Scinà Domenico - Siracusani

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Scinà Domenico

S-siracusani

Tratto alla rivista "ISIRACUSANI" BIMETRALE DI ARTE STORIA E TRADIZIONI ANNO V N. 23 GENNAIO FEBBRAIO 2000.


Verun fiore fu gettato sulla sua pietra
Domenico Scinà di Giuseppe Aloisio
Salendo il corso Matteotti, prima di accedere in piazza Archimede, si arriva al maestoso edificio della Banca d'Italia, se si gira subito a destra si percorre uno stretto e breve tratto di strada impregnato dai caratteristici colori e odori della gastronomia siracusana. Siamo in via Domenico Scinà.
Ma chi era e perché il Municipio di Siracusa gli volle dedicare una strada di Ortigia? Vediamo brevemente la vita e le opere di questo illustre siciliano che nacque a Palermo nel 1765 e vi morì di colera nel 1837.
Studioso poliedrico e influente letterato, dominò la cultura siciliana dei suoi tempi. La dotta Europa di fine Settecento con il suo Illuminismo e i suoi filo¬sofi affascinarono Domenico Scinà che però si volle dedicare alle scienze esatte, alle scienze della natura e alla fisica.
Aveva 38 anni (piando pubblicò il suo primo lavoro, la celebre "Introduzione", nella quale abbracciò tutta la scienza del tempo e della fisica moder¬na. Secondo lo Scinà sono tre le epoche della fisica moderna: le prime due sono storiche, cioè quella Galilei, padre e fondatore della scienza moderna, quella di Newton, perfezionatore della medesimi la terza deve ancora arrivare, ma egli ne delineo contorni.
Aveva 38 anni (piando pubblicò il suo primo lavoro, la celebre "Introduzione", nella quale abbracciò tutta la scienza del tempo e della fisica moder¬na. Secondo lo Scinà sono tre le epoche della fisica moderna: le prime due sono storiche, cioè quella Galilei, padre e fondatore della scienza moderna, quella di Newton, perfezionatore della medesimi In hreve questa la sua teoria: fisica e chimica 1 giovano" a vicenda e dimostrano come un fenora no appartenga a tutte le scienze e queste "sono ( unirsi" per conoscere la natura. Le scienze del natura si collegano, si sostengono insieme, si affr tellano per cui, "fintantocché questi rapporti questi legami non si arrivassero a scoprire, verità grande e generale del tutto non si attinge mai e quindi la separazione delle scienze deve co siderarsi come temporanea; lo spirito umano separò a causa della propria debolezza e sarà ver mente degno d'interpretare la natura quando, pt fezionate separatamente le scienze, non se ne formerà che una sola".
Lo Scinà, pertanto, presentì questi rapporti e ini che dovevano esistere. La sua "Introduzioni quindi, non è una storia della fisica, ma "la logi di tutte le scienze fisiche", come egli scrive al dir tore della Biblioteca italiana. Nel 1828 e nel 1829 pubblicò in quattro volumi "Fisica generale" e la "Fisica particolare" che diedero la notorietà e i consensi nel mondo scier fico nazionale e naturalmente siciliano. Ma Domenico Scinà oltre che fisico, nella magg parte della sua intensa vita, studiò le lettere g che, latine e italiane, tanto che nel 1788, a soli anni, sostituì all'Accademia Palermitana il pr Viviani che insegnava lingua greca. Il suo rapporto con Siracusa avvenne e si conc tizzo nella maturità della sua vita. E dal 1823, infatti, la pubblicazione del suo cor so e interessante "Discorso intorno Archimede dei "Frammenti della gastronomia di Archestrat ma già stava lavorando alla "Storia letteraria di Sicilia": una grande opera che lo tenne impegn per dieci anni. Nel 1832 pubblicò la prima memoria che servì da introduzione all'opera e che volle dimostrare come i popoli che abitarono la Sicilia prima delle colonie ellenistiche giunsero alla "civiltà sociale" gradualmente. E l'anno dopo apparve il primo periodo della letteratura greco-sicula, dall'arrivo dei coloni greci sino alla morte di Cerone I. Poi nel 1836 venne alla luce il secondo periodo, sino alla caduta di Dionisio il Grande. Aveva quasi finito di scrivere il terzo periodo, dalla restaurazione di Timoleonte alla caduta di Siracusa per mano dei romani, quando implacabile il colera troncò la sua "storia" e la sua vita.
Studiò con metodo tutti i grandi del passato, da Maurolico ad Empedocle, da Pitagora ad Archimede; infatti le loro epoche furono caratteriz¬zate in Sicilia dalla filosofia e dalle scienze esatte e naturali. Empedocle - affermò Scinà - gettò i primi elementi della fisica moderna, migliorò il sistema di Pitagora e lo diffuse in tutta l'isola; Archimede creò la "sublime geometria" e stordì il mondo con le sue invenzioni, gettando le fondamenta della meccanica.
Attingendo a notizie e fonti varie, Domenico Scinà ci presenta un Archimede in tutta "l'estensione delle sue meravigliose scoperte" e accenna a poche cose della sua vita civile, soffermandosi invece sulla vita morale e intellettuale del genio siracusa¬no; ne balza fuori, così, un ritratto unico e origina¬le , in piena linea col suo metodo letterario, di ricerca e di indagine.
Lo Scinà, infatti, passa dalle sue cose più semplici alle più difficili; si fa condurre dall'incalzare dei fatti e mentre illustra l'individuo (sia esso Mauro- lieo, Empedocle o Archimede), spiega le sue dottrine, le sue creazioni, l'età in cui visse e la tratteggia a grandi linee, in modo che nella storia di un solo uomo si può leggere la storia scientifica di un intero secolo.
Scrisse altre opere di un certo spessore scientifico, come la "Topografia di Palermo" e il "Rapporto sul Mar-dolce", ma egli verrà sicuramente ricorda¬to e stimato per la sua umiltà e la sua modestia di scienziato e uomo di cultura. Temendo, infatti, di non essere riuscito ad illustrare compiutamente e totalmente tutta la sua opera, mai prima di lui tentata da altri, così scriveva: "Questo pensiero non mi sconforta, anzi con tutto l'animo desidero che altri, studiando con più diligenza i miei contorni, venga dopo di me a supplire le mie mancanze o Europa, che seppe dare un'impronta chiara al suo secolo per il suo impegno di studio e di esempio.
Negli ultimi giorni e negli ultimi istanti della sua vita gli fu sempre vicino il medico Pasquale Pacini, assistito dal gesuita padre Insinna che g li dette l'e¬strema unzione; particolare patetico: poco prima di morire, Domenico Scinà ad un suo nipote, Domenico Ragona (dallo zio avviato alle scienze) aveva chiesto che gli leggesse un brano di un libro del Foscolo, segnatamente "l'orazione a Napoleone". E mentre ciò avveniva Scinà serena-mente spirava.
Il grande rammarico di Ferdinando Malvica -attento cronista dello Scinà - si estrinsecò in queste testuali parole: "Niuno lo accompagnò al sepolcro, niun luogo separato lo chiuse, verun fiore fu gettato sulla sua pietra. Sepolto e confuso fra la moltitudine degli infelici che la fiera pestilenza uccide¬va, distrutto il suo corpo dalla calce, non resta più reliquia di quelle membra che un'anima sì maschia e sì sublime informarono".

"Salendo il corso Matteotti, prima di accedere in piazza Archimede, si arriva al maestoso edificio della Banca d'Italia, se si gira subito a destra si percorre lino stretto e breve tratto di strada impregnato dai caratteristici colori e odori della gastronomia siracusana".

Senza dubbio fu un grande siciliano, stimato anche in












 
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