la morte a Siracusa - Storia

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la morte a Siracusa

STORIA VITTORIO LUCCA
La morte a Siracusa




I concetti filosofici che albergavano nell'animo dei cittadini della Pentapoli siracusana possono essere riassunti in due punti essenziali: l'immortalità dell'anima, dunque una migliore esistenza dopo la morte, e la negazione dell'immortalità, perciò «un errare senza posa delle anime sulle rive del negro fiume». La morte dunque rappresentava per ricchi e poveri il problema fondamentale dell'esistenza umana.
Presso gli antichi siracusani, quando una persona si ammalava gravemente c'era l'usanza di appendere sull'uscio della sua casa un ramoscello d'ulivo o di acanto: simboli che avevano lo scopo di tenere lontani gli spiriti del male. Quale simbolo del dio della medicina, invece, veniva appeso un ramoscello di alloro; quando l'ammalato si aggravava e si riteneva prossima la sua fine gli veniva tagliata una ciocca di capelli dalla fronte, come per indicare che non apparteneva più al mondo dei vivi; quindi venivano recitate, dai parenti del morituro, preghiere d'invocazione a Mercurio, dio delle anime dell'inferno.
Le persone più intime dell'agonizzante usavano raccogliere l'ultimo suo respiro «bocca a bocca», in segno di amore e come per dire «fino a quando vivrò, conserverò dentro di me il tuo estremo fiato».
Sopraggiunta la morte, si chiudevano gli occhi e la bocca del trapassato; poi veniva lavato e profumato con varie essenze, vestito di bianco, in segno di purezza, inghirlandato con fiori, simboli della semplicità del regno dei morti, sistemato sul «pheretron» ed esposto nel vestibolo di casa per tre giorni. Il catafalco veniva sistemato in maniera che il defunto rivolgesse i piedi verso l'uscio di casa, per indicare agli astanti che stava uscendo per l'ultima volta! All'ingresso si esponeva il ciuffo di capelli e veniva sistemato un vaso contenente acqua lustrale per purificare tutti quelli che avevano toccato il morto.
Prima che il defunto venisse definitivamente chiuso nel sarcofago, i familiari amorevolmente gli mettevano in bocca una moneta, quale ricompensa al barcaiuolo degli abissi, e, per ammansire il tricipite Cerbero, guardiano dell'inferno, gli veniva posta tra le mani una focaccia di mele.
La mattina del quarto giorno il cadavere veniva deposto su di un carro funebre trainato da due o più cavalli; adornato di fiori e rami di cipresso veniva trasportato al cimitero, seguito da parenti e amici, a capo scoperto e vestiti con abiti di colore bruno, che al suono mesto degli strumenti musicali intonavano cantilene sacre a Plutone. Il corteo si concludeva con gli «aidi» che, piangendo, ricordavano ai parenti le virtù dell'estinto.
funerali si effettuavano di giorno oppure, se il defunto era in tenera età, prima del sorgere del sole: si evitavano così i dispiaceri che la morte del giovane poteva causare ai cittadini e, nel contempo, ridotte le spese del funerale.
Il cadavere veniva seppellito nella tomba, scavata nel tufo, con la faccia rivolta verso il sole nascente, che per i greci era il simbolo del principio del bene.
Con il defunto si calavano nella tomba tutte quelle cose che in vita gli erano state care: vasi, abiti, armi, ecc.
I cimiteri, generalmente, erano situati fuori del centro abitato, addirittura fuori le mura, oppure erano disposti lungo le vie principali, dette «vie dei sepolcri» (è nota quella adiacente al teatro greco siracusano).
I fiori e le ghirlande deposti sul tumulo di terra che copriva le tombe più povere, in sacrificio del defunto, venivano bagnati con latte e vino. Quando le condizioni economiche del trapassato non erano misere, gli veniva eretto un monumentino di pietra o marmo, con rilievi o statue e con delle iscrizioni che portavano il suo nome e indicavano le sue virtù morali, civili e militari. Oltre al sistema del seppellimento per inumazione, in Siracusa, venne anche usato quello dell' incenerazione: insieme con il corpo venivano bruciati sulla «pyra» gli abiti, le armi, gli animali e tutte le cose care al defunto; spente le fiamme, i parenti estinguevano il fuoco residuo con lanci di vino, quindi conservavano le ceneri del morto dentro un'urna di legno, di pietra, di argilla, o anche d'oro e d'argento.
Finite le cerimonie, tutti i partecipanti, dopo essersi purificati con l'acqua lustrale si ritiravano mestamente. Cominciava così l'epoca del lutto; si astenevano dai giuochi, dai banchetti e da tutte quelle occasioni che potevano destare piacere o divertimento. Le donne si tagliavano i capelli, si spargevano il capo di cenere, indossavano abiti neri, si toglievano i gioielli e si coprivano il capo con un mantello nero. Non era cosa rara vedere in quei giorni di lutto i dolenti col viso e molte parti del corpo graffiati, oppure coperti di lividi alle cosce e al petto: lividi e tumefazioni dovuti alle percosse nei momenti di più intenso dolore.
Il mese che tutti i greci dedicarono alla commemorazione dei defunti fu «Anthesterione» — fra gennaio e febbraio. Spesso i parenti usavano ripetere i funerali nel nono e nel trentesimo giorno dopo la morte del proprio caro.

 
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