pilucchera - parole siracusane

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pilucchera

A pilucchera


Sino alla fine degli anni 50 era abbastanza frequente, per chi nelle belle e assolate mattinate primaverili s’addentrava nei vicoli e nei ronchi d’ Ortigia, assistere a scene come questa: una donna seduta davanti alla porta di casa intenta a conversare tranquillamente e con una certa aria di complicità con un’altra che, dietro le sue spalle e in piedi, le petti-nava i lunghi capelli. Di solito erano vicine di casa o parenti che periodicamente e con reciprocità si scambiavano il servizio.
Le donne più abbienti, invece, dietro compenso si facevano venire dentro casa, nell’intimità dei loro “piani alti”, la pettinatrice, una persona per lo più anziana che tutti chiamavano pilucchera (dal francese antico PELUCHER = tagliare i peli).
A Siracusa erano in tante a svolgere questa attività perché le donne da sé non erano in grado di pettinarsi o di annodarsi i capelli che allora era d’uso portare lunghissimi e se sciolti potevano arrivare sin oltre la schiena.
Alla loro lunghezza ci si teneva talmente che per tagliarli pare che occorresse il benestare del “consiglio di famiglia”, uomini compresi.
Lavoravano anche il venerdì nonostante la superstizione popolare non lo consigliasse: Maliritta ‘dda trizza (dal greco dell’età imperiale TRIKHIA = fune) ca di venniri s ‘intrizza (si intreccia).
I ferri del mestiere erano: ‘a ugghia p’ ‘a scrima (l’ago per la scriminatura), ‘u calamistru (dal latino CALAMI¬STRUM) una specie di tenaglia , riscaldata a carbone, per arricciare i capelli, e naturalmente forbici , forcine , mollette e pettini di varia dimensione e dentatura.

Il pettinatoio , di solito una mantellina a cappa che si indossava a protezione dell’abito mentre la pilucchera spuntava e pareggiava i ca¬pelli, apparteneva alla cliente.
Le ciocche di capelli che durante la pettinatura restavano imbrigliate nel pettini strittu , per concessione delle clienti generose, venivano dalle pilucchere raccolte, legate a fiocchetti e gelosamente custodite dentro vecchie federe di cu¬scino in attesa di darle ai merciai ambulanti in cambio di pettini, forcine, nastri o altro.
Le acconciature erano del tutto diverse da quelle di oggi.
I bambini abitualmente venivano pettinati dalle mamme.
A quelli piccolissimi, sia femminucce che maschietti, si facevano ‘i boccoli (dal latino B UCCULA , diminutivo di BUCCA), avvolgendo a spirale le ciocche dei capelli, e ‘i merguli (dal latino MERGULUM, alla maniera del ciuffo che ha sul capo il mergo, un uccello acquatico).
Le bambine in età scolare portavano già ‘i trizzi, due trecce ognuna composta da tre ciocche di capelli intrecciate tra loro come una corda.
L’opera della pilucchera era principalmente rivolta alle donne in età da marito, alle signore e alle anziane.
L’accon¬ciatura più diffusa allora era il tappa (dal francone TQP. in francese TOUPET), formato da una lunga treccia avvolta a cerchio e posta a crocchia dietro la nuca.
Quello alto e posto sul cocuzzolo della testa si chiamava tuppu-tisu (dal latino TE(N)SUS = allungato).

Era tenuto in sesto da spilloni o da una pittinissa, un pettine anche ornamentale a costola larga e denti radi e lunghi.
La signora Maddalena Stoli, che allo¬ra in via Amalfitania gestiva un negozio di copisteria e dat¬tilografia, per la sua acconciatura era soprannominata Tup¬pausa , acconciatura a cucciddateddi (a ciambelline) con¬sisteva in due treccine ripiegate e fissate, tramite firretti (for¬cine di fili di ferro piegati a forma di ferro di cavallo), sulle tempie.

La più estrosa e con la quale si voleva dare un tocco di eleganza, ma in realtà era la più buffa, almeno a mio giudizio, si chiamava a cazzottu (a pugno chiuso, etimo è ex idente). Consisteva nel dividere i capelli in due grosse cioc¬che laterali da tendere e accartocciare. Ne venivano fuori due grossi cannola (dalla forma della canna) separati al centro da una vistosa scriminatura. Ancora oggi nei panifici siracusani si può comprare una pezzatura di pane della stes¬sa forma e dello stesso nome: cazzottu.
Le signorine più fortunate che avevano avuto il consenso di accorciare i ca¬pelli per sembrare più belle se li facevano inanellare a ric¬cioli.
Difficilmente però le ragazze brutte riuscivano a trovare marito anche se portavano acconciature particolari.
Un vecchio detto allora in voga così recitava: Jè ‘iuittili ca t ‘intriazi e fai cati,iola, bedda si cci lìavi a iessiri i natura. E a chi. aspirando ad un matrimonio con un giovane di classe sociale superiore, si affidava all’arte della pilucchera, l’antifona - che si ripeteva era questa: “Ha’ vogghia ca ti pettini e t’allisci, ‘u cuntu ca t’ha fattu ‘n’ ti rinesci (Hai voglia di pettinarti e spazzolarti, il calcolo che ti sei fatto non ti riesce ) !
 
 
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