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SIRACUSA > PACHINO

TRATTO DA “I SIRACUSANI” ANNO VII N.35 GENNAIO FEBBRAIO 2002
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II popolamento di Pachino di Marco Monterosso
Nella prima metà del Cinquecento, il feudo netino di Scibini pervenne a Giovanni Francesco Starrabba quale dotale di nozze per il suo matrimonio con Ippolita Sortino, successivamente, il primogenito Raffaele se ne investì il 24 Gennaio 1575.
Raffaele Starrabba per essersi ribellato alla corona fu però bandito dal regno e le sue proprietà vendute all'asta pubblica. Il torto dello Starrabba non doveva tuttavia essere così grave se fu consentito che si aggiudicasse l'asta il fratello minore di don Raffaele, di nome Pietro. Da Pietro Starrabba il feudo passò nel 1605 al figlio Francesco e, nel 1633, al nipote Giuseppe. La linea di successione primigeniale maschile continuò con Pietro Starrabba investitosi nel 1649 e con il figlio Vincenzo che si fregiava anche del titolo di principe di Giardinelli. A don Vincenzo successe, il 14 Settembre 1730, Pietro e a questi il figlio Gaetano il quale, investitosi di Scibini nel 1755, chiese la licenza sovrana per popolare il suo feudo.
Il 2 Agosto 1758, con un "dispaccio d'azienda" firmato dal vicere Fogliani, la corona acconsentì alla richiesta del barone di Scibini ponendo come di consueto particolari condizioni per la nuova fondazione. I limiti imposti allo Starrabba, che chiamò la nuova ter¬ra Pachino, erano diversi, tuttavia il più impegnativo era quello che imponeva di popolare il feudo esclusivamente con "Una colonia di albanesi, di greci e dell'Illirico, tutti di religione cattolica'".
La condizione posta dovette apparire insormontabile se don Gaetano, servendosi sicuramente dei suoi buoni uffici, riuscì ad ottenere una nuova concessione, datata 21 Luglio 1760, che ampliava i termini della precedente. Il "regio diploma" oltre ad aumentare a venticinque anni la franchezza accordata sui "diritti donativi" e sulle nuove gabelle da imporre, disponeva che il principe potesse "chiamare da qualunque parte i greci cattolici necessari a popolare di detti greci la terra stabilita".
Il feudatario di Pachino ottenne dal sovrano il mero e misto impero, la facoltà cioè di praticare, sia nella nuova città sia nell'intero feudo, la giurisdizione civile e criminale, con facoltà di istituire tribunali e imprigionare i rei. Nonostante le notevoli facilitazioni contenute nella seconda concessione sovrana, la colonizzazione del feudo Scibini non fu sicuramente né rapida né priva di difficoltà. E possibile tracciare una sorta di cronologia del processo fondativo basandosi su alcuni atti stipulati a ridosso della colonizzazione dal principe di Giardinelli. Don Gaetano ancora nel 1768, ad otto anni dunque dal regio diploma, era costretto ad inviare un suo uomo di fiducia a Malta per "patteggiare con i maltesi perché volessero andare ad abitare nella nuova città di Pachino". L'insediamento stabile di un notaio a Pachino è datato 1774, l'alienazione delle prime case coloniche è del 1777, dell'anno successivo sono invece le prime concessioni enfiteutiche di terre del feudo Scibini.
Se si deve riconoscere che don Gaetano Starrabba profuse un grande impegno personale per ottenere l'indispensabile licentia populandi, non si può tacere sul fatto che i successivi passi per realizzare concretamente l'edificazione della nuova terra si devono al fratello Vincenzo. Don Gaetano, infatti, frequentò Pachino solo temporaneamente nei primi anni della fondazione, preferendo abitare stabilmente nella natia Piazza (Piazza Armerina) o a Palermo dove disponeva di una grande casa. Don Vincenzo Starrabba, che aveva seguito il fratello a Pachino, si trasferì definitivamente nella nuova terra a partire dal 1777, curando con i poteri dell'olter ego i molteplici interessi del principe Gaetano. Vincenzo Starrabba profuse grandissimo impegno per il benessere della nuova terra: rese coltivabili molte terre, costruì numerosi pozzi, cisterne e saje, edificò case e magazzini e costruì la grande chiesa Madre di Pachino.


Nel 1782, già riconosciute le straordinarie fatiche del fratello, il principe di Giardinelli gli accordò una cospicua rendita annua e la terza parte dei guadagni provenienti dalle terre e dai commerci gestiti in procura. I proventi dei signori di Pachino erano rilevantissimi e molto variegati. Le maggiori fonti di reddito derivavano comunque dall'allevamento del bestiame, dall'affitto delle immense terre, della salina e del mulino, dalla riscossione delle gabelle cittadine e dalla commercializzazione della cenere di soda e del frumento.

Pachino, chiesa Madre Sepoltura di Gaetano Starrabba

Gaetano Starrabba morì a Palermo nel 1796 ma, per sua precisa volontà testamentaria, fu sepolto nella nuova chiesa di Pachino completata solo l'anno precedente, sebbene aperta al culto già dal 1782. La salma imbalsamata del fondatore di Pachino vi giunse via mare tre giorni dopo e fu "esposta con solenni funerali" a cui parteciparono tutti gli abitanti della nuova terra. Don Gaetano, che non mancò di riconoscere tangibilmente il profondo affetto che lo legava al fratello minore, designò erede universale dei suoi innumerevoli beni il figlio Pietro legandolo con un fidecommesso a trasmettere a sua volta le sue proprietà esclusivamente al primo figlio maschio generato.
Vincenzo Starrabba, probabilmente per essere entrato in possesso di una proprietà chiamata Runudì, sita nei pressi della zona ora nota come Testa dell'Acqua, in territorio di Noto, volle fregiarsi del titolo di marchese di Rudunì (negli atti variamente: Runudì, Runovì, Runidì) e come tale, dal 1791, iniziò ad essere indicato negli atti da lui stipulati.
Don Vincenzo, nonostante la morte del fratello e l'investitura del nipote, continuò ad occuparsi con zelo della terra di Pachino dove morì nel 1803. Il primo marchese di Rudunì fu anch'egli tumulato nella chiesa madre di Pachino, essendo morto celibe e senza prole, destinò tutto il suo patrimonio al nipote Pietro.

Pachino, chiesa Madre. Sepoltura di Vincenzo Starrabba

Alla morte di don Vincenzo iniziò ad occuparsi attivamente di Pachino il nipote Pietro Starrabba, che si servì per la diretta conduzione delle sue terre di procuratori di sua fiducia. Primo procuratore del feudatario di Pachino, che soggiornava la maggior parte dell'anno a Palermo e Napoli, fu mastro Vincenzo Garrano il quale aveva ampi poteri per riscuotere "tutte quelle somme a detto Illustre Costituente spettanti e pertinenti... tanto di questa Terra (Pachino) come di qualsiasi parte di questo Regno." Pietro Starrabba, come titolare di una terra abitata, fu riconosciuto pari del regno e sedette nel 17°seggio del braccio baronale del Parlamento siciliano del 1812.
Con don Pietro, che assommava oltre ad innumerevoli titoli anche immense proprietà, derivategli dalle eredità del padre e dello zio, ma anche dalla ricca dote della moglie Caterina Gallego dei principi di Militello, iniziò per gli Starrabba un periodo di sfarzoso splendore aristocratico. La famiglia del principe di Giardinelli, attorniata da una variegata quanto vasta schiera di servitori, quale segno dell'accresciuto prestigio sociale acquisito, trasferì la sua dimora palermitana in un bel palazzo posto ai "Quattro canti".
Pietro Starrabba morì a Napoli nel 1830, gli successe nei titoli di famiglia, il figlio primogenito di nome Gaetano che, a seguito dell'abolizione della legge sul maggiorascato, non potè tuttavia ereditare per intero le proprietà paterne. Già dal 1821, Pietro Starrabba aveva ritenuto di dover affidare la gestione dei suoi ex feudi Scibbini e Bimmisca al figlio secondogenito Francesco Paolo, ritenuto più determinato nella gestione degli affari di famiglia. Francesco Paolo Starrabba, che si fregiava del titolo di marchese di Rudinì, fu inviso alla popolazione di Pachino perché si oppose tenacemente e con ogni mezzo allo scioglimento dei diritti promiscui ed alla cessione delle funzioni del vecchio ordinamento feudale, soppresso dalla Costituzione del 1812.
In combutta con il barone Pietro Mastrogiovanni Tasca, proprietario del limitrofo feudo di Maucini, il marchese di Rudinì riuscì, nonostante le numerose suppliche degli abitanti di Portopalo e Pachino, ad "insabbiare" la controversia che ancora agli albori dell'unità d'Italia tornò ad essere riproposta.
Gaetano Starrabba e il fratello Francesco Paolo, che ricoprirono importanti cariche pubbliche, sposarono nel 1832 due sorelle, Enrichetta e Livia Statella, figlie di Antonio Statella marchese di Spaccaforno erede nel 1778 delle immense proprietà dei Gaetani.
Don Francesco, nonostante secondogenito, non si adattò a vivere da semplice cadetto, diede vita invece al ramo dei Rudinì il cui nome sarebbe passato alla storia per essere stato usato dal figlio Antonio più volte ministro e Presidente del Consiglio del Regno d'Italia. Alla morte del primogenito Gaetano nel 1854 la proprietà ereditata era ancora indivisa, fu proprio l'ancor giovane "marchesino Antonio di Rudini", quale procuratore del padre, che nel 1863 riuscì ad acquistare la quota spettante al cugino Francesco Saverio, portando definitivamente ai di Rudinì gli interi ex feudi di Scibini e Bimmisca.
Francesco Paolo Starrabba morì nel 1866 lasciando erede "dell'intero stato di Pachino, con tutte le terre libere e canoni che ne fanno parte" il figlio Antonio.
Proprio ad Antonio di Rudinì si dovrà, dopo la distruzione dei vecchi vigneti causata dalla fillossera nell'ultimo scorcio dell'Ottocento, il lungimirante impianto di nuovi ceppi di vitigno che tanto lustro in campo agricolo hanno dato, e danno, alla terra di Pachino.

Pachino, chiesa Madre. Sepoltura di Pietro Starrabba


Pachino, chiesa Madre. Sepoltura di Francesco Starrabba








 
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