dialettale come Allappa allappa per essere d'incanto trasportati in un pezzo del nostro vissuto. Il consumismo e la lingua italiana hanno ormai riposto quell'espressione negli archivi della storia locale e del lessico dialettale scomparso, ma per noi ha capacità evocativa e diventa immagine facendoci rivivere, come presente, un momento del nostro passato che sembra lontanissimo e invece fa parte del nostro ieri.
Memoria linguistica e memoria storica immediatamente si sovrappongono e si accendono. Inevitabile è il confronto tra com'eravamo e come siamo nel linguaggio, nei comportamenti, negli usi, nei rapporti sociali, in tutto il sistema di vita.
Ci pare di vedere don Pasqualinu 'u caliaru (venditore di calia e simenza cioè di ceci e semi di zucca abbrustoliti. Dall'arabo HALIAH = abbrustolito, cotto in padella) seduto davanti alla porta di casa sua al Ronco Politi di via Gargallo. Sotto il pallido sole di novembre è intento a rimuovere con un coltellino ricurvo la pellicola interna delle castagne secche (7 pastigghi) che venderà nella piazzetta dell'Immacolata (Piazza Francesco Corpaci).
Dinanzi a lui, in trepidante attesa i bambini del vicinato, proprio come recita il detto Unni c'è scagghiu (baccello, scarto del frumento usato come becchime) cci sunu puddicini.
Allorquando a don Pasqualinu capita una castagna appena appena baca-ta, al grido di Allappa allappa! la scaglia in aria e in direzione dei bambini che, spingendosi e urtandosi l'un l'altro, cercano di impossessarsene. Quella scena si ripete più volte e chi non riesce ad afferrarne neppure una lancia improperi coloriti nei confronti di chi ha già fatto bottino.
Uno dei marmocchi ha un graffio sulla faccia, ma la gioia per essere ri-uscito ad arraffare 'na pastigghia prevale sul bruciore, un altro "predatore" al momento non pensa ai rimproveri che riceverà dalla madre per essersi straziata 'a cammisedda (lacerata la camiciola, dal latino volgare EXTRAC- TIARE composto da EX = fuori e TRACTIARE da TRACTUS participio passato di TRAHERE = tirare con forza).
Alla fine del suo lavoro, il buon don Pasqualinu che, senza farsene accorgere, ha osservato tutto, chiama in disparte l'unico bambino che è rimasto a bocca asciutta, si fa comprare cinque sigarette Alfa e gli mette tra le mani due castagne di quelle buone facendogliele credere come ricompensa per il servizio reso.
Scene simili a questa dell'Ortigia degli anni Cinquanta si erano verificate anche prima, ma con fine diverso. In occasione di feste popolari, certi signori erano soliti lanciare tra la folla monete o confetti vari appositamente per godersi lo spettacolo di chi si abbaruffava per contendersi con destrezza quello che solo apparentemente si considerava un dono.
In Sicilia, oltre ad Allappa allappa, si diceva A cu 'pigghiapigghia oppure A cu 'acchiappa acchiappa, fuori della nostra isola la formula era Ruffa raffa se la piglia chi l'arraffa.
La locuzione Fari allappa allappa vuol dire "scagliarsi con impeto su qualcosa", "fare come le api che si avventano al favo". Allappari è infatti verbo denominale e deriva da 'A LAPA (L'ape) + la desinenza -ARI. Come nella parlata toscana, a volte nel nostro dialetto si usa aggiungere l'articolo determinativo al nome (la + apa = lapa) e la forma così composta (lapa) si fa precedere da un ulteriore articolo 'a lapa.
Il Cortile delle Api di via Dione in Ortigia è chiamato dai siracusani Curtigghiu 'a lapa.
Dall'accrescitivo di lapa deriva anche il termine lapuni che letteralmente vuol dire "maschio dell'ape", "pecchione" o "fuco", mentre in senso figurato è ironicamente riferito al corteggiatore che in modo assillante e fastidioso gironzola intorno alle belle ragazze. Tale epiteto trova giustificazione nel comportamento dei pecchioni veri (7 lapuni) i quali, appena l'ape regina
('a mastra) esce dall'alveare per il suo "volo nuziale", in gran numero la inseguono nell'intento di fecondarla. Di solito solo uno ci riuscirà.
Da lapuni deriva il verbo lapuniari nel significato di corteggiare, ronzare intorno a graziose signorinelle.
In quasi tutta la provincia di Siracusa il credulone viene chiamato Am- muccalapuna (A Sortino Ammuccagicali) perché le panzane a cui crede sono talmente grosse da lasciarlo, per la meraviglia, a bocca aperta consentendo così ai maschi dell'ape di entrargli in bocca ed essere divorati.
Di quei ragazzi che in certe ore ronzavano emettendo suoni vibranti e continui, simili a quelli prodotti con le ali da uno sciame di api, si diceva che allapunavunu (da allapunari).
Allaparisi invece ha un significato del tutto diverso, sta per "addormen-tarsi dopo essersi ubriacato". Da allaparisi derivano gli aggettivi allapatizzu e allapatu nel senso di "pieno di vino" e di "assopito per l'ubriachezza".
Lapazza non è, come sembrerebbe, dispregiativo di lapa e quindi nemme¬no questa voce ha riferimento alle api. Con il termine lapazza, che deriva dal latino LAPATHIUM, si intende un pezzettino di legno che si suole applicare a porte e finestre per rinforzarle o per dare stabilità ad un mobile traballante.
Invece nell'intenzione di chi ha denominato Ape, in dialetto A lapa, il motofurgone della Piaggio, il riferimento all'insetto ape è legittimo. Per la loro funzione, questi modesti e utili mezzi di trasporto sono stati paragonati alle laboriose api operaie che instancabilmente e umilmente si prodigano a servizio della loro comunità.
A questo punto il mio portinaio, intuendo che sto per addentrarmi in ambiti non di mia competenza, direbbe: Crapi e lapi lassa fari a cu 'ni sapi




 
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