la mattanza - tonnaresiracusane

Vai ai contenuti

Menu principale:

la mattanza

tratto da LA PESCA DEL TONNO NEL CAPOLINEA DEL SUD DI Salvo Sorbello

La mattanza

Come ha scritto Matvejevic, "l'ultimo atto della pesca al tonno era una volta tra i più grandi spettacoli mediterranei, comparabile al circo o al teatro. Vi assistevano grandi e piccini, poveri e ricchi, il popolano e la nobiltà. Anzi, il re di Napoli vi fu presente più volte. Si faceva ritrarre in barca, attento e solenne, orgoglioso di se stesso e del suo reame. Ed è molto più semplice raccontare una mattanza con le immagini anziché descriverla. Sulla superficie non si vedono i tonni grossi, quelli "di vista debole e di muso delicato": sono impigliati nelle reti e, non potendo muoversi per prendere l'ossigeno con le branchie, soffocano appesi sott'acqua. Sembrano essere gli scogli dell'isola, le colonne della camera, postumi guardiani della "porta". Sopra, lo spazio diventa sempre più stretto: i corpi si dibattono, urtano l'uno sull'altro, s'infuriano, impazziscono. I dorsi lucenti, guizzi e balzi tremendi, appaiono e scompaiono fra schizzi di schiuma. I pesci arpionati si colorano di flotti d'un sangue quasi nero, altri, invece, di un liquido più chiaro, vermiglio. Il blu del mare si tinge di un'enorme chiazza di rossore. Il frastuono di colpi e di urti, di voci e di grida, accompagna lo spettacolo: un sacrificio rituale, una specie di guerra. Inebriati e affollati anch'essi, i tonnaroti trafiggono e agganciano la preda. La barca s'inclina sotto il peso, le spalle s'incurvano. "Non lacerare il corpo del pesce", grida il rais. La mattanza dura circa un'ora, l'evento stesso molto di più. Alla fine, la ciurma e' stanca ed orgogliosa, alla fine. E' davvero la fine? Lo spettacolo continua nella memoria. La pesca del tonno ha le sembianze di un mito: lotta, morte, trionfo. 0 e' una semplice illusione?"19. Quando veniva ordinato di chiudere la porta della camera della morte, solitamente si intonava la cialoma iniziale, detta aiamola. A tal proposito, è utile rilevare che sono due le ipotesi degli studiosi circa la derivazione del termine cialoma-. secondo alcuni proviene dal greco kéleusma nel significato di urla o battuta dell'aguzzino per i rematori, secondo altri deriva dall'ebreo shalom, pace o saluto. Aiamola, invece, deriva dall'arabo aja aja maulay: "suvvia o mio creatore (aiutaci)". Un'altra suggestiva descrizione della mattanza è quella contenuta nel volume "I Siciliani" di Giuseppe Fava, in cui si parla di Portopalo di Capo Passero. "I tonni sono dei pesci strani - afferma Armando Calaciura, classe 1897, capo rais della tonnara di Marzamemi - tanto stupidi quanto intelligenti e sensibili. Essi arrivano dall'oceano e vanno nel mare Tirreno dove passano la stagione dell'amore e si moltiplicano. Sa come fanno all'amore i tonni? I maschi fanno pazzie sui fondali e le femmine accorrono per raccogliere il seme e ingravidarsi. Non si toccano nemmeno Una cosa da ridere! Appena arriva le primavera cominciano a scendere verse il mare dell'Africa, sono tanto sfibrai d'amore che vanno ciecamente sempre appresso ai primi. Davanti a tutti i tonni più grossi, i vecchi che sanno scegliere sempre la via più breve. Così passano lo stretto di Messina e puntano verso il basso.

Tonni nell'appenditoio della tonnara di Marzamemi


Migliaia, decine di migliaia d tonni così, per sei mesi all'anno. Passa vano a cento metri da quello scoglio per doppiare Capo Passero e perdersi ne mare aperto. I tonni doppiano il capo e largo dell'isola ed allora si stende un rete lunga due chilometri fino al mare aperto e profonda dalla superficie del mare fino ai fondali, dove viene assicurata con macigni e ancore. Non ci deve essere alcun varco, né buco, né una sola smagliatura perché basta che un tonno ci si infili, e dietro migliaia di altri in un baleno. In tutto quel tratto di mare non ci deve essere alcuna cosa che possa distrarre i tonni, né ronzio di motori, nemmeno altre barche che abbiano colori vivaci o le cui ombre possano insospettire i capifila della passa. Il mare deve essere deserto in modo che i tonni d'avanguardia, correndo verso il sud, o trovando l'ostacolo della rete, possano deviare senza paura lungo le pareti della stessa. Correndo ciecamente lungo la rete, il branco va ad infilarsi dentro un'anticamera, formata da quattro immense pareti di rete, anch'esse profonde dalla superficie fino ai fondali. Prima decine, poi centinaia e centinaia di tonni ad un certo momento si trovano affannosamente in questa prigione che non ha vie d'uscita e dentro la quale continuano a girare picchiando col muso, sbattendo gli uni contro gli altri, guizzando inutilmente dalla superficie al fondo e viceversa. Taluni impazziscono di paura e cominciano ad avventarsi contro i compagni. Sembra che cupamente cerchino quell'imbecille che, per primo, ha deviato la rotta e li ha condotti a morire. Poi via via il branco si esaurisce, gli ultimi tonni s'infilano in quell'imbuto, qualche altro, ritardatario o smarrito, passa al largo. Il mare torna deserto. Ed allora la strategia del massacro passa al comando del capo rais, il pescatore più esperto, il più duro e implacabile, il più astuto, capace di giudicare con un solo colpo d'occhio quante centinaia di tonni siano nel branco, e quando essi oramai sono impazziti di paura e senza più forze. Tutto si svolge come in un rito. La morte del tonno ha davvero qualcosa di sacrale. Lentamente sulle barche si fa un grande silenzio, gli uomini stanno immobili nell'attesa, scrutando il volto impassibile del capo rais ed aspettando il suo segnale. Eccolo! Il rais ha visto, ha quasi miracolosamente sentito che i tonni, oramai sfiniti e folli, sono pronti a morire. Tardare di qualche istante potrebbe essere fatale, poiché la pazzia del tonno può diventare improvvisamente istinto suicida: basta che uno si slanci a picchiare contro la rete nell'intento cieco di darsi la morte, perché altri due o tre, altri dieci, cento lo imitino, scagliandosi contro la parete e sfondandola di colpo. Ma il rais ha magicamente intuito questa imminenza ed ha alzato la mano: decine di uomini cominciano a tirare insieme e lungo una parete di quell'immensa stanza marina si apre una specie di saracinesca, dove i tonni s'infilano tumultuando. Un lampo solo di speranza, di ebbrezza, e infatti oltre quella soglia c'è una camera ancora più stretta che, a differenza della prima, ha una rete anche sul fondale, in modo che via via alzandosi porti tutti i tonni in superficie. E' la camera della morte. Ai quattro lati sono immobili le barche, otto o dieci, di foggia larga e pesante in modo da poter reggere all'urto spaventoso dei tonni morenti. Sono dipinte di nero. Gli uomini stanno lungo le murate con le corde nelle mani. Ecco l'altro segnale del rais. Tutti insieme decine di uomini cominciano a tirare la rete del fondale, le quattro pareti si restringono sempre più. Gli uomini cantano, chiamano, urlano, invocano. Si dice che siano nenie lasciate dagli arabi, in cui si parla di morte, di vita e di amore, le cui parole si sono perdute nel tempo e sono rimati i suoni, una specie di feroce, ininterrotta musica umana. Il pavimento della rete ora è quasi del tutto emerso, i tonni hanno solo due metri, un metro d'acqua, l'uno addosso all'altro, in un fazzoletto di mare circondato da quattro file di barche nere, da centinaia di volti madidi e urlanti. I tonni sono oramai sfiniti, boccheggiano, sono ciechi di terrore e furore, eppure in questi ultimi attimi sembra che tutte le loro forze vitali si scatenino nella disperazione. E' un viluppo, i tonni riescono persino a librarsi fuori dall'acqua, ricadono sugli altri, s'impennano di nuovo. Finché arriva l'ultimo segnale della mattanza: ogni uomo ha un piccolo arpione e lo scaglia nell'acqua: ad ogni colpo un tonno scivola oltre la murata, già agonizzante, e subito addosso gli casca un altro tonno col ventre squarciato, un altro, un altro, decine.... Il mare è insanguinato, gli uomini sono lordi di sangue, e continuano a urlare e cantare, talvolta c'è un grido ancora più alto, perché in quel viluppo è emerso il balenìo di un pescecane: per un attimo succedono un'immobilità ed un silenzio come se gli uomini seguissero affascinati quella sagoma più rapida e violenta, finché cinque, otto, dieci arpioni si abbattono contemporaneamente sullo squalo che cade sui tonni morenti, in pochi secondi viene fatto a pezzi a colpi d'ascia. Il grido dei pescatori diventa trionfale. Tutto è finito, al centro della rete oramai completamente emersa, ci sono solo alcuni piccoli tonni immobili, picchiati, stravolti, spezzati, uccisi dai colpi dei compagni".20 Dentro l'imbarcazione i tonni continuano a dibattersi ed a colpirsi ancora, provocando un fracasso impressionante, finché sfiniti e boccheggianti non resta¬no esanimi. "Succedeva spesso - racconta Mario Falla - che alcuni marinai, sudati e stravolti dalla fatica, terminata la pesca prendessero il bagno in questo rettangolo dell'acqua, arrossata dal sargue dei tonni ma al riparo dal pericolo di qualche pescecane che spesso capitava in tonnara. I tonni introdotti nello sciere venivano contati ed in relazione al loro numero venivano innalzate delle bandiere di diverso colore ed in diversi punti dello sciere stesso; una bandiera bianca a lato sud era il segnale di dieci tonni; la stessa ma posta al centro, era il segnale di venti tonni, una bandiera rossa di trenta, tre bandiere, una al centro e due ai lati, era quello di 50 tonni, mentre l'innalzamento di un pezzo di cappotto al centro era segno di cento o più tonni e questo spiegherebbe perché viene ancora usata l'espressione fare cappotto.21 In tal modo, gli addetti allo stabilimento potevano preparare tutto il necessario, sulla base del numero dei tonni pescati. Secondo la tradizione, "ordinariamente il numero maggiore dei tonni nella loro corsa avviene nei giorni 8, 18 e 28 luglio. Lo conferma un detto che va per la bocca di tutti: otto, diciotto e ventotto, ritirati il cappotto. Ciò significa che dopo il 28 luglio la pesca dei tonni è per declinare".22 Lo sciere carico di tonni veniva rimorchiato a terra dalle quattro mudare e veniva ormeggiato con la parte dello scivolo contro la balata (ecco la funzione dello scivolo costruito dentro lo sciere).

Pescecane catturato nella tonnara di Marzamemi



Ed era proprio attraverso di esso che i tonni venivano estratti uno alla volta a mezzo di un uncino, legato ad una Marzamemi, gocciolatoio antropomorfo robusta fune di circa venti metri, che Palazzo del Principe di Villadorata veniva conficcato in un occhio.



I pesci venivano così trascinati sulla balata fino alla vicina loggia. Alle operazioni nella loggia assisteva spesso il proprietario della tonnara: a Marzamemi era il Principe di Villadorata, che assieme alla famiglia si affacciava da un balcone del suo palazzo, che per l'appunto dava dentro la loggia stessa. La maggioranza dei tonni veniva passata all'annesso stabilimento di conservazione, mentre una parte era destinata ai mercati vicini. Dopo queste operazioni, la ciurma andava a mangiare ed a riposare un po', per essere chiamata di nuovo verso le ore 14 da un'altra voce di ciurma a mare e riprendeva così daccapo le operazioni già descritte per una seconda mattanza. A Marzamemi si effettuavano quindi due mattanze ogni giorno: una al mattino ed una nel primo pomeriggio".
Nell'ultima fase della tonnara, il salpatu, veniva smontato tutto l'apparato, lasciando per ultima l'isula, nel caso qualche tonno o pesce spada vi andasse a finire.

Le travi per l'appenditura dei tonni


 


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu