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amicu ti sugnu

Amicu ti sugnu ma Ciurdianu mi chiamu
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante


Sono abbastanza consapevole che, trattando il detto Amicu ti sugnu, ma giurdianu mi chiamu, molto diffuso a Siracusa e di dubbia interpretazione, metto a rischio l'amicizia che ho con tanti floridiani.
È abbastanza plausibile che i floridiani lo spieghino come meglio lor conviene. Essi da sempre asseriscono, con una certa sicumera, che l'adagio si riferisca al vino delle loro contrade che, pur essendo buono e di alta gradazione, potrebbe diventare traditore per gli effetti che produce in chi lo beve in maniera esagerata.
L'ipotesi contrapposta, in verità alquanto diffamante (ma nel passato era abbastanza abituale, tra comuni viciniori, per campanilismo denigrarsi a vicenda), metterebbe in dubbio l'affidabilità dei floridiani traducendo così l'adagio: "Non ti fidare di me perché provengo da Floridia". Risulta anche agli abitanti di Floridia che ciurdianu, come sinonimo di "inaffidabile", fu ripreso e usato pubblicamente ai primi del 900 dall'attore catanese Angelo Musco quando non era ancora famoso. Al termine di uno spettacolo teatrale, l'attore raccontò agli spettatori uno spiacevole episodio di cui era stato vittima ad opera di un impresario floridiano, un certo Mario Papa che precedentemente aveva dichiarato al comico la sua amicizia. In base ad un accordo col Papa la compagnia di Angelo Musco si impegnava a tenere i suoi spettacoli a Floridia dietro compensi proporzionati all'incasso. Se gli spettacoli avessero riscosso successo si sarebbero poi replicati a Siracusa.
Avvenne che un'anteprima floridiana fece registrare il tutto esaurito, ma al momento del pagamento l'impresario se la svignò con tutto l'incasso. Angelo Musco, scherzandoci sopra, concluse il monologo con gli spettatori dicendo: Amicu ti sugnu, ma ciurdianu mi chiamu come a voler dire che "per interesse il floridiano si gioca anche l'amicizia".
Lo scrittore e storico siracusano Oreste Reale, che certamente non si può accusare di acredine nei confronti dei floridiani, da lui definiti "popolo generoso e laborioso che mi accolse quando fuggii dai bombardamenti del 1940", nell'opera Risorgimento Siracusano, anche se ammette di preferire la versione floridiana e cioè quella del vino che inebria e ubriaca, a proposito degli eventi del colera e dei moti del 1837 a Siracusa, non può fare a meno di accennare all'ipotesi che avrebbe dato origine, proprio in quel periodo, al detto Amicu ti sugnu, ma ciurdianu mi chiamu.
Alle pagine 28 e 29 della suddetta opera così scrive: " I sintomi poi di questa sconosciuta malattia erano più assimilabili, secondo le conoscenze dell'epoca, agli avvelenamenti che alle infezioni dei batteri [...] La paura del contagio esacerbò la gente che vedeva in ogni persona straniera un portatore di infezione, quindi di morte. [...] Proprio per questa paura e questa fretta di scappare e raggiungere un paese dell'entroterra, accaddero fatti incresciosi di vero sciacallaggio. I siracusani, che fuggivano dall'isola di Ortigia contaminata dal colera, cercavano di raggiungere Floridia che sapevano salva. Ma quella città aveva organizzato cordoni sanitari impiegando gente di ogni ceto e di estrazione sociale. Inevitabilmente fra questi si insinuò la parte peggiore della società floridiana. Questi uomini "arrisicati" e senza scrupoli attendevano i profughi ancor prima della linea di demarcazione stabilita dai sanitari. Qui assalivano i malcapitati e li spogliavano degli averi, denari e preziosi che fuggendo ciascuno aveva portato appresso. Inutilmente la gente gridava: Siamo amici, veniamo in pace. Da qui forse il detto Amicu ti sugnu ma ciuddianu mi chiamu!".
Se questa ipotesi fosse veritiera, aggiungo io, l'inaffìdabilità si dovrebbe riferire alla parte peggiore della società floridiana e non a tutti i floridiani.
A me sembra strano che sia il vino a parlare di sé in quanto nella formulazione del detto la voce "vino" non compare e poi, qualsiasi tipo di vino se bevuto in quantità eccessiva ubriaca: Vìnu melifinu, ppi cu 'nun lu sa bbiviri è vilenu.
Altrettanto strano mi sembra che un floridiano dica a un forestiero "Ti sono amico ma non avere fiducia in me perché sono di Floridia".
La mia interpretazione del detto prende le mosse dall'epiteto più diffuso che nel blasone popolare aveva il floridiano. A Siracusa si diceva Qurdianu minnicu, un aggettivo quest'ultimo che ha significati diversi, a Palazzolo vuol dire "tirchio", a Lentini e a Noto "mendico", a Siracusa "vendicativo", in tante altre zone "scaltro" per la nota leggenda della sfida, lanciata da un fioridiano a un canicat- tinese, consistente nel forare con le dita un tronco. Il fioridiano vi riuscì perché precedentemente aveva praticato sul tronco quattro fori che poi aveva riempiti di ricotta e ricoperti con della terra. Il canicattinese, ignaro di tutto, provò su un altro ramo ma si spezzò le dita.
Sarebbe questo il motivo per cui nel blasone popolare gli abitanti di Canicattini acquistarono la nomea di Percia zzucchi (fora tronchi. Perda deriva dal normanno PERCHER corrispondente al francese PERCER = forare. Zzuccu dal latino SOCCUS = zoccolo, piede dell'albero). I canicattinesi invece attribuiscono a questo epiteto la connotazione positiva di "tenaci" perché, pur di costruire il paese, scavarono persino nella roccia trasformando un terreno inospitale e abbandonato in zona coltivabile.
Ritornando all'aggettivo minmcu e alla mia ipotesi, preciso che etimologi-camente esso deriva dal verbo minnicari che ha due significati "mendicare" e "vendicare", escludo il primo in quanto il fioridiano è stato da sempre industrio¬so, operoso, tutt'altro che "mendico", e traduco minnicu con "vendicativo". Il modo di dire riferito all'abitante di Floridia avrebbe per me questo significato: "Ti sono amico, ma non approfittare della mia amicizia perché potrei renderti male per male". Praticamente il fioridiano avrebbe fatto proprio il motto che virtualmente si attribuisce alla vipera: Nun mi tuccari ca nun ti toccu, ma si mi tocchi, tistoccu!
Dell'affidabilità dei fioridiani il mio portinaio non ne dubitava affatto. Li accusava soltanto di essere lenti nell'articolazione delle parole dialettali proprio come recita il vecchio detto: Parrari muoddu comu 'n giurdianu.




 
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