u trippigghiu - parole siracusane

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u trippigghiu

'U Trippigghiu
Tratto dal testo di Carmelo Tuccitto "palori a tinchitè" Editore Morrone-Vignette di Francesco Rodante

Furono gli abitanti di Feria i primi a chiamarle trippigghi.
Apparentemente erano delle normali feste da ballo fatte in casa come quelle che da tempo si tenevano nelle famiglie per festeggiare un compleanno o una ricorrenza qualsiasi tant'è che i genitori tranquillamente vi mandavano le loro figlie, anche se accompagnate da un altro familiare, come si usava una volta. Nella realtà ogni trippigghiu si concepiva e si realizzava per facilitare l'incontro tra due giovani che vivevano un periodo di fidanzamento contrastato, o per dare a qualcuno la comodità di un incontro più o meno lecito, oppure per favorire la conclusione di un affare difficile che si protraeva da tempo.
Di solito nessuno degli invitati si accorgeva di niente ed anche se intuiva qualcosa, almeno per quella sera, faceva finta di niente o non ne parlava con alcuno. Si organizzava 'nu trippigghiu per salvare le apparenze o, come si diceva allora, ppi l'occhiu sudali.
In seguito, sempre a Feria, con l'espressione Tiniri 'u trippigghiu si intese, con una certa malizia e un pizzico di ironia, "la gestione di una sala da ballo". Si usò la voce trippigghiu e non bbalìu perché per tanti che vi si recavano, scopo principale poteva essere la ricerca del partner per un'avventura amorosa e non il piacere di ballare.
Etimologicamente trippigghiu è sostantivo deverbale derivante da TR1PP (di TRIPPARI) + il suffisso -IGGHIU di connotazione dispregiativa. Il verbo trippiari, a sua volta deriva dal latino TRES (tre) + PES, -PEDIS (piede) "a tre piedi" che letteralmente significa "danzare a tre piedi".
Nell'antica Roma tripudium (da TRI + PODOS, genitivo di POUS = piede) era la danza che aveva il ritmo di tre tempi eseguita a gruppo dai sacerdoti Salii attorno all'altare battendo tre volte il piede a terra. Con questo ritmo esternavano in modo vivace e incontenibile (tripudiavano) la loro gioia.
Il dialetto l'ha fatto proprio non nel puro significato di "ballare", ma in quello più sfrenato di "saltellare", "fare quattro salti con accompagnamento musicale" se riferito ad esseri umani, e "saltarellare", "procedere a salti" se riferito ad animali. Difatti da TRIPPIARI è derivato anche trippiaturi o trippaturi, un termine molto comune nel linguaggio venatorio dei siciliani.
A detta dei cacciatori siracusani, i conigli selvatici ogni mattina all'alba oppure ogni sera al tramonto, trippiannu (saltarellando) quasi a passo di danza, come se compissero un rito, si recano nello stesso posto, detto trippiaturi, per fare i loro bisogni che costituiscono un segno sicuro della loro presenza nel territorio. Il furetto, addomesticato proprio per la caccia dei conigli selvatici, dopo che il cacciatore gli ha fatto annusare gli escrementi, velocemente si dirige verso la tana del coniglio e, grazie al suo corpo snello e alle zampe corte, riesce ad entrarvi e a stanare col muso appuntito l'animale consentendo al padrone di colpirlo senza scampo col fucile.
Ritornando al punto di partenza, mi soffermo sulle feste da ballo fatte in casa in occasione di una ricorrenza ed esclusivamente per il piacere di festeggiare ballando.
Per soddisfare la curiosità del lettore preciso che la denominazione di Faso- la, il ballo più diffuso nell'800 tra i contadini siciliani, trae origine non, come un tempo si credeva, dalle note Fa, Sol, La, che si ripetono spesso ma, come scrive Salvatore Salomone Marino, dal nome del musicista Giovanni Battista Fasolo di Asti, un monaco francescano che visse a Palermo nel XVII secolo.
L'invito al ballo, sia in casa che nei locali pubblici, da parte del maschio era in italiano e comprendeva sempre le stesse parole: Signorina permette questo ballo?
La coppia, formata da persone che, almeno ufficialmente non si conoscevano, durante l'esecuzione difficilmente apriva bocca. Solo alla fine di ogni ballo il giovane, per ringraziare la dama, le accennava un timido sorriso accompagnato da un sommesso Grazie.
A Siracusa qualche anziano racconta ancora, ma non si sa quando e dove sia successo, che una signorina giustificò con queste parole il proprio rifiuto
ad un invito a ballare:
In primisi, in primisi, nun sacciu abballari,
popoi, me 'patri nun voli.
E chinnicchinnacchi abballari ccu vui?
Ma erano pochissime le ragazze che, durante l'esecuzione di un pezzo musicale, restavano sedute solo perché non sapevano ballare, anzi erano quasi sempre le donne, comprese le più giovani, a ballare meglio dei maschi.
Di una signorina, che durante la serata non era mai stata invitata o che aveva ballato pochissimo, si diceva: Ccifiniu a pignata 'i 'stratta. La ragione vera del suo, come si direbbe adesso, "fare tappezzeria" va spiegata con la sua scarsa avvenenza. Oltre ad essere brutta, di solito era anche grossa come la pentola in cui si cuoceva il pomodoro per la conserva. Una volta cotto il pomodoro, il pentolone (metafora di ragazza panciuta), si metteva da parte, s'assittava, (dal latino volgare ASSEDITARE = stare seduto, risultante dall'incrocio tra l'infinito di ASSIDEO = stare vicino, e quello di ASSIDO = stabilirsi) e si riservava tutta l'attenzione alla polpa (metafora di bella ragazza), che si doveva poi trasformare in concentrato o estratto di pomodoro (metafora di futura moglie).
In quel tempo sapeva decisamente di minaccia, gravida di brutte conseguenze, il detto Ti Fazzu abballari senza sonu (Dal dolore fisico che ti procuro ti faccio ballare senza musica), rivolto dai malavitosi a chi non si adeguava alla loro volontà.
Quando, una volta, chiesi al mio portinaio perché si comportasse freddamente con l'amministratore, mi rispose con un modo di dire conciso, ma eloquente: Prifissuri, c omu mi sona cci abballu! (Mi comporto come lui si comporta con me).





 
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