sport siracusani - Storia

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sport siracusani

STORIA VITTORIO LUCCA
Testo tratto da Vittorio Lucca l'ECO di Siliclia editore Siracusa.
Lo sport





Lo Stato siracusano lasciava ai suoi cittadini sufficiente spazio per la cultura, gli esercizi ginnici, il pugilato, i balli, i capricci e per la ricreazione in genere. L'uomo, che si definiva libero, si identificava, oltre che nella vita pubblica e privata, nel godimento e nell'impiego del tempo libero; vedeva in quelle attività realizzarsi il compito della vita.
I giuochi costituivano la parte più interessante e proficua dell'educazione greca, perciò assunsero anche un carattere religioso; spesso furono praticati anche in occasione di cerimonie pubbliche importanti. Consistevano in certi esercizi corporali tendenti a rendere le membra dei cittadini siracusani elastiche e vigorose. Il giuoco del salto veniva praticato con grande passione sportiva, consisteva nel superare un'estensione determinata di terreno — che poteva presentare fossati e dossi — sostenendo dei pesi e spiccando un solo salto. Venivano fissati il punto d'inizio del salto e il punto di arrivo, ovvero la meta.
La lotta, altro giuoco praticato, veniva eseguita all'impiedi oppure a terra; i lottatori si presentavano nudi e unti di olio, per sfuggire alla presa dell'avversario. Consisteva nel rovesciare a terra l'antagonista e per uscirne vittoriosi bisognava essere tre volte superiori; il lottatore che nella lizza soccombeva gridava, dichiarandosi così perdente, oppure segnalava la sua sconfitta innalzando verso l'alto un' dito. I lottatori indossavano una fascia cadente dalla vita in giù, fino alle ginocchia.
Conseguenza della lotta fu il pugilato, consistente nel vibrarsi pugni in tutte le parti del corpo; colui che soccombeva, per dichiararsi perdente, doveva lasciare cadere le braccia penzoloni, oppure doveva stendersi a terra. I pugili si riparavano le tempia e le orecchie per mezzo di un berretto di cuoio e le mani venivano ricoperte dall'«himas», una sorta di guanto di cuoio rivestito di punte metalliche e squame.
Il Pancrazio, sport completo e nel quale il lottatore doveva vincere due combattimenti su tre per risultare vittorioso, consisteva in un misto di lotta libera e di pugilato; durante il combattimento gli atleti si urtavano, si davano pugni, si afferravano per la gola, si davano calci fino a quando uno dei due non chiedeva la sospensione del combattimento. Prima dell'inizio della gara, i lottatori prestavano giuramento di osservare le leggi del combattimento, presso la statua di Giove e si dovevano anche sottoporre, per la durata di dieci mesi a tutta una serie di durissimi esercizi e ad esami rigorosi, sotto la sorveglianza dei giudici, i quali nei ginnasi stabilivano se l'atleta era idoneo al combattimento.
A fine gara, l'atleta veniva portato in trionfo dagli spettatori, indossava un abito ricamato a fiori e teneva nella mano destra una palma, simbolo della vittoria, e sul capo una corona d'alloro. L'atleta vincitore nel Pancrazio riceveva dallo Stato una congrua pensione a vita e, nelle pubbliche adunanze, poteva sedere con il re e i nobili. Inoltre gli venivano dedicati templi e statue. La storia ricorda il monumento eretto presso le latomie in onore del siracusano Ligda- mys, vincitore più volte nel Pancrazio.
Altro giuoco assai in voga nella Siracusa greca era il lancio del disco. I partecipanti al giuoco vennero chiamati «discoboli»; si presentavano al pubblico, come i lottatori, unti di oli e di grassi. Vinceva colui che lanciava più lontano una placca metallica, «discos». La placca, che poteva anche essere di pietra o di legno, veniva avvolta in una correggia che a lancio effettuato rimaneva nelle mani dell'atleta. Simile al lancio del disco era il cosiddetto lancio del dardo: l'attrezzo che doveva essere lanciato aveva la forma di una bacchetta allungata o di un giavellotto; veniva lanciata per colpire un bersaglio fisso.
Nella Pentapoli greca venivano eseguite anche le corse che si svolgevano a piedi, a cavallo o con carri. Le corse erano di quattro specie: — la «stadion», la cui lunghezza del percorso non era superiore ai 125 passi; — la «diaulos», con una lunghezza doppia della precedente; — la «dolichos», consisteva in un percorso sette volte la lunghezza della prima; — la «hoplites», era una corsa nella quale gli atleti correvano armati.
C'era poi una particolare corsa, che veniva effettuata negli «hippodromos». Era la corsa ritenuta la più nobile e anche la più spericolata e veniva eseguita con carri e cavalli. L'abilità dell'«auriga» consisteva nell'evitare l'urto con gli altri carri concorrenti e nel prestare particolare attenzione nello scansare la meta, dove spesso i carri andavano a cozzare, fracassandosi, col disonore del conducente.
 
 
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