Scuola elementare Mazzini - ricordando

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Scuola elementare Mazzini

SCUOLE SIRACUSA > SCUOLA ELEMENTARE MAZZINI

Scuole Pubbliche 1 Istituto Comprensivo Ortigia Segreteria - Scuola Elementare - Fax
Via Mergulensi - 96100 Siracusa (SR)
tel: n.d. - fax: 0931 68143
Da bambino frequentai le elementari dal 1946 al 50 ed in verità non ho molti ricordi salvo il nome di alcuni maestri che ebbi (Piazzese Siracusa) altri della stessa scuola (Macca) o di alcuni scolari miei compagni di classe (tanti ne ho incontrati dopo e tanti ne frequento ancora)
ricordo il bidello tutto fare "DON MOMMO" abitante nei pressi in un vicolo medioevale non più esistente.
Era appena finita la guerra ed ancora gli invasori, per lo più inglesi, circolavano ancora per la città. (una delle loro era in Via Gargallo nell'edificio del Classico, adiacente alla mia casa di abitazione.
Non fui uno scolaro brillante (allora noi bambine eravamo diversi da oggi). Sconoscevamo la TV giunta tanti anni dopo ma anche la Radio non tutti l'avevamo

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VIA GARGALLU
San Gatanu nun cc'è chiù
pi viriri a fini ca facisti
Tristi e strazianti u to silenziu
se penzu a quanta gioia circulava
I chiova ro scapparu
a serra ro siggiaru
scrusciu iera ma rallegrava
La Runa vinnennu
Stefunu ‘nfunnannu
u ciauru ri pani n’arricriava u nasu
Currennu e vuciannu
scurrevunu i iunnati
rirennu pi nenti vulennu beni a tanti
Maricchia cusennu
Cuncittina rizzittannu
vivevumu filici ‘nta stu locu ri paci
Machini nu’ c’erunu
che ligna si cuceva
iù vissi ‘n allegria a prima vita mia
Ora ca sugnu ranni
rioddi e nustalgia mi pottuni ‘nti tia
pinsannu e suspirannu
ca nun po chiù siri iessiri com’eri


Tratto da: "in cima alla Spirduta" di Aldo Adorno

vedi anche:http://www.antoniorandazzo.it/quartieri/sperduta.html

(intorno agli anni '10) quando cominciò ad essere attuato il progetto di abbattere molte costruzioni, realizzando un largo spazio su cui edificare l'attuale edificio della scuola elementare (oggi 1° Istituto Comprensivo).
L'idea originaria viene attribuita all'ing. Luigi Mauceri (la prima elaborazione risale al 1891).
Il 29 gennaio del 1908 il Consiglio Comunale di Siracusa delibera l'approvazione del progetto, curato dall'Ufficio Tecnico del Comune, che prevede l'esproprio e la demolizione di molte unità immobiliari del rione "Spirduta", e la successiva costruzione dell'edificio scolastico.
L'opera fu completata nel 1928 ed inaugurata nell'anno successivo.
in scuro, il tracciato di quelle che avrebbero dovuto essere le "nuove arterie destinate a mettere in diretta comunicazione la vecchia città con la nuova" da Via Maestranza attraverso i rioni "Spirduta" e "Graziella" fino a Via Vittorio Veneto (allora Via Gelone) e poi verso il Tempio di Apollo (indicato nella planimetria come Tempio di Diana) e infine verso il ponte Umbertino e il Rettifilo.



l'edificio scolastico ai miei tempi chiamato SCUOLE NUOVE (LE SCUOLE VECCHIE ERANO QUELLE DI VIA LOGOTETA)


DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO cOMUNALE


Carla Cassia 1959-60 la pagella


Carla Cassia, quinta elementare anno scolastico 1959-60 insegnante Lucia Lucchesi


Tina Petrolito, anno 1958/59, classe terza presso la scuola elementare di via dei Mergulensi. Maestra signora Piccione in Rotondo
Lucia Seno, Boncordo, Firenze, Messina la 2 in alto a sinistra, la 3 lucia schiavo





I cattivi maestri di Andrea Schiavo

una delle classi anno scolastico 1963-1964




Nell’edificio massiccio e austero era sita la scuola elementare intitolata a G. Mazzini, nel cuore della vecchia città. Nell’ampio atrio il ritratto del patriota campeggiava alto e severo e tutto sembrava che parlasse di Risorgimento.
Al suono della sirena si componevano le file delle classi e guidati dal servizio di piccoli vigili, con in testa la maestra, centinaia di grembiulini bianchi e neri, infiocchettati di azzurro, intraprendevano le scale che portavano alle aule.
Nelle pareti dei corridoi erano affissi dei manifesti che mettevano in guardia dagli ordigni bellici facilmente reperibili, ancora a quel tempo, nelle campagne o in aree cittadine bombardate e non ancora ricostruite e bonificate.
La guerra era terminata da quasi tre lustri e nonostante sembrasse molto lontana, era ancora viva nei racconti degli anziani.
Il primo giorno di scuola, una giornata grigia e piovigginosa, la mamma condusse il suo piccolo scolaro in una vecchia merceria dove una decrepita vecchietta diete il tocco finale alla sua uniforme con un gran fiocco al colletto e una striscia bianca cucita in senso verticale sul fronte del grembiule, che stava ad indicare la classe prima. La cartella di cuoio, comprata ai grandi magazzini UPIM, era corredata di astuccio con la penna, le matite colorate, la  gomma e il temperino. Nella cartella trovavano posto pure il libro di lettura e i quaderni a righe e a quadretti.
Salite le rampe delle scale fino all’ultimo piano dell’edificio, il neo scolaretto venne consegnato alla maestra che lo accolse e sistemò in prima fila. Sulla cattedra della maestra c’era un vassoio di cartone per dolci, pieno di giocattolini di plastica, di quelli che si trovavano nelle bustine a sorpresa comprate, nelle botteghe sottostanti, a dieci lire l’una. Questa visione incuriosì il piccolo che si chiedeva come mai una maestra, che era una adulta, raccogliesse oggetti simili. Vinta la sua timidezza, chiese alla maestra perché teneva quei giochini. Alla risposta che servivano per i bambini, rimase perplesso perché in realtà non venivano mai spostati dalla cattedra o dall’armadietto dove venivano poi riposti alla fine della scuola. Lo fu ancora di più quando, giorni dopo, avrebbe voluto contribuire alla collezione donandone uno, ma fu rifiutato con molta grazia e gentilezza. Nonostante lei non fosse proprio il ritratto della dolcezza, riservava un trattamento affettuoso al timido scolaro.
Durante la lettura, l’alunno sentì per la prima volta la parola “placido” e incuriosito ne chiese il significato. Gli fu risposto che una persona placida era, come lui, sempre  calma e tranquilla. La maestra non esitò però a colpirlo con la bacchetta sulle nocche delle dita, sia pure non violentemente e per una volta soltanto in tutti i tre anni che seguirono, quando fu sorpreso fuori dal banco, durante un suo allontanamento dall’aula.
Aveva una particolare inclinazione per il disegno e suoi pulcini o le casette che disegnava, venivano premiati sempre con un bel dieci.
Trascorsi i primi tre anni il direttore didattico irruppe in classe, all’inizio della quarta, annunciando che da allora in poi non avrebbero avuto più la loro maestra, ma un maestro… un uomo… che da quel momento tutto sarebbe cambiato, che oramai erano grandi e le cose sarebbero andate diversamente. Il tono era decisamente minaccioso.
Un ottimo esordio all’insegna del nuovo istaurato terrore. Gli ultimi due anni di elementari furono infatti una esperienza decisamente molto traumatica.
All’interrogazione sulla poesia da imparare a memoria, lo scolaro indugiò, si fermo e non seppe più andare avanti. Il maestro, con un sorriso sarcastico lo apostrofò dicendogli: Non hai studiato! Il ragazzino protestò dicendo che aveva ripetuto tutta la poesia alla sua mamma il giorno prima, ma la risposta del maestro non tardò ad arrivare ancora più derisoria. Simulando un atteggiamento comprensivo e amorevole, ma visibilmente artefatto e canzonatorio disse: Fai finta che sono io la tua mammina! A queste parole l’intera classe esplose in una risata fragorosa contrappuntata dal sorriso beffardo e compiaciuto di chi l’aveva provocata. Rimase insensibile al pianto di mortificazione che aveva causato nel ragazzetto.
Naturalmente tutto questo incise notevolmente sull’auto stima e sulla futura resa scolastica dell’alunno.
Inutile dire che da quel momento in poi il ragazzino vedeva nel suo maestro un aguzzino spietato da cui proteggersi, specialmente da quando aveva preso a schiaffeggiarlo quando non portava i compiti. Gli schiaffi, nonostante temuti, sortivano l’effetto opposto. Durante le ore scolastiche la sua mente andava in preda alle fantasticherie. Non ascoltava una sola parola del maestro e immaginava di essere dentro una capsula spaziale dove non poteva essere raggiunto dai suoi ceffoni, che gli facevano fischiare le orecchie e che gli causarono dei disturbi dell’udito di cui  prese coscienza solo molto più tardi.
Informò del trattamento la madre la quale ne chiese conto al manesco insegnante, lo diffidò di perpetuare simili trattamenti. Lui si giustificò dicendo che il figliolo andava punito perché non studiava e che lui le aveva provate tutte senza alcun risultato.
La violenza psicologica rasentava il sadismo. Era solito avvicinarsi al banco, chiedeva il quaderno per controllare i compiti. Alla visione delle pagine bianche gli ordinava di togliersi gli occhiali e subito dopo arrivavano i consueti due ceffoni. Quella volta tuttavia dopo aver riscontrato i compiti non fatti, non seguirono le sberle, ma andò via, uscì dall’aula per parecchio tempo e quando il giovanetto pensava di essersi scampato la punizione, lui rientrò, si avvicinò e inaspettatamente gli chiese: Togliti gli occhiali. 

 
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