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cosi turchi

Cosi di Turchi
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante



Al turista che oggi si trova in un qualsiasi aeroporto o in una stazione ferroviaria della Turchia non può sfuggire un pannello indicatore con la scritta Cikis.
Per conoscerne il significato basta che segua la freccia di direzione e si accorge di trovarsi fuori dell'area aeroportuale o ferroviaria: la città è tutta per lui.
Quella scritta infatti vuol dire "Uscita".
Se il turista è siciliano, quel Cikis richiama alla sua mente l'interiezione imperativa che ancora tanti anziani usano per cacciare i gatti vagabondi che insidiano un loro bene. Oltre al significato (Esci!) anche il suono è uguale, cambia appena, perché adattata al dialetto siciliano, l'ortografia: cichissi per Cikis.
Si tratta di pura coincidenza o ci troviamo dinanzi ad una espressione passata dalla lingua turca al nostro dialetto? E se è un turchismo, quando, come e perché l'abbiamo mutuato, considerato che in Sicilia non abbiamo avuto una dominazione turca? Per dare una risposta ad ognuno di questi interrogativi ci vengono in aiuto la Storia e la paretimologia o etimologia popolare.
Dalla Storia sappiamo che sino a tutto il Settecento la pirateria turca con natanti corsari infestava i mari siciliani allo scopo di intercettare imbarcazioni di cristiani e di ridurre in schiavitù gli occupanti che poi avrebbero venduti nei mercati arabi o africani. Tra i tanti anche mons. Caracciolo, vescovo di Catania, fu catturato dal sanguinario corsaro turco Dragut nello Stretto di Messina mentre si recava al Concilio. Da Dragut, che più volte desolò le terre di Sicilia con saccheggi, stupri e uccisioni è derivato mammatraia (a Catania mammadrau), il nome del favoloso mostro che le madri evocavano per incutere paura ai figli specie quando i bambini si avvicinavano ai pozzi o alle vasche di irrigazione.
Dalla storia sappiamo inoltre che se la caccia a mare era infruttuosa, l'attività corsara si poteva spostare lungo le coste siciliane.
La presenza dei Turchi sulla terraferma a volte era così massiccia che non sempre bastava la fuga, Ju ppifujiri e truvai li Turchi, un detto usato a Pachino per dire "Sono caduto dalla padella nella brace".
La caccia spietata della pirateria turca giustifica la seconda parte di un altro modo di dire che nell'Agrigentino, e in particolare a Licata, si pronunciava quando ci si sentiva circondati da ogni lato di pericoli: Si waiu ppi terra li latri m'arrobbanu, si waiu ppi mari li Turchi mi pigghiunu.
Non va però sottaciuto che lo stesso tipo di guerra corsara era condotta anche dai cristiani sulle coste islamiche a danno dei nordafricani. A proposito lo storico Francesco Renda in Inquisizione in Sicilia (Sellerio- Palermo 1997) senza mezzi termini scrive che "...i maomettani razziati sulle coste islamiche e mediorientali o fatti prigionieri sui navigli da corsa scorrazzanti per il Mediterraneo alimentavano lo schiavismo cristiano non meno spietato di quello turco". Nacque per questo l'espressione Cu 'pigghia 'n Turcu è so ' usata poi per affermare che in certi casi si può divenire padroni di ciò che accidentalmente ci cade tra le mani.
Grazie ad una successiva indagine ci risulta che nel corso di quelle rovinose razzie dei Turchi la popolazione rivierasca della Sicilia, per la paura {Mamma li Turchi!), si spostava verso l'interno se ne aveva il tempo, si serrava dentro casa se veniva colta di sorpresa. Ancora oggi chi avverte la sensazione di un grave pericolo incombente su di sé esclama: Mi sentu pigghiatu rè Turchi!
In tutta l'isola turcu divenne sinonimo di "brutale", "disumano".
Di solito alla pirateria musulmana si presentavano abitazioni rurali sparse e abbandonate.
Durante queste incursioni gli unici esseri viventi, che si incontravano nelle strade, perché usciti attraverso 'u jattaloru, erano i gatti che, con i tipici sguardi felini, sembravano presidiare le case dei loro padroni.
'U jattaloru era un foro circolare fatto appositamente per i gatti nelle porte di casa per consentire loro di entrare e uscire a piacimento anche con la porta chiusa. Era un espediente che mostra anche il rispetto che i siciliani di una volta avevano per questi animali.
Secondo la paretimologia, pare che i Turchi abbiano cacciato quei gatti gridando Cikis, gikis, favorendo così l'ingresso di questo termine nel dialetto siciliano. Il nostro cichissi non sarebbe dunque, come tanti credono una voce onomatopeica (lo è invece sciò, sciò che si usa per allontanare le galline), ma un turchismo.
Se, come sembra, fosse così, si rifarebbe al turco Cikis anche il detto dialettale diffuso a Feria Chissi, chissi ca t'avissi che si continua ad usare non nei confronti dei gatti, ma di chi per un verso si vorrebbe allontanare (chissi, chissi = via, via, per aferesi di cichissi) e per l'altro si vorrebbe avere vicino {ca t'avissi = che io potessi averti). Di solito lo usava chi, vivendo rapporti sentimentali contrastati, mostrava di disprezzare la persona che invece desiderava.
Tutt'altro significato ha invece assunto l'espressione catanese Fari 'u chissi chissi che vuol dire "istigare qualcuno", "soffiare sul fuoco".
Dal comportamento insolito degli ottomani nacque l'interiezione Cosi, cosi turchi! che significa "Cose inconcepibili, da non crederci!".
L'esclamazione è riferita sia agli atteggiamenti inconsueti, sia ai discorsi strani ed esagerati per cui Bbistimiari com 'un Turcu, Fumari com 'un Turcu e Essiri nivuru com 'un Turcu sono da considerare iperboli e significano rispettivamente "Bestemmiare moltissimo", "Fumare smodatamente" ed "Essere nero come un Turco" cioè abbronzato in maniera eccessiva.
Nei detti dialettali il termine turcu assume significato positivo solo se viene riferito al vino: Lu vinu havi a essiri turcu cioè non battezzato, senza acqua.
I Turchi non c'entrano con il termine italiano granoturco da considerare improprio; la pianta, importata da Colombo dall'America Centrale, trae l'altro nome di mais dalla voce indigena di MAHIZ arrivata a noi attraverso lo spagnolo MAIZ. Allora si affibbiava l'epiteto di turco anche a ciò che era esotico, straniero e non si era mai visto in Europa.
Nel vernacolo siracusano il granoturco si chiama nigghiu perché le brattee della parte superiore della pannocchia somigliano alla coda biforcuta del NIBBIO, un uccello rapace diffuso in Sicilia.
Dal turco KAHVE' è invece derivata, attraverso l'arabo QAHWA, che vuol dire "bevanda eccitante", il termine italiano caffé. I Turchi lo preparano ancora macinando i chicchi in polvere finissima che poi, tramite infusione diretta in acqua calda e abbondante, servono come bevanda, il caffé alla turca, per l'appunto.
Cikissi potrebbe anche non essere l'unico turchismo entrato nel nostro dialetto. Difatti tra le varie ipotesi di derivazione della voce sceccu c'è anche quella che ne vede l'origine nel termine ISCECH che nella lingua turca vuol dire "asino".
A questo punto don Ferdinando, con la solita ironia che lo contraddistingueva, mi avrebbe chiesto: Prifissuri, 'n Sicilia li Turchi chi vistunu macari li scecchi?

 
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