Ultimo patibolo Siracusa - ricordando

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Ultimo patibolo Siracusa

L'ULTIMO PATIBOLO A SIRACUSA di Carlo G. Arribas tratto da:"I SIRACUSANI" n. 20 anno IV Luglio Agosto 1999

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Il 5 giugno del 1865, poco prima del tramonto, mia carrozza trainata da due cavalli madidi di sudore imbocca l'ultimo ponte di accesso a Siracusa. Come tutte le sere c'è grande confusione di gente a piedi e carrette trainate da muli che rientrano in città. I due uomini seduti a cassetta, nonostante il caldo, sono avvolti in pastrani impolverati, segno che il viaggio è stato lungo. Alle loro spalle il passeggero ha il capo proteso fuori dal finestrino e osserva annoiato quella folla di villani vocianti che arranca verso casa. Nemmeno la maestosa Porta di Ligne che gli si para davanti smuove la sua apatia verso tutto ciò che lo circonda. L'unica cosa che gli preme è trovare subito un alloggio per sé e per i suoi aiutanti, dove mangiare e trascorrere la notte.
Il Brigadiere delle guardie, in servizio alla Porta Reale, non ha mai distolto lo sguardo da quella carrozza dal momento che è apparsa oltre il ponte. Il dispaccio telegrafico recapitato in caserma il mattino del giorno prima preannunciava l'ora di arrivo in città di questo lugubre personaggio, con l'ordine perentorio di lasciarlo passare senza porgli domande.

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Il boia venuto da Messina aspetterà pazientemente tre giorni prima di salire sul patibolo costruito dai suoi uomini, in uno slargo di Piano Montedoro. Il condannato a morte cui con un solo colpo di mannaia mozzerà la testa è Giovanni Schembari.
Il Tribunale di Siracusa lo ha ritenuto colpevole di omicidio premeditato della propria moglie. E l'ultima esecuzione di morte a Siracusa.
L’8 giugno, lo stesso giorno della esecuzione, l'avvocato Francesco Accolla in una lunga e sofferta lettera indirizzata all'avvocato Pasquale Stanislao Mancini, deputato al Parlamento, racconta i tragici eventi in cui ha trovato la morte il suo assistito. «Voi che siete stato strenuo difensore dei diritti dell'umanità, raccogliete la storia di un'altra scena dolente, la esecuzione di una pena di morte in pieno 1865, e registrarla nei vostri annali onde trarne giovamento nello svolgimento delle future evoluzioni della grande questione...».
L'avv. Accolla è stato il convinto difensore della innocenza del falegname di Ragusa, Giovanni Schembari, ritenuto, invece, colpevole di omicidio premeditato nei confronti della moglie dalla Corte di Assise di Siracusa nell'udienza del 15 luglio 1864, e per questo condannato alla pena capitale. «Dopo dodici mesi da che fu pronunziata la decisione della Corte, era comune credenza, ancor di più dopo il voto dell'abolizione della pena di morte, che la pena irrorata in persona dello Schembari, fosse stata commutata in altra pena temporanea».
Invece, pochi giorni prima la data fissata per l'esecuzione, si diffondeva la notizia, poi risultata fondata, che l'imputato sarebbe stato ugualmente giustiziato. Influisce in questa decisione il fatto che la legge che aboliva la pena di morte, votata dalla Camera dei Comuni, è stata, invece, respinta in Senato. E determinante altresì il fatto che in quest'ultimo anno si sono aggravate in Sicilia le condi¬zioni di pubblica sicurezza a causa dell'imperversare del brigantaggio che turba la pubblica opinione per il ripetersi continuo di gravi reati contro le persone e contro la proprietà.
«Giovanni Schembari doveva offrire l'esempio memorando del terrore e dello spavento ai pochi tristi che irrompono e desolano le nostre campagne».
«La Giustizia potrà rimanere soddisfatta? No. La giustizia del patibolo non è la giustizia del diritto e della civiltà; la giustizia del patibolo è irreparabile; può colpire confusamente il colpevole e l'innocente e lasciare, senza alcun riparo, il rimorso della iniquità». «La ragion politica vi troverà il suo tornaconto? Dio benedetto! Una ragion politica che vuole trovare il sostegno della sua sicurtà sul patibolo, è troppo infelice, miserrima, desolante». «E se Giovanni Schembari fosse innocente!... Profonda ed irreparabile iniquità, eterno rimorso!...».

CHI ERA FRANCESCO ACCOLLA di Vincenzo La Rocca




Nacque a Floridia in via Corso al numero civi¬co 80, da Francesco Accolla ed Elisabetta Reale il 27 dicembre 1822. Ebbe cinque fratelli e quattro sorelle.
Intraprese i primi studi a Siracusa, recandosi in seguito a Napoli per studiare legge presso quella Università dove ben presto si laureò, facendo spicco per la sua vivace intelligenza e versatilità per le discipline giuridico-finanziarie. Ancora studente emerse per la sua preparazione in economia politica rivelando precocemente quello che con gli anni sarebbe diventato.
Ritornato a Siracusa stupì per la facilità di parola di cui era dotato e per la sua vasta erudizione scientifica e giuridica. La sua parola era viva, appassionata, avvincente. Ammaliava quanti accorrevano nelle fitte aule della giustizia, mai abbastanza capaci di contenere la folla attenta ed entusiasta. Egli fu ben presto salutato e acclamato quale avvocato principale del Foro Siracusano. La sua opera di giurista non fu di un comune annotatore che segue indifferente una serie di dogmi giuridici, ma quella di un uomo attento che mette a servizio della sua intelligenza giuridica la conoscenza delle leggi e capisce quando queste stesse leggi sono incomplete, avanzando proposte concrete per poterle migliorare. Nel 1861 pubblicò una lettera diretta ad Urbano Rattazzi, che così concludeva: «Laonde, a me sembra, che il novello Parlamento italiano organo splendidissimo e fedele del volere nazionale, e depositario geloso e supremo dei suoi diritti, farà opera degna di sua nobilissima missione, proponendo e sanzionando: 1 - Che la sovranità risiede nella universalità dei cittadini italiani; che essa è inalienabile ed imprescrittibile, e alcun individuo od alcuna frazione del popolo non può attribuirsene l'esercizio. 2 - Che Vittorio Emanuele, Primo Re d'Italia e degli italiani, decreti in nome e per volontà del popolo italiano. 3 - Che tutti i cittadini italiani, pergiunti all'età di anni ventuno compiuti (si votava allora a venticinque anni), che godono i diritti civili e politici e che non siano esclusi o incapaci per legge, siano, senza alcuna condizione di censo, di domicilio speciale o di elementare istruzione, elettori ed eligibili di diritto».
Meritevolmente occupò varie cariche pubbliche. Nell'agosto del 1865 fu candidato alle elezioni comunali di Siracusa. Nel 1867 fu scelto Deputato al Parlamento Nazionale dal collegio di Augusta, che rappresentò degnamente sino al 1874 facendosi valere come abile oratore e spiccando in seno agli eletti della Nazione.
Famosi sono rimasti i suoi interventi alla Camera sulla Rendita Fondiaria, su particolari argomenti finanziari e sulla proprietà ecclesiastica.
L'onorevole Ricciardi lo ritenne "prezioso in un Parlamento che voglia fare leggi savie davvero". Era apparso un astro parlamentare che rimase, purtroppo, un uomo solitario, sicuro dei suoi mezzi e delle proprie capacità, ma isolato in quell'ambiente che lo contrastava. Non era possibile che diventasse un astro parlamentare un uomo che era poi incapace di organizzare elezioni, cercare voti che erano poi quelli che potevano dargli il successo parlamentare. Erano estranee al suo temperamento le possibilità delle alchimie e dei compromessi politici. Anzi si rivoltò contro le corruzioni che devastavano la coscienza civile dell'epoca.
La sua statura di magistrato, le sue capacità che potevano concretamente affermarsi per dare al lavoro del Parlamento un contributo personale assai valido, non furono pari alla fortuna politica. Il suo temperamento lo portò fuori dai gruppi che si formavano si alternavano nell'ombra e nella luce del potere, ed essendo al potere, gli sembrò essere in contraddizione con se stesso. L'onestà e la costanza del suo carattere gli impedirono di transigere con la coscienza. Questa necessità interiore di un'intransigenza morale incontenibile non gli giovò nella vita parlamentare che registrò successi ma non un'ascesa.
Per un uomo scevro dai compromessi e dagli intrighi era impossibile continuare l'attività politica. Se ne sarebbe accorto nelle nuove elezioni del 1874 dove cadde di fronte al più agguerrito, esperto e spregiudicato Salvatore Amodei. L'insuccesso nella vita politica lo amareggiò ma non riuscì ad infiacchirlo. Si ritirò assieme al fratello Girolamo, anch'egli apprezzato avvocato, più vecchio di lui di quattro anni, e dal quale era stato coadiuvato nella sua carriera forense e politica, nella sua proprietà di Serravalle presso Cifalino, poco distante da Floridia.
Qui egli si stabilì continuando i suoi studi preferi¬ti. Mise la sua dottrina al servizio di quei cittadini che la richiedevano, intervenendo volentieri con conferenze e lezioni.


Cessò di vivere il 10 dicembre 1882. E sepolto nel viale centrale del cimitero di Siracusa dove la moglie gli eresse un piccolo monumento. Siracusa e Floridia gli hanno dedicato una via. Tra le sue pubblicazioni: Il Suffragio Universale - Lettere (Siracusa 1861). Discussione e modificazione alla legge di Registro e Bollo (Firenze 1868). Francesco Accolla, ricordandolo con queste note, si onora come il segno di un'alta coscienza civile.




 
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