Arabi - Storia

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Arabi

ARABI

Storia della Sicilia Islamica. Dalla munitissima libreria di Ermanno Adorno:Il Val di Mazara era prevalente¬mente musulmano, il Val di Noto lo era molto meno, e il cristianesimo continuava ad essere la religione dominante nel Val Demone. Ma sin dall'inizio la politica kalbita fu di estendere le colonie nel Val di Noto e nel Val Demone a spese dei cristiani, le cui terre venivano a volte confiscate per essere distribuite ai musulmani. Tale politica ebbe pochissimo successo, poiché in queste zone non produsse nessuna significativa tendenza alle conversioni. L'unica fonte di incremento sicura per la popolazione musulmana era l'immigrazione dal Nord Africa, ed essa dipendeva in gran parte dalla situazione politica ed economica di quel paese. Nel 1004-5, durante una pestilenza in Ifrìqiya, si determinò un'immigrazione compatta in Sicilia. Altre ondate seguirono nel 1015-16, 1018-19 e 1022- 2328. Verso la fine del governo kalbita, un'ondata di ismailiti perseguitati dallo zirita al-Muìzz si riversò sull'isola. Probabilmente la popolazione musulmana raggiunse la punta massima di mezzo milione 29

Non si può dire che tra i musulmani regnasse l'armonia. A parte l'ostilità arabo-berbera, che esplodeva di tanto in tanto, esistevano altre discordie politiche e fattori di tensione interna. Al-Akhal mise i vecchi immigrati contro i nuovi. I musulmani di Sicilia vengono talvolta paragonati al gruppo etnico muwallad della Spagna, ed erano sfruttati allo stesso modo dall'élite araba.

Muqaddisi è l'unico ad affermare che la popolazione musulmana dell'isola aderiva alla scuola giuridica hanafita30, mentre tutte le altre cronache concordano nel riferire che in genere veniva seguita quella malikita. Presumibilmente i governanti kalbiti, rimasti fedeli alla sovranità nominale dei latimiti, erano almeno in apparenza di setta ismailita, cosi come dovette esserlo una certa imprecisata parte della gerarchia dirigente. Non sembra tuttavia che l'ismailismo sia filtrato fino ai livelli delle classi colte e delle masse. Infatti, mentre in Sicilia si scrissero molte opere teologiche sunnite, non vi è traccia di alcun significativo insegnamento ismailita. Tutto ciò sta ad indicare che la Sicilia kalbita godette di notevole tolleranza religiosa per quanto riguarda le sette islamiche. Come abbiamo già visto, esistevano parecchi elementi di contrasto in seno alla popolazione islamica dell'isola, ma lo spirito settario non era tra questi.

Nel Val di Mazara, i soldati del giund venivano pagati in contanti dall'erario. Ogni iqlìm (distretto) della Sicilia aveva un corpo di milizie e il proprio centro militare e religioso. Inoltre il sistema dell'igidh, che era stato importato e introdotto dagli aghlabiti, aveva causato in questo periodo la ripartizione della terra, secondo la legge musulmana della successione. I toponimi arabi di piccoli villaggi e fattorie sopravvissuti in Sicilia testimoniano lo spezzettamento delle piccole proprietà 31. Nelle zone cristiane le entrate erano rappresentate dalle classiche imposte islamiche, gizya e kharàj, ammettendo che a quell'epoca esse fossero già chiaramente distinte.

L'economia agricola della Sicilia kalbita si avvaleva di un eccellente sistema di irrigazione. Vennero importate tecniche idrauliche persiane e fu anche con¬servato il sistema romano del sifone32. Esistono ancora rovine di serbatoi arabi. La maggior parte delle sorgenti d'acqua siciliane acquisirono nomi arabi, cosi come le misure della portata idrica. L'abbondante acqua dolce proveniente da sorgenti e ruscelli rese l'isola ricca di orti e di giardini. A Giattini e in altre zone si coltivavano il cotone e la canapa; arance, limoni ed altri agrumi, prodotti copiosamente, venivano esportati. Gli arabi introdussero in Sicilia e in Europa l'arte di coltivare la canna da zucchero e di triturarla nei mulini. Essi portarono anche i gelsi, i bachi da seta, il papiro, il sommacco per conciare e tingere, ed anche frutti come il dattero e il pistacchio. I poeti arabi siciliani hanno cantato l'eccellenza del vino distillato dalle uve indigene. Inoltre i musulmani di Sicilia erano esperti nella coltivazione delle piante tuberose e degli ortaggi. Tutto ciò produsse un cambiamento radicale nell'economia agraria e industriale della Sicilia. Nel campo dell'orticoltura molti prestiti arabi riscontra¬bili nel dialetto siciliano testimoniano la perizia agri¬cola dei musulmani33.

Le industrie minerarie comprendevano oro, argento, piombo, mercurio, zolfo, nafta, vetriolo, antimonio e allume. La maggior parte della produzione mineraria era concentrata nella regione dell'Etna. Il sale d'ammonio veniva estratto nei pressi del vulcano e venduto all'estero. Il legname era raccolto in abbondanza nelle foreste, specialmente nell'ampia vallata sopra Cefalù. Esisteva una fiorente industria del pesce e venne sviluppata una nuova tecnica per la pesca del tonno.

La manifattura siciliana della seta aveva mercati all'estero. A Corleone e a Palermo c'erano opifici, o tiràz ', che lavoravano tessuti preziosi, ma la maggior parte di tale produzione veniva consumata nell'am¬bito dell'isola. Il commercio estero era in prevalenza in mano agli arabi; ma ci sono testimonianze della presenza di alcuni mercanti di cereali, schiavi e bestiame, di origine persiana34. Tra la Sicilia e l'Ifrìqiya, l'Egitto e gli avamposti musulmani nell'Italia meridionale si svolgeva un intenso commercio. Veniva effettuato anche un notevole volume di scambi con le città costiere italiane, specialmente Napoli, Salerno e Amalfi. Quest'attività cosi fiorente portò grande ricchezza all'isola35.

D'altra parte, a causa delle lotte intestine che esplodevano di tanto in tanto, si dovettero costruire fortezze e luoghi fortificati, dove i contadini e gli altri abitanti potessero rifugiarsi in caso di guerra nella zona. La Sicilia kalbita aveva 320 fortezze, disseminate su tutto il territorio, a guardia di ventitré città, nume¬rosi paesi e un'infinità di piccoli villaggi3 é. Palermo era difesa da fortificazioni che, nei suoi due importanti quartieri, il qasr e la khàlisa erano particolarmente salde. In ogni iqlìm almeno una città era ben fortificata ed aveva una moschea-cattedrale che serviva come bastione della potenza musulmana.

Nell'872-3, durante il regno di Abu'l-Qasim, il geo¬grafo giramondo Ibn Hawqal visitò la Sicilia. Il suo resoconto di viaggio ci dà un'idea chiara di Palermo sotto i primi kalbiti. La città era circondata da un muro e da un fossato, ed era divisa in cinque quartieri (.haràt). Di questi, il qasr si trovava nella Palermo vecchia e le sue fortificazioni erano fiancheggiate da torri; in esso vivevano i mercanti e la nobiltà. La khà¬lisa, dove risiedevano l'emiro e il suo seguito, non aveva mercati o botteghe, ma uffici pubblici, l'arse¬nale, la prigione e numerosi bagni. Molto più popo-loso e vasto di questi due quartieri privilegiati della città era il « Quartiere Slavo » o haràt as-Saqaliba, che. privo di fortificazioni e sistemato sulla costa, costi¬tuiva il luogo d'incontro di marinai e mercanti stra¬nieri. I rimanenti due settori della città, il Quartiere Nuovo ial-hara al-giadida) e il quartiere della moschea- cattedrale, avevano i propri mercati e negozi ed erano abitati da soldati, mercanti d'olio, di grano, droghieri, sarti, armaiuoli e calderai. Oltre ai cinque quartieri principali della città, Ibn Hawqal ne menziona anche altri più piccoli, come quello ebraico ed il mu'askar, forse una piccola colonia militare. A quel tempo la popolazione dell' intera città si aggirava intorno ai 300.000 abitanti. Da Palermo alle rive dell'Oreto, tutta l'area era disseminata di giardini e parchi37.

C'erano più moschee a Palermo che in qualsiasi altra città musulmana visitata da Ibn Hawqal. La gente si vantava di possedere moschee per l'uso esclu¬sivo dei propri congiunti e protetti (mawali)38. Secondo un altro geografo arabo, al-Muqaddisi, le due maggiori festività venivano celebrate in Sicilia con fasto maggiore che in qualsiasi altro luogo del mondo islamico 39.

La popolazione di Palermo era molto eterogenea. A parte gli arabi, essa era costituita da berberi, greci, longobardi, ebrei, slavi, persiani, turchi e negri. Esisteva un netto contrasto fra ricchezza e povertà, fra cruente azioni militari e tranquillo esercizio dei mestieri. I musulmani avevano adottato un ampio numero di pratiche forestiere. Come in qualsiasi metro¬poli, a Palermo allignavano l'orgoglio, il rancore, la sofferenza ed altre piaghe sociali. Tutto ciò sembra avere irritato enormemente Ibn Hawqal. Egli rimpiangeva che Palermo non avesse uomini di talento, né studiosi, né persone sagge o pie, accuse che altre testimonianze danno per infondate. Egli trovava pigri e stupidi gli abitanti, e più inclini al vizio che alla virtù. Non approvava la loro alimentazione, che comprendeva un uso eccessivo di cipolle crude Al. Tutto ciò falsa l'immagine di Palermo presso alcuni geografi musulmani posteriori, e si riflette in Yaqùt, che considera il cibo dei musulmani di Sicilia nocivo e maleodorante, le loro abitudini né pulite né pie, e le loro case buie e sporche42. D'altra parte, esistono anche alcune relazioni che lodano i musulmani di Sicilia per la pulizia, l'eleganza nel vestire, la moderazione e le virtù morali 43.

Messina era forse il più grande porto siciliano e un centro internazionale di scambi, dove convergevano mercanti dell'Europa e del Nord Africa.

Ibn Idhari, i, 255.

SMS, ii, 405-11.

Gay, ii, 428-9.

Maclt Smith, 10.

Gay, ii, 436, 450-2.

Ibn al-Athìr, vii, 370; Gay, ii, 213-14. » Gay, ii, 324-6.

Gay, ii, 335-8; Curtis, Roger of Sicily and the Normans in Lower Italy, New York/Londra 1912, 16.

Gay, ii, 368-9.

F. Novati, «Un nuovo testo degli ' Annales Pisani Antiquissimi " e le prime lotte di Pisa contro gli Arabi », Centenario, ii, 1910, 11-20.

Novati in Centenario, ii, 13. 1« SMS, iii/1, 6-13.

SMS, ii, 401-2.

Gay, ii, 433-4.

9 Ibid., ii, 435.

Novati in Centenario, ii, 17-20.

C. A. Nallino, « Di alcune epigrafi sepolcrali arabe trovate nell'Italia meridionale », Miscellanea Salinas, Palermo 1937, 424-38.

F. Gabrieli, « Storia e cultura della Sicilia araba », Libia, i/4. 1953, 5.

U. Rizzitano, « Ibn al-Hawwàs », El2, ii, 778.

SMS, ii, 614.

U. Rizzitano, « Ibn ath-Thumna », EI-, iii, 956.

Ibn al-Athìr, x, 131-2; Ibn Khaldùn, iv, 207-8; Aimé, L'Ystoire de li Normant, v, cap. 8; Gaufridus di Malaterra, De rebus gestis Rogerii Cala- briae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis, Bologna 1927, ii, cap. 3.

Ibn Abi Dìnàr, Anno 484, in B.a.s., trad, it., ii, 288.

SMS, ii, 415-16.

Mack Smith, 11.

al-Muqàddasi (al-Maqdisi), Ahsan at-taqasìm fi ma'rifat al-aqalìm. a cura di de Goeje, Leida, 1906, 238.

Maek Smith, 9.

Ibid., 7.

53 SMS, ii, 506-12; Mack Smith, 8.

Mack Smith, i, 7.

SMS, ii. 514-15: Curtis, 16.

B.a.s., trad, it., i, 199-200.

Ibn Hàwqal. Kitàb al-Masalik wa'l-mamalik, a cura di De Goeje in Bibl. Geogr. Arab., Leida 1873, 82.

Ibid., 85-6.

al-Muqaddasi, 183.

SMS, ii, 353.

Ibn Hàwqal, 86.

Yaqùt, Mu'giam al-buldàn, a cura di F. Wustenfeld, Lipsia 1866-70, v, 306.

Kitàb hay'at ashkàl al-ard, in B.a.s., testo arabo, 12. 

1 Ibn Abi Dinar, Anno 336, in B.a.s., trad, it., ii, 279-80.

2 Ibn al-Athìr, viii, 403; Abu'l-Fidà, ii, 446; Stefano di Chiara, Opuscoli, Palermo 1885, 168.

3 Gay, ii, 290-1; SMS, ii, 298-311.


ai Bizantini successero gli Arabi documentazione pdf

ARABI (878-1086)


 











 
Un primo impatto col popolo islamico, la Sicilia lo ebbe nel 652, quando dai porti siriani, guidaraggiunsero e depredarono le città costiere della Siciliati da Ibn Hudayq, centinaia di musulmani, a bordo di "fuste", raggiunsero e depredarono le città costiere della Sicilia orientale.
Un seconda spedizione, capeggiata da Ibn Quys, nel 669 interessò Siracusa, in quel periodo capitale bizantina.
Fu fatto un ingente bottino e migliaia di cittadini, mal difesi dai Bizantin i, furono uccisi.
Altro attacco nel 705 ed ancora uno nel 740; entrambi con saccheggi, stragi e rapimenti (le giovani venivano destinate agli harem degli emiri).
Il fenomeno islamico preoccupò i Bizantini che si organizzarono per combattere gli assalitori direttamente sul mare, senza attendere il loro sbarco; fu in questo periodo che sorsero, lungo tutte le coste dell'impero, numerose torri di avvistamento.
 


Testo tratto da Siracusa 27 secoli di storia di Carlo Morrone Editore Maura Morrone
All'inizio del IX secolo i Musulmani ritennero maturi i tempi per la conquista dell'isola, ma essa fu loro consegnata, su un piatto d'argento, nell'828 da Eufemio, comandante delle truppe imperiali bizantine in Sicilia.
Eufemio aveva osato rapire una monaca di clausura che respingeva le sue profferte d'amore; condannato a morte dall'imperatore, si ammutinò e si proclamò "Signore di Siracusa". Una dopo l'altra occupò numerose città della Sicilia e, temendo la reazione di Costantinopoli, si rivolse in Africa al principe aglabita Ziyadat Allah.
L'emiro non aspettava altro e con un esercito di 40.000 uomini sbarcò a Mazara e da qui iniziò la conquista dell'Isola.
Eufemio prese parte attiva alla spedizione, ma quando rientrò a Siracusa, trovò la città chiusa e la popolazione ostile nei suoi confronti; gli fu concesso di parlamentare con una delegazione cittadina ma, prima ancora che potesse aprire bocca, fu pugnalato a morte dagli stessi delegati (pare che fossero i fratelli della monaca offesa). La sua lesta, infilzata ad un'asta, circolò fra la folla esultante e fu quindi spedita a Costantinopoli.
La conquista dell'Isola da parie araba, nell'878 poteva considerarsi quasi completa; mancavano ancora Siracusa, Taormina e la roccaforte di Rometta, sui Pelorilani.

LA PRESA DI SIRACUSA
I Saraceni dell'emiro Giafar Ibn Muhammed si attestarono nella basilica di S. Giovanni fuori le mura, e posero l'assedio alla città strenuamente difesa dall'intera popolazione che vegliava dall' alto delle mura.
L'assedio si protrasse per parecchi mesi e quando, poi, i Saraceni ebbero ragione della flotta bizantina inviata in aiuto della città, il destino di Siracusa sembrò segnato.
L'occupazione del porto rappresentò la chiusura dell'ultima via di accesso per i rifornimenti.
La popolazione riuscì a resistere parecchi giorni succhiando radici, triturando ossa; la fame e la disperazione portò anche a casi di cannibalismo.
II 21 maggio dell' 878 gli islamici irruppero in città dal forte Campana (nei pressi dell'attuale Porta Marina).
L'eccidio che seguì fu degno della fama che gli invasori da secoli si erano guadagnata; le mura furono abbattute, le case, le chiese ed i monasteri dati alle fiamme.
Migliaia di cittadini furono chiusi in carcere, molti altri spediti schiavi in Africa.

EFFETTI DELLA NUOVA DOMINAZIONE
Nuova dominazione, nuove leggi, nuova religione, nuova trasformazione dei luoghi di culto: le chiese diventarono moschee e molti siracusani si convertirono alla religione islamica.
Le cifre riguardanti i convertiti alla nuova religione, riportate dagli storici, sono impressionanti; ma se si tiene conto del fatto che cristiani ed ebrei erano tenuti a cucire sugli abiti e a dipingere sulle porte delle case un segno di identificazione e a pagare una tassa religiosa, la Gesìa, sì può supporre che numerose conversioni furono di comodo.
Inizialmente la Sicilia fu tenuta come provincia araba, poi, verso il 960, si trasformò in principato ereditario, acquistando una certa indipendenza e raggiungendo il massimo splendore sotto la dinastia dei Kalbiti tra il 948 ed il 1040.
Una delle prime mosse politiche dei nuovi padroni fu il trasferimento della capitale da Siracusa a Palermo; seguì la divisione dell'isola in tre grandi province che chiamarono "Valli": Val di Mazara con capitale Palermo, Val Demone con capitale Messina e Val di Noto con capitale Siracusa.
Ogni Vallo era amministrato da un Càdì (giudice) o Vàli (governatore) che dipendevano dall'Emiro (principe), il quale risiedeva con tutta la corte a Palermo.
L'Emiro rendeva conto del suo operalo direttamente al Califfo d'Egitto.
Gli Imani curavano le funzioni religiose, mentre addetto alla riscossione delle tasse e tributi era un Divàn (pronuncia: dùan, da qui la parola dogana, in dialetto duana.
La Sicilia risorse a nuova splendida vita: i latifondi tolti ai Bizantini e alla Chiesa furono dati in enfiteusi alla gente, mentre si sperimentarono nuove colture come gli agrumi, il gelso, il cotone, la canna da zucchero, le pesche, i fagioli, gli asparagi.
Una fitta rete di irrigazione permise un uso più razionale delle acque dei corti fiumi della Sicilia.
L'introduzione di spezie mai conosciute influenzeranno per sempre la cucina della Sicilia; anche la cassata siciliana, uno dei vanti dell'isola, è un'invenzione araba come è araba la tecnica della pesca del tonno con l'ausilio delle tonnare.
Numerosi termini arabi sono ancora in uso nel dialetto siculo e nei nomi delle città: zagara (fiore); funnacu (locanda): Gebbia (serbatoio); saja (canale); sceccu (asino); sciabica (rete da pesca); calta (castello: Caltanissetla, Caltagirone, Caltabellotta, Caltavutaro); regal (casale: Regalbuto).
Nella lingua italiana sono correnti alcuni termini arabi: zenit, nadìr; algebra, alcool, ambra, anilina, ammiraglio.
Con l'estinzione della stirpe Akabita (902), il governo dell' isola passò ai Fatimidi (discendenti di Fatima. figlia di Maometto e poi alla stirpe dei Kalbiti.
L'epoca dei Kalbiti durò 90 anni e passò alla storia come l'età d'oro dell'Islam in Sicilia.

SIRACUSA ARABA
Anche se privata del privilegio di capitale dell'isola, quello di Siracusa fu il porto più frequentato da navi e mercanti provenienti da ogni parte del Mediterraneo.
Furono rialzate le mura della città e fu costruito il castello Marieth, sulle rovine del palazzo di Dionisio I, nei pressi del Montedoro: di questo oggi non esiste traccia perché, distrutto dal terremoto del 1542, non fu mai risollevato e ogni più piccola pietra venne utilizzata dagli Spagnoli per la fortificazione di Ortigia.
Del passaggio arabo a Siracusa non v'è traccia, se si eccettuano frammenti ceramici rinvenuti sull'area del tempio dì Apollo e custoditi oggi nel museo regionale di Palazzo Bellomo.

BREVE RITORNO BIZANTINO 1038-1086
Nel 1038 i Bizantini ripresero l'intera Sicilia, grazie al generale Giorgio Maniace che era riuscito ad allestire un esercito formato da Greci, Lombardi e da un gruppo di soldati di ventura provenienti dal nord-Europa: i Normanni.
Maniace prese Messina e, dopo un brevissimo assedio, anche Siracusa. Qui, oltre a numerose opere di fortificazione, fece erigere un forte all'estrema punta dell'isola di Ortigia (ai lati del portone fece sistemare due arieti di bronzo del IV sec. a.C).



Il Castello, detto Maniace, sorge sulla punta estrema di Ortigia, all’imboccatura del Porto Grande in un'importante posizione strategica nella secolare storia della città; domina da un lato il mare e dall'altro la città.
Venne ampliato fra il 1232 e 1240, da Federico II utilizzando anche maestranze locali e saraceni abili intagliatori.
Alcune azioni poco accorte portarono presto il generale alla rovina: picchiò e ferì Stefano, un ufficiale che, di guardia lungo la costa, si era l'atto sfuggire il comandante delle milizie arabe; Stefano era nipote dell'Imperatore.
Maniace fu presto abbandonalo dai soldati lombardi e dai Normanni perché, oltre a mal pagarli, non li teneva nella dovuta considerazione quando c'era da designare i comandanti delle città conquistate.
Per questi motivi e forse perché stava tramando ai danni dell'Impero, fu richiamato in patria.
Per accattivarsi la benevolenza dell'imperatore. Maniace gli recò in dono i corpi di Santa Lucia, SanitAgata, S. Clemente e del vescovo Eutichio. Questa "lodevole" azione non gli risparmiò il carcere, con l'accusa di alto tradimento.
Nel 1060 i Normanni, che frattanto erano diventati nobili e potenti, avevano già occupato la Puglia e la Calabria e si erano portati sullo stretto intenzionati ad oltrepassarlo.
Maniace, rimesso in libertà, fu inviato a combatterli, ma, mentre si organizzava per lo scontro, fu dì nuovo chiamato a Costantinopoli.
Temendo dì essere nuovamente incarceralo, si ammutinò e lasciò l'Italia; raggiunto da un'armata bizantina, speditagli da Costantino Monomaco, fu sconfitto ed ucciso.
La Sicilia ricadde in mano araba, non essendo riusciti i Bizantini a predisporne adeguate difese né ad ottenere l'appoggio del popolo perché "... più barbari che gli stessi Saraceni, null'altro avendo di cristiano se non che il nome e di umano se non la figura" (Erchempert).
Ma i Normanni erano ormai pronti ad attraversare lo stretto.

IBN HAMDIS il più grande poeta arabo di Sicilia

Ibn Hamdis (nome completo Abd a. Gabbar ibn Muhammad ibn Hamdis) fu il più grande poeta arabo di Sicilia. «Poeta arabo siciliano nato a Siracusa intorno al (1055-1056 d.C.)
Quando Ibn Hamdis nacque a Siracusa nel 1056, la Sicilia era da tempo occupata dai Musulmani. Nella città aretusea dal 21 maggio dell'879 gli Arabi avevano conquistato il potere, e le tracce della loro cultura sono ancora evidenti in Ortigia in quel formidabile ed unico tracciato viario da autentica Kasba tunisina che è rappresentato dal dedalo inestricabile dei vicoli del rione della Graziella, nonché dal vasellame e dagli og- getti di maestranze arabe, conservate oggi al Museo Bellomo. Lo stesso Tempio di Apollo nel X secolo fu trasformato in moschea araba, come si legge da un'iscrizione musulmana tuttora osservabile sulle pietre del tempio greco. E la sua vicinanza con la «Graziella» ci induce a credere che si trattasse della mo- schea più importante della città. Nel Duomo inoltre si conservano dei mosaici arabo- normanni, collocati nella cappella del Battistero. Siracusa nell'XI secolo (l'età di Ibn Hamdis) era un fiorentissimo centro commerciale mediterraneo.
Scrive il geografo arabo Edrisi nella stessa epoca :
«Siracusa è delle città celeberrime e dei più nobili paesi del mondo. Cittadini e foresi d'ogni banda cavalcano alla volta di lei: a lei si indirizzano i mercanti, viaggiatori di tutte le regioni. Superfluo sarebbe descrivere largamente questo luogo sì famoso, questa illustre metropoli e rinomata fortezza. Essa ha due porti senza pari al mondo. Siracusa s'agguaglia alle maggiori città pel numero e la ricchezza dei mercati, delle grandi contrade, dei ban, dei palagi, dei bagni, dei magnifici edifici, delle vaste piazze».




Siracusa assediata dagli arabi.


Teodosio ci descrive con parole che prima ci fanno sorridere e poi rabbrividire come si viveva:“L’uccellame domestico era consumato; conveniva mangiar come si potea di grasso o di magro; finiti i ceci, gli ortaggi, l’olio, la pescagione cessata dal dì che il nemico insignorissi dei porti. Ormai un moggio di grano, se avveniva di trovarlo, si comperava centocinquanta bizantini d’oro; uno di farina, dugento; due once di pane, un bizantino; una testa di cavallo o d’asino, da quindici a venti. Un intero giumento trecento. I poveri, poiché mancavano loro i salumi e le erbe solite a mangiarsi, andavano scerpando le amare e tristi su per le muraglie; masticavano le pelli fresche; raccoglievano le ossa spolpate, e pestate e stemprate con un po’ d’acqua le trangugiavano; rosicavano il cuoio; poi soverchiato dalla rabbiosa fame ogni ribrezzo, ogni sentimento di religione e di natura, dettero di piglio ai bambini; mangiavano i cadaveri dei morti in battaglia: sol nutrimento di cui non fosse penuria. Ingeneravasi da ciò una epidemia crudemente diversa dalla quale chi subitamente moriva in orribili convulsioni; chi enfiò com’otre; chi mostrava tutto il corpo foracchiato di piaghe; altri restava paralitico.” (la traduzione appartiene a Michele Amari).

 
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