Estate al Nettuno - ricordando

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Estate al Nettuno

BALNEAZIONI SIRACUSA

tratto dalla rivista "I SIRACUSANI" anno II n.8 Luglio-Agosto 1997
Per la mamma e le sue amiche.
Una estate bellissima di Iosina Fatuzzo Pappalardo
La stagione balneare prendeva il via verso la ]'fine di giugno, ma Vanno in cui Monto aveva frequentato il lido "Nettuno" con assiduità per tutta l'estate, era iniziata un po' prima del tempo. Già a metà di Giugno don Severino, che aveva in concessione dal Demanio i due grandi scogli sottostanti il Lungomare a ridosso della Mastrarua, in poche giornate aveva sistemato pali e tavolacci per fare funzionare al più presto lo stabilimento, dato il caldo insopportabile che quell'anno gravava da un pezzo sull'isolotto. Le cabine che si prenotavano in un chioschetto, proprio all'imbocco della ripida scala che conduceva sulla piattaforma di legno, erano andate a ruba, come testimoniava la fila di persone che stazionava nell'ora dall'apertura del botteghino.
Mia madre ed il gruppo delle sue amiche erano escluse da quella sosta faticosa sotto il sole, perché data l'assiduità delle signore, don Severino riservava per loro da anni la medesima cabina. Lo stabilimento, costruito senza pretese con tavole di legno grezzo malamente dipinte, era l'unico dell'isolotto che permetteva agli isolani di bagnarsi in un mare limpidissimo e a quattro passi da casa.
Per la mamma e le sue amiche era un vero ritrovo mondano, rappresentando, la stagione balneare, l'unico svago che aspettavano già dalla primavera, quando impegnavano le magliaie e le sartine ad approntare castigati costumi, prendisole colorati, abiti da mattina e da sera, dato che di sabato e di domenica si ballava al suono di un'orchestrina sulla piattaforma illuminata da lampioncini di carta colorata.
Il lido, ad eccezione delle domeniche, era frequentato solamente da donne e da ragazzini, poiché la maggior parte dei mariti preferiva passare le ferie nei villini di campagna, per la villeggiatura che coincideva con l'apertura della caccia.
Perciò, quando dalla cabina accanto a quella che mia madre ed il gruppo delle sue amiche erano solite affittare, era sbucato fuori proprio all'inizio di quella calda stagione, un biondissimo giovanotto sulla trentina bello e già abbronzato, in calzoncini di tela, nessuna delle imbarazzate ed incuriosite signore aveva pensato che fosse del luogo.
Quel giorno la sorveglianza ai figli era stata menovigile da parte delle madri ed i bambini ne avevano approfittato, sguazzando per ore e scorticandosi la pelle contro i pali umidi che sostenevano la piattaforma, mentre i lavori a maglia e all'uncinetto, che occupavano la mamma e le sue amiche per l'intera giornata, erano stati lasciati nelle borse: intente com'erano state tutte quante a conversare, facendo supposizioni e lanciando sbirciatine al giovanotto che se ne stava a pancia all'aria, steso direttamente sul tavolaccio ad occhi chiusi. L'indomani, come per tacito accordo, la mamma e le sue amiche s'erano recate al lido un po' prima del solito, tutte con i prendisole più nuovi e più colorati.
Il giovane, che le aveva precedute, se ne stava già sdraiato nella stessa posizione del giorno prima, ma al rumore degli zoccoli aveva aperto i suoi begli occhi verdi, salutando le giovani signore con un disinvolto "buongiorno" ed uno smagliante sorriso che tutte quante, anche se con meno calore, avevano ricambiato.
Nella prima mattinata, però, già sapevano che si chiamava Momo, che veniva da una grande città del Continente ed era ospite di una anziana parente, il cui nome era noto ad ognuna di loro. Il vincolo di parentela con una signora rispettabile e distinta le aveva tranquillizzate circa il giovanotto, e gli avevano prodigato i primi sorrisi.
In capo a una settimana, trascorrendo con Momo tutte le ore del mattino, conoscevano di lui gusti ed abitudini, come se lo avessero frequentato da tanto tempo.
il "Nettuno" era un vero ritrovo mondano
Amava Armstrong, Dorsey e Sinatra, leggeva Hemingway, Faulkner e Steinbek dall'originale, odiava le dittature e sognava utopistici ingranaggi politici in cui la giustizia fosse perfetta. Momo le stupiva e le interessava, anche se lo trovavano un po' stravagante per il tempo che dedicava a tutte loro, abituate con i propri mariti sempre fuori casa, contenti di starsene tra soli uomini al circolo o al caffè, e non sempre riuscivano a seguire i suoi discorsi, avendo già da un pezzo dimenticato le poche nozioni studiate nei collegi o dalle suore, durante l'adolescenza, prese com'erano dalla casa, dai figli e dalle occupazioni domestiche.
Ogni giorno Momo le attendeva all'imbocco della ripida scala per scortarle con una galanteria che le intimidiva, fino al bar del Lido, dove offriva bibite, gelati e caffè e sigarette egiziane, piatte e profumatissime, che alcune di loro gustavano per la prima volta, sentendosi moderne ed emancipate. Per lui avevano deposto, prima nelle borse, poi definitivamente nelle ceste da lavoro a casa, ferri e gomitoli, per dedicare più tempo ai bagni di mare e all'abbronzatura che prendevano sul tavolaccio sfoggiando civettuoli costumi di lastex che fasciavano in modo provocante le loro figurette sode e tornite, contente degli sguardi di approvazione del giovanotto. Ma pur essendo sia la mamma che le sue amiche invaghite di Momo, non lo avrebbero confessato nemmeno a loro stesse e, se talvolta qualche pensiero del genere balenava nelle loro teste, assumevano di proposito nei confronti del giovane un'aria materna, da donne sposate e mature, che a tutte consentiva senza rimorsi di coccolarlo come un bambino.
Per tacitare la loro coscienza alquanto turbata e poterlo frequentare a qualsiasi ora, avevano pensato di trovargli moglie, fra le ragazze di loro conoscenza, organizzando balli e ricevimenti in terrazza, senza suscitare assurdi sospetti nei loro mariti.
Alle candidate prescelte, per lo più giovinette timide e impacciate, Momo dedicava larghi sorrisi, ma scarsa attenzione, preferendo starsene vicino alle signore, che corteggiava con finezza e discrezione, non osando mai gesti azzardati, soltanto qualche parola appena sussurrata all'orecchio, una rosa rossa dal gambo sottile, una furtiva momentanea stretta di mano al chiaro di luna.
Con l'avanzare dell'estate le occasioni del gruppo di stare con lui erano state sempre più numerose e frequenti, una passeggiata alla Marina, una serata al Caffè, la proiezione di un film in un cinema all'aperto.
Di sera, con i completi di lino bianco e azzurro che facevano risaltare con prepotenza i suoi occhi verdi e l'abbronzatura color cuoio della pelle, Momo sembrava ancora più raffinato e seducente. Ed anche loro si sentivano più belle, mentre sedute in uno dei tanti caffè della Marina, sotto le pagode di paglia al riparo dell'umidità e della brezza frizzante, sorbivano il gelato, chiacchierando e ridendo con la spensieratezza di una ritrovata giovinezza che avevano creduto ormai perduta per sempre.
Nelle ore tarde assumevano un'aria più languida e sognante inebriate dalla musica delle orchestrine, dal profumo dei vicini giardini, e dalle mille "sponse" di gelsomini, che i venditori tenevano nelle capienti ceste una accanto all'altra, fitte e bianche, come bomboniere di nozze, e dall'atmosfera sensuale delle prime ore della notte. Alla fine dell'estate, quando pali e tavolacci erano stati smontati e nei palazzotti della Mastrarua si facevano i preparativi per la villeggiatura, Momo aveva lasciato l'isolotto per ritornare in Continente. Non vi erano state lacrime negli occhi delle signore il giorno della partenza, solo malinconia per l'estate trascorsa e rimpianto dei momenti che non avrebbero più vissuto. La presenza di quel giovanotto così diverso dai loro mariti, spesso distratti e indifferenti, le continue galanterie a ciascuna di loro, i baciamano garbati, gli sguardi a cui avevano attribuito nascosti significati, le attenzioni prestate alle loro cinguettanti e frivole conversazioni, avevano ridato vita a stagioni dimenticate e a sogni di giovinezza. Di Momo non avevano più parlato, gelose di un'immagine che avrebbero tenuto nei loro cuori assieme al ricordo di quella bellissima estate.


 
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