craunaru - parole siracusane

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craunaru

'U stissu cci 'u rissi ‘u craunaru
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante


Non occorre rubare al tempo spezzoni del nostro passato per dimostrare che tanti detti dialettali derivati da mestieri definitivamente scomparsi sono ancora in uso. Le scoperte scientifiche e la tecnologia, che hanno contribuito ad estinguere tante professioni di una volta, nulla hanno potuto dinanzi a proverbi e modi di dire dialettali come Irì 'nn 'arreri com' 'o curdaru, che a Siracusa si continua a citare quando si peggiora invece di migliorare, o come Appizzaricci rramu e stagnu con cui si indica chi, in un'attività lavorativa ci rimette tempo e capitale, al pari dell'antico stagnino, 'u stagnataru, quando s'imbatteva nnó maìupajaturi (in un cattivo pagatore).
Legati alla figura del venditore di carbone, sia ambulante che a posto fisso, rimangono attuali alcuni modi di dire dialettali che quasi tutti hanno in comune l'origine.
Sino agli inizi degni anni Cinquanta del secolo scorso per le strade della città, tra i tanti venditori ambulanti, s'incontrava 'u craunaru con la caratteristica coppola e seduto sulla sponda del carretto trainato da un asinelio. Proponeva alle nostre donne l'acquisto del suo carico prezioso con una abbanniata modulata e sempre uguale: Crauuuni!, Asciuttu
I 'haiu 'u crauuuni!.
Passava in tutte le stagioni e ogni giorno perché le cucine a gas e i forni elettrici non avevano ancora sostituito fuculara e tannuri (per apocope dell'arabo TANNÙRAT > TANNURA= fornello).
Il carbone in vendita era sempre coperto da una 'ncirata (telo cerato) impermeabile per evitare che, durante la pioggia, si bagnasse o che si sollevasse la fastidiosa polvere nera quando, con uno dei due piatti della bilancia, che fungeva anche da sassola, 'u craunaru lo prelevava dal mucchio per pesarlo.
Comprimendo la polvere nera si otteneva il carbone a palline, sempre ad uso domestico, ma a costo inferiore.
Nelle giornate di pioggia la massaia esigeva che le fosse pesato proprio quel carbone sistemato nella parte alta del mucchio, sotto il telone perché, rispetto a quello che stava in basso e a contatto con il tavolaccio del carretto, era più asciutto. Ovviamente il carbone bagnato era più pesante e, per l'acqua assorbita, stentava a prendere fuoco.
Alla richiesta decisa della donna, la risposta del craunaru era sempre uguale: Signuruzza, 'u stissu iè! Da questo andazzo nacque il detto 'U stissu cci 'u rissi 'u craunaru che ancora oggi tanti di noi usiamo, in campi diversi, nei confronti di chi sospettiamo che voglia raggirarci quando ad una nostra precisa richiesta ci risponde: E lo stesso!
L'uso continuo da parte nostra di questo detto ha fatto sì che i nostri figli, pur ignorandone l'origine, l'abbiano fatto proprio dando però a craunaru il significato di "ignorante", di chi in certe situazioni non riesce a rilevare differenze, a distinguere "un granchio da una balena".
Dal mestiere ormai scomparso del venditore di carbone da cucina, sopravvive un altro modo di dire dialettale, Aviri 'u crauni vagnatu, nato dall'espediente illecito, che oggi chiameremmo frode commerciale, di quel craunaru disonesto che, per farlo pesare di più e quindi avere un maggiore profitto, bagnava il carbone prima di venderlo. Questo detto corrisponde a quello in lingua italiana Avere la coda di paglia.
Ai giorni nostri si dice che Havi 'u crauni vagnatu chi è suscettibile, chi per un nonnulla si adombra perché, avendo commesso un illecito, non ha la coscienza tranquilla. Di lui un tempo si diceva: Cu ' havi 'u crauni vagnatu sempri sta ccu l'arma satata (Chi è in difetto teme sempre il castigo), un detto che equivale all'altro Cu'havi 'u crauni vagnatu ogni giusciuni cci pari ventu (Chi ha motivo di temere, ogni soffio gli sembra vento) perciò si vagna prima di chioviri, cerca di difendersi prima che l'accusa arrivi perché sa di essere in colpa.
Di chi invece non aveva nulla da rimproverarsi si diceva: Cu'havi 'a cuscenza netta va ccu la facci scuperta cioè a testa alta.
Smascherata la frode in commercio, anche il carbone assunse una connotazione negativa e lo si paragonò ora all'amico che finge, L'amicu ca finci iè comu lu crauni, o t'ardi (o ti brucia) o tinti (o ti inganna), ora al calunniatore 'U crauni si nun tinti mascarìa (sporca), che in senso figurato vuol dire "La buona fama resta sempre oscurata anche per le false accuse dell'impostore".
Il mio portinaio, come la parte più spiritosa del popolo siracusano, scherzosamente chiamava Sacchi ri crauni li parrini (Dal francese antico PARRIN = prete), non perché i preti avessero qualcosa da farsi perdonare, ma in quanto allora indossavano tutti la tonaca nera.




 
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