catta cibuliana - parole siracusane

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catta cibuliana

Nell'uso comune siracusano quando si vuol dire a qualcuno che sappiamo tutto di lui si dice" ti cuntu a catta scibuliana" oppure ti canto o catta gibuliana.
Eruditi, popolani e storici sulla parola hanno elucubrato facendola derivare da qualsiasi cosa pensassero e persino da Giubileo.
Da dove deriva veramente questo detto?
Secondo i racconti tramandati da Don Cecè Genovese antico siracusano che operava in una copisteria di sua proprietà in Via Gargallo insieme ai figli e che lo trasmise al nostro amico Ermanno Adorno il termine deriverebbe dal cognome di tale Xibilia poi trasformato in Scibilia.
Chi era costui?
Secondo il racconto di Don Cecè il personaggio alla fine del''800 tale Xibilia era un Messo notificatore che secondo l'usanza del tempo consegnava "carte" ai cittadini siracusani cioè notifiche del Tribunale, cartoline di richiamo alle armi, lettere di sfratto, comunicazioni del Comune, cartella delle tasse, debiti e ogni cosa riguardasse la vita sociale di ognuno, insomma tutto.
Il Messo Xibilia (scibilia) conosceva quindi tutto di tutti e non mancava di ripeterlo in ogni momento tanto che diventò un modo di dire comune: attenzioni pi chiddu ca fai e dici sennò tu cuntu a catta scibuliana. (attenzione a quello che fai o dici altrimenti rischi che racconto a tutti chi sei e la verità su di te.
tu per me non hai segreti conosco tutti i tuoi scheletri nell'armadio (ipotesi di Ermanno Adorno)

Secondo Carmelo tuccitto
Liggiricci 'a carta cipuliana
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante

Fra i detti che i nostri padri ci hanno trasmesso oralmente, Liggiricci 'a carta cipuliana (leggasi scipuliana) è tra quelli che nei vari centri della Sicilia hanno subito una tale corruzione fonetica (e quindi anche una deformazione lessicale), da rendere ardua allo studioso l'indagine sulla sua formulazione originaria e sulla sua derivazione. Io, soltanto perché sono siracusano, nell'intestazione di questo capitolo lo riporto nella versione che si usa nella mia città anche se, come si vedrà in seguito, non è quella originaria. Basta percorrere pochi chilometri fuori da Siracusa per rendersene conto. Ad Avola si dice Carta Cipriano, a Feria cibiliana, a Pachino cipuliana, nel Ragusano giubbiliana . Addirittura in qualche comune come Feria o Messina cambia anche il verbo, invece di Liggiricci si usa Cantaricci 'a carta.
Le varie versioni hanno in comune il sostantivo carta, nel senso di "documento autorevole", in quanto scritto, come nell'espressione Carta canta, ma soprattuto, ed è quel che più conta, hanno lo stesso significato che ovunque vuol dire "Spifferare in faccia a qualcuno tutte le sue malefatte", in una parola,"denigrarlo".
Dire Liggiricci o cantaricci 'a carta non fa tanto differenza. In dialetto cantariccilla è usato come contrario di tinirisilla, nel senso di "rivelare apertamente di una persona tutti quei vizi che dovrebbero restare (tinuti) segreti, come nell'espressione Iu cci la cantu, nun ma tegnu.
In Ortigia 'a carta cipuliana "si leggeva" soprattutto tra donne nei cortili.
Corrado Avolio in Canti popolari di Noto fa derivare la variante giubbiliana, che sembra la più accettabile, da sibilliana, ossia della Sibilla, secondo questa trafila: da sibilliana si ha billiana e quindi giubbiliana e dà all'aggettivo giubbilliana il significato di vero, come vero era per il popolo l'oracolo della Sibilla.
Se carta gibiliana, cipuliana e cipriana non trovano alcun fondamento etimologico, ritengo per niente convincente anche l'assunto etimologico dell'Avolio che si riallaccia alla Sibilla, tutt'al più giubbiliana potrebbe derivare, ma non è così, da giubbiliari (come se la carta fosse un documento giubilare) che in dialetto vuol dire "provare una grande gioia. Nel detto in esame la gioia scaturirebbe dall'elencare con compiacenza i difetti degli altri, dallo spiattellare in faccia a qualcuno le sue colpe.
Per me la forma originaria di questo modo di dire è Leggiri 'a carta giuliana. Lo prova anche la definizione che alla voce siciliana giuliana danno i vocabolari dialettali e che così sintetizzo. Era chiamato Giuliana il "registro ufficiale in cui, in ordine alfabetico, si annotavano dati, variazioni, movimenti e fatti che accadevano tutti i giorni in un ufficio pubblico o privato". Anche il diario di bordo in Sicilia si chiamava Giuliana. Nell'antica Roma era detto Giuliana lo stesso registro di cassa da cui è derivata l'interiezione, caduta in disuso, Giuliana chianci! che voleva dire: "Non ci sono soldi!".
La voce siciliana Giuliana deriva dal nome di Giulio Cesare, la cui riforma del calendario fu chiamata giuliana. Credo che il popolo abbia trasferito il nome di Giuliana, dal registro ufficiale delle annotazioni quotidiane trascritte nei pubblici registri all'insieme delle malefatte altrui che il denigratore, dopo averle registrate ogni giorno nella mente, rinfacciava al suo autore.
Tra l'altro nel vocabolario siciliano del Piccitto alla voce giuliana è riportata anche l'espressione messinese Cantari 'a giuliana che nella città dello Stretto vuol dire "Farla finita". Difatti, aggiungo io, ogni cantata sanciva la fine dei rapporti tra il diffamatore e la sua vittima.
Don Ferdinando, quando per l'inosservanza del regolamento condominiale aveva un grosso peso sullo stomaco ed era intenzionato a liberarsene spifferando in faccia all'amministratore tutte le sue manchevolezze, usava il detto, tutto ortigiano, Mi lavu 'u centupeddi (Stomaco o trippa di vitello, detta centopelle per la molteplicità delle sue piegature che vanno ben lavate).


 
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