Guglia di Marcello - Sicilia

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Guglia di Marcello

SIRACUSA > PRIOLO GARGALLO

Tratto da “I SIRACUSANI” ANNO I N.3 SETTEMBRE OTTOBRE 1996
Al centro del feudo di Biggemi, una piramide
documentazione pdf



La guglia di Marcello a cura di Giuseppe Aloisio
Giace lì, quasi nascosta dalla vegetazione, a qualche centinaio di metri dalla Statale 114, fra la Centrale dell'Enel (a levante) e la ferrovia Siracusa-Priolo (a ponente). Solo i cultori di storia antica e gli studiosi di archeologia siracusana la conoscono bene, ma è pressoché sconosciuta ai turisti e ai residenti. Annoverandoci fra questi ultimi, abbiamo chiesto a Sebastiano Lanteri, studioso priolese, di illustrarci dettagliatamente la "Piramide di Marcello", uno dei tanti gioielli dimenticati del nostro vastissimo patrimonio storico-archeologico, non sfruttato turisticamente né valorizzato in alcun modo: neanche un cartello indicatore.
Sig. Lanteri, quali sono le vie più accessibili per arrivare alla Piramide di Marcello?
Sono due. Una si trova poco prima del Ciapi, venendo da Siracusa. L'altra imboccando una trazzera poco prima della portineria dell'IMS, che si trova su una diramazione della strada che dalla portineria sud dello Stabilimento Enichem porta alla penisola di Magnisi. Questa trazzera costeggia in tutta la sua lun-ghezza il recinto del lato est dell'IMS; poi, svol¬tando a destra e camminando parallelamente ai binari e guardando verso sud-est in direzione della ciminiera dell'Enel, si incomincia a vedere la piramide.
Come si presenta oggi questo monumento?
La Piramide di Marcello é un antico rudere costruito in blocchi di pietra calcarea sovrapposti che poggiano su un basamento di roccia. Attualmente la mole é posta all'angolo di un muro a secco che delimita due appezzamenti di terreno. Il monumento ha base quadrata e, allo stato attuale, assume la forma di un tronco di piramide a causa dei crolli che la parte superiore ha subito nel tempo. Le forze nefaste della natura e le manomissioni ad opera dell'uomo, ci hanno privato di ammirare nella loro pienezza artistica molte delle opere sicule del passato. Purtroppo, anche la Piramide fu defraudata dell'originale bellezza ad opera dei molti terremoti a cui tutta la Sicilia orientale venne sottoposta.
Quale storico del passato ha scritto della Piramide?
Il Fazzello, storico del Cinquecento, a tale riguardo dice: «Dopo Tapsos presso alla via che va a Siracusa si trova una Piramide fatta di pietre riquadrate e grandi, la quale é molto alta, ed antichissima, ed al mio tempo s'è veduta integra, ma cadde le sua cima per un terremoto, che fu l'anno 1542». Invece l'abate Amico alla voce - Aguglia - sottolinea: «È una mole quadrata, la cui parte superiore scossa da tremuoto ruinò nel 1613». Come si può notare, pur discostandosi sulla datazione dell'avvenuto crollo, sia il Fazzello che l'Amico sono concordi in linea di massima che prima del 1500 si poteva ancora ammirare la integrità della Piramide. Nel passato fu denominata "Aguglia d'Agosta", cioè "Guglia d'Augusta", perché il punto dov'era collocata apparteneva al vasto territorio di Augusta e, a quanto pare, ne segnava l'estremo confine meridionale; anche il sito un tempo si soleva indicare "Piano dell'Aguglia" per via della conformazione pianeggiante del circostante terreno. Ancora l'Amico scrive: «Piramide da cui prende il nome il grandissimo e fertile territorio di Bigeni appo il fiume Cantara o Alabo, detto altrimenti Piano dell'Aguglia,...».
Facciamo una doverosa disgressione parlando del Feudo di Biggemi che, come siracusani, ci tocca da vicino.

La Piramide allo stato attuale — (foto Lanteri)



Bigeni, Biggeni o Biggemi fu uno degli ex trentasei feudi che componevano la Contea di Augusta. Ma le moderne carte topografiche dell'Istituto Geografico Militare Italiano evidenziano che il territorio confinante a nord con l'ex feudo Mostringiano, a sud con l'ex feudo Targia, ad ovest con il crinale dei monti Climiti e ad est con il mare Jonio. é contrassegnato come un ex feudo di Giggemi. Al riguardo, uno dei documenti più antichi é un "privilegio" datato 1211, del quale prese visione il Pirri nella sua "Notitiae siciliensium ecclesiarum". In esso si specificava che il governatore temporaneo di Siracusa, il conte Alamanno da Costa, fece donazione del Casale Bigene all'Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Gerusalemme. Nel 1300 circa, il feudo Biggemi appartenne a Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Augusta. Dichiarato traditore, gli furono confiscati i beni dal Re; così il feudo fu concesso ad Agata de Herbes, vedova di Gualtiero de Ales e sorella di Tommaso de Herbes, vescovo di Siracusa. Secondo il Barberi, sembra che il podere nel 1400 sia ritornato ai Moncada "brevi manu". Poi, intorno al 1627, la famiglia Romeo s'investì della Baronia di Bigeni. Successivamente, nel 1762, Giuseppe Gaetano Impellizzeri e Danieli furono gli ultimi investiti della possessione. Dal 1900 in poi non risultano ulteriori riconoscimenti.
Ma perché alcuni scrittori del passato parlano sia della Piramide che del feudo, come un tutt'uno, anche se possiedono percorsi storici diversi?
Mi limito ad esporre alcune supposizioni, suffragate però da riferimenti storiografici. La prima é che il termine derivi da Castel Bidi, come ci tramanda il Fazzello riferendosi a Tucidite: «Scrisse Tucidide che poco lontano da Siracusa fu il Castel Bidi e Cicerone nel IV delle Verrine dice: "Bidi é un castelletto piccolo, poco lontano da Siracusa, e nel medesimo luogo dice che i Bideni abitano poco lunge da Siracusa"».
Poi, continuando, il Fazzello aggiunge: «Ma dove egli propriamente fusse posto io non lo so, se già ei non fusse quel Castel rovinato, ch'è discosto quindeci miglia da Siracusa verso ponente, dove si vede una chiesa dedicata a S. Giovanni d'Abidini». La seconda é un'ipotesi trattata da Antonio Vittorio che, pur essendo singolare, ci sembra interessante; cioè ritiene che il termine "Biggemi" derivi dalla parola araba "Burg" che significa "torre". Furono gli arabi, secondo il Vittorio, a dare il nome alla contrada proprio per la presenza in luogo di quella strana costruzione che dovette sembrar loro appunto una torre.
La tradizione locale, che personalmente ho avuto modo di ascoltare, racconta: era una torre di avvistamento eretta dai romani durante l'assedio di Siracusa, ma infondo potrebbe anche trattarsi di "una idea" acquisita nel tempo dalla gente del luogo nell'avere forse interpretato erroneamente la sua funzione di torre per segnalare il pericolo di incursioni di pirati che nel XV secolo scorrazzavano anche sulle coste del siracusano, causando gravi danni alle popolazioni delle città vicine al mare.
La terza é quella che si legge nel libro XXVI, cap. 17 di Tito Livio: in esso si fa riferimento di un agro Belligeni posto nella campagna siracusana.
Ad un certo Mericus Hispanus, colui che col suo tradimento fece in modo di introdurre le forze militari di Marcello in Ortigia, furono donati di codesto terreno cinquanta lugeri. La parola"igero" proviene dal latino "iugerum", derivato da "iugum", giogo; un iugero, infatti, era una antica misura romana di superficie, pari a mq. 2.500, che rappresentava la quantità di terreno che si poteva arare in un giorno con due buoi aggiogati. Della piramide rimane incerta la questione sulla sua effettiva utilizzazione; infatti, essa ha diviso sia gli eruditi del passato che gli studiosi attuali, creando quasi due scuole di pensiero. Mentre alcuni sostengono che il monumento sia stato edificato dopo la sconfitta degli ateniesi ad opera dei siracusani, altri propugnano l'idea che fu proprio il console romano Marcello a farla fabbricare dopo aver espugnato Siracusa nel 212 a.C.".
E su quest'ultima tesi com'è orientata la storiografìa?
A favore di quest'ultima tesi abbiamo quattro giudizi. Vincenzo Mirabella, cavaliere siracusano, nell'opera "Delle antiche Siracuse" così si esprime: 'Piramide antichissima, la quale corre tradizione essere stata fatta da Marcello in tempo ch'espugnò Siracusa...". Il bolognese Leandro Alberti scrive: «Et è volgata fama che ella vi fosse posta da Marcello in memoria d'haver quivi rotto le forze de' siracusani... Eccetto se non fusse quella di cui parla... Thucidide...».
Lo scrittore francese Auguste De Sayve nel suo "Voyage in Sicile fait en 1820 et 1821" dice che venne costruita da Marcello dopo la conquista di Siracusa, ma che da qualcuno é anche considerata monumento funerario. Infine, nella Guida del Touring Club Italiano si legge: "Si vede l'Aguglia di Marcello, ritenuta avanzo del trofeo che Marcello avrebbe eretto dopo il saccheggio di Siracusa...".
Di parere diverso a queste tesi sono due insigni studiosi e archeologi contemporanei Giuseppe Voza e George Vallet i quali, soprannominandola "Guglia di Marcello", ritengono che sia un'opera greca. I due, in una pubblica-zione del 1984 "Dal neolitico all'era industriale" scrivono testualmente: "Grande monumento di probabile carattere funerario di età tardo-ellenistica".
E più avanti continuano: "...la famosa Guglia di Marcello, ritenuta avanzo del trofeo eretto da Marcello dopo il saccheggio di Siracusa, ma che é probabilmente un monumento funerario."
Un valido apporto alla tesi dei nostri illustri ricercatori, ci viene dal fatto che era abitudine degli antichi greci eregere nelle vicinanze del campo di battaglia dei trofei, dopo aver riportato vittoria; ecco, quindi, la conferma di Tucidide nel suo VII libro, 45: "Il giorno dopo i siracusani elevarono due trofei, uno sulle Epipoli là dove ci era l'accesso e l'altro nella località in cui dapprima i Beoti avevano resi-stito...".
Ma allora su questa pianura fra Siracusa e Priolo nell'antichità vi furono delle battaglie? Sembra che la vasta pianura di Biggemi sia stata teatro di diverse battaglie. Tucidide nel suo VII libro ce ne racconta una terrificante, combattuta alla luce della luna tra siracusani e ateniesi, in cui la difficoltà di riconoscere amici e nemici produsse inutili morti. Lo scontro fra le due fanterie, secondo le fonti storiche, fu di una violenza inaudita; così Serafino Privitera in una pagina della sua storia di Siracusa ci racconta: "...E condotto l'esercito in terreno più spazioso ed aperto, spinge innanzi la cavalleria e gli arcieri che con tutto l'impeto si scagliano contro i nemici; egli con la fanteria incalza e carica. Al primo incontro la sinistra degli ateniesi é superata e rotta, ed il resto dell'esercito si arretra, volta le spalle, prende la fuga ed i siracusani inseguendoli fin negli alloggiamenti ne fanno grandissima strage". Fino ad ora abbiamo sentito i pareri altrui, ma la sua tesi qual'è, sig. Lanteri? Tutto quanto ho esposto é il risultato di ricerche su alcune testimonianze che si sono sovrapposte attraverso i secoli; avvalendomi di ciò, vorrei esprimere una mia conclusione che, in ogni caso, necessiterebbe di ulteriori studi approfonditi e specifici, condivido, comunque, la tesi che considera la Piramide un monumento di origine tardo-ellenica a carattere simbolico o memorabile. Infatti, l'uso di innalzare un monumento di questo tipo era frequente nell'antichità classica. I greci, come abbiamo già detto, usavano edificare trofei in prossimità dei luoghi dove avvenivano scontri armati o in luoghi dove era necessario ricordare alle generazioni future avvenimenti di particolare importanza per le loro credenze. Inoltre, era loro costume collocare nei pressi di crocicchi extra-urbani delle "Erme", cioè dei pilastri sormontati da teste di divinità. L'"erma" in questione è connessa a "Ermeta", protettore tra l'altro delle strade e alle volte si rappresentava con un mucchio di sassi; essa acquistava anche valore polivalente se collocata nei pressi delle porte, sui luoghi di confine, sulle tombe, nelle palestre e in aree consacrate al culto degli eroi morti. Ritornando a quella parte di brano iniziale già citato, il Fazzello evidenzia: 'Dopo Tapsos, presso alla via che va a Siracusa si ...trova una Piramide ...". La via in causa doveva essere l'antica "Pompeia", la litoranea che collegava Messina a Siracusa in età romana.
Ma allora il sistema viario greco era uguale a quello romano?
Si, il sistema viario romano, per evidenti motivi geografici, non si discosta di molto da quello di età greca, persistendo nel tempo. Oggi come allora si è continuato ad allogare costruzioni simili a quelle sopracitare, chiamate "edicole votive", nei borghi rurali, nelle campagne, negli incroci importanti, vicino alle spiagge e in zone particolarmente poco accessibili, come le vette dei monti.
Quindi, piramidi, erme ed edicole votive hanno qualcosa che le unisce?
Secondo me sì. Un filo millenario le accomuna: credenze religiose, tradizioni, costumi sociali, culture popolari s'intrecciano seguendo la via quotidiana delle comunità umane. Ad esempio, le edicole votive inserite come precisi punti di riferimento nella toponomastica locale, danno spesso il nome alle contrade in cui sono poste.
La forma, normalmente, è quella di un parallelepipedo di squadrate pietre calcaree con il tetto o piatto o a cuspide, con una croce alla sua sommità e comprendente una nicchia centrale dove vengono inserite figure iconoclastiche. I luoghi dove esse sorgono testimoniano, attraverso la tradizione popolare, avvenimenti sia misteriosi, per coloro che con la sola ragione non riuscivano a spiegarsi i fenomeni naturali, sia vicende realmente accadute, come fatti delittuosi, incidenti mortali o avvenimenti storici.
Esse sono antiche come l'uomo e affondano le loro radici nel passato, diventando un'eredità tramandataci dalle generazioni che ci hanno preceduto. Segni ancora funzionanti nella simbologia e nella sacralità delle classi subalterne.
Cosa possiamo dire al termine di questo affascinante percorso di oltre duemila anni, che tutt'ora resta misterioso?
Indietreggiando nel tempo e consultando le opere di tanti studiosi ho cercato di appagare la sete di sapere che c'è in ognuno di noi, specie per le "cose siracusane" che ci stanno molto a cuore. Ho cercato di raccontare la storia di un mucchio di pietre abbrutolite dalle intemperie che corrono il rischio di cadere nell'oblio, ma che vivono nel ricordo di quanti si sono interessati nel testimoniare le antiche gesta di cui sono state spettatrici. E non posso sorvolare sul fatto che oggi la Guglia di Marcello si trovi nel più completo stato di abbandono, alla mercede di chiunque ancora crede che possa essere il sarcofago di qualche misterioso tesoro nascosto.
Anche se la Piramide di Marcello non ha più la guglia, potrebbe essere restaurata con costi molto bassi (magari dalle industrie viciniori).
Non ci vuole molto per valorizzarla e renderla fruibile a tutti: basterebbe un cartello stradale di segnalazione, un piccolo sentiero e una illuminazione di bell'effetto.
Intanto, nel silenzio di quel prato verde che fa da cornice alla Piramide, solo le irte braccia di un gentile rovo cercano invano di proteggerla.


Pianta, con disegno congetturale della Piramide, eseguita nel 1613 da Vincenzo Mirabella





foto Roberto Capozio


Le rovine della "Guglia di Marcello" sono ubicate presso la Contrada Biggemi (nei pressi della SS 114 Priolo - Siracusa). Esse facevano parte di una misteriosa costruzione di cui la vera funzione e soprattutto l'età in cui venne costruita sono un vero mistero: secondo alcuni studi la "Guglia" sarebbe un "trofeo" (monumento commemorativo) di origine greca con cui si attesta un punto in cui i siracusani sconfissero l'esercito ateniese durante la guerra tra Sparta (alleata di Siracusa) e Atene; secondo altri sarebbe un obelisco costruito dal console Marcello con cui si commemorava la conquista della gloriosa e potente Siracusa da parte dei romani (difatti per questo viene chiamata "Guglia di Marcello"); secondo altri sarebbe stata una delle tante torri di segnalazione su cui venivano accesi giganteschi fuochi per avvisare le popolazioni dell'entroterra in caso di incursioni nemiche (esempio simile è la "Torre Fano" ubicata nei pressi di Pachino). Architettonicamente la "Guglia di Marcello" era di forma piramidale (per questo le prime due ipotesi che sia stato un monumento commemorativo sono più plausibili, soprattutto quella legata al console Marcello) la cui cima crollò in seguito al terremoto del 1693. Malgrado tutto rimasero in piedi le fondamenta, che vennero spogliate man mano (difatti molti blocchi che componevano la guglia furono usati per costruire masserie o abitazioni) facendo restare ben poco di questo monumento di origine ed uso misterioso.
Tratto da: http://itinerariprovsr.altervista.org/print.php?mod=21_Priolo_Gargallo/06_Luoghi_da_visitare/14_Territorio_ibleo_priolese/09_Guglia_di_Marcello&


JEAN HOUEL voyage
 






foto JEAN HOUEL voyage Lamberto Rubino Roberto Capozio
 
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