parrari quantu 'gnurici poviru - parole siracusane

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parrari quantu 'gnurici poviru

Parrari quantu gnurici poviru
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante

Di tanto in tanto parlando, capita un po'a tutti di intercalare spontaneamente e in modo quasi meccanico, i nostri discorsi con un detto dialettale del tutto pertinente a quel che stiamo dicendo, ma se l'interlocutore inaspettatamente ci chiede l'origine di quel modo di dire, restiamo senza parole. Quel detto si trasforma subito in un rebus che, nè lì per lì e a volte neanche dopo, riusciamo a risolvere. Addirittura in quel momento ci meravigliamo di noi stessi che non ci siamo mai posti quel quesito.
E vero, è proprio così! -starà pensando in questo momento il lettore- Meno male che adesso l'autore di questo libro mi dà la risposta.
Caro lettore, ti confesso che sono anni che il foglio con la scritta Parrari quantu gnurici poviru si trova, in bianco, sulla mia scrivania, proprio dentro la carpetta che contiene i proverbi e i modi di dire dialettali di cui non riesco a trovare l'origine. Eppure quel detto è tra i più diffusi in tutta la Sicilia. Sul significato nessuno nutre dubbi, il giudice povero rappresenta la persona che parla molto, anzi troppo.
Non mi ha mai convinto l'ipotesi di chi vede nell'aggettivo poviru la corruzione lessicale di populu e che, pertanto, per gnurici 'i populu si debba intendere il Giudice del popolo ossia il Pubblico Ministero che per sostenere la propria tesi usa una quantità esagerata di parole. E poi non tutti i Pubblici Ministeri sono logorroici.
Se non c'è stata corruzione lessicale, come può un giudice essere povero se svolge un'attività che sappiamo ben retribuita? Questo è il problema!
Stamattina, all'improvviso, un lampo. Leggendo il libro di Giuseppe Michele Agnello Ufficiali e gentiluomini a servizio della Corona. Il governo di Siracusa dal Vespro all'abolizione della Camera Reginale una scintilla mi si è accesa. Non vi ho trovato in modo esplicito la risposta alla domanda di cui sopra perché, essendo un saggio storico, non poteva contenerla, ma da alcune pagine di quel libro ho tratto le necessarie deduzioni che mi consentono di dare una mia soluzione al problema.
Nei secoli scorsi, l'ufficio di giudice non veniva assegnato per pubblico concorso come avviene oggi. Da Giuseppe Michele Agnello sappiamo per certo che non solo nel periodo in cui Siracusa venne inclusa nella Camera Reginale, ma anche dopo, i sistemi che consentivano ad un candidato di diventare giudice erano vari. A seconda della funzione che il giudice era chiamato ad esercitare, in Sicilia si passava dall'elezione (con bussole o scarfie) al beneplacito, dalla nomina reginale a quella regia.
Per giustificare l'aggettivo poviru del detto in questione va rilevato che non tutte e non sempre le cariche di giudice erano a vita o a tempo indeterminato. Per qualche giudice il mandato era limitato alla durata del processo. Il Giudice Assessore, ad esempio, che assisteva il Capitano di giustizia, veniva eletto ogni anno così come i magistrati nominati dal sovrano per la giurisdizione penale. Va soprattutto rimarcato che non tutti i giudici percepivano uno stipendio fisso (provvisione). C'era il giudice che veniva indennizzato tramite gli emolumenti pagati da chi ne richiedeva la prestazione e c'era il giudice i cui proventi erano legati alle propine dei processi. I giusperiti facenti parte del Consiglio della regina, ad esempio, erano pagati a parcella.
La precarietà economica e la temporaneità della carica facevano sì che quei giudici che non provenivano dalla ricca aristocrazia feudale, i cosiddetti iurici poviri, mancando di solide basi economiche per essere rieletti o per essere nominati a cariche più prestigiose e quindi maggiormente retribuite, dovevano pubblicamente dimostrare di essere "habili et sufficienti!', non solo con i fatti, ma anche con la parola, con quella facondia che, se utilizzata in eccesso, li faceva spesso sconfinare nella logorrea. Da qui l'origine del detto Parrari quantu gnurici poviru. (La J, preceduta dalla N, ha il suono GN e non si scrive un jurici, un jocu, ma gnurici, gnocu o 'nu jurici, 'nu jocu).
Don Ferdinando che, come gnurici poviru, all'inizio della sua attività lavorativa sperava di migliorare la propria posizione socio-economica, al momento del suo pensionamento, con un pizzico di amarezza e in maniera concisa, mi disse: Prifissuri, nenti aveva e nenti haju, comu vinni mi nni vaiu.


 
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